lunedì 30 dicembre 2013

Il primato della coscienza, il Papa e don Gius


La singolare sintonia tra papa Francesco e l'insegnamento di don Luigi Giussani


Papa Francesco, nell'intervista concessa a padre Antonio Spadaro, direttore di "Civiltà Cattolica", afferma che «Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile». Quest’ultima affermazione – da non confondere con altre simili ma diverse, attribuite erroneamente al Papa, ma in realtà elaborazione personale di qualche giornalista – richiama quanto presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n.1790): «L'essere umano deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza. Se agisse deliberatamente contro tale giudizio, si condannerebbe da sé. Ma accade che la coscienza morale sia nell'ignoranza e dia giudizi erronei su azioni da compiere o già compiute».
Tale richiamo insistente da parte di papa Francesco all’importanza della coscienza trova una singolare sintonia con l’insegnamento di don Luigi Giussani, come dimostra quanto scrive Alberto Savorana, Vita di don Giussani, Milano 2013, p. 171.
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Scambi dialettici di questo genere sono frequenti nelle aule e lungo i corridoi del Berchet. Al termine di una lezione in seconda D, durante la quale ha sostenuto che per la Chiesa cattolica il criterio ultimo della morale è quello della coerenza con la propria coscienza, facendo discutere molti degli studenti, uscito un po’ stanco dalla classe e appoggiato alla finestra del ballatoio del secondo piano, Giussani vede avvicinarsi il professore di storia e filosofia, Andrea Daziano, comunista accanito, e subito gli esprime il suo «cordoglio per la lezione passata, per il dibattito, e l’ignoranza dei cristiani, perché non si rassegnavano a capire che per la Chiesa cattolica l’ultima misura della morale è la coerenza con la coscienza». Di fronte alle parole di Giussani, Daziano fa un balzo indietro ed esclama: «Questa è un’eresia, questo lo dico io, non lo potete affermare voi!». Allora Giussani gli dice di meravigliarsi di lui, che in classe parla sempre di cristianesimo e non ne conosce neanche i dati elementari: «Infatti gli ho detto che il testo della teologia aveva come primo principio morale la coerenza del soggetto con la propria coscienza. Poi, siccome lui continuava a meravigliarsi, io continuavo a insistere sullo stesso punto, e sostenevo che questa struttura dei testi di teologia – diffusi in tutti i seminari del mondo – risale addirittura al secolo decimo settimo». 

