sabato 29 giugno 2013

Margherita Hack: non si può che pregare per lei


(Pierluigi Di Piazza e Margherita Hack) in “Io credo. Dialogo tra un'atea e un prete” del novembre 2012. Nella notte tra venerdì 28 e sabato 29 giugno è morta a 91 anni Margherita Hack, uno dei più celebri astrofisici italiani. Ne proponiamo un breve ricordo tratto dal libro “Io credo. Dialogo tra un'atea e un prete” (...)

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Stanotte Margherita Hack è morta: non si può che pregare per lei, come per tutti coloro che lasciano questa vita terrena.
Però, dal momento che era un personaggio pubblico, si può tornare sul suo ruolo di portavoce di quelle istanze ateistiche di cui è stata paladina.
Inizio questa mio articolo un po’ polemico riguardo alle battaglie culturali di Margherita Hack con una precisazione. La Hack viene spesso presentata dai suoi fans come la “voce della scienza”. Detti fans cercano di proporre questa equazione: Margherita Hack è una scienziata, quindi, quando parla lei, parla la scienza. In altre parole: ciò che dice lei è sempre vero, esatto come una formula matematica o come la legge di gravità. L’equazione, falsa, funziona, presso il grande pubblico, per un semplicissimo fatto: che una laurea in astrofisica fa sempre la sua impressione, quantomeno perché è cosa rara. Eppure occorre dire subito tre cose. La prima: la Hack è spesso al centro dell’attenzione più che per i suoi meriti scientifici, per le sue posizioni in campo etico, essendo lei sostenitrice del testamento biologico, del matrimonio omosessuale e della liceità della ricerca sulle staminali embrionali. In campo etico, però, gli scienziati non godono di nessuno status privilegiato. La storia è piena di illustri ricercatori che hanno servito il “razzismo scientifico”, la costruzione di armi di distruzione di massa, gli esperimenti nazisti e comunisti financo sull’uomo…
La seconda precisazione: non basta una laurea in astrofisica per essere un grande astrofisico. Come non basta laurearsi in filosofia per poter sedere accanto a Socrate o a san Tommaso.
La terza: è stata la stessa Hack, in varie occasioni, ad aver sostenuto con umiltà di non essere quel mostro della scienza che qualcuno, strumentalmente, vuole far credere. Se per esempio confrontiamo il suo curriculum con quello dell’unico scienziato credente che accedeva, ogni tanto, alla tv pubblica, Antonino Zichichi, vediamo molto bene che non c’è partita. La stessa Hack, dicevo, lo ha dichiarato candidamente. Quando il noto giornalista ateo, del tutto estraneo al mondo scientifico, Paolo Flores d’Arcais, propose, con discreto seguito, la candidatura della Hack a palazzo Madama con nomina presidenziale, lei stessa dichiarò: “E’ un onore, ma non credo di meritarlo, non ho scoperto nulla…”. Così è, in effetti. La Hack è una brava divulgatrice, sicuramente ha meriti scientifici di qualche genere, ma la sua fama è legata più che altro, come si è detto, alle sue dichiarazioni in campo etico, alla sua militanza comunista e alle sue frequenti apparizioni televisive (dovute al tradizionale predominio, nei media, di una certa sinistra radicale).
La attività politico-culturale di Margherita Hack è così sintetizzata su Wikipedia: “presidente onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti; dal 2005 è iscritta all’Associazione Luca Coscioniper la libertà di ricerca scientifica. In passato è stata iscritta al Partito Radicale Transnazionale. Si è candidata alle elezioni regionali del 2005, in Lombardia, nella lista del Partito dei Comunisti Italianiottenendo 5.634 voti nella città di Milano. Si è schierata nuovamente nelle elezioni politiche del 2006 con ilPartito dei Comunisti Italiani… La Hack ritiene l’eutanasia un diritto, un modo per sollevare dalla pena un uomo che soffre. Nel 2011 sottoscrive il proprio testamento biologico..”.

Fatte queste dovute premesse, esordisco da un articolo che la Hack scrisse su Social News del settembre 2009. In esso si faceva una durissima requisitoria contro la Chiesa cattolica, colpevole a suo dire, di aver sempre lottato con ottusa ferocia contro la scienza sperimentale. Leggendo queste righe, che non posso qui riportare per motivi di spazio, verrebbe da fare un’ultima premessa: aver studiato astrofisica non significa di per sé conoscere la storia e la filosofia. La Hack infatti fa delle affermazioni su Giordano Bruno che nessuno dei grandi studiosi laici del personaggio, dalla Yates a Firpo a Paolo Rossi, sottoscriverebbe mai. Poi si butta sul caso Galilei: la minestra buona per tutte le stagioni. Anche qui la sua conoscenza della cultura dell’epoca, e del dibattito in corso, è nulla. Ma pazienza. Infine arriva dove voleva arrivare. A sostenere che la Chiesa oggi, opponendosi alla ricerca, occisiva, sugli embrioni umani, ripeterebbe i mitici errori del passato.  “la ricerca sulle staminali embrionali è essenziale perché la Scienza ha dimostrato che può permettere la guarigione di malattie fino ad oggi inguaribili. Frenarla per questioni religiose e ideologiche è un delitto…”. Fermiamoci un attimo: la scienza, scrive la Hack, “ha dimostrato”: se le parole hanno un significato ciò vorrebbe dire che oggi sono possibili svariate cure attraverso l’uso delle staminali embrionali. Invece non è affatto vero. Non esiste una sola cura del genere. Di più: sono almeno vent’anni anni che la Hack e/o altri atei come lei, magari favorevoli anche alla clonazione, vanno predicando che l’uccisione di embrioni umani porterebbe a benefici inenarrabili per l’umanità. A suo tempo il candidato americano J.Kerry promise che se lo avessero eletto, egli avrebbe finanziato la ricerca sulle staminali embrionali, garantendo la cura, solo negli Usa, di 100 milioni di malati! Non ci credette nessuno. Continuiamo, noi rozzi ed ottusi credenti, difensori dell’embrione, a cercare uno scienziato, dagli Usa alla Cina, che abbia ottenuto qualcosa con le staminali embrionali. Invano. A maggior ragione per il fatto che molti di quelli che sino a pochi anni fa ci credevano e ci lavoravano, hanno ormai abbandonato il campo, riconoscendo che ci sono vie ben più promettenti, ed eticamente senza conseguenze. Ma la Hack continuava la sua requisitoria: “l’embrione è solo una cellula”, di cui evidentemente si può fare ciò che si vuole. Peccato che sia una cellula con 46 cromosomi, cioè appartenete alla specie umana, e che ognuno di noi, quindi, sia stato null’altro che un embrione: però lasciato vivere. La definizione dell’embrione umano data dalla Hack potrebbe essere adattata così: perché non sperimentare sull’uomo? “Non è altro che un ammasso di cellule”. Intuiamo però, senza grandi studi, dove una simile posizione porterebbe e dove ha già, in qualche luogo e qualche tempo, portato.
Dall’articolo in questione, passo ad una delle ultime fatiche della Hack, “Perché sono vegetariana”. In questo breve lavoretto la Hack riassume fatti e idee fondamentali della sua vita. Prima di analizzarli vorrei però riflettere su due vicende: la nascita della Hack a Firenze, in via Ximenes, e il conferimento alla Hack, nel 1994, del premio scientifico (uno dei pochissimi da lei ottenuto) denominato “Targa Piazzi”. Ximenes e Piazzi: chi erano costoro? Leonardo Ximenes fu un sacerdote gesuita della Toscana del Settecento. Astronomo, “geografo imperiale” di Francesco Stefano, “matematico reale” dell’arciduca Pietro Leopoldo di Toscana, tra le altre cose fondò l’osservatorio astronomico di Firenze che ancora oggi porta il suo nome e fu impegnato per un trentennio (1755-1785) nei principali lavori idraulici e stradali del Granducato e di altri stati italiani. Inoltre lavorò con grande successo alla bonifica delle paludi maremmane, lottando contro la malaria e il paludismo. I suoi successori all’Osservatorio astronomico ximeniano di Firenze furono a lungo sacerdoti, per lo più scolopi, con grandi meriti in campo scientifico sino alla I metà del Novecento. E Piazzi? Giuseppe Piazzi (1746-1826) fu un sacerdote teatino, fondatore e direttore dei prestigiosi osservatori astronomici di Palermo e Napoli (Capodimonte). Nel 1801 inoltre scoprì il primo degli asteroidi, cui dette il nome di Cerere, assurgendo così a fama internazionale. Casi isolati di cattolici e di sacerdoti, amici dell’astronomia, più unici che rari?
Al contrario. Per rispetto della storia sarà bene ricordare che per un lungo periodo, circa sino al 1750, furono le cattedrali a fungere da embrionali osservatori astronomici e a fornire lo spazio per la costruzione di importanti meridiane, tra cui quella, celeberrima, di Bologna[1].
E proprio a Bologna, città dello Stato pontificio, nacque nel XVI secolo il primo osservatorio astronomico, “con il consenso ed il supporto finanziario della Santa Sede” e con il sostegno, protratto e rinnovato nel tempo, di altre autorità ecclesiastiche[2].
Tornando agli anni di Piazzi e Ximenes, fu l’abate Giuseppe Toaldo (1719-1797) l’autore del progetto di conversione della Torlonga di Padova nell’ Osservatorio Astronomico padovano, di cui dal 1806 sarà direttore l’abate Vincenzo Chiminello (l’Enciclopedia Treccani ricorda che quest’ultimo fu anche professore di astronomia e meteorologia nell’università della città e fu “tra i primi a eseguire e a registrare sistematiche osservazioni meteorologiche, riconobbe esservi due massimi e due minimi barometrici diurni”). Analogamente a Firenze, Padova, Palermo, Napoli, Roma (dotata di ben 3 osservatori) ecc. anche a Torino le origini delle locali ricerche astronomiche videro protagonista un sacerdote, che è stato anche il padre dell’elettricismo italiano ed un importante metereologo: il sacerdote scolopio Giovanni Battista Beccaria (1716-1781)…

