sabato 30 novembre 2013

Papa Francesco: "Non ci rassegniamo a pensare al Medio Oriente senza i cristiani!"



Discorso di Papa Francesco al Patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti, Gregorios III Laham, il Sinodo e i fedeli della Comunità Greco-Melchita, in occasione del loro pellegrinaggio a Roma: “Ripeto anche a voi: non ci rassegniamo a pensare al Medio Oriente senza i cristiani

Alle ore 11.30 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza il Patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti, S.B. Gregorios III Laham, il Sinodo e i fedeli della Comunità Greco-Melchita, in occasione del loro pellegrinaggio a Roma.Riportiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge loro nel corso dell’Udienza:
Beatitudine,
cari fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle,
Con gioia vi accolgo presso San Pietro, dove siete venuti a riaffermare il profondo legame della Chiesa di Antiochia dei Greco-melchiti con il suo successore. Venite come testimoni delle origini apostoliche della nostra fede. Da allora, la gioia del Vangelo continua a illuminare l’umanità, e in essa voi camminate, nonostante le numerose prove che avete conosciuto nella storia e fino ai nostri giorni.
Il mio pensiero va subito ai fratelli e alle sorelle della Siria, che patiscono da lungo tempo una “grande tribolazione”; prego per quanti hanno perso la vita e per i loro cari. Voglia il Signore asciugare le lacrime di questi suoi figli; la vicinanza di tutta la Chiesa li conforti nell’angoscia e li preservi dalla disperazione. 
Crediamo fermamente nella forza della preghiera e della riconciliazione, e rinnoviamo il nostro accorato appello ai Responsabili perché cessi ogni violenza e attraverso il dialogo si trovino soluzioni giuste e durature ad un conflitto che ha già causato troppi danni. In particolare, esorto al rispetto vicendevole tra le varie confessioni religiose, per assicurare a tutti un futuro basato sui diritti inalienabili della persona, compresa la libertà religiosa. La vostra Chiesa da secoli ha saputo convivere pacificamente con altre religioni ed è chiamata a svolgere un ruolo di fraternità in Medio Oriente.
Ripeto anche a voi: non ci rassegniamo a pensare al Medio Oriente senza i cristiani. Tuttavia, molti vostri fratelli e sorelle sono emigrati, e una folta rappresentanza dalle comunità in diaspora è qui presente. Le incoraggio a mantenere salde le radici umane e spirituali della tradizione melchita, custodendo dovunque l’identità greco-cattolica, perché la Chiesa intera ha bisogno del patrimonio dell’Oriente cristiano, di cui anche voi siete eredi. Al tempo stesso, siete segno visibile per tutti i nostri fratelli orientali della auspicata comunione col Successore di Pietro. In questa festa di sant’Andrea Apostolo, fratello di san Pietro, il mio pensiero va a Sua Santità Bartolomeo, Patriarca di Costantinopoli, e alle Chiese Ortodosse.
Preghiamo il Signore che ci aiuti a proseguire il cammino ecumenico, nella fedeltà ai principi del Concilio Ecumenico Vaticano II. Aiuti voi ad essere sempre cooperatori dell’evangelizzazione, coltivando la sensibilità ecumenica e interreligiosa. Ciò è possibile grazie all’unità, alla quale sono chiamati i discepoli di Cristo (cfr At 4,32); e l’unità esige sempre la conversione da parte di tutti. Al riguardo, l’Esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente ha offerto indicazioni molto efficaci affinché i pastori e i fedeli vivano generosamente le rispettive responsabilità nella Chiesa e nella società. Le divisioni all’interno delle nostre comunità ostacolano seriamente la vita ecclesiale, la comunione e la testimonianza. Accompagno, perciò, il Patriarca e i Vescovi in questo impegno, affinché possano contribuire in tal modo all’edificazione del Corpo di Cristo. Ma vorrei tanto incoraggiare anche i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i fedeli laici ad offrire il loro essenziale apporto.
Invochiamo l’intercessione della Tuttasanta Madre di Dio, dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e di sant’Andrea, al quale ci rivolgiamo con le parole della tradizione bizantina: «Tu, che fra gli Apostoli fosti chiamato per primo, come fratello del Corifeo, implora dal Signore onnipotente la pace per il mondo e la grande misericordia per le anime nostre» (Apolytikion della Memoria). Di cuore imparto a voi e alle vostre comunità la Benedizione Apostolica.

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Messaggio del Papa a Bartolomeo I: cristiani d'Oriente e Occidente uniti per promuovere pace e libertà


Un appello per la pace in Medio Oriente e per la tutela della libertà religiosa nel mondo: è questo il cuore del messaggio che Papa Francesco ha inviato al Patriarca ecumenico Bartolomeo I, in occasione della festa di Sant’Andrea. Il messaggio è stato letto dal card. Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei cristiani e capo di una delegazione della Santa Sede recatasi ad Istanbul, in Turchia. Per l’occasione, è stata celebrata una Divina Liturgia nella Chiesa patriarcale del Fanar. Stamattina, intanto, durante la Messa a Santa Marta, il Papa ha pregato secondo le intenzioni di Bartolomeo I. 


“Dialogo, perdono e riconciliazione sono i soli mezzi possibili per risolvere il conflitto in Medio Oriente”: scrive così Papa Francesco nel suo messaggio a Bartolomeo I. Ricorda “la drammatica situazione di tante persone che soffrono a causa di violenza, guerra, fame, povertà e disastri naturali” e ribadisce il diritto dei cristiani mediorientali “di rimanere nella loro patria”. Per questo, esorta a pregare “per la pace nella regione” e chiede che “si continui a lavorare per la riconciliazione e il giusto riconoscimento dei diritti dei popoli”. Guardando, poi, al martirio di Sant’Andrea, il Pontefice ricorda tutti quei cristiani che, nel mondo, “sperimentano la discriminazione e a volte pagano con il sangue il prezzo della loro professione di fede”. Come ai tempi dell’Editto di Costantino, dunque, che 1700 anni fa pose fine alla persecuzione religiosa nell’Impero romano d’Oriente e di Occidente, anche oggi – scrive il Papa – “i cristiani d’Oriente e di Occidente devono dare una testimonianza comune per poter diffondere il messaggio di salvezza del Vangelo al mondo intero”. Una “cooperazione efficace ed impegnata tra i cristiani” è dunque “urgente e necessaria”, per “tutelare ovunque il diritto di esprimere pubblicamente la propria fede” e affinché i cristiani stessi “siano trattati equamente quando promuovono il contributo del cristianesimo nella società e cultura contemporanea”. 

Sul fronte ecumenico, poi, il Papa ricorda che nel 2014 ricorrerà il 50.mo anniversario dello storico incontro, a Gerusalemme, tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora; ribadisce che i cristiani sono “membri di una stessa famiglia”, che “sperimentano già la gioia dell’autentica fraternità in Cristo”, pur consapevoli che “la piena comunione” non è stata ancora raggiunta. Di qui, il richiamo al dovere dei cristiani di “prepararsi a ricevere questo dono di Dio attraverso la preghiera, la conversione interiore, il rinnovamento della vita e il dialogo fraterno”. 

Infine, Papa Francesco sottolinea l’intenzione di “proseguire le relazioni fraterne tra la Chiesa di Roma ed il Patriarcato ecumenico” e conclude il suo messaggio con parole di “profonda stima e calorosa amicizia in Cristo”, scambiando idealmente con Bartolomeo I “un fraterno abbraccio di pace”. 

Giunta ad Istanbul giovedì scorso, la delegazione della Santa Sede rimarrà in Turchia fino a questa domenica. Una visita che rientra nel quadro del tradizionale scambio di delegazioni per le rispettive feste dei Santi Patroni, il 29 giugno a Roma per la celebrazione dei Santi Pietro e Paolo e il 30 novembre, appunto, ad Istanbul per Sant’Andrea. Oltre al card. Koch, sono presenti mons. Brian Farrell e mons. Andrea Palmieri, segretario e sottosegretario del dicastero per l’Unità dei cristiani. Ad Istanbul, si è poi unito alla delegazione il nunzio apostolico in Turchia, l’arcivescovo Antonio Lucibello. Oltre a partecipare alla Divina Liturgia nella chiesa del Fanar, gli esponenti della Santa Sede hanno avuto un incontro con il Patriarca Bartolomeo e conversazioni con la Commissione sinodale incaricata delle relazioni con la Chiesa cattolica. La delegazione ha inoltre fatto visita alla sede della Scuola di teologia del Patriarcato Ecumenico a Halchi, chiusa dalle autorità turche nel 1971 e di cui si attende il permesso per la riapertura.
 Radio Vaticana 

Da Mosca adozioni solo all'Italia

Bambina

«Perché non ha le nozze gay»
Le adozioni di bambini russi saranno consentite solo all'Italia, che non ammette le nozze gay. Lo ha dichiarato oggi il rappresentante del Cremlino per i diritti dell'Infanzia, Pavel Astakhov, come riferisce l'agenzia Interfax.