Madrid: la testimonianza delle famiglie cristiane, speranza dell’Europa




Un giorno di particolare bellezza a Madrid, con un sole e una luce che ha dato alla Piazza di Colón tutto il suo fascino e splendore, ha visto ieri riunite decine e decine di migliaia di famiglie cristiane per celebrare la festa della Santa Famiglia di Nazaret. Da Madrid il servizio di padre Ezechiele Pasotti:
Per il 7° anno consecutivo tantissime famiglie, provenienti da tante Diocesi della Spagna, ed ovviamente da Madrid, ma anche da diversi paesi dell’Europa (Portogallo, Francia, Italia, Austria, Germania, Polonia, Ungheria) sono venute a testimoniare non solo l’importanza della famiglia cristiana, ma soprattutto la sua centralità per tutta l’Europa, per dare all’Europa quella speranza, quella gioia di vivere che sembra farsi ogni giorno più evanescente, creando problemi sociali, demografici, economici e politici che sembrano insolubili.
Ed è stata una vera festa: famiglie con numerosi figli, con tante carrozzine, con tanti nonni hanno ascoltato diverse testimonianze di coppie, appartenenti soprattutto a diverse realtà ecclesiali (Cammino Neocatecumenale, Comunione e Liberazione, Opus Dei, ed altre) che hanno raccontato la loro gioia di vivere la fede cristiana oggi, testimonianze inframmezzate da canti e da “villancicos” (i tipici gioiosi canti di Natale).
A rendere la festa particolarmente significativa quest’anno erano presenti un centinaio di famiglie del Cammino Neocatecumenale, con i loro numerosi figli, provenienti da diversi paesi dell’Europa, che saranno inviate in missione ai cinque continenti da Papa Francesco il prossimo 1° febbraio, in un’udienza particolare che avranno nell’Aula Paolo VI. Kiko Argüello – iniziatore con Carmen Hernández del Cammino Neocatecumenale e animatore sin dall’inizio dell’evento madrileno, insieme al card. Antonio Maria Rouco, arcivescovo di Madrid, alla diocesi e ad altre realtà ecclesiali – prima della celebrazione dell’Eucaristia, ha sottolineato che queste famiglie “missionarie” del Cammino, non sono dei “marziani”, gente speciale, ma sorelle e fratelli normali che in un cammino di iniziazione cristiana hanno riscoperto la bellezza della loro fede, del loro battesimo; si sono sentiti perdonati, amati gratuitamente da Dio e che, per gratitudine a Lui, non vogliono più tenere per sé la grazia e la speranza ricevuta.
Partendo da un passo di Paolo ai Corinti (5,15), dove dice che Cristo “è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro”, Kiko ha mostrato come “è il peccato che abita in noi ad obbligarci a vivere tutto per noi stessi, ad offrire tutto a noi stessi e così diventiamo egoisti, violenti, lussuriosi, mentitori…, mentre nel nostro Dna continua ad essere scritto che vivere, vivere davvero, è amare, è donare la nostra vita.
San Paolo dice che siamo divisi: desideriamo operare il bene e ci troviamo il male fatto tra le mani, e questo per il peccato che abita in noi (cf Rm 7,14ss), che ci domina e contro il quale non abbiamo potere. Gesù Cristo – ha detto con forza Kiko – è venuto a liberarci da questa schiavitù e nel battesimo ci offre la sua vittoria. Non per magia, ma nella misura in cui, mediante un cammino graduale di iniziazione cristiana, a questo peccato viene tolto potere e forza, l’uomo si apre al dono di sé, fa nuovamente della sua vita quel dono agli altri per il quale Dio lo ha creato.
È la croce di Cristo che ha vinto e vince il mondo. È la croce l’unica verità che salva. È da questa liberazione profonda, da questa situazione di vita nuova, che nasce l’evangelizzazione, la chiamata a portare questa buona notizia agli altri uomini, dovunque sia, senz’altra certezza e consolazione che quella di fare, con gioia, la volontà di Dio. Portando con sé, in questa avventura divina, i propri figli – ha concluso Kiko – certi non solo di non privarli di alcun bene, ma di donare loro il senso vero della vita, perché si fa di essa un dono per gli altri”.
Questa è la speranza di cui l’Europa ha urgente bisogno: non avere paura di aprirsi alla vita, di donare la vita, di dare la vita ai figli, come ha sottolineato mons. Juan Antonio Reig, incaricato della Conferenza episcopale spagnola per la famiglia e la difesa della vita e vescovo di Alcalá. A mezzogiorno, in collegamento speciale con Piazza S. Pietro, tutta la grande assemblea ha ascoltato commossa la parola del Papa ed ha recitato l’Angelus con Lui.
Subito dopo ha avuto luogo la solenne celebrazione dell’Eucaristia, presieduta dal card. Rouco Varela, accompagnato dai cardinali Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e Carlos Amigo, emerito di Sivilla, da oltre 35 vescovi, insieme a moltissimi presbiteri.
All’omelia l’arcivescovo madrileno ha sottolineato come proprio davanti alla dura crisi in cui si trova l’Europa oggi, è la famiglia “cristianamente costituita” a dimostrare ancora una volta “il suo valore insostituibile per la solidarietà e la pace sociale” e “a confermarsi come la vera formula personale e sociale per il bene e la realizzazione piena della persona umana”.
Conclusa l’omelia, le cento famiglie in partenza per la missione ai cinque continenti, si sono raccolte davanti al cardinale che ha rivolto loro la stessa preghiera di invio preparata dal Beato Giovanni Paolo II per un’altra occasione simile.
Al termine della celebrazione, il card. Rouco ai microfoni della Radio Vaticana ha voluto sottolineare due cose in particolare: “In questo 7° anno, la celebrazione della Santa Famiglia, qui nella piazza di Colón, si sta convertendo in una formula di pastorale per la famiglia molto viva e molto contagiosa per l’Europa. E dobbiamo continuarla. Infatti, davanti alle sfide che la situazione della famiglia affronta in Europa, sia in rapporto alla sua fede, come anche davanti alla sua espressione più profondamente umana, c’è un lungo cammino di evangelizzazione da portare avanti. Quest’anno sono rimasto molto impressionato ed è stato particolarmente stimolante fare l’invio di cento famiglie “ad gentes”. Un’altra cosa che mi ha dato molta soddisfazione e molta allegria – ha sottolineato il porporato – è stato vedere che questa festa sta mettendo radici profonde qui a Madrid, ma anche in tutta la Spagna”.
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La Santa Famiglia, modello da seguire sempre. I commenti dei fedeli in Piazza San Pietro

In piazza San Pietro, ieri mattina, erano decine di migliaia le famiglie arrivate festose da ogni parte del mondo per ascoltare le parole di Papa Francesco. 