Potrei continuare a lungo elencando per esempio i circa 40 gesuiti astronomi cui sono dedicati crateri lunari, oppure il fatto che gran parte della metereologia e della sismologia nacquero grazie a monaci e religiosi. Per brevità, però, basti ricordare alla Hack e ai suoi fans, troppo facilmente inclini allo sberleffo nei confronti dei credenti, che nella storia dell’astronomia i grandi nomi non sono quelli di atei (nessuno), ma quelli dell’ecclesiastico Niccolò Copernico; del cattolico Galilei; del fervente cristiano protestante Keplero; del fondatore della spettroscopia e pioniere dell’astrofisica moderna padre Angelo Secchi…per arrivare, in tempi più recenti, al sacerdote gesuita che per primo ipotizzò l’espansione delle galassie e il big bang, Georges Edouard Lemaître (1894-1966). Se invece vogliamo stare in Italia, in tempi più recenti, si possono ricordare il nome di don Giuseppe Tagliaferri, presidente della Società astronomica italiana e quello dei cattolici Livio Gratton, Piero Benvenuti, Marco Bersanelli…, nessuno dei quali inferiore, quanto a meriti, anzi!, alla più celebre Margherita. Livio Gratton, per esempio, fu astronomo triestino morto nel 1991, che diede contributi in vari campi, sino a divenire presidente della Società astronomica italiana e vicepresidente dell’Unione astronomica internazionale; Piero Benvenuti, vivente, è stato presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), dal 2004 al 2007; nel giugno 2007 è stato nominato Consigliere di Amministrazione dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), ed è membro della Pontificia Accademia delle Scienze; Bersanelli, infine, è un “ciellino” tra i responsabili del satellite Planck.
Dopo questa digressione storica torniamo al librino in questione. In esso la Hack sostiene, in coerenza con la dottrina teosofica ricevuta in eredità dai genitori (nella foto la fondatrice della Teosofia), e in accordo con le religioni orientali, di origine indiana, di cui si dichiara ammiratrice, il vegetarianesimo e l’animalismo. Il testo è dunque una descrizione minuziosa delle sofferenze degli animali sottoposti a macellazione, sperimentazione, vivisezione e quant’altro, intessuta di strali verso religione cattolica (non potevano mancare) e di professioni di fede materialista. Interessa qui riflettere almeno su due fatti. Il primo: l’esaltazione delle filosofie induiste, proposta ad ogni piè sospinto in alternativa al cristianesimo, occulta il fatto che nella storia della scienza le religioni orientali non solo non hanno dato alcun contributo, ma anzi hanno funto e fungono tutt’oggi di ostacolo a qualsiasi progresso scientifico. Mentre il continente in cui sono sorte le università, la scienza e la medicina è proprio quell’Europa, profondamente segnata dalla religione cristiana, di cui la Hack non sembra apprezzare la storia, specie quella passata. Il secondo: la concezione della Hack porta coerentemente ad annullare la specificità dell’uomo, ridotto ad un aggregato di materia senza alcuno scopo ultimo. Così, per riallacciarmi a quanto si diceva all’inizio, allorché si ricordava l’assoluto disprezzo della Hack per l’embrione umano, rimane una forte perplessità: come può la celebre opinionista (che ha fatto anche, tra le altre cose, l’astronoma), stracciarsi le vesti con tanto, encomiabile, passione, per la salvezza degli animali, senza mai spendere una parola che sia una contro la vivisezione e la macellazione degli embrioni e dei feti umani con l’aborto, la sperimentazione in laboratorio, la clonazione…? Può, certamente, perché anche la Hack appartiene a quella grande famiglia degli animalisti – che va dai verdi nazisti sino a Peter Singer, passando per quella bioeticista italiana che ha riproposto recentemente la liceità pagana dell’infanticidio-, che negando l’esistenza di Dio e dell’anima umana, finiscono poi per abbassare l’uomo sotto al livello dell’animale. Così, ancora una volta, diventa chiaro che senza Dio, anche l’uomo è destinato a perdere il suo valore e significato. E la creazione diventa, come ebbe a dire proprio la Hack, la grande “scoreggia del Big bang”. Ma non è scienza questa, è solo materialismo marxista sotto mentite spoglie. (parte di questo articolo è comparso su Il Timone)