"Ci risulta che attualmente l'Italia è l'unico Paese i cui cittadini hanno la possibilità di adottare bambini russi", ha spiegato Astakhov, "perché questo Paese non riconosce il matrimonio omosessuale, e, di conseguenza, non dobbiamo cambiare nulla nell'accordo vigente e, inoltre, loro rispettano i termini di questo accordo".

La Russia, ha aggiunto il rappresentane per i diritti dell'infanzia russo, non affiderà i propri bambini e orfani ai Paesi con i quali non ha accordi bilaterali in proposito, precisando che oggi la Russia ha un accordo bilaterale di adozione solo con l'Italia, mentre la Francia non ha completato le procedure di ratifica del documento.

A giugno la Duma ha approvato una legge che vieta l'adozione di bambini russi da parte di cittadini di Paesi in cui sono consentite le nozze tra persone dello stesso sesso e genitori singoli. Inoltre, dal primo gennaio 2013 i genitori americani sono stati banditi dalla adozione di bambini provenienti dalla Russia nell'ambito della cosiddetta legge Dima Yakovlev, varata in risposta al Magnitsky Act degli Usa.
Avvenire
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Un sito internet su iniziativa del patriarcato di Mosca. A difesa della maternità e dell’infanzia

Un sito internet interamente dedicato alla famiglia e alla difesa della maternità e dell’infanzia: lo ha aperto nei giorni scorsi il patriarcato di Mosca allo scopo di contribuire, in tale campo, alla diffusione di informazioni e al miglioramento della relativa cultura giuridica. Il sito, pk-semya.ru, comprende sezioni specifiche intitolate “piccola Chiesa”, sfide attuali, manifestazioni, analisi e un elenco di numeri telefonici da chiamare in caso di difficoltà, un database su questioni riguardanti la famiglia alle quali risponderanno sacerdoti autorizzati dal patriarcato, un’audioteca, una videoteca e una biblioteca specializzate. La notizia, diffusa da Pravoslavie.ru, è stata ripresa da Orthodoxie.com.
In un videomessaggio rivolto ai visitatori, l’arciprete Dimitri Smirnov, presidente della commissione incaricata della famiglia e della difesa della maternità e dell’infanzia, si congratula con coloro che in Russia sono favorevoli alla rinascita delle famiglie numerose: «Apriamo un nuovo sito internet», ha spiegato, perché «nel mondo attuale è impossibile promuovere delle idee senza le tecnologie contemporanee, e noi ci siamo preoccupati di creare un tale strumento, nello spirito dei tempi». Si tratta di «una predicazione a tutto tondo sulla famiglia, la maternità e l’infanzia, dal punto di vista cristiano, che si è ormai perso in gran parte». L’allocuzione è accompagnata da istruzioni visive che presentano la struttura, tutte le sezioni e le potenzialità del sito.
La commissione patriarcale è stata creata dal sinodo della Chiesa ortodossa russa alla fine del 2011 con l’obiettivo di elaborare e realizzare un sistema di misure destinate a risolvere la crisi dei valori familiari nella società e al sostegno ecclesiale della famiglia. In una recente intervista, riportata fra l’altro sul nuovo sito internet, Smirnov ha commentato favorevolmente l’iniziativa di alcuni deputati che hanno presentato un disegno di legge alla Duma teso a vietare il finanziamento pubblico delle cliniche dove si praticano aborti “liberi”, cioè senza precise indicazioni mediche. L’arciprete ha paragonato l’aborto alla pena di morte: «L’unica differenza è che i bambini sono assolutamente innocenti». Si è detto inoltre preoccupato per la tendenza crescente del numero di aborti chimici attraverso la “pillola del giorno dopo” o altri farmaci, aumentati del 20 per cento, soprattutto fra le giovanissime, mentre complessivamente le interruzioni volontarie di gravidanza sembrerebbero in calo. Recentemente il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un provvedimento che modifica una serie di leggi sulla tutela della salute pubblica; in particolare, impone un divieto sulla pubblicità dell’aborto, fornendo anche istruzioni per i medici.
Nel messaggio inviato un paio di settimane fa al terzo forum nazionale sulla “santità della maternità”, dedicato ai valori della famiglia nel moderno spazio di informazione, il patriarca di Mosca, Cirillo, ha detto che «non è un segreto che i media, compresi i vari social network, abbiano un impatto significativo non solo sulla formazione dell’individuo ma anche sui valori e le priorità della vita. Purtroppo, però, fanno spesso ricorso a idee molto lontane dagli alti principi morali». Il risultato è la perdita dell’importanza di parole quali «fedeltà» e «dovere», la svalutazione del concetto di amicizia e di amore, nozioni alla base della famiglia e del matrimonio. «Con la perdita di questi punti di riferimento — ha aggiunto Cirillo — la società è finita in una grave crisi spirituale, di difficile soluzione», soffocata dai moderni ideali del consumismo, da un concetto di vita egoistico, dalla ricerca di nuovi piaceri. Al cuore di questa crisi c’è, in primo luogo, la crisi dei valori della famiglia, in quanto «pilastro della tradizione, garanzia della continuità delle generazioni, principale scuola di educazione morale e spirituale della persona». Il primate ortodosso ha incoraggiato per questo il centro «Gloria» che ha sviluppato un programma demografico a livello nazionale sulla “santità della maternità”, lavorando per creare nella comunità un’immagine positiva della grande famiglia tradizionale e promuovere un atteggiamento responsabile riguardo la maternità e la paternità.
L'Osservatore Romano

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Affido, scorciatoia gay per le adozioni
di Gianfranco Amato
Nel mondo cattolico si sono registrati interventi di politici, intellettuali, e persino di qualche esponente del clero, che si sono spinti ad affermare di non avere obiezioni al fatto che una bambina di tre anni venga affidata a una coppia di uomini omosessuali, a condizione che tale coppia garantisca una certa stabilità. Aggiungendo che, nel caso specifico, si poteva pensare che il giudice avesse comunque agito privilegiando il bene della bambina. Chiamiamoli per comodità “cattolici possibilisti”. Questi cattolici, in realtà, si sono incautamente arrischiati ad entrare nel merito della recente vicenda legata al discusso provvedimento del Tribunale per i minorenni di Bologna, senza conoscerne gli atti. Ora che è noto il contenuto della motivazione di tali provvedimenti appare ancora più evidente l’errore di valutazione commesso dai “cattolici possibilisti”.
Nel decreto 2 luglio 2013 il Giudice Tutelare di Parma, ad esempio, sostiene tranquillamente che per quanto riguarda l’affido di minori il concetto giuridico di “famiglia” ben può ricomprendere anche una coppia omosessuale, ad onta della sentenza della Corte Costituzionale 138 del 2010, con cui è stato ribadito che la famiglia intesa come società naturale è solo quella fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna. Sono davvero sicuri i “cattolici possibilisti” di essere d’accordo con l’impostazione del Giudice Tutelare di Parma?