R. - La famiglia oggi è il nucleo più importante da cui la fede deve nascere e deve essere trasmessa. Quindi è importante che tutto parta dalla famiglia, per potersi poi allargare alla grande famiglia della comunità, della parrocchia, della Chiesa universale.

R. - La famiglia ha un significato straordinario anche perché se ci sono dei bei giovani che oggi riempiono la piazza, è proprio perché dietro ci sono delle famiglie belle. E nei nostri Paesi ce ne sono ancora tante, però bisogna crederci sempre e insegnare soprattutto ai giovani che tutto parte da lì; una vita bella è possibile solo in una famiglia dove c’è l’amore di Gesù.

D. - La famiglia di Nazareth in che modo è esempio per le famiglie?

R. - La famiglia di Nazareth è il modello per tutte le famiglie del mondo. E l’amore che ha trasmesso la famiglia di Nazareth è sicuramente il motivo per la felicità del mondo intero, non solo delle famiglie.

R. - La mia famiglia per me significa tutto quello che i miei genitori mi hanno trasmesso, quindi tutta una serie di valori, tanto affetto … ovviamente con la fatica quotidiana, perché non esiste oggi la famiglia perfetta.

R. - Immagino la famiglia come passato, presente e futuro. Presente perché comunque tuttora la vivo, la vivo bene e lo stare insieme è fantastico; e futuro perché creare una famiglia anche come ci ha insegnato il Signore per vivere e condividere la vita è un obbiettivo grande. E la famiglia di Nazareth ne è sicuramente l’esempio più grande e più bello.

D. - Oggi è l’ultimo Angelus dell’anno con Papa Francesco. Cosa vi è rimasto nel cuore di questi mesi di pontificato?

R. - La volontà soprattutto di dire che il modo ha bisogno di una testimonianza di noi cristiani semplici ma soprattutto convinti.

R. - Sicuramente il primo momento quando si è affacciato e ha chiesto di pregare per lui; credo che questo racchiuda un po’ tutto il suo obbiettivo e il suo pontificato; la semplicità, il sorriso e comunque i gesti semplici che toccano e restano nel cuore.

R. - La vicinanza alla gente, la semplicità, l’amicizia, il modo molto umano con cui si è posto nei confronti di tutti.

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Anche la Basilica dell'Annunciazione di Nazareth in video collegamento col Pontefice


Nell’ambito delle iniziative di preghiera in preparazione alla prossima Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, a ottobre 2014 sul tema “Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, il Pontefice - come anticipato - ha pronunciato al termine dell’Angelus di ieri una preghiera per la famiglia composta personalmente. In video collegamento con Piazza San Pietro, c’erano le famiglie di tutta Europa riunite, tra l'altro, a Madrid per celebrare l’odierna festa della Santa Famiglia e i fedeli che hanno partecipato alla Messa nella Basilica della “Sagrada Familia” di Barcellona, con mons. Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e nel Santuario della Santa Casa di Loreto, con il delegato pontificio mons. Giovanni Tonucci. Collegati in diretta pure i fedeli e i pellegrini che alla Basilica dell’Annunciazione di Nazareth hanno preso parte alla Messa celebrata dal segretario generale del Sinodo dei Vescovi, mons. Lorenzo Baldisseri. Sull’evento di Nazareth, ascoltiamo fra’ Bruno Varriano, guardiano e rettore della Basilica dell’Annunciazione.