[1] http://www.disf.org/AltriTesti/Heilbron.asp.
[2] “Non c’è da stupirsi, quindi, se il primo osservatorio italiano nasce nel solco dell’antica tradizione astronomica bolognese. Ai primi del XVIII secolo, il conte Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730) aveva incaricato Eustachio Manfredi (1674-1739) di erigere a sue spese una specola astronomica nel suo palazzo, già sede di molteplici attività scientifiche, grazie alle collezioni di strumenti di cui Marsili era in possesso e che metteva a disposizione degli studiosi. La Specola di Palazzo Marsili fu in attività fino al 1709, anno in cui i familiari di Marsili si opposero alla cessione della parte del Palazzo dove erano ubicati i vari laboratori che egli intendeva donare alla città di Bologna.Marsili smantellò i vari laboratori, nell’intento di trasferire gli strumenti in altra città, intento da cui le autorità bolognesi lo fecero recedere, offrendo garanzie per la loro adeguata conservazione e il loro regolare utilizzo attraverso l’allocazione di appropriate risorse umane e finanziarie. Bologna tuttavia era una città dello Stato Pontificio e, come tale, occorreva il consenso ed il supporto finanziario della Santa Sede, che non mancò. Marsili seppe perorare la causa presso Clemente XI, facendogli dono delle otto splendide tavole dipinte da Donato Creti (1671-1749) raffiguranti le osservazioni astronomiche dei vari corpi celesti, in cui erano riprodotti gli strumenti originali della specola marsiliana. La nuova specola era parte di un più ampio progetto, che era la fondazione dell’Istituto delle Scienze di Bologna, in cui sarebbero confluiti i vari gabinetti scientifici marsiliani; per questo progetto, il Papa concedette un primo finanziamento di 2.400 scudi, cui seguirà nel 1720 un secondo contributo di 15.000 scudi per completare i lavori nella sede di Palazzo Poggi…” (http://www.disf.org/altriTesti/Chinnici.asp). I successori di Clemente XI non furono da meno nel supportare il progetto: Innocenzo XIII diede ordine che l’Osservatorio fosse ultimato in tempo per essere visitato dai pellegrini dell’Anno Santo del 1725; in effetti, esso iniziò a funzionare nel 1727, sotto la sempre vigile guida di Manfredi, che ne aveva curato il trasferimento e la costruzione. Clemente XI elargì un nuovo finanziamento per l’Istituto delle Scienze nel 1738, grazie al quale Manfredi riuscì a rinnovare la strumentazione. Non solo i Papi, ma anche diverse altre autorità religiose contribuirono con donazioni, in termini di denaro o di strumenti: tra questi, i cardinali Sebastiano Antonio Tanari e Giovanni Antonio Davia, che fecero dono, rispettivamente, di un pregevole cannocchiale dell’ottico Campani e di una serie di strumenti, tra cui un orologio astronomico, un quadrante, un cannocchiale ed un telescopio riflettore newtoniano. Bologna, pertanto, è un tipico caso in cui la Chiesa — nelle sue varie personalità e/o autorità — ha contribuito con dei mezzi finanziari allo sviluppo e all’impianto di un osservatorio astronomico vero e proprio, dove svolgere ricerche in modo istituzionale.
(F. Agnoli)

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Margherita Hack
Margherita Hack, un ateismo poco scientifico
di Tommaso Scandroglio
Alle prime ore dell’alba di ieri è morta a 91 anni l’astrofisica Margherita Hack. Di lei sono maggiormente note le sue posizioni atee e liberiste in campo etico più che la sua attività scientifica. Partiamo da questo secondo aspetto. Fu una grande scienziata? Quando proposero la sua candidatura a senatrice della Repubblica con nomina presidenziale per i suoi meriti scientifici, lei stessa ammise: «È un onore, ma non credo di meritarlo, non ho scoperto nulla». Certo: fu docente universitario, membro di diversi enti di ricerca e direttrice dell’Osservatorio Astronomico di Trieste, ma la Hack vantava un curriculum accademico dello spessore di tanti altri suoi colleghi. Anzi, più di una volta cadde in veri e propri strafalcioni.
L’astrofisico Piero Benvenuti, docente presso l’Università di Padova, staff member dell’Agenzia Spaziale Europea, sub-commissario dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), Direttore dell’Osservatorio IUE, già responsabile scientifico Europeo del progetto “Hubble” e Presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), un paio di anni fa – in un’intervista a Dire Donna - trovò non pochi errori nel libro divulgativo della Hack “Il mio infinito”: dal cosiddetto “paradosso di Olbers” al principio di indeterminazione. «Non è nuova nell’inventare spiegazioni “pseudoscientifiche” – commenta Benvenuti - in una trasmissione televisiva recente affermava che per deviare dal suo corso un asteroide sarebbe stato sufficiente farlo “attrarre” da una grossa astronave!». A dei bambini di una scuola l’astrofisica toscana disse che il Big Bang era stato come una “grande scorreggia dell’Universo“. Giorgio Israel, docente a La Sapienza di Roma, battezzò questa teoria come la “cosmopetologia di Margherita Hack”.
Come accennato, però la Hack era nota soprattutto per le sue posizioni atee. Iscritta al Partito Radicale Transanzionale, militante poi del Partito dei Comunisti italiani, nel 2011 prese la tessera del partito Democrazia Atea. E’ stata anche presidente onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnositici Razionalisti e si iscrisse all’Associazione Luca Coscioni. Un pedigree laicista di tutto rispetto. Una volta, invitata a parlare dall’Istituto religioso Euromediterraneo, ebbe a dire: “L’idea di Dio nasce per spiegare ciò che la scienza non sa spiegare. La scienza dice cosa sono le stelle, come funzionano. Sappiamo ricostruire un album di famiglia dell’universo ma non sappiamo dire perché sia fatto così.  Ed ecco che è stato inventato Dio.  Dio è comodo, troppo comodo. Ma è un’idea infantile, come Babbo Natale. […] Perché mai gli uomini, vedendo che continuano a scoprire cose nuove, una dopo l’altra, dovrebbero inventarsi un Dio Creatore di tutto, piuttosto che attendere fiduciosi i prossimi successi della Scienza?”. 
Simili argomentazioni le troviamo anche nel libro di Stefano Sbalchiero “Scienza e spiritualità” dove la novantenne Hack rispose all’intervistatore che «quando non ci sono delle risposte le persone si rifugiano in Dio, trovando tutte le spiegazioni che fanno al caso loro. […] La religione, e il Dio delle grandi religioni, mi sembrano una scorciatoia per superare la fatica del pensare con la propria testa e con una libertà maggiore». La scienza è un «allenamento della mente, a capire, a porsi domande, a cercare risposte, invece di accettare verità assolute e dogmatiche».
Una posizione apodittica, quella della scienziata toscana, perché le prove razionali – “scientifiche” per dirla alla Hack – dell’esistenza di Dio esistono, come ha dimostrato tra gli altri Tommaso D’Aquino, invece le prove che qualcosa non esiste – in questo caso Dio – sono impossibile da produrre. Ed infatti lei stessa lo ammise una volta: «tanto il credente che il non credente non possono dimostrare scientificamente l’esistenza o la non esistenza di Dio, si tratta in ambedue i casi di fede, di risposta a bisogni personali diversi».
Ed infatti Margherità Hack seguiva ciecamente il credo scientista che vede nel creato stesso la divinità. Commentando su Repubblica la scoperta del bosone di Higgs così infatti si espresse: «io come atea vedo nella “Particella di Dio” un fenomeno che mi ha creata. Io la particella di Dio la chiamerei addirittura Dio. Se la materia è tutto ciò che esiste e il bosone di Higgs è quello che spiega come le particelle acquistano massa…eh, allora allora vuol dire che il bosone di Higgs è Dio». Uno scientismo ovviamente nichilista incapace di trovare la causa prima di tutto l’esistente come ebbe a scrivere nel suo “Il perché non lo so. Autobiografia in parole e immagini”, uscito proprio quest’anno. Scrisse non solo di stelle ma anche di animali (era convinta vegetariana): “I gatti della mia vita”, “Nove vite come i gatti”, “Perché sono vegetariana” dove l’atea Hack, facendo un’eccezione, incensava la religione induista perché benevola verso gli animali. E poi discettò anche di religione: “Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete” e “Libera scienza in libero stato”.
In campo etico era a favore di aborto, eutanasia (redasse un testamento biologico), fecondazione artificiale, sperimentazione sugli embrioni umani (ma contraria alla sperimentazione animale) perché “l’embrione è solo una cellula” e omosessualità. In relazione a quest’ultimo tema nel 2010 fu premiata a Torre del Lago Puccini come “Personaggio gay dell’anno” e in quell’occasione dichiarò in merito al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali: “Noi siamo un paese arretrato, che non sa cos'è il rispetto della libertà. Il Vaticano è certamente un deterrente che influenza la classe politica, ma la politica non è libera e non ha il coraggio di reagire. E se non reagisce questo significa che è più bacchettona della Chiesa e non sa cos'è il rispetto della libertà altrui”. In una puntata di qualche mese fa di Porta a Porta dedicata alle cellule staminali, la Hack attaccò duramente i comitati etici degli ospedali e dei centri di ricerca affermando che in campo scientifico conta l’utile e non l’etica.
La vicenda mediatica della Hack è comunque paradigmatica di una certa strategia del fronte laicista e pro-choice. Si prende un esperto in un settore scientifico e lo si fa parlare di tutto, sicuri che la qualifica di “scienziato” lo accrediterà alle grandi masse come “persona infallibile”. Il camice bianco o la provetta in mano è prova certa dell’esattezza dell’affermazioni dello scienziato anche in campi a lui sconosciuti. Che si parli di stelle o di ovociti è la stessa cosa: la Hack non poteva sbagliare. E’ dunque un’operazione che vede l’estensione indebita di una competenza scientifica in ambiti dove non sussiste questa competenza. Al presentatore Fabio Volo in una chiacchierata televisiva di un annetto fa che era finita sul tema della morte disse: “La materia servirà a qualcos'altro, posso diventare un cane, un gatto, un sasso”. Il credente sa che ora la scienziata fiorentina ha dovuto rivedere perlomeno questa sua ultima teoria. Che a lei non manchino dunque le sue preghiere.