Lo stesso Giudice, peraltro, nel medesimo provvedimento ha ritenuto che la circostanza per cui «i componenti del nucleo abbiano il medesimo sesso non possa considerarsi ostativo all’affidamento di un minore», ciò anche perché «come rilevato da recente giurisprudenza di legittimità, in assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza, costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale».  Sono davvero sicuri i “cattolici possibilisti” di essere d’accordo con questa impostazione? Credono anch’essi che costituisca mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale? Credono anch’essi che non vi siano certezze scientifiche o dati di esperienza che indichino come sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale? 
Il decreto del Giudice Tutelare di Parma è stato oggetto di impugnazione da parte del Pubblico Ministero per «l’assoluta approssimazione con la quale il Servizio Sociale aveva predisposto la documentazione di affido e l’assoluta superfluità di un tale provvedimento stante la possibilità di dare adeguato sostegno alla famiglia senza alimentare a confusione di ruoli». Sempre secondo il P.M. ricorrente, sarebbe inoltre risultato evidente che «la sedicente coppia» vivesse «l’esperienza dell’affido come un surrogato di genitorialità»; che fosse «incredibile e se vero imbarazzante per un Servizio Sociale la circostanza assunta dell’impossibilità di reperire una coppia con figli idonea all’affido»; che «la scelta degli affidatari, operata con modalità comparative assolutamente non chiare», apparisse «frutto di una vera e propria sperimentazione socio-giuridica più che frutto di una ordinaria prassi». Sono davvero sicuri i “cattolici possibilisti” che il P.M. si sia sbagliato e che, quindi, sia giusto in questa delicata materia procedere a «sperimentazioni socio-giuridiche»?
Il Tribunale per i minorenni di Bologna con decreto 31 ottobre 2013 ha respinto il ricorso in appello del P.M., ribadendo, tra l’altro, come «in assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza, costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». Ancora una volta ci chiediamo se i “cattolici possibilisti” siano davvero convinti di questa impostazione. Credono anch’essi che costituisca mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale? Crede anch’egli che non vi siano certezze scientifiche o dati di esperienza che indichino come sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale?
In realtà molti di questi “cattolici possibilisti” sono persone troppo intelligenti ed avvedute per non essersi accorti di cosa realmente stia dietro questa oscura vicenda. Lo ha chiarito anche il vice-presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani Giancarlo Cerrelli, in un articolo sul settimanale Tempi del 18 novembre, dall'eloquente titolo L’affidamento della bimba di Bologna? Una trovata per introdurre l’adozione alle coppie gay. Scrive infatti Cerrelli: «Il “caso di Bologna”, pertanto, non è da sottovalutare, perché sembra essere, come detto, il progetto pilota per introdurre l’adozione dei minori da parte delle persone omosessuali nel nostro ordinamento. Con il provvedimento del Tribunale per i minorenni di Bologna ci si è incamminati verso una frattura dei legami genitoriali naturali a favore della creazione di rapporti legali artificiali, che non tiene conto del vero interesse del minore ad avere genitori complementari e sessualmente differenti. Tale processo giuridico porterà a depotenziare la genitorialità naturale, a favore di simulacri di genitorialità, con grave danno per la nostra società». 
Noi ci permettiamo di essere un po’ più maliziosi del Vice Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici. Questo ci sembra, infatti, il reale rischio dell’affidamento della minore alla coppia gay: il disegno potrebbe prevedere una convivenza di diversi anni, poi una richiesta di adozione per sollevare una questione di costituzionalità del divieto di adozione da parte delle coppie gay, facendo valere l’interesse della minore, ormai abituatasi alla convivenza e a chiamare i due uomini non più “zii”, ma papà e mamma (o genitore 1 e genitore 2). Così ancora una volta la magistratura potrà supplire la politica e spalancare le porte all’adozione dei minori da parte di coppie omosessuali. Davvero i “cattolici possibilisti” sono così ingenui da non aver compreso l’humus culturale che sottende i provvedimenti giudiziari citati (basta leggerli), e da non averne intuito le gravi conseguenze? Francamente ne dubitiamo.

“Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”.

L'ANNUNCIO di oggi, 30 novembre


Sono tante le "reti" con le quali ogni giorno cerchiamo di guadagnarci da vivere. Le gettiamo sperando di pescare un branco di amici, di quelli che ci potrebbero saziare d'affetto, stima e comprensione. Ma troppo spesso ne restiamo impigliati. La rete, non si chiama così quel pozzo senza fondo che, attraverso lo schermo di un computer, ci afferra nell'illusione d'essere in contatto col mondo intero e di farci un mondo di amici che ci seguano? Internet, la rete, una piroetta virtuale che sfiora la realtà senza viverla, anche se dicono che ci fanno le rivoluzioni. Social networks, chat, video e notizie, sono le maglie di una rete che rapisce il cuore, sottrae il tempo, evapora i profili, scolora le relazioni in una menzogna travestita di vuota pienezza. Giovani e meno giovani come pesci indifesi, pescati e sottratti all'acqua autentica della volontà divina. Sempre connessi, è il mantra ripetuto ovunque, perché la rete ci insegue con il wi-fi che si insinua nei computer di casa, nei portatili, nei tablet e negli smartphone, sempre più piccoli, sempre più veloci, sempre con noi. Sempre connessi per dimenticare d'essere disconnessi dal vero, dal bello e dal buono, l'essenziale che ci fa vivi, felici e realizzati. Sempre connessi eppure profondamente soli, con il cuore che naviga lontano da Cristo, scappando dalla Croce, l'unico Link autentico che connette alla vita piena che non si corrompe, come tralci staccati dalla vite. Viviamo, soprattutto i più giovani, definiti ormai come i "nativi digitali", nell'illusione che basti un click per parlare, relazionarsi, amare; un secondo e i desideri sembrano realizzarsi, e tutto il mondo, cose e persone, giungono a portata di mano; immagini e parole prese nella rete, spesso con la violenza della curiosità e della concupiscenza, senza renderci conto d'essere stati "pescati" noi per primi per consumare sempre di più, sempre peggio, accendendo nella carne una compulsione insaziabile che confonde la realtà con il sogno ed esige da essa l'impossibile. Tutto in un click, dimenticando la fatica e il sudore dell'amore autentico, il sacrificio del donarsi, i chiodi che trafiggono il link eterno, l'amore che non può essere che crocifisso. Il mondo di internet  è, come il mare di Galilea con le sue barche e le sue reti, la metafora della nostra vita affondata nella spirale che ci irretisce mentre ci sforziamo di irretire, come quando buttiamo ore ed energie a sporcare occhi, cuore e mente davanti ad un PC. Non a caso i siti in assoluto più visitati sono quelli pornografici... Ma, nel fondo di tutto questo "gettare reti e riassettarle", si cela un unico desiderio, il grido strozzato in gola al termine di giornate avare di pesce e di gioia. Non può nulla neanche nostro "padre"; come quello di Andrea, è sempre lì, accanto a noi, a ricordarci la nostra storia, il passato che, spesso, è un peso che ci distrugge. Ma Gesù "cammina" anche oggi sulle rive del "mare" nel quale cerchiamo vita e felicità: sul corridoio di casa, in ascensore mentre giungiamo in ufficio, sulla metropolitana e in ambulatorio, al supermercato e in classe. Gesù passa e la sua voce mette a tacere ogni altra voce, il suo sguardo fulmina lo schermo del computer, e il suo amore ci attira irresistibilmente a seguirlo, strappandoci dalle maglie della rete. Come accadde ad Andrea, spinto da quelle parole che erano calamite, a "lasciare barca, reti e padre" per "seguire" senza indugio il Signore. Lasciare e seguire, perché è Lui che il cuore di ogni uomo desidera ardentemente, magari cercandolo maldestramente su Google; solo nelle sue parole, infatti, c'è una forza così dirompente da cambiare la vita nello spazio di un istante. Proprio ora, che stiamo rincorrendo sogni e utopie, piaceri virtuali che vorremmo esigere da chi ci è accanto. Passa Gesù a sgonfiare la menzogna che sovrappone illusione alla realtà e ci fa vivere sempre lontano dalla storia, dai pensieri e criteri del coniuge, dalla debolezza dei figli, dai peccati dei colleghi. Da noi stessi. Gesù passa e ci chiama e la sua voce percuote e perfora la pietra del nostro cuore, impegnato in giudizi e mormorazioni, incapace di aprirsi alla verità che ci attende nella realtà. Gesù "vede" Andrea, Giacomo, Simone, Giovanni, tu ed io, e li riconosce: sono i suoi "fratelli", "chiamati" ad essere "pescatori di uomini" come Lui, che avrebbe gettato  la propria vita come una "rete" nel mare della morte. L'incontro con il Signore e la sua sequela, infatti, portano a compimento la vita di ciascuno. Andrea e gli altri "erano pescatori" e per questo "gettavano le reti in mare"; chiamandoli a seguirlo, Gesù li ha riportati alla vocazione originaria, trasfigurando ogni aspetto della loro esistenza: hanno continuato ad essere pescatori ma nella libertà di chi, pescando, "getta" non più una rete per saziare i propri appetiti, seguendo sogni e chimere servendosi degli altri, ma la sua stessa vita per la salvezza degli "uomini". Il Signore "chiama" anche noi oggi per trasfigurarci, e volgere all'amore la nostra vita; non dovremo lasciare d'essere quello che siamo, solo accogliere la Parola di Gesù che trasforma quello che siamo in un dono per chiunque. Avvocati, operai, medici e infermieri, professori e studenti, casalinghe e pensionati, mamme e papà, tutti siamo chiamati a vivere quello che facciamo perché siamo amati, istante dopo istante. Chiamati a a seguirlo per imparare ad amare in tutto; a offrire tutto quello che abbiamo messo al servizio della carne, nell'amore che cerca la felicità dell'altro, "lasciando" le reti sulla barca, come un computer abbandonato e disconnesso.