R. – Nella Basilica dell’Annunciazione siamo già impegnati nella preghiera per le famiglie: ogni martedì, a Nazareth, preghiamo proprio per le famiglie. L’appello del Papa e anche la convocazione di un Sinodo per la famiglia nel 2014 sono stati per noi un momento di grande speranza e di grande gioia, perché è la continuazione di ciò che noi frati già facciamo qui, insieme con i cristiani locali e i pellegrini che vengono nei luoghi della Santa Famiglia. L’evento ha avuto una bella risonanza, perché proprio questa domenica – a livello parrocchiale – stiamo celebrando i 50.mi e i 25.mi anniversari di matrimonio dei nostri fedeli: la nostra minoranza cristiana si è sentita davvero privilegiata. Noi cristiani rappresentiamo soltanto il 2 per cento della popolazione in Terra Santa e avere proprio qui, nel luogo della Sacra Famiglia, l’inviato del Santo Padre, il segretario del Sinodo mons. Baldisseri, è stato un grande incoraggiamento per i cristiani del posto, per i nostri parrocchiani. Parlo anche a nome del nostro parroco, padre Amjad Sabbara: questo piccolo gregge di Terra Santa si è sentito incoraggiato. Quindi, la celebrazione oggi è avvenuta nella Basilica dell’Annunciazione, nella cui basilica inferiore si ricorda il luogo dell’Annunciazione; poi in processione siamo andati fino alla cripta della Santa Famiglia ed è stata recitata la nuova preghiera del Santo Padre, che è stata anche tradotta in arabo. E’ stata pronunciata dai cristiani locali proprio nel luogo in cui si ricorda la Famiglia di Nazareth, una preghiera per tutte le famiglie del mondo.

D. – Anche voi state lavorando sul questionario di 38 domande, in vista del Sinodo sulla famiglia?

R. – Certo: abbiamo ricevuto dalla nunziatura il questionario – anche in lingua araba – e abbiamo risposto: anche noi siamo partecipi della Chiesa e, nel luogo dove è nata, ci sentiamo tanto bisognosi dell’aiuto della Chiesa universale.

D. – Dal luogo in cui l’arcangelo Gabriele annunciò a Maria la nascita di Gesù e dove poi Cristo visse per 30 anni, fino a Piazza San Pietro, passando per le chiese di tutto il mondo, che famiglia si osserva oggi? Quali sono le sfide pastorali?

R. – Le nostre famiglie cristiane costituiscono una minoranza tra ebrei e musulmani. A volte si sentono sole. Ma penso che la sfida delle nostre famiglie - e penso soprattutto a quelle di Nazareth, poi ci sono anche i cristiani che vivono nei Territori palestinesi - siano le stesse che hanno le famiglie nel mondo. La globalizzazione ha portato le medesime difficoltà che vediamo in quasi tutte le culture: il relativismo, i mezzi di comunicazione che a volte entrano nelle famiglie e prendono più spazio del dovuto, le separazioni… Sono le difficoltà di tutte le famiglie, ma viviamo pure la loro bellezza!

D. – Papa Francesco, anche nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, il prossimo 1° gennaio, ha ricordato che la famiglia è la “sorgente di ogni fraternità e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace”. Che significato assumono queste parole per la Terra Santa?

R. – Ogni società deve vivere l’umanità, la fraternità vissuta qui da Gesù, Giuseppe e Maria, dalla Sacra Famiglia. Dobbiamo vivere questo stile di Nazareth, in questa quotidianità costituita da fatti, amore, lavoro. Noi ricordiamo anche l’anniversario della visita di Paolo VI, nel gennaio ’64, tanto che nella Liturgia odierna se ne è fatto cenno. Nazareth è una scuola, una scuola per l’umanità, una scuola di ascolto, una scuola di relazioni.

D. – In diretta con Piazza San Pietro, vi siete collegati con il Santo Padre. Come attendete Papa Francesco in Terra Santa?

R. – Attendiamo la visita di Papa Francesco con molto affetto. C’è tanta attesa, perché Papa Francesco è proprio l’icona di questa vicinanza di Dio. Ricordiamo che la visita di un Papa in Terra Santa è sempre un grande incoraggiamento per i cristiani locali: non dimentichiamo che tante famiglie vanno via, soprattutto dai Territori. A Betlemme, tante famiglie cristiane hanno lasciato la zona dopo la costruzione del Muro, con molte difficoltà. Quindi è giusto che la presenza del Santo Padre sia di grande incoraggiamento.
 Radio Vaticana 

Ecumenismo: a che punto è il cammino?