Una "nuova evangelizzazione" per la famiglia

Alleanza Cattolica lancia un manifesto su unioni di fatto e omofobia

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Trent’anni fa, nel 1983, la Santa Sede pubblicava una Carta dei diritti della famiglia che vuole essere un documento principalmente rivolto agli Stati e ai governi, nel quale si ricorda che cosa è la famiglia e quali sono i diritti che le devono essere riconosciuti. Il testo, pubblicato durante il pontificato del beato Giovanni Paolo II (1978-2005), rimane drammaticamente attuale ancora oggi, quando la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna viene attaccata come modello unico ed esemplare, accostandole diverse altre forme, soprattutto le unioni che vorrebbero essere riconosciute anche come matrimoni fra persone dello stesso sesso.
Nel 2007, sei anni fa, veniva organizzato il Family day, una manifestazione straordinaria che portò in piazza san Giovanni a Roma oltre un milione di persone che sfilavano contro i “Dico”, di fatto il tentativo del governo Prodi di legalizzare il matrimonio gay. Era il 12 maggio ed era facile ricordare che il 12 maggio del 1974, 33 anni prima, si era svolto il referendum che aveva confermato la legge divorzista, facendo scoprire a tutti che i cattolici italiani erano diventati una minoranza. Eppure questa minoranza aveva saputo continuare a combattere, nonostante l’opposizione da parte del mondo della cultura e dello spettacolo, e la lacerante divisione all’interno dello stesso mondo cattolico. Così, 33 anni dopo, il mondo cattolico (e non solo) era ritornato in piazza e questa volta riuscì ad affossare il tentativo di riconoscimento legale delle coppie gay.
Oggi sembrano passati sessant’anni anni, non sei. Soprattutto, l’equiparazione da parte della Corte suprema degli Stati Uniti del matrimonio omosessuale a quello naturale segnala come la lotta contro la famiglia investe tutto il mondo occidentale, sparando con precisione chirurgica proiettili che lasciano ferite devastanti. In Italia, su questi temi, il processo di disgregazione dei corpi della società si fa cauto, a causa della presenza del Pontefice e di solito arriva più tardi rispetto agli altri Paesi d’Occidente. Ma arriva, inesorabile.
E questa volta non sembra esserci un’adeguata risposta da parte del mondo cattolico. Tutto appare fermo, come inebetito da una pressione mediatica e politica enorme.
Per questo Alleanza Cattolica ha prodotto il Manifesto Unioni di fatto e omofobia, diviso in cinque punti, dove non soltanto si cerca di mostrare l’aggressione in corso contro la famiglia, ma si cerca di fare capire che, oltre alla equiparazione per legge del matrimonio gay a quello naturale, congiuntamente o successivamente, verrà promulgata una legge contro l’omofobia, in realtà una legge destinata a fare tacere chiunque volesse contestare o criticare lo stile di vita gay e la sua pretesa normalità.
Cari amici, siamo arrivati molto in basso. Dobbiamo essere consapevoli che non c’è una reazione adeguata alla portata dell’aggressione. Si cerca di tamponare e di rinviare, consapevoli che in Parlamento i numeri sono nettamente ostili alla famiglia. Bisogna prendere atto che una potentissima lobby è all’opera in tutto l’Occidente per convincere che non esiste un solo modello di famiglia perché non esiste una natura da rispettare. Ma se non esiste una natura, ogni desiderio deve essere accolto e legalizzato dalla politica. Questa è l’ideologia delgender.
Non mi chiedete che cosa si deve fare. Lo sappiamo. Dobbiamo pregare e fare pregare, organizzare incontri anche per poche persone, anche in case private, per presentare questo Manifesto, cioè per costruire delle relazioni fra persone, senza lasciarsi spaventare dalle forze in campo. Come disse il ven. Pio XII molti anni fa, si può perdere nella storia ma bisogna comunque salvare i princìpi, mostrare al mondo che qualcuno continua a difenderli e preparare culturalmente una rinascita, una nuova fase in cui le persone possano ritrovare la verità che hanno perduto o che non hanno mai ricevuto. Una nuova evangelizzazione in poche parole.
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Signore fa che io veda!