30 Novembre. Sant'Andrea Apostolo

Ottavio Vannini, vocazione di sant'Andrea e san Pietro


Ma si vede che, stando là ore e ore ad ascoltare quelluomo, 
vedendolo, guardandolo parlare  chi è che parlava così? 
Chi aveva mai parlato così? Chi aveva detto quelle cose? 
Mai sentite! Mai visto uno così! 
, lentamente dentro il loro animo si faceva strada lespressione: 
«Se non credo a questuomo non credo più a nessuno, 
neanche ai miei occhi».
Ma era stato così ovvio nella eccezionalità dellannuncio, 
che loro hanno portato via quella affermazione 
come se fosse una cosa semplice 
 era una cosa semplice! , 
come se fosse una cosa facile da capire. 

Mons. Luigi Giussani





Dal Vangelo secondo Mt 4,18-22 

In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.


Il commento

Che cosa ha spinto Andrea, di cui oggi ricorre la festa, e Pietro, e Giacomo e Giovanni a lasciare barca, reti e padre e seguire subito il Signore, senza indugio alcuno? Subito. Non v'è stato tempo per riordinare le idee, per fare due calcoli, neanche per soppesare pro e contro di una scelta. Lasciare e partire. Lasciare e seguire. Che magnetismo negli occhi di Gesù. Poche parole, quelle giuste.

Gesù. Forse non c'è molto da pensare, da scandagliare per cercare di capire come realmente sia andata. C'era Gesù. E questo basta. Lui passava quel giorno lungo il mare di Galilea. Lui vide quegli uomini, quei ragazzi. Lui li chiamò, e furono la sua voce, il suo sguardo. Per questo lasciarono tutto e lo seguirono. Perché era Lui, il Signore Gesù. Solo Lui ha questo potere, solo nelle sue parole c'è una forza così dirompente da esser capace di cambiare la vita nello spazio un istante. Solo Lui ama sino al più intimo d'ogni uomo. Solo Lui ha dato la vita per i Suoi carnefici. Solo nei suoi occhi vi è la Misericordia infinita. L'amore senza condizioni, gratuito.

E' solo Lui che il nostro cuore attende davvero. Come il cuore di Andrea e dei suoi compagni. Sono tantissime le reti con le quali ogni giorno cerchiamo di sfangarla. Le gettiamo a carpire un affetto, un po' di considerazione, a guadagnare un posto di lavoro e a difenderlo. Irretiamo e siamo presi nella rete. E reti di contatti, telefoni cellulari pieni di sms, brevi messaggi come reti gettate dal vuoto profondo delle nostre esistenze e dei nostri cuori.

La rete, non si chiama così quel pozzo senza fondo che, attraverso lo schermo di un computer, ci afferra sino a precipitarci nell'illusione d'essere in contatto col mondo intero? Internet, la rete, metafora della nostra vita, una piroetta virtuale che sfiora la realtà senza viverla realmente. Network, links, chat, maglie di una rete che ci rapisce il cuore, sottrae il tempo, evapora i profili, scolora le relazioni in una menzogna travestita di vuota pienezza. Giovani e meno giovani come pesci indifesi, pescati irrimediabilmente e sottratti all'acqua autentica della volontà divina. Sempre connessi, la rete ci insegue ovunque, e ne cadiamo vittime inconsapevolmente, tra computer di casa, e poi portatili, e poi tablet, e poi smartphone, sempre più piccoli, sempre più veloci, sempre con noi. Sempre connessi per dimenticare d'essere disconnessi dall'essenziale, dal vero, dal bello, dal buono. Sempre connessi eppure soli, ed il cuore lontano dall'unico link autentico, come tralci staccati dalla vite, dalla fonte della vita vera. L'illusione che basti un click per parlare, relazionarsi, forse anche amare; un secondo e i desideri si realizzano, ma solo si tratta di qualcosa di virtuale, non vi sono volti, mani, voci, storie. Tutto in un click, dimenticando la fatica e il sudore dell'amore autentico, il sacrificio del donarsi, i chiodi che trafiggono il link eterno, l'amore che non può essere che crocifisso.

Irretiti ci sforziamo di irretire, esattamente come quando buttiamo ore ed energie a sporcare occhi, cuore e mente davanti ad un PC. Ma in fondo, in tutto questo gettar reti e riassettarle, si cela un unico desiderio, un grido come strozzato in gola da giornate di pesca quasi sempre grame. Sempre più soli con le nostre debolezze, con i nostri peccati, insopportabili alla società e a chi ci sta intorno. E nostro padre, come il padre di Andrea, sempre lì accanto a noi, immagine e segno della nostra storia, del nostro passato, spesso un peso che ci distrugge.

E, su tutto, lo sguardo di Gesù. Sui nostri fallimenti. Sulle nostre sofferenze. Sul nostro cuore e sulle nostre mani che ancora stringono una rete, la nostra unica speranza di vita. Le Sue Parole, quelle che abbiamo aspettato da sempre. "Seguimi, ti farò pescatore di uomini". Come dire: "Ti conosco, non temere, sono qui per farti libero, per dare senso alla tua vita, per rimettere ordine, per farti essere ciò per cui ti ho creato. Ti amo, infinitamente". Gesù passa nella nostra vita, dove oggi ci troviamo. E ci ama, senza condizioni. Esattamente dove siamo. Di un amore che ci trasforma, che ci fa capaci di amare, di perdere la vita per gli uomini, di gettare tutto di noi per "pescare" anche un solo uomo. Gesù passa e la sua voce spegne ogni altra voce; il suo sguardo spegne il computer, e ci attira irresistibilmente staccandoci dalle maglie maligne della rete che ci ruba l'anima. Lui passa e riscatta la nostra esistenza, ci ama e ci fa uomini veri. Ci ridona dignità, ci fa liberi. Ci fa felici. Ci colma di quello che abbiamo sempre desiderato, di ciò che, pur facendo di tutto, non abbiamo mai ottenuto.

Lui è l'atteso del nostro cuore; la barca, le reti, nostro padre, seppur importanti, non ci hanno niente altro che preparati all'incontro con Lui. Ogni vita è santa e meravigliosa, ma è data per preparare ogni uomo all'Incontro con il Signore. Quando appare Lui non resta altro che seguirlo. Sono state fin troppo lunghe le giornate, gli anni lontani da Lui. Sulla Parola di Gesù gettare oggi la nostra vita. Senza guardarsi indietro, senza ripensamenti, con una gioia infinita che ti accompagna tutti i giorni che verranno, anche quelli più duri, a Gerusalemme, sulla Croce. Lui ci ama e ci fa sentire amati, perdonati. Realmente, profondamente. Il suo amore fa nuove tutte le cose. Senza disprezzare nulla di ciò che siamo, come Andrea, pescatore, ha continuato ad essere un pescatore, ma ormai trasfigurato, un'altra qualità, un altro senso, la sua natura al servizio di qualcosa di più grande. Così noi, tutto quello che siamo, carattere, parole, debolezze, capacità, nella Sua chiamata tutto si trasfigura, acquisisce un senso che colma e sazia; tutto quello che è stato messo al servizio della nostra povera carne offerto per qualcosa di più grande, l'amore che cerca la felicità dell'altro. La sua chiamata porta a perfezione tutto quello che ci appartiene facendo di ogni istante della nostra vita un angolo di eternità. Anche oggi, anche ora. E le reti lasciate sulla barca, come un computer abbandonato e disconnesso, per entrare nella vita vera.

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Luigi Giussani. Andrea e l'incontro con Cristo



Da una meditazione tenuta durante gli Esercizi spirituali degli universitari di CL nel dicembre del 1994. 