Dal punto di vista del dialogo tra le Chiese cristiane il 2013 è stato segnato da due eventi: uno programmato da tempo, svoltosi in Corea del Sud in novembre, l’altro del tutto imprevedibile, materializzatosi in San Pietro il 13 marzo... Ecco il consueto "bilancio ecumenico" dell'annata, stilato per Popoli da Guido Dotti, monaco di Bose.
Due eventi maggiori hanno caratterizzato il panorama ecumenico del 2013: uno ampiamente previsto e preparato, l’altro totalmente inaspettato. Due eventi anche fortemente emblematici di aspetti complementari della costante ricerca dell’unità dei cristiani. L’ultimo in ordine di tempo -  ma programmato da anni - è stata la X Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) svoltasi a Busan, in Corea del Sud, nei primi giorni di novembre.
La sorpresa invece è arrivata tra febbraio e marzo: le dimissioni di papa Benedetto XVI e l’elezione del gesuita Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro, con il nome di Francesco.
L’Assemblea di Busan, avente per tema «Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace», è l’appuntamento che ogni sette anni riunisce le 345 Chiese che fanno parte del Consiglio ecumenico. Costituisce il momento principe di quello che potremmo chiamare l’«ecumenismo organizzato», la convergenza voluta e costruita giorno dopo giorno nella ricerca del consenso e del superamento di divisioni e incomprensioni a volte plurisecolari.
Attorno a questo «tempo forte» dell’ecumenismo come impegno e fatica teologica e spirituale, ruota una molteplicità di dialoghi bilaterali e multilaterali - che vedono tra i protagonisti anche la Chiesa cattolica, che non fa parte invece del Cec -, di Consigli regionali e nazionali delle Chiese, di commissioni teologiche, di movimenti e di iniziative di solidarietà in cui cristiani di confessioni diverse uniscono i loro sforzi e le loro preghiere per testimoniare con opere di carità la loro comune fede nel Signore risorto.
UNA VISIONE COMUNE
Il messaggio conclusivo dell’Assemblea di Busan è in realtà un pressante appello a intraprendere e proseguire un «pellegrinaggio verso la giustizia e la pace», sotto la signoria del Dio della vita e sulle tracce di Gesù Cristo. L’augurio dei delegati è anche una chiamata all’impegno fattivo cui nessun cristiano può sentirsi estraneo: «Possano le Chiese essere comunità di guarigione e compassione e possa la Buona Novella essere seminata da noi in modo che la giustizia cresca e la profonda pace di Dio abbracci il mondo».
In questo solco di dialogo teologico e di invito a «camminare insieme», anche la presentazione, il 7 marzo 2013, del nuovo documento di Fede e Costituzione - dipartimento teologico del Cec, al quale in questo caso partecipa anche la Chiesa cattolica -, dedicato a una comune visione ecclesiologica, può davvero innescare un processo di convergenza ecumenica analogo a quello suscitato nel 1982 dal cosiddetto «Documento di Lima», intitolato Battesimo, eucaristia, ministero. Sono i frutti più maturi di un dibattito teologico che da decenni si nutre del confronto e dell’ascolto dell’altro, ma che ha bisogno di un’accoglienza attiva e cordiale da parte delle singole Chiese per potersi tradurre in una prassi di comunione reale ed evangelica e, di conseguenza, in una testimonianza più credibile.
Su un piano apparentemente più organizzativo, va anche ricordata la XIV Assemblea del Kek - il Consiglio delle Chiese, ortodosse e protestanti, d’Europa - che ha nominato come nuovo presidente il vescovo anglicano inglese Christopher Hill e che ha deciso il trasferimento della propria sede da Ginevra a Bruxelles, uno snellimento delle strutture e la valorizzazione di un segretariato centrale. Certo, la collocazione al cuore dell’Europa politica - un ufficio è presente anche a Strasburgo - può offrire vantaggi logistici, di contenimento dei costi e di visibilità nel dialogo regolare con il mondo politico e la società civile, ma l’abbandono della storica sede appare come un ulteriore ridimensionamento di quel «quartier generale» dell’ecumenismo mondiale che Ginevra rappresenta dalla costituzione del Cec nel 1948.
IL VESCOVO DI ROMAMa la sorpresa maggiore, dicevamo, riguarda il fortissimo impatto ecumenico provocato dall’elezione di papa Francesco. E questo non tanto perché il cardinal Bergoglio fosse già prima un protagonista del movimento ecumenico mondiale, quanto per il suo modo di parlare e di agire fin dai primi istanti successivi all’elezione: il definirsi ripetutamente «vescovo di Roma, Chiesa che presiede nella carità» (secondo un’espressione di sant’Ignazio di Antiochia) ha subito immesso un afflato ecumenico in un evento di solito considerato attinente alla sola Chiesa cattolica.
Così, per la prima volta dalla separazione del 1054 tra la Chiesa di Oriente e quella di Occidente, un patriarca ecumenico ha presenziato alla Messa di inizio del ministero di un pontefice romano. Il fraterno incontro tra Francesco e Bartholomeos a Roma è stato pegno e anticipazione di quanto cammino sia possibile percorrere se insieme si cerca di tornare alla prassi della Chiesa del primo millennio e a forme rinnovate di esercizio del ministero petrino. Non è in discussione il primato del vescovo di Roma, ma le modalità con cui viene vissuto, modalità che nel corso dei secoli sono mutate a più riprese e che già Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint chiedeva di ripensare, anche con l’aiuto dei cristiani di altre confessioni.
Una conferma di come il clima ecumenico - da anni definito di «gelo» da parte di molti - sia cambiato è venuta sul finire del 2013 dalle reazioni all’esortazione apostolicaEvangelii Gaudium promulgata da papa Francesco a seguito del Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione. Quello che è considerato un vero e proprio documento programmatico del pontificato, ha ricevuto un’accoglienza attenta e partecipe anche da parte del mondo ortodosso e di quello della Riforma. 
Il linguaggio e lo stile marcatamente evangelici, la considerazione mostrata nei confronti delle Chiese locali e dei loro documenti teologici, l’insistenza sulla dimensione sinodale della Chiesa, la preoccupazione per la «corsa della Parola» nel mondo di oggi, la messa in guardia contro la mondanità che si insinua anche nelle persone e nelle strutture ecclesiali, la sottolineatura dell’opzione preferenziale per i poveri, hanno provocato reazioni positive non certo abituali e scontate da parte degli ambienti acattolici.
Un esempio di peso viene dal commento del pastore luterano Olav Tveit, segretario generale del Cec: «Evangelii Gaudium è un documento che viene incontro alla necessità e richiesta di un rinnovamento della Chiesa a tutti i livelli, richiamando l’urgenza del compito missionario». La consonanza di questo testo «stimolante e invitante» con le riflessioni dell’Assemblea di Busan è tale che il Consiglio ecumenico delle Chiese ha addirittura programmato una giornata specifica di studio sull’esortazione apostolica del Papa, caso più unico che raro nella storia del dialogo ecumenico.
Davvero possiamo dire che il 2013 ci ha mostrato come l’ecumenismo vive sì di confronto teologico, di programmi elaborati e di istanze ufficiali, ma anche e soprattutto di afflato evangelico, di comune ricerca della conversione quotidiana all’unico Signore, di concreta adesione al Vangelo della misericordia, di fedele obbedienza alla volontà di Gesù Cristo che tutti i suoi discepoli «siano una cosa sola».
Guido Dotti
Monaco di Bose, esperto di ecumenismo
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Le attese del 2014