La storia e le virtù di san Josemarìa Escriva nell'Anno della Fede


Di seguito l'omelia di mons. Javier Echevarría, Prelato dell’Opus Dei, pronunciata nella Messa in onore di san Josemaría, il 26 giugno nella basilica di Sant'Eugenio a Roma.
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Cari fratelli e sorelle!
Quest'anno celebriamo la festa liturgica di san Josemaría in pieno Anno della fede. Sono trascorsi diversi mesi dal suo inizio, ma ne mancano ancora alcuni prima della conclusione. Mi sembra, dunque, opportuno riflettere insieme oggi su come stiamo vivendo questo tempo di grazia. Rivolgiamo il nostro sguardo a san Josemaría; chiediamo la sua intercessione mentre consideriamo alcuni aspetti della sua fede che, ricevuta da Dio, egli visse eroicamente.
Mi soffermo su alcuni tratti di questa sua virtù. Già molto tempo prima della fondazione dell'Opus Dei, san Josemaría — ancora ragazzo — intuì che Dio voleva qualcosa da lui, qualcosa che non conosceva. Per essere più disponibile alla Volontà divina, lasciò da parte i suoi legittimi piani personali e decise di farsi sacerdote. Durante dieci, undici anni di studio, di preparazione spirituale fiduciosa, pregò molto condensando la sua orazione personale nelle parole del cieco del Vangelo: Domine, ut videam!, Signore, fa' che io veda. E aggiungeva il ricorso alla Madonna: Domina, ut sit!, Signora, fa' che sia, cioè che si compia in me la volontà del tuo Figlio. In questo modo, per quella intensa vita di fede, di speranza e di amore, il 2 ottobre 1928 era pronto ad accogliere il disegno divino sull'Opera.
Quasi alla fine della sua esistenza terrena, in una riunione familiare con molte persone, commentava che la sua vita aveva ripercorso in qualche modo la vicenda di Abramo, nostro padre nella fede, il quale in spe contra spem crediti (Rm 4,18), credette in Dio contro ogni speranza. Diceva: "Perché, quarantasette anni fa', più o meno, c'era un sacerdote – che non conosco abbastanza, un peccatore come me – senza alcun mezzo umano, senza niente. Aveva soltanto ventisei anni, grazia di Dio e buon umore...". Qui fece una pausa, per poi proseguire: "Umanamente parlando, non disponeva di un grande tesoro, vero? Ma al cospetto di Dio... E adesso voi siete qui; e ci sono fratelli vostri in tutto il mondo: di tutti i colori, di tutte le razze, di tutte le lingue" (San Josemaría, Note di una riunione familiare in Argentina, 9-VI-1974).
Cose grandi
Mi pare che questa vita di fede si allaccia al vangelo di questa Messa, nel quale abbiamo contemplato la risposta di fede di san Pietro. Quei pescatori avevano faticato tutta la notte invano, senza trarre alcun frutto da quel duro lavoro. E Gesù, dopo aver parlato alla folla, disse a Pietro: prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca. Un attimo di incertezza e subito l'Apostolo rispose: sulla tua parola getterò le reti. E il miracolo si compì: presero una quantità enormi di pesci e le loro reti quasi si rompevano (Lc 5,4-6). Fu un prodigio che Dio realizzò con la collaborazione umile, piena di fede, di Pietro e dei suoi compagni.
Non dimentichiamo questa realtà: anche nella nostra vita, nel nostro lavoro, Dio è disposto a compiere grandi cose. Aspetta però la nostra fede: che crediamo veramente in Lui, Figlio di Dio che si è fatto uomo per la nostra salvezza. In un'altra occasione, i Dodici domandarono al Signore come fare i miracoli che Lui compiva. Ed ecco la risposta di Gesù: Questa è l'opera di Dio: credere in colui che Egli ha mandato (Gv 6,29).
"Dio è sempre lo stesso", scrisse san Josemaría in Cammino". — Occorrono uomini di fede: e si rinnoveranno i prodigi che leggiamo nella Sacra Scrittura. — «Ecce non est abbreviata manus Domini» — Il braccio di Dio, il suo potere, non s'è rimpiccolito!" (Cammino, n. 586).
Oggi come ieri il Signore è disposto a fare grandi prodigi. Richiede soltanto la nostra collaborazione, il nostro impegno per una conversione che raggiunga tutte le persone che vivono intorno a noi. «L'Anno della fede, in questa prospettiva — diceva Benedetto XVI nella lettera d'indizione —, è un invito ad un'autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo» (Benedetto XVI, Lett. apost. Porta fidei, 11-X-2011, n. 7).
Crescere giorno dopo giorno
Non basta credere in modo teorico. È senz'altro necessario accogliere fedelmente l'insegnamento della Chiesa; ma è anche necessario che la fede plasmi tutta la nostra vita, si manifesti in ogni circostanza, da quelle che sembrano importanti fino alle piccole occupazioni che s'intrecciano nel tessuto della quotidianità. D'altra parte, «solo credendo la fede cresce e si rafforza; non c'è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio» (Benedetto XVI, Lett. apost. Porta fidei, 11-X-2011, n. 13).
Completamente leale a questa legge della vita soprannaturale, san Josemaría si impegnò decisamente per crescere giorno dopo giorno nella fede. Facendo perno su questa virtù infusa da Dio nella sua anima, collaborando con la sua risposta personale, questo santo sacerdote fu in grado di superare tutte le difficoltà che si frapponevano alla realizzazione della Volontà divina.
Per esempio, nel 1934, pochi anni dopo la fondazione dell'Opus Dei, scriveva: "non ignoro gli ostacoli che incontrerete per estendere la vostra pazzia ad altri apostoli. Alcuni potranno sembrare insuperabili... ma, inter medium montium pertransibunt aquae: lo spirito soprannaturale dell’Opera e l’impeto del vostro zelo passeranno attraverso le montagne e supererete questi ostacoli". E con la stessa convinzione ribadiva nel 1974: "Salveranno questo mondo nostro (...) non quelli che pretendono di narcotizzare la vita dello spirito, riducendo tutto a questioni economiche o di benessere materiale, ma quelli che hanno fede in Dio e nel destino eterno dell'uomo e sanno ricevere la verità di Cristo come luce orientatrice per l'azione e per la condotta" (San Josemaría, Discorso nel conferimento di lauree honoris causa, Pamplona, 9-V-1974).
Questa fede san Josemaría cercò di predicarla, cioè di insegnarla e propagarla per tutta la terra. E oggi, grazie a Dio, sono milioni le persone di ogni età, di ogni cultura, di ogni ceto sociale, che — seguendo quelle orme e quegl’insegnamenti — si sforzano di incontrare Dio nelle circostanze della loro quotidianità. Tanti uomini e donne seguono Gesù più da vicino, come Pietro, Giovanni, Andrea e gli altri Apostoli dopo la pesca miracolosa. Con quanta forza avranno risuonato nelle loro anime quelle stupende parole: non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini. Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono (Lc 5,10-11).

Non è difficile!
Anche noi, con la grazia dello Spirito Santo, siamo in grado di seguire Gesù come i primi Dodici, ognuno nel posto in cui Dio lo chiama: non è difficile! E lì, dove il Signore ci ha trovati o ci chiede di rimanere, far conoscere e amare Gesù a tante altre persone. Con parole di Papa Francesco, possiamo domandarci: «Siamo capaci di portare la parola di Dio nei nostri ambienti di vita? Sappiamo parlare di Cristo, di ciò che rappresenta per noi, in famiglia, con le persone che fanno parte della nostra vita quotidiana? La fede nasce dall'ascolto, e si rafforza nell'annuncio (...).
«Questo vale per tutti», prosegue il Santo Padre: «Il Vangelo va annunciato e testimoniato. Ciascuno dovrebbe chiedersi: come testimonio io Cristo con la mia fede? Ho il coraggio di Pietro e degli altri Apostoli di pensare, scegliere e vivere da cristiano, obbedendo a Dio? Certo la testimonianza della fede ha tante forme, come in un grande affresco c'è la varietà dei colori e delle sfumature; tutte però sono importanti, anche quelle che non emergono. Nel grande disegno di Dio ogni dettaglio è importante, anche la tua, la mia piccola e umile testimonianza, anche quella nascosta di chi vive con semplicità la sua fede nella quotidianità dei rapporti di famiglia, di lavoro, di amicizia» (Papa Francesco, Omelia nella Basilica di San Paolo fuori le mura, 14-IV-2013).
Per finire, ascoltiamo queste parole di san Josemaría. "La nostra fede non è un peso, non è una limitazione. Che povera idea della verità cristiana dimostrerebbe chi non ne fosse convinto! Scegliendo Dio non perdiamo nulla, guadagniamo tutto (...). Abbiamo in mano la carta vincente, il primo premio. Se qualcosa ci impedisce di vedere chiaramente questa verità, esaminiamo il fondo della nostra anima: forse c'è poca fede, poco rapporto personale con Dio, poca vita di preghiera" (Amici di Dio, n. 38).
Chiediamo a Dio Nostro Signore, per mezzo di sua Madre, che è anche Madre nostra, "di farci crescere nel suo amore, di concederci di gustare la dolcezza della sua presenza; perché soltanto quando si ama si giunge alla libertà più piena: la libertà di non voler mai abbandonare, per tutta l'eternità, l'oggetto del nostro amore" (Amici di Dio, n. 38) . E, con l'intercessione di san Josemaría, supplichiamo Dio che nei mesi dell'Anno della fede che ancora ci restano, e poi per tutta la vita, renda più forte, più salda, più ardente la nostra fede, nella vita sacramentale con il ricorso frequente alla Confessione e all’Eucaristia. Così sia.
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Per ogni approfondimento www.josemariaescriva.info

Una donna chiamata a parlare


Il ruolo della comunicazione nella missione di santa Caterina da Siena

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Nel giorno in cui ricordiamo le colonne della Chiesa, Pietro e Paolo, sembra opportuno ricordare una donna che è stata «un’anima-Chiesa». Il suo è un cuore di donna che si è allargato per abbracciare tutta la Chiesa. Caterina è «Una donna chiamata a parlare», come recita il titolo del libro di don Paolo Morocutti e che tratta – come spiega il sottotitolo – Il ruolo della comunicazione nella missione di santa Caterina da Siena (Cittadella Editrice).
Il libro mostra il profilo di una donna che ha agito e ha apportato sostanziali cambiamenti nella società e nella Chiesa «operando dal basso all’alto». Nella sua missione, infatti, non si era preoccupata di rivolgersi alle insigni personalità, ma «si prese cura dei suoi figli spirituali, di quel popolo di Dio, quella parte più nascosta, eppure necessaria, del Corpo di Cristo. Durante la sua vita non diede importanza solo alle grandi missioni ma con amore e dedizione spese le sue energie anche nella vita di tutti i giorni» (168).
È ancora motivo di grande meraviglia come in un’epoca come quella in cui ha vissuto Caterina, abbia potuto lei – «donna» e «popolana» – svolgere un’opera così efficace e abbia potuto raggiungere nella sua breve vita vertici così alti: «Toccò le vette della perfezione spirituale, fu chiamata maestra da un numero considerevole di discepoli fra cui si annoverano illustri teologi, docenti universitari, nobili di elevata cultura. Fu ricevuta ed ascoltata da Papi, cardinali, sovrani e capi di stato dell’intera Europa. Riuscì ad ottenere il trasferimento della sede papale in Roma, dopo settant’anni di esilio avignonese […]» (17).
Il segreto di Caterina
Il segreto di Caterina risiede nel suo ascolto fedele della chiamata di Dio. È la prima ad aver messo in pratica quell’esortazione che divenne famosa quando fu citata da Giovanni Paolo II alla fine della Giornata Mondiale della Gioventù del 2000: «Se sarete quelli che dovete essere e cioè fuoco, metterete fuoco in tutto il mondo».
Il segreto di Caterina è il suo impegno a giungere a un equilibro esemplare e a una unificazione radicale della sua vita mistica e impegno sociale e «politico» (81).
A ragione, Mons. Giovanni Ercole evince la semplicità dell’architettura del progetto di Caterina da un’idea sola: «ricomporre l’equilibro della cristianità» (8). E per questo equilibrio la santa di Siena non si risparmia, ma si spreme fino alla morte.
La sua preghiera non è solo retorica: «O Dio eterno ricevi il sacrificio della mia vita in questo corpo mistico della santa Chiesa. Io non ho da dare altro se non quello che tu hai dato a me. Tolli il cuore dunque, e premilo sopra la faccia di questa sposa».
Il libro di Morocutti sottolinea l’impegno di Caterina in due aspetti comunicativi fondamentali: la comunicazione verticale e la comunicazione orizzontale.
L’equilibro e la perikoresis comunicativa
Non si esagera ad usare un termine tipico della teologia trinitaria per descrivere la grande armonia e il rimando continuo nella biografia di Caterina tra vita con Dio per la Chiesa e vita per la Chiesa in Dio. Opportunamente queste due dimensioni sono sottolineate dal libro di Paolo Morocutti nei capitoli terzo e quarto.
Dopo un primo capitolo contestuale che ci introduce meglio al mondo personale, sociale e politico di Caterina, il secondo capitolo analizza i punti centrali della dottrina cateriniana sulla comunicazione. Morocutti sceglie di sviluppare le seguenti sfumature: la comunicazione divina, il giudizio e la mormorazione come espressione erronea della comunicazione, il silenzio e la pazienza, la corrispondenza tra le parole e i fatti.
È interessante notare che l’opera di lavacro effettuato nel «ventre della Chiesa» sposa di Cristo (81) sia accompagnato dal silenzio e dall’uccisione dell’amor proprio, i quali si presentano non come un atteggiamento passivo ma come «la strada che consente all’uomo di ricevere il dono della fortezza» (125).
La metafora del fuoco
Il terzo capitolo mostra il radicamento «verticale» della dottrina e della prassi comunicativa di Caterina. È convinta che la preghiera continua è la risorsa necessaria per mantenere vivo il dialogo con il suo Signore e per agire efficacemente nel mondo dei fratelli. La santa ricorre di frequente all’uso dell’immagine della maternità spirituale per qualificare il suo operato. Caterina nutre queste anime con «il latte della preghiera» e le «sazia con la divina carità» (177).
Il fondamento della sua missione si radica in Dio, nelle nozze mistiche con Cristo. La metafora del fuoco esprime benissimo la dinamica verticale che nutre, illumina e riscalda la comunicazione e la comunione orizzontale: «“la mia natura è il fuoco”, con questa frase, […], Caterina dimostra di possedere un nucleo invincibile di forza. Non si tratta di una dote personale, tale fuoco non è in Caterina un fuoco individuale: è l’accensione continua che viene da un rapporto, tanto intimo e segreto, quanto misurabile in fatti e gesti concreto, con Dio attraverso la preghiera. E come il fuoco brucia tutto ciò che incontra, così Caterina trasmette a tutti gli uomini l’amore che lei stessa ha ricevuto da Dio» (216).
Si nota, quindi, come la dimensione verticale non isoli Caterina, ma come piuttosto intensifichi la sua presenza per i fratelli e per la Chiesa. Sono emblematiche le parole che Gesù le rivolge, come le riporta la Leggenda Maior: «Tu non starai più chiusa nella tua cella, bensì andrai in mezzo al mondo al fine di guadagnare a me le anime. […] Io manderò alcuni a te, e manderò te ad altri, conforme al mio beneplacito; solo sii pronta ad eseguire la mia volontà».
L’approfondimento della dottrina della comunicazione in santa Caterina da Siena ci mette davanti a una personalità poliedrica. La sua vita, la sua testimonianza e il suo insegnamento ci mostrano il nesso inscindibile e fecondo tra la comunicazione verticale e la comunicazione orizzontale. «Le relazioni tra l’individuo e la società – scrive Morocutti verso la fine del libro – rivelano la qualità e la verità della relazione del singolo con Dio». E viceversa e «come naturale conseguenza appare altrettanto chiaro, nella riflessione cateriniana sulla comunicazione, che dal tipo di comunicazione che l’individuo ha con gli altri uomini e con la società si può capire il grado di maturità e la veridicità del rapporto personale con Dio» (282).

 Robert Cheaib

Le lacrime di Maria



A un anno di distanza dalla pubblicazione di Medjugorje, il cammino del cuore (Mondadori, 2012), lo scrittore e apologeta Rino Cammilleri è tornato ad approfondire il tema delle apparizioni mariane nella località balcanica.
Nel suo nuovo libro Le lacrime di Maria (Mondadori, 2013), Cammilleri mette in relazione Medjugorje con altre apparizioni e fenomeni prodigiosi degli ultimi due secoli, soffermandosi in modo particolare sui fatti di Civitavecchia (1995).

Già lo scorso anno, Lei aveva pubblicato un libro su Medjugorje: il suo ultimo saggio è una sorta di prosecuzione e approfondimento del primo?
Rino Cammilleri: Sì, il tema delle apparizioni mariane è quasi inesauribile. I mariologi Laurentin e Sbalchiero hanno riempito un migliaio di pagine solo per farne uno stringatissimo elenco. La mia intenzione era quella di occuparmi di quelle ancora in corso o appena concluse. Infatti, non ho toccato Fatima, che già gode di abbondantissima letteratura. Mi sono incuriosito però del fatto che la statuetta che versò sangue a Civitavecchia per 14 volte provenisse da Medjugorje e che lacrimò 14 anni esatti dopo. C’è un’arcana simbologia in questo, un messaggio che resta in gran parte da decifrare.
Sulle apparizioni mariane non approvate dalla Chiesa, Lei mantiene una prudenza che è propria del Magistero. Tuttavia ammette che un filo rosso che unisce Medjugorje a Fatima e a molte apparizioni degli ultimi due secoli, sia più che palese. Quali sono gli elementi in comune tra La Salette, Civitavecchia, Garabandal, Kibeho e altri luoghi mariani del mondo?
Rino Cammilleri: Il dato interessante (o impressionante, se si vuole) è la frequenza delle apparizioni negli ultimi secoli, con un crescendo che diventa quasi parossistico man mano che ci si avvicina ai tempi attuali. È come se, via via che il mondo si allontana vieppiù da Dio, la Vergine “compensi” moltiplicando i suoi interventi. Certo, le perplessità ci sono e non le ho nascoste. Per esempio, la Francia del 1847 era spiritualmente devastata da settant’anni di persecuzione anticristiana, ma a La Salette la Madonna piange solo per i contadini che lavorano la domenica e li minaccia di castighi regolarmente avveratisi. In fondo, il peccato dei contadini era leggero rispetto alle ghigliottine dei giacobini… È solo una delle perplessità che mi sono venute in mente immergendomi nel fenomeno delle apparizioni. È anche per questo che la posizione più saggia è adeguarsi al giudizio della Chiesa. Che, per esempio, ha riconosciuto La Salette e Kibeho ma non Garabandal.
Perché la scelta di soffermarsi sulle "lacrime di Maria", ovvero sugli aspetti più drammatici delle apparizioni mariane?
Rino Cammilleri: È innegabile che molte volte, specie nei tempi più recenti, la Madonna è apparsa piangente e, soprattutto, ha pianto nei  suoi simulacri. Non di rado lacrime di sangue. Le prime notizie di lacrime di sangue scaturite da immagini mariane risalgono al XVI secolo, esattamente dopo che era scoppiata la rivoluzione protestante. Nel secolo XX le icone piangenti sono state tantissime. Sembra una precisa strategia. Infatti, statue e quadri lacrimanti hanno il vantaggio di essere oggetti a disposizione delle analisi scientifiche moderne. Così, si è potuto osservare che le lacrime di Civitavecchia sono di sangue maschile (stesso gruppo della Sindone) con forte componente femminile (Gesù aveva un solo genitore carnale, sua madre). A Civitavecchia il fenomeno ha coinvolto non singoli veggenti ma una famiglia in quanto tale. È stato giustamente fatto notare che oggi la famiglia come istituzione naturale rischia la scomparsa: forse per questo le lacrime di sangue… Ma perché proprio a Civitavecchia? Ah, saperlo.
Nel suo saggio è approfondito un fenomeno di cui si parla assai poco: le apparizioni di San Giuseppe. Come e perché è apparso lo sposo di Maria Santissima e padre putativo di Gesù?
Rino Cammilleri: San Giuseppe è apparso più volte insieme alla moglie. Spesso come capo della Sacra Famiglia ma sempre in posizione defilata rispetto alla Madre di Dio. Per esempio, nell’apparizione irlandese (riconosciuta) di Knock, alla fine del XIX secolo, era silenzioso come al solito e in atteggiamento deferente nei riguardi della Vergine. Una sola volta è apparso da solo ed ha parlato, in Francia, a Cotignac nel XVII secolo. Molte altre volte è intervenuto in aiuto di chi glielo chiedeva espressamente, ma sempre presentandosi quasi in modo anonimo, come se volesse restare fedele all’immagine che di lui presenta il Vangelo. Anche qui, comunque, siamo di fronte al mistero e cercare di spiegarselo rischia di essere un vano esercizio.
Maria è anche la "donna dell'Apocalisse" che schiaccia il dragone infernale e questa immagine è spesso collegata alla Fine dei Tempi. Quanto c'è di "escatologico" nelle apparizioni di cui Lei tratta nel suo saggio?
Rino Cammilleri: Ho cercato di tenermi a rispettosa distanza dall’escatologia delle apparizioni mariane perché è un tema che scatena di solito gli apocalittici e i cultori di “terzi segreti” e complotti vari. Profezie, “segreti” e messaggi da rivelare in futuro (un futuro che spesso non viene mai) accompagnano quasi tutte le apparizioni del XX secolo. Ma anche qui si rischia di brancolare nella penombra o di sbandare tra due poli opposti: quello di chi crede a tutto e quello di chi non crede a niente. La Chiesa riconosce certe apparizioni come effettivamente verificatesi, ma ciò non vuol dire che sposi totalmente anche il contorno. Per esempio, certi “segreti” legati a La Salette si sono avverati, altri no. Per questo ho voluto concludere il mio viaggio tra le apparizioni più recenti citandone una che invece risale al XVII secolo, quando la Madonna, a Quito, mostrò alla veggente i disastri morali che sarebbero avvenuti nel XX. Perché rivelarli a una suora ecuadoriana di quattro secoli prima? Non ne ho idea…
Medjugorje sta generando molte conversioni ma Lei si mostra scettico non tanto sulla loro autenticità, quanto sul loro effetto a livello sociale e culturale, di "recristianizzazione" della società. Davvero la secolarizzazione è un fenomeno così irreversibile? La profezia di Fatima sul Trionfo del Cuore Immacolato di Maria, sembra parlare, al contrario, di una virtuosa inversione di tendenza…
Rino Cammilleri: Non c’è niente di irreversibile, e proprio il crollo dell’Urss lo ha dimostrato. È bastata una consacrazione eseguita come richiesto dalla Madonna a Fatima. Solo che ci hanno messo quasi settant’anni per farla, visto che richiedeva l’unanimità di tutti i vescovi del mondo: cosa molto più difficile da ottenersi della scomparsa indolore del comunismo sovietico. In verità temo che i cattolici stiano ripiegando sulla “scelta religiosa”: pregano, acclamano il papa e soccorrono gli emarginati. Esattamente quel che il laicismo vuole da loro: stiano in sacrestia, si occupino gratis dei “poveri” e non disturbino il manovratore. I cattolici dell’Ottocento erano perseguitati amministrativamente, perfino penalmente e addirittura con l’esercito. Ma reagivano. Fondavano giornali, banche, si costituivano in lobby per condizionare il voto parlamentare. Senza per questo trascurare i pellegrinaggi e le opere caritatevoli. L’unica differenza con l’oggi sta nel fatto che avevano alle spalle una gerarchia dottrinalmente compatta e unanime attorno al papa. Oggi, sembra che il compito  della “nuova evangelizzazione” se lo sia assunto la Madonna in persona. Ma la ricaduta in termini di incidenza pubblica (politica, economica e sociale) di questa rievangelizzazione ancora non la vedo. Ma forse sono io che non so guardare…
(L. Marcolivio)

Introduzione alla "conoscenza del cuore"

Il contributo della spiritualità orientale-russa alla Chiesa che "respira a due polmoni"


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Il “cuore” è l’integrità di tutte le facoltà dell’uomo, è l’uomo intero. Davanti a questa definizione i teologi occidentali a volte rimangono perplessi accusandola di irrazionalismo e sentimentalismo. Secondo Teofane il Recluso al contrario, nella preghiera sono inseriti tutti gli elementi della persona: corpo, sensi, volontà, intelletto, sentimento e, soprattutto, lo Spirito Santo. L’altro «dinamico», ossia l’unità della persona nel corso della vita. Cosa sono io? Cosa penso oggi? La preghiera è in questo senso una disposizione stabile.
Durante la preghiera, afferma Teofane, bisogna “scendere” dalla testa al cuore, perché, come spiega anche Ignazio di Loyola, «non è l’abbondanza della scienza che soddisfa l’anima, ma “sentire e gustare” interiormente le cose» [1]. La preghiera esige come condizione uno stato tranquillo del cuore, una Heychia, una pace interiore. Come fare per avere tale pace? Nell’abbandonare i pensieri che vengono dal male e turbano l’animo umano. C’è una distinzione tra «pensiero semplice» e «pensiero appassionato». Si suppone che l’uomo, la cui mente è immagine di Dio, possa pensare a tutto ciò che esiste, dio, donne, sesso ecc. Non è forse tutto ciò da Dio creato come rivelazione della sua saggezza?.   Purtroppo raramente questi pensieri rimangono «puri». Ad essi si aggiunge una tendenza viziata. All’ora l’uomo spirituale (termine già usato da Ireneo di Lione), deve conoscere l’arte del sapere “separare”, liberare il pensiero dalla passione, affinché la mente sia pura. Bisogna impiegare tutto lo zelo per acquisire la pace necessaria alla preghiera.
«I puri di cuore sono coloro che disprezzano le cose terrene e cercano le celesti non cessando mai di adorare e “vedere” il Signore Dio con cuore e animo puro» [2]. Fino d ora si è avuta attenzione al cuore in “senso negativo”, in quanto si è posto l’accento su ciò che turba lo stato di pace e di purezza del cuore. Ora si deve passare ad un altro punto di vista: l’attenzione positiva, cioè ai pensieri che non turbano, ma escono dal cuore stesso.
Per questo si distinguono i  pensieri che vengono «dal di fuori», che hanno una causa esteriore: un oggetto visto, un racconto udito, un brano letto, e i pensieri che vengono «dal di dentro», dal nostro interno. E’ lo Spirito Santo che, vivendo nel cuore, fa sentire la sua voce dentro il «castello interiore» del nostro «io». Lo Spirito Santo non è qualcosa che viene dall’esterno.
La malizia ha origine sempre dal d fuori, lo Spirito Santo, al contrario, fa parte della nostra «natura» poiché è l’anima della nostra anima. Lo Spirito Santo “parla” dentro il cuore e l’uomo lo ascolta con il cuore. E come lo ascolta? Il cuore «sente», afferra l’ispirazione divina per mezzo di una intuizione globale, alla quale partecipano tutte le facoltà umane. Le suggestioni dello Spirito non distruggono la libertà umana e sono interiori dato che siamo in «un solo spirito con il Signore» [3]. E’ proprio di Dio dare «consolazione» all’anima senza causa precedente. E’ proprio di Dio “entrare, uscire, provocare emozioni”, attirandola tutta nel suo amore [4]
Lo Spirito si fa “sentire” nel cuore e nella preghiera. Va riversato il sentimento, “l’intuizione del cuore”. S. Francesco aveva spesso tali “intuizioni”, tanto che quando camminava con gli altri, lasciava che andassero avanti per ascoltare la “voce” del Signore, mettendo una mano sul cuore. Bisogna rinunciare a tutte le immagini create e contemplare la pura luce divina. Si esegue così la preghiera in «assoluto silenzio». Importante in tale senso sono le estasi di S. Francesco. Erano così intense che spesso perdeva conoscenza e se a volte si distraeva andava a confessarsi pregava infatti in segreto, una “preghiera del silenzio”.  
Quindi per “conoscere l’uomo” concretamente bisogna considerare il suo cuore, poiché l’uomo è, in realtà, ciò che è il suo cuore.

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NOTE 
[1] Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, 1967.
[2] Admonitiones, XVI, n. 165.
[3] Pseudo Macario, De Caritate, p. 24
[4] Thomas Spidlik, La Spiritualità dell’Oriente cristiano, p. 312-313.

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Coltivare il cuore è prioritario per la “vita spirituale”. Nel cuore si concentra tutta l’attività spirituale dell’uomo: le verità vi pongono il loro sigillo, le buone disposizioni vi si radicano, mentre l’opera propria del cuore è di dare il “gusto” di rendere amabili.  Quando la “ragione contempla” l’universo spirituale e le sue diversi parti, o quando la volontà è attirata dalle azioni pie che la  sollecitano, il cuore deve prima di tutto provare “dolcezza e comunicare calore”. Questo “sentimento di dolcezza” in presenza dello spirituale è il primo segno del ravvivamento dell’anima morta nel peccato. Questo perché la formazione del cuore è di grande importanza sin dall’inizio”[1].
Il cuore, dunque, testimonia ciò che noi siamo in verità, poiché l’uomo non è solo corpo e anima, egli è anche, e principalmente, Spirito in forza del battesimo. Per raggiungere  questa “stabilità” del cuore è necessario la lotta spirituale. Il combattimento tra lo Spirito e il demonio è il cuore. E’ nel cuore che il nemico getta il “grano cattivo”. Di conseguenza, non bisogna mai abbandonarsi al sonno, non bisogna mai chiudere gli occhi dello spirito. La vita naturale ha un tempo riservato al sonno, ma la vita dello spirito non ne ha, e bisogna sempre stare in stato di allerta, ed essere vigilanti.
 Il primo effetto della vigilanza è di vegliare che qualsiasi elemento distruttore non venga dall’esterno per istallarsi nel cuore. L’arte di conservare il “paradiso del cuore” nello stato  di innocenza e di felicità consiste quindi nel troncare ed estirpare sin dal primo istante ogni suggestione del nemico.
In questo senso è fondamentale la “preghiera del cuore”. Essa è considerata infatti uno stato ideale sia per i santi orientali che per gli occidentali. La moderna società tecnologica la comprende difficilmente. L’uomo di oggi cerca, per tutto ciò che accade, una causa esterna. Chi ci insegnerà oggi, di nuovo, ad ascoltare le “voci interiori” che parlano dentro di noi? Coloro che praticano la «preghiera del cuore»ci introducono all’interno di questa arte.
La preghiera del cuore è un’attività umana irraggiungibile con i concetti scientifici che sono alla base della nostra civiltà, ma nello stesso tempo attira ed affascina perché qualcosa di nascosto. Teofane il Recluso, autore russo classico della spiritualità, parte dal fondamento antropologico che l’uomo partecipa interamente all’atto della preghiera. Secondo la tradizione orientale, elementi essenziali sono il corpo, l’anima e lo Spirito Santo. Ma il ruolo decisivo nella preghiera spetta all’anima, all’interno della quale distingue tre facoltà: intelletto, volontà, cuore.   
La preghiera attiva è quella che si realizza su decisione della volontà. Ma la più perfetta è quella in cui predominano i «sentimenti del cuore» [2] ovvero le “intuizioni del cuore”. Un altro momento di unione col Signore è nella “contemplazione”. Un ricordo continuo di Dio, come sostengono i Padri della Chiesa, che per i cristiani dovrà divenire abituale come respirare. Un desiderio di piacere a Dio, sempre presente e sempre attivo in ogni atto umano. Questo anche perché bisogna prendere atto che “l’anima del mondo” è lo Spirito Santo che entra in ogni situazione. L’uomo ricorderà la presenza costante di Dio nella sua vita osservando la bellezza del cosmo, l’unità del mondo se segue Dio, in comunione con lo Spirito Santo. Il cosmo “obbedisce alla parola di Dio” e Dio “veglia” sulle proprie creature e provvede al loro bisogni. C’è una Provvidenza cosmica e incentrata direttamente sull’uomo.
La Provvidenza si identifica con “quell’azione di Dio” che nella letteratura cristiana prende il nome di oikonomia. Giovanni Crisostomo impiega tali tecniche per descrivere il comportamento prevalente dell’uomo, che prima di agire considera le circostanze. E questo è anche il disegno di Dio sull’uomo, che procede verso un fine che è la salvezza e la gloria. Secondo gli autori spirituali, questo modo nei Padri della Chiesa di concepire la Divina Provvidenza presente nel mondo e nel creato, mette già le basi alla scienza del “discernimento spirituale”.
L’universo infatti è per S. Basilio il “territorio” di Dio-Padre e nulla resta escluso dalla Provvidenza di Dio, nulla sfugge alle sue cure. Il suo occhio “vede tutto e non dorme”, la sua Provvidenza è generale perché implica tutto l’universo e nello stesso tempo «particolare», in quanto  la “provvidenza  universale” non implica che essa sia la stessa per tutti gli esseri. C’è una Provvidenza particolare per coloro che ne sono «degni», accanto a quella comune che guida il mondo. Quando arriveranno le sofferenze, che metteranno alla prova questa bella fede nella Provvidenza universale, il cristiano darà testimonianza della sua virtù [3].
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NOTE 
[1] Teofane il Recluso, Put’,305 Mosca , p. 400 
[2] Teofane il Recluso, Lo Spirito ed il cuore, p. 142-146
[3] Thomas Spidlik, La Spiritualità dell’Oriente cristiano, p. 123-126.
(F. Nardin)