Ma quei due, i primi due, Giovanni e Andrea  Andrea era molto probabilmente sposato con figli  come hanno fatto a essere così conquisi subito e a riconoscerlo (non c’è unaltra parola da dire, diversa da riconoscerlo)? Dirò che, se questo fatto èaccaduto, riconoscere quelluomo, chi era quelluomo, non chi era fino in fondo e dettagliatamente, ma riconoscere che quelluomo era qualcosa di eccezionale, di non comune  era assolutamente non comune , irriducibile ad ogni analisi, riconoscere questo doveva essere facile. Se Dio diventasse uomo, venisse tra di noi, se venisse ora, se si fosse intrufolato nella nostra folla, fosse qui tra noi, riconoscerlo, a priori dico, dovrebbe essere facile: facile riconoscerlo nel suo valore divino. Perchéè facile riconoscerlo? Per una eccezionalità, per una eccezionalità senza paragone. Io ho davanti una eccezionalità, un uomo eccezionale, senza paragone. Cosa vuol dire eccezionale? Cosa vorrà dire? Perché ti fa colpo leccezionale? Perché senti«eccezionale» una cosa eccezionale? Perché corrisponde alle attese del cuore tuo, per quanto confuse e nebulose possano essere. Corrisponde dimprovviso  dimprovviso! , alle esigenze del tuo animo, del tuo cuore, alle esigenze irresistibili, innegabili del tuo cuore come mai avresti potuto immaginare, prevedere, perché non c’è nessuno come quelluomo. Leccezionale, cioèè, paradossalmente, lapparire di ciò che è più naturale per noi.

Che cos’è naturale per me? Che quello che desidero avvenga. Più naturale di questo! Che quello che più desidero più avvenga: questo è naturale. Scontrarsi con qualcosa di assolutamente e profondamente naturale, perché corrispondente alle esigenze del cuore che la natura ci ha dato, è una cosa assolutamente eccezionale. È come una strana contraddizione: ciò che accade nonè mai eccezionale, veramente eccezionale, perché non riesce a rispondere adeguatamente alle esigenze del cuore. Saccenna alla eccezionalità quando qualcosa fa battere il cuore per una corrispondenza che si crede di un certo valore e che il giorno dopo sconfesserà, che lanno dopo annullerà. 
È leccezionalità con cui appare la figura di Cristo ciò che rende facile il riconoscerlo. Bisogna immaginarsi, lho detto, occorre immedesimarsi in questi avvenimenti. Se si pretende di giudicarli, se si vuole giudicarli, non dico capirli, ma giudicarli sostanzialmente, se veri o falsi, è la sincerità della tua immedesimazione che rende vero il vero e non falso, e non rende dubitoso il tuo cuore del vero. È facile riconoscerlo come ontologia divina perché è eccezionale: corrisponde al cuore, e uno ci sta e non andrebbe mai via  che è il segno della corrispondenza col cuore . Non andrebbe mai via, e lo seguirebbe tutta la vita. E infatti lo seguirono gli altri tre anni che lui visse.

Ma immaginate quei due che lo stanno a sentire alcune ore e poi dopo devono andare a casa. Lui li congeda e se ne tornano zitti, zitti perché invasi dallimpressione avuta del mistero sentito, presentito, sentito. E poi si dividono. Ognuno dei due va a casa sua. Non si salutano, non perché non si salutino, ma si salutano in un altro modo, si salutano senza salutarsi, perché sono pieni della stessa cosa, sono una cosa sola loro due, tanto sono pieni della stessa cosa. E Andrea entra in casa sua e mette giù il mantello, e la moglie gli dice: «Ma, Andrea, che hai? Sei diverso, che ti è successo?». Immaginate lui che scoppiasse in pianto abbracciandola, e lei che, sconvolta da questo, continuasse a domandargli: «Ma che hai?». E lui a stringere sua moglie, che non si è mai sentita stretta così in vita sua: era un altro. Era un altro! Era lui, ma era un altro. Se gli avessero domandato: «Chi sei?», avrebbe detto: «Capisco che son diventato un altro dopo aver sentito quellindividuo, quelluomo, io sono diventato un altro». Ragazzi, questo, senza troppe sottigliezze, è accaduto. 

Non solo è facile riconoscerlo, fu facile riconoscerlo nella sua eccezionalità  perché «se non credo a questuomo non credo piùneanche ai miei occhi» , ma fu facile anche comprendere che tipo di moralità, cioè che tipo di rapporto da Lui nascesse; perché la moralità è il rapporto con la realtà in quanto creata dal mistero che lha fatta, è il rapporto giusto, ordinato con la realtà. Fu facile, fu a loro facile comprendere quanto fosse facile il rapporto con Lui, il seguirlo, lesser coerenti con Lui, lesser coerenti alla sua presenza  coerenti alla sua presenza . 

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Don Luigi Giussani. Dall'utopia alla presenza


Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di universitari. Riccione, ottobre 1976 In un momento di forte pressione culturale, sociale e politica a riguardo della natura del cristianesimo, riproponiamo questo testo per l’attualità e la chiarezza di giudizio sulle ragioni di una presenza cristiana, che non si qualifica per reazione, ma per una originalità di proposta 
Il problema che dobbiamo affrontare quest’anno può essere formulato così: bisogna che noi riusciamo a capire l’opposizione esistente tra due parole - “presenza” e “utopia” - e la scelta che operiamo della prima. Il destino della nostra comunità, come efficacia dentro l’università e dentro la società, dipende dal privilegio della presenza contro la tentazione dell’utopia. I - Presenza è realizzare la comunione.
Innanzitutto, la nostra, in università, non può essere una presenza reattiva. Reattiva significa determinata dai passi di ciò che non è noi: porsi con iniziative, utilizzare discorsi, realizzare strumenti non generati come modalità totale dalla nostra personalità nuova, ma suggeriti dall’uso di parole, dalla realizzazione di strumenti, dalla modalità di atteggiamento e di comportamento degli avversari, ovvero di coloro che cercano di creare un mondo umano non secondo Cristo e perciò obiettivamente secondo una menzogna, a prescindere dai loro intendimenti.
 Una presenza reattiva non può che cadere in due errori: o diventa una presenza reazionaria,attaccata cioè alle proprie posizioni come “forme”, senza che i contenuti - le motivazioni, le radici - siano così chiari da essere resi vita (il reazionario è sempre, poco o tanto, formalista); oppure, se non è reazionaria, una presenza reattiva cade nell’eccesso opposto, tende cioè a diventare mimesi, imitazione degli altri; e ciò costituisce il primo e fondamentale cedimento nei loro confronti (è come giocare in casa loro, accettando la lotta secondo le loro modalità). Occorre dunque una presenza originale, una presenza secondo la nostra originalità. Il diritto ad esistere e ad agire dovunque e comunque non viene dal seguire le modalità altrui, ma da quello che siamo. Una presenza è originale quando scaturisce dalla coscienza della propria identità e dall’affezione ad essa, e in ciò trova la sua consistenza. II - Identità è sapere chi siamo e perché esistiamo, con una dignità che ci dà il diritto a sperare dalla nostra presenza “un meglio” per la nostra vita e per la vita del mondo. Ma chi siamo per avere il diritto a questa speranza, senza della quale la nostra vita scade in un borghesismo bieco - il cui criterio supremo è l’assicurazione contro il rischio - o nello scialbore di un’insoddisfazione che presto si trasforma in lamento o in accusa agli altri? «Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete immedesimati con Cristo. Non c’è più né giudeo né greco; non c’è più né schiavo né libero; non c’è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,26-28)Non ho mai citato un altro brano più volte di questo (salvo uno: «Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù»; Mt 19,29). «Voi che siete stati afferrati, vi siete immedesimati con Cristo»: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). È una scelta oggettiva che non ci strappiamo più di dosso, è una penetrazione del nostro essere che non dipende da noi e che non possiamo più cancellare. «Tutti voi che siete stati battezzati, vi siete immedesimati con Cristo»: perciò non esiste più alcuna differenza tra voi, «né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna. Tutti voi siete uno in Cristo Gesù»: questa è l’identità nostra. La Lettera agli Efesini dice testualmente: «Siamo membra gli uni degli altri» (Ef 4,25). Non esiste niente di culturalmente più rivoluzionario di tale concezione della persona, il cui significato, la cui consistenza è una unità con Cristo, con un Altro, e, attraverso questa, una unità con tutti coloro che Egli afferra, con tutti coloro che il Padre Gli dà nelle mani. La nostra identità è l’essere immedesimati con Cristo.L’immedesimazione con Cristo è la dimensione costitutiva della nostra persona. Se Cristo definisce la mia personalità, voi, che siete afferrati da Lui, entrate necessariamente nella dimensione della mia personalità. È questa la «creatura nuova» del finale bellissimo della Lettera ai Galati (Gal 6,15)o l’inizio della «creazione nuova» di cui parla san Giacomo (Gc 1,18). «Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede», dice Giovanni (1Gv 5,4): la fede vince il mondo, cioè dimostra la sua verità su tutte le ideologie e concezioni, su tutti i modi di sentire l’umano, perché è la verità strutturale per cui il mondo è stato fatto. È la verità che si manifesterà e si instaurerà compiutamente alla fine, ma è il fattore che urge la storia ora e catalizza il bene nel mondo, permettendo al mondo di essere più umano. Sia che mi trovi da solo nella mia stanza, sia che ci troviamo in tre a studiare in università, in venti alla mensa, ecc., dovunque e comunque questa è la nostra identità. Il problema è perciò l’autocoscienza, il contenuto della coscienza di noi stessi: «Vivo, non io, sei Tu che vivi in me» (cfr. Gal 2,20)Questo è il vero uomo nuovo nel mondo - l’uomo nuovo che fu il sogno di Che Guevara e il pretesto mentitore di rivoluzioni culturali con cui il potere ha tentato e tenta di aver in mano il popolo, per soggiogarlo secondo la propria ideologia; e nasce innanzitutto non come coerenza, ma come autocoscienza nuova. III - La nostra identità si manifesta in un’esperienza nuova dentro di noi e tra di noi: l’esperienza dell’affezione a Cristo e al Mistero della Chiesa, che nella nostra unità trova la sua concretezza più vicina. L’identità è l’esperienza viva dell’affezione a Cristo e alla nostra unità. La parola “affezione” è la più grande e comprensiva di tutta la nostra espressività. Essa indica molto più un “attaccamento” che nasce dal giudizio di valore - dal riconoscimento di quello che c’è in noi e tra di noi - che una facilità sentimentale, effimera, labile come foglia in balia del vento. E nella fedeltà al giudizio, cioè nella fedeltà alla fede, con l’età, tale attaccamento cresce, diventa più turgido, vibrante e potente. «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo, e di essere trovato in Lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,7-9). Questa esperienza viva di Cristo e della nostra unità è il luogo della speranza, perciò della scaturigine del gusto della vita e del fiorire possibile della gioia - che non è costretta a dimenticare o a rinnegare nulla per affermarsi; ed è il luogo del recupero di una sete di cambiamento della propria vita, del desiderio che la propria vita sia coerente, muti in forza di quello che essa è al fondo, sia più degna della Realtà che ha “addosso”. Dentro l’esperienza di Cristo e della nostra unità vive la passione per il cambiamento della propria vita. Ed è il contrario del moralismo: non una legge cui essere adeguati, ma un amore cui aderire, una presenza da seguire sempre di più con tutto se stessi, un fatto dentro il quale realmente naufragare. «Chiunque ha questa speranza in Lui, purifica se stesso, come Egli è puro» (1Gv 3,3). La Lettera ai Filippesi è ancora più appassionata: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3,12). Il desiderio del cambiamento di sé, pacato, equilibrato, e nello stesso tempo appassionato, diventa allora una realtà quotidiana - senza ombra di pietismo o di moralismo -, un amore alla verità del proprio essere, un desiderio bello e scomodo come una sete. Queste osservazioni quasi furtive scendono a toccare il cuore di coloro, tra voi, che già hanno cominciato ad andare per questo cammino. È in fondo quello che in L’Annuncio a Maria, esclamava Anna Vercors: «Vivo sulla soglia della morte e una gioia inesplicabile è in me» (P. Claudel, L’Annuncio a Maria, Bur 2001, p. 186). È ciò che molti di noi hanno già cominciato a sentire, che è già parte di una esperienza nuova: «Vivo alle soglie della morte», alle soglie della menzogna (che è peggio della morte fisica), alle soglie del male e del dolore, del disumano, eppure «una gioia inesprimibile è in me». IV - Ma noi non costruiamo quella presenza - che scaturisce dalla coscienza della nostra identità e dall’affezione ad essa -, siamo ancora confusi.Siamo insieme per un inizio di accento vero, che ci ha percosso quando abbiamo incontrato la comunità. Quello che ci unisce, anche se tenace, è ancora piccolo ed embrionale, costruito dall’impressione provocata in noi dall’accento di verità dell’incontro che abbiamo fatto. Tutto è rimasto ancora agli inizi, e deve diventare maturo, altrimenti il Signore può permettere che la tempesta del mondo lo travolga. È venuto il momento in cui non possiamo più resistere se quell’accento iniziale non diventa maturo: non possiamo più portare da cristiani l’enorme montagna di lavoro, di responsabilità e di fatiche a cui siamo chiamati. Non si coagula, infatti, la gente con delle iniziative; ciò che coagula è l’accento vero di una presenza, che è dato dalla Realtà che è tra noi e che abbiamo “addosso”: Cristo e il Suo Mistero reso visibile nella nostra unità. Proseguendo nell’approfondimento dell’idea di presenza, occorre allora ridefinire la nostra comunità. La comunità non è un coagulo di gente per realizzare iniziative, non è il tentativo di costruire una organizzazione di partito: la comunità è il luogo della effettiva costruzione della nostra persona, cioè della maturità della fede. Scopo della comunità è generare adulti nella fede. È di adulti nella fede che il mondo ha bisogno, non di bravi professionisti o di lavoratori competenti, perché di questi la società è piena, ma tutti sono profondamente contestabili nella loro capacità di creare umanità. V - Il metodo con cui la comunità diventa luogo di costruzione di maturità della fede per la persona è indicato dalla prima parola che abbiamo usato nella storia del nostro movimento (che abbiamo dimenticato, anche quando la ripetiamo, poiché non la ripetiamo seriamente): “seguire. Dio creatore e redentore, nell’originalità naturale e nel mistero della vita nuova che Cristo ha portato, non conosce altro metodo per far crescere l’uomo se non il metodo della sequela. «Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”» (Mt 5,18-19); «Gesù, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Maestro, dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”» (Gv 1,38-39). Seguire vuol dire immedesimarsi con persone che vivono con più maturità la fede, coinvolgersi in un’esperienza viva, che “passa” (tradit - tradizione) il suo dinamismo e il suo gusto dentro di noi. Questo dinamismo e questo gusto passano in noi non attraverso i nostri ragionamenti, non al termine di una logica, ma quasi per pressione osmotica: è un cuore nuovo che si comunica al nostro, è il cuore di un altro che incomincia a muoversi dentro la nostra vita. VI - Da qui sorge l’idea fondamentale della nostra pedagogia dell’autorità: veramente autorevoli per noi sono le persone che ci coinvolgono con il loro cuore, con il loro dinamismo e con il loro gusto, nati dalla fede. Ma autorevolezza reale è allora la definizione dell’amicizia. L’amicizia vera è la compagnia profonda al nostro destino, al destino del nostro volto. E non è questione di temperamento - ve ne può essere uno più effusivo e uno più discreto e cauto -: l’amicizia vera si sente nel cuore della parola e nel gesto della presenza. VII - Il nostro borghesismo si vede ad occhio nudo. Il borghesismo è, infatti, la non radicalità con cui percepiamo il rapporto con Cristo. Se lo percepissimo con radicalità, il nostro rapporto con Cristo giudicherebbe tutto: quello che siamo, quello che facciamo, la vita della comunità, la notizia del giornale, l’ambiente universitario. E lo giudicherebbe come l’aratro che ferisce la terra perché il seme vi penetri e dia frutto: il giudizio di Dio è il rinnovamento generato dallo Spirito; e infatti il giudizio finale di Dio sul mondo è il Paradiso. È necessario che cominciamo a prendere sul serio la fede come “reagente” sulla vita concreta, in modo tale che siamo condotti a vedere l’identità tra la fede e l’umano reso più vero - nella fede l’umano diventa più vero, l’uomo raggiunge vera proporzione al suo destino -. Così, ad esempio, il rapporto uomo-donna vissuto nella radicalità del rapporto con Cristo, cioè secondo la fede, è reso vero, viene a galla con la sua esigenza di verità e di unità, di fedeltà e di permanenza nel tempo: allora noi siamo contro il divorzio, perché esso è menzogna sulla possibilità e sulla capacità di amore. Così l’atteggiamento di fronte alla vita secondo la radicalità della fede diventa rispettoso della persona e della dignità del suo destino: allora noi siamo contro l’aborto, perché se c’è già una vita umana, sebbene nascosta nel seno della madre, essa è pienamente degna di rispetto. Tutto ciò deve diventare vero in noi, ed è per questo che il tempo ci è dato. La ricerca del vero è l’avventura per cui il tempo è reso storia, come già accennava san Paolo ai saggi dell’Areopago di Atene, quando indicava come unico senso per cui tutti i popoli si muovono (e quelli che erano allora movimenti territoriali sono ora movimenti ideologici) la ricerca di Dio «come a tentoni» (At 17,26-28). Se rimeditiamo quanto detto, comprendiamo anche - concretamente - la nostra scelta metodologica: dobbiamo essere presenza, dobbiamo cioè costruire questo pezzo di umanità nuova in cammino là dove siamo. Per questo esistiamo, e per nient’altro; perché per fare gli ingegneri, i medici, i padri o le madri di famiglia, non sarebbe occorso l’avvenimento misterioso che ci ha investiti. VIII - La nostra tentazione è l’utopia. Intendo per utopia qualcosa - ritenuto buono e giusto - da realizzare nel futuro, la cui immagine e il cui schema di valori sono creati da noi. Voglio in proposito accennare alla storia del nostro movimento. Noi abbiamo vissuto questi ultimi dieci anni dentro una provocazione imponente di tipo sociale e politico; questo ci ha fatto lentamente scivolare sulla china del riporre la nostra speranza e la nostra dignità in un “progetto” generato da noi, senza che esso esprimesse un corrispondente approfondimento di vita. L’inizio del nostro movimento è di estrema significanza (per capire una storia bisogna sempre guardarne l’origine). Nel 1954 siamo entrati di schianto nella scuola statale, che non era ancora marxista - anche se i marxisti già facevano clima da tante parti -, ma sostanzialmente liberale e quindi laica e anticristiana, come la scuola marxista che ne è diretta conseguenza. Noi non siamo entrati nella scuola cercando di formulare un progetto alternativo per la scuola. Vi siamo entrati con la coscienza di portare Ciò che salva l’uomo anche nella scuola, che rende umano il vivere e autentica la ricerca del vero, cioè Cristo nella nostra unità. Ed è successo che in forza di questa passione abbiamo realizzato anche una interpretazione nuova (che allora chiamavamo “revisione”) dei contenuti di storia, di filosofia, di letteratura, che ha rappresentato per i ragazzi la vera alternativa all’interpretazione liberal-marxista dominante nelle classi: abbiamo realizzato un progetto alternativo senza porci lo scopo di realizzarlo. Il nostro scopo era la presenza. La storia del movimento incominciò ad annebbiarsi nel ’63-’64, fino alle tenebre del ’68, che fece esplodere le conseguenze di quei cinque o sei anni in cui l’influsso di certe persone aveva capovolto la situazione originale e reso scopo del nostro muoverci non la presenza nella scuola, ma un progetto d’attività sociale. Così la densità, l’identità stessa della nostra presenza si smarrì. Nel ’68, soltanto un certo gruppo rimase, irrigidito, non sapendo che cosa dire; ma l’influsso determinante su tutto il movimento di Gioventù Studentesca fu nel senso distruttivo. Di fronte a proposte sociali, culturali e politiche alle quali il livello cui si era giunti non sapeva rispondere, e che, d’altra parte, venivano sentite con estrema ammirazione - l’unica cosa che ormai si stimava era il progetto culturale e politico -, i più scivolarono e tradirono. Che cosa tradirono? La presenza. Il progetto aveva sostituito la presenza, l’utopia l’aveva scalzata. Ciò che avvenne dal ’63-’64 fino allo scoppio del ’68 fu un processo di adattamento e di cedimento all’ambiente: si realizzò una presenza reattiva, dunque non più una presenza vera e originale. Nel ’69 alcuni intuirono e ripresero - per fedeltà del cuore - l’idea iniziale: «Noi dobbiamo essere presenza, perché la comunione con Cristo e tra noi è la liberazione; dobbiamo perciò di nuovo rendere presenza la nostra comunione». Ma la pressione politica, culturale, sociale era così imponente, la provocazione così violenta che, subito dopo questa intuizione giusta, poco o tanto si scivolò ancora in un privilegio dato ad un progetto alternativo; questa volta con una consapevolezza di attaccamento profondo al Mistero della nostra comunione, che metodologicamente era però come adombrato e mascherato dal fascino e dall’urgenza di un progetto alternativo, come se volessimo dimostrare che potevamo avere un’utopia migliore. Il grande convegno del 1973 [si tratta del convegno nazionale sul tema “Nelle università italiane per la liberazione”, che si svolse al Palalido di Milano nel marzo 1973, dove tra i seimila studenti si notò anche la presenza dell’onorevole Aldo Moro; ndr] fu la più forte, equilibrata e potente esplicitazione di questa linea, ma dimostrò che tale linea di lavoro sociale, culturale e politico alternativo era per pochi, era per un’avanguardia, per un’élite (tanto è vero che i bellissimi Atti del 1973 non sono stati utilizzati, ma solo goffamente ed ingenuamente imitati, e sono divenuti pretesto per tentativi autonomi di taluni gruppi). Intanto la traiettoria storica aveva già sgomberato la vanità e la vuotezza delle utopie del ’68: quello che esse avevano destato non era diventato altro che strumento per una nuova egemonia, ancora più dispotica e livellatrice. Perciò, già due-tre anni fa dicevamo di essere rimasti gli unici a portare avanti le parole del ’68. E tuttavia giochiamo ancora sul terreno degli altri: se gli altri fanno un volantino, anche noi facciamo un volantino, e così via; non che operativamente non debba essere spesso così, ma è la modalità con cui le cose nascono che deve diventare chiara. IX - La novità è la presenza come consapevolezza di portare “addosso” qualcosa di definitivo - un giudizio definitivo sul mondo, la verità del mondo e dell’umano -, che si esprime nella nostra unità. La novità è la presenza come consapevolezza che la nostra unità è lo strumento per la rinascita e per la liberazione del mondo. La novità è la presenza di questo avvenimento di affezione nuova e di nuova umanità, è la presenza di questo inizio del mondo nuovo che noi siamo. La novità non è l’avanguardia, ma il Resto d’Israele, l’unità di coloro per i quali ciò che è accaduto è tutto e che aspettano solo il manifestarsi della promessa, il realizzarsi di quello che è dentro l’accaduto. La novità non è, dunque, un futuro da perseguire, non è un progetto culturale, sociale e politico: la novità è la presenza. Ed essere presenza non vuol dire non esprimersi: anche la presenza è un’espressività. L’utopia ha come modalità di espressione il discorso, il progetto e la ricerca ansiosa di strumenti e di forme organizzative. La presenza ha come modalità di espressione un’amicizia operante, gesti di una soggettività diversa che si pone dentro tutto, usando di tutto (i banchi, lo studio, il tentativo di riforma dell’università, ecc.), e che risultano prima di tutto gesti di umanità reale, cioè di carità. Non si costruisce una realtà nuova con dei discorsi o dei progetti organizzativi, ma vivendo gesti di umanità nuova nel presente (certo, gesto di carità deve diventare anche, per esempio, il tentativo di mandare ai Consigli di facoltà e di amministrazione della gente che aiuti tutti umanamente, e non degli avventurieri della politica o degli inetti, ecc.). Insomma, cedendo alla tentazione dell’utopia facciamo concorrenza agli altri, al loro stesso livello e ultimamente con gli stessi metodi; nell’essere presenza, invece, si sviluppa una capacità critica, la capacità cioè di ricondurre tutto all’esperienza di comunione che viviamo, al senso del Mistero che ha fatto irruzione nella nostra vita, al senso della Realtà liberatrice che abbiamo incontrato. X - Ma, con tale insistenza sulla presenza, in che senso interveniamo nelle necessità e nei bisogni di tutti e di qualunque natura, privata e pubblica?
La presenza iniziale del movimento nel ’54 era un interessamento ai compagni di scuola, e a partire da quel gesto di amicizia abbiamo creato una struttura grande di caritativa: mille persone ogni domenica andavano nei cascinali della Bassa milanese, con sacrifici rilevanti, non per un progetto politico, bensì per una condivisione del bisogno (le famiglie della zona vivevano in condizioni disagiate). Lottare per qualche cosa che non esiste ancora è la più grande illusione e quindi la sorgente più terribile di delusione nella vita. Perché l’uomo non è creatore: l’uomo collabora al manifestarsi di ciò che Dio ha già fatto, come seme che si sviluppa in pianta, fiore e frutto.
 Il problema è, allora, quello di piantare il seme, cioè la presenza. Si può manifestare solo ciò che già c’è; il disegno, il progetto, è dentro il seme, dentro quello che già c’è, dentro il mistero che siamo, e verrà a galla, per coerenza, a suo tempo. Così oggi siamo culturalmente, socialmente, politicamente più scaltri di un tempo, tanto da essere considerati una delle forze politiche in Italia. Ma la nostra forza non è un progetto, bensì la coscienza del Mistero che siamo. E se gli altri non riescono a capire come mai siamo così, pur non essendo strumentati e potenti come loro, è perché non capiscono quello che anche noi stentiamo ancora a comprendere: il contenuto e la forza di una presenza. Siamo più potenti culturalmente e politicamente di quando andavamo in Bassa nel ’56 o nel ’58, perché il progetto è contenuto in quel seme che è Cristo in noi, nel seme che è la nostra unità misteriosa e reale, e il tempo porta a galla il disegno. È quanto è successo alla cristianità primitiva, che è andata nel mondo non per cambiare la filosofia, ma per rendere presente quello che era, per rendere presente Cristo condividendo tutti e tutto, anche la filosofia; e così, con i secoli, sono nate, nei monasteri, nelle scuole e nelle università, una nuova filosofia e una nuova cultura. Dunque la presenza è piena di espressività, penetra ed è immanente alla situazione; questa situazione è già nostra, perché è di Cristo, è già posseduta anche se si agita bestemmiando alla superficie, e tale possesso profondo si manifesterà attraverso la nostra storia. I cristiani sono stati imprigionati, martirizzati, tenuti all’oscuro per tre secoli! La storia non è definita, nei suoi tempi, da noi. A noi spetta di vivere la presenza: un credito totale all’Infinito che è entrato nella nostra vita e che si rivela immediatamente come umanità nuova, come amicizia, come comunione. «Non temere, piccolo gregge, io ho vinto il mondo» (cfr. Lc 12,32). «Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede» (1 Gv 5,4). La nostra fede avrà bisogno di sette, otto, nove secoli perché tutto il mondo universitario sia di nuovo investito dalla presenza cristiana? Non sono, questi, calcoli che noi possiamo decifrare. L’università ci interessa per l’edificazione del nostro soggetto, non per dire: «Vinciamo». Tale soggetto è nello stesso tempo me stesso e l’unità con voi, cioè la persona e l’unità in Cristo; il soggetto è, come dice il capitolo 37 del libro di Ezechiele, la valle delle ossa e lo Spirito creatore che le investe, così che quelle ossa si muovono e si articolano tra loro, e su quelle articolazioni nasce il corpo, e il corpo è investito dall’anima: è ricreato ognuno ed è ricreato un popolo nello stesso identico tempo, con lo stesso identico gesto. Dobbiamo abbandonare quella interpretazione ideologica della vita universitaria che produce un lavoro affannoso e logorante, pesante ed amaro, per cui tanti se ne vanno; mentre nessuno se ne va da una umanità nuova, eccetto il caso di una ribellione diabolica e feroce. XI - Quanto ho detto è una insistenza metodologica, non l’abolizione di una responsabilità. Ho indicato ciò che deve accadere affinché noi abbiamo a lavorare di più, a incidere di più nella realtà, e in una letizia sempre più grande, non in un logorio e in una amarezza che ci dividono gli uni dagli altri. Il compito che ci aspetta è l’espressione di una presenza consapevole, capace di criticità e di sistematicità. Tale compito implica un lavoro. Il lavoro è il porsi della nostra identità dentro la materialità del vivere. La mia identità, in quanto penetra la materialità del vivere, cioè in quanto è dentro la condizione esistenziale, lavora e mi fa reagire. Se io sono in macchina e devo andare in fretta in un luogo, ma in mezzo alla strada c’è un sasso che non mi permette di passare, ecco che la mia “identità di automobilista” diventa lavoro: curvo, accosto, prendo il sasso e lo sposto. Se questa è la prima cosa da dire, cioè che il metodo è porre la nostra identità e affermare ciò che portiamo “addosso”, la seconda cosa da dire è che tutto il resto poi viene. Lo scopo per cui andare in università è porre dentro l’università la nostra comunione. Il resto verrà. «Cercate prima il Regno di Dio e la Sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 7,33). Allora si è pieni di ironia e di umorismo, perché tutti i tentativi di espressione della nostra comunione che di conseguenza nascono sono fragili, riformabili, modificabili. Se lo scopo di ogni azione è la presenza di ciò che siamo, diventiamo liberi dall’inevitabile pretesa delle forme che il nostro agire assume. La presenza “agisce” per tentativi ironici, non cinici; l’ironia è il contrario del cinismo, perché fa partecipare alla cosa, ma con un certo distacco - riconoscendone la fragilità - e con pace, perché è tutta piena di passione per l’Ideale già immanente. Così possiamo essere agili nel cambiare domani quello che abbiamo realizzato oggi, liberi da quello che facciamo e dalle forme che diamo necessariamente ai nostri tentativi. Il lavoro nella condizione universitaria dovrebbe essere globalmente la ridefinizione del compito che l’università ha e per cui vive. Tale lavoro dipende dal modo con cui la nostra presenza può “attaccare”, nel senso chimico della parola, l’università in quello e per quello che è: lo studio, la didattica, i rapporti, l’amministrazione, l’attività politica, ecc. Occorrerà una lunga storia - come è avvenuto per la cristianità, che ha aspettato secoli e secoli per formare le università - perché si maturi questa ridefinizione. Ma il nostro programma è la presenza di ciò che siamo, perché il nostro programma è per il presente. Sarà una lunga storia che, traendo le conclusioni e le articolazioni dalla nostra fedeltà, darà la capacità, a un certo punto, di riformulare un’immagine: avverrà a suo tempo, senza pretesa arida e logorante, nervosa o impaziente. Il nostro programma è la presenza di ciò che siamo: un pezzo di umanità investita da Cristo, un popolo nuovo che cammina, attraversato dall’energia che ha risuscitato Cristo. È questa energia - si chiama Spirito - che sta fremendo nella storia e che la porta dal di dentro verso il suo destino, che è la manifestazione totale di Cristo (e soltanto noi siamo predestinati a vederne i segni). Ma che cos’è l’università se non l’espressione critica e sistematica di una esperienza di popolo, o meglio, di una esperienza sociale? La nostra presenza collabora a riformulare l’università proprio affermando ed approfondendo nella pazienza del tempo la sua realtà di popolo nuovo. In questo lavoro ogni presenza e la presenza di ognuno è un fattore di cultura, cioè un fattore di mobilitazione nella storia e nel tempo per la riformulazione delle cose: anche una presenza balbettante e fragile come capacità di azione, inespressa o incapace di esprimersi teoricamente e come discorso, anche la presenza del più psicologicamente povero tra noi, serve. L’università attuale è l’espressione critica e sistematica di una esperienza di società atea, profondamente contraria a Cristo e al senso religioso che è l’anima di ogni uomo. Perciò, se il nostro programma è rendere presenza il popolo nuovo che siamo, la nostra unità e la nostra fede, non potremo vincere, saremo ostracizzati ed emarginati in tutti i sensi. Ma ciò non toglie la possibilità di quella indomabilità gioiosa che è la fede: «Questa è la vittoria che vince il mondo, la fede». Ne abbiamo coscienza perché tale vittoria è già dentro di noi: il segno di essa è questa nostra unità che il mondo non riesce a sgretolare, che il nostro mondo scaltrito non riesce a fermare. Svolgeremo andando avanti le implicazioni di questa impostazione di lavoro. Ma il punto di partenza non è un discorso, un progetto o uno schema organizzativo, bensì una realtà nuova e presente, in cui vive il desiderio illuminato e il cuore dell’umano (non importa se siamo in cinque o in cinquecento). Tutto sta in questa Realtàche portiamo “addosso”; guai a noi se non ci aiutiamo con tutta l’anima a tradirla il meno possibile d’ora in avanti.