Sul versante dei dialoghi e dei testi ufficiali, il 2014 vedrà lo sviluppo del processo di ricezione da parte delle Chiese del testo di convergenza preparato da Fede e Costituzione su La Chiesa: verso una visione comune. Sarà l’occasione per una ripresa e un approfondimento della consapevolezza di poter dire «una parola comune» tra cristiani su un tema decisivo quale quello della natura e missione della Chiesa.
Quanto invece agli incontri fraterni e al «dialogo della carità», il 50° anniversario dello storico incontro tra papa Paolo VI e il patriarca ecumenico Athenagoras (Gerusalemme, gennaio 1964) offrirà l’opportunità di un incontro in Terrasanta tra papa Francesco e l’attuale patriarca ecumenico Bartholomeos. I successori degli apostoli Pietro e Andrea si incontreranno in altre due circostanze: l’Arcivescovo di Costantinopoli verrà a Roma per celebrare il 10° anniversario del dono da parte del Vicariato di Roma della chiesa di San Teodoro per le celebrazioni liturgiche dei fedeli greco-ortodossi.
Inoltre papa Francesco si è ripromesso di recarsi personalmente a Istanbul in occasione della festività di Sant’Andrea apostolo, il prossimo 30 novembre.


Popoli

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Islam e cristianesimo. Dove il dialogo inciampa   
Chiesa - L'Espresso
 
(Sandro Magister) Nella "Evangelii gaudium" papa Francesco ha dettato le regole del rapporto con i musulmani. Il gesuita islamologo Samir Khalil Samir le esamina ad una ad a una. E ne denuncia i limiti (...) 
(en) Islam and Christianity. Where Dialogue Stumbles
(es) Islam y cristianismo. Donde trastabilla el diálogo
(fr) Islam et christianisme. Là où le dialogue bute

30 Dicembre. Il Vangelo del giorno.



Il  tweet di Papa Francesco: "Nel volto del Bambino Gesù contempliamo il volto di Dio. Venite, adoriamo!" (30 dicembre 2013)

La fede nasce dall’incontro con l’amore originario di Dio 
in cui appare il senso e la bontà della nostra vita. 
La luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, 
la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, 
di arricchire la vita comune. 
La fede non allontana dal mondo 
e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei.

Papa Francesco






Lc 2.36-40. 

C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.


Il commento

 
   Una vedova e un bambino, un figlio donato quale compimento di una preghiera senza posa. Il silenzio e la dedizione totale a Dio. Questo era Anna, figlia della Tribù di Aser cui era toccata in sorte una porzione della Terra Promessa che giungeva sino al Carmelo. Il profumo di questo Monte, culla del monachesimo d'ogni epoca, il giardino dai frutti deliziosi (in ebraico karmel che significa "Frutteto, giardino") evocato dal Cantico dei Cantici, pervade l'incontro tra questa donna anziana e questo Bimbo che celava un mistero prodigioso. Anna, immagine di Israele, la sposa della Creazione, era ormai vedova da troppi anni: Come ogni figlio di Israele intrappolato nel giogo dell'aguzzino romano, come ogni uomo della storia, era in attesa dell'ottavo giorno, quello delle nozze eterne e libere. Anna, che significa Grazia, una vita tra le mani orientata da sempre a quest'incontro. Anna, infatti, “non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Una vedova che, senza stancarsi, bussava alle porte del Giudice perché le facesse giustizia del suo avversario: aveva perduto lo Sposo, lo cercava, lo aspettava, lo desiderava. Era profetessa e sapeva che sarebbe arrivata la Giustizia, la preghiera incollata alle pitere del tempio era l'immagine di questa certezza che tappezzava ogni centimetro d'esistenza, che la fondava e la orientava. Aspettava e, proprio per questo, riconoscerà nel Bambino quello che attendeva. 

Era con tutta probabilità tra quelle donne che “nei tempi stabiliti venivano a prestare servizio all’ingresso della tenda del convegno” (Es 38,8; cfr. 1Sam 2,22). Viveva lì, facendo della sua vita un Tempio pronto ad accogliere il suo Dio; era sola con in seno la speranza di tutto il suo Popolo. E in un istante, dopo decine d'anni trascorsi tra digiuni e preghiere, ecco la Grazia di un incontro. Non era stata inutile la sua vita, anzi. Come non sono inutili anni di preghiere che sembrano evaporare inascoltate. Non è inutile pregare per il figlio che si è allontanato dalla Chiesa e non si vuole sposare; per il marito o la moglie che hano tradito; per il fratello che ci odia pieno di gelosia. Non è inutile una sola delle nostre preghiere, dei sacrifici e dei digiuni, delle elemosine e delle lacrime. Tutto è raccolto nelle mani di Dio, e daranno frutto a loro tempo, quello pensato da Dio nella sua provvidenza. Per questo la vecchiaia è feconda in una carica profetica dirompente. I calli del cuore solcati da lavoro e preghiera plasmano preghiere e parole sapide, autentiche, capaci di conficcarsi in terra come in Cielo, nel cuore degli uomini e in quelli di Dio. Quante donne anziane e quanti uomini, invece, vivono ai bordi della società, dalla panchina dei giardini pubblici ad una sedia in un angolo della casa; se non peggio, dimenticati in un ospizio, scivolando nelle ore senza senso per aver perduto la loro fondamentale missione. No, la vecchiaia è il tempo della preghiera più intensa, dell'intimità in attesa del compimento di tutta una vita. Gli anziani sono le antenne che ricevono ansie, speranze, angosce e desideri di tutta la famiglia per ritrasmetterle a Dio. Non sono soli, sono lasciati liberi per Dio. E a loro, come ad Anna, è concesso, in una pienezza di vita che gli anni precedenti non hanno conosciuto, la Grazia dell'incontro più importante, quello decisivo, per loro e per le loro famiglie. Possono accogliere Gesù con un'umiltà che la gioventò non ha. Saranno gli anziani, i nonni a parlare a figli e nipoti, nuore e generi, di quel Bambino, della salvezza e del compimento, la redenzione a quanti attendono afferrati e distratti da mille impegni, un senso alle proprie vite. Anna dunque, è immagine del culmine della vita, la parte migliore, la più saggia, la pià santa, la più feconda. Perchè era proprio nella vecchiaia inoltrata che quel Dio pregato, amato e temuto le aveva risposto; ed ecco ora un Bambino, piccolo per lei piccola, umile per lei umile, nascosto per lei nascosta. Così Dio incontra i suoi figli. Nulla d'eccezionale, piuttosto lo stupore d'un evento atteso e accaduto nella semplicità d'un Bimbo che nasce. Così è la nostra storia con Dio. Viene a noi nelle sembianze semplici della vita d'ogni giorno, viene a trovarci e a saziare le speranze che ci colmano il cuore. Preghiera e digiuno sono in noi ad esprimere l'attesa e il desiderio di Lui; anche la preghiera fatta carne e il digiuno fatto lacrime di dolore e nostalgia sono il grido che cerca e aspetta Lui, il Bimbo atteso e mai partorito. Anna è dunque figura di ciascuno di noi sposato nell'incompiutezza dei sette anni che disegnano la prima creazione ferita dalla caduta del peccato originale; come Anna attende il Messia Bambino che dischiuda l'alba della nuova creazione, l'ottavo giorno della redenzione che trasfigura la nostra carne e la nostra esistenza riscattandola dal peccato. La vita liberata dalla forza inerme di un Bambino stretto tra le braccia. E, con Lui, possiamo incamminarci oggi tutti alla Santa casa di Nazaret dove, bambini nel Bambino, fortificarci colmi di sapienza, con la Grazia ad accompagnarci. Andiamo a Nazaret dunque, la nostra casa, la nostra comunità, il nostro cammino: "Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine!" (Paolo VI, Discorso pronunciato a Nazaret, 5 gennaio 1964).

domenica 29 dicembre 2013

Caterina, una vita contro malattie e...

...beceri animalisti
di Riccardo Cascioli

Trenta auguri di morte e oltre 500 insulti: tanto è costato a Caterina Simonsen, 25 anni,  studentessa di Veterinaria, postare su Facebook una sua foto con respiratore sul volto e un foglio con scritto: «Io, Caterina S., ho 25 anni grazie alla vera ricerca, che include la sperimentazione animale. Senza la ricerca sarei morta a 9 anni. Mi avete regalato un futuro».
Caterina, che intendeva in quel modo dare il proprio sostegno alla campagna a favore della ricerca scientifica, è affetta da quattro malattie genetiche rare che la costringono a lunghe terapie ogni giorno. Il suo post ha ricevuto migliaia di “mi piace”, ma anche una fitta sequenza di insulti e minacce da parte di animalisti, che l’hanno spinta a mettere in rete anche un video di risposta in cui spiega la sua situazione, come vive, e il perché la sperimentazione dei farmaci sugli animali sia inevitabile.
Ciò che colpisce anzitutto nel video, è l’amore di Caterina alla vita, il suo desiderio di vivere malgrado i sacrifici e le sofferenze fisiche che la sua condizione comporta. Per questo non riesce a comprendere come altri esseri umani possano concepire pensieri come “meglio 10 topi che te” o “era meglio se morivi a 9 anni”. Bisogna aver perso qualsiasi consapevolezza del senso della propria esistenza, qualsiasi coscienza del valore della vita. In altre parole, bisogna aver abiurato completamente alla propria identità umana, che implica il riconoscimento di un unicum proprio degli esseri umani rispetto agli animali. 
Purtroppo non è un fenomeno di pochi balordi che usano i social network per sfogare le proprie frustrazioni, come si ama dire in questi casi. E’ invece una mentalità sempre più diffusa, e sicuramente è il vero volto dell’animalismo, che nella sua essenza non è amore per gli animali ma odio per l’uomo. Basti vedere la rapida e inquietante crescita del terrorismo animalista che colpisce allevamenti, distrugge laboratori di ricerca, minaccia di morte imprenditori e ricercatori (giusto un anno fa La Nuova BQ registrava il salto di qualità del terrorismo animalista).

Negli scorsi mesi, tanto per fare un esempio, ci sono stati due attacchi ad altrettanti laboratori dell’Università di Milano: distrutti i risultati di anni di ricerche, che significa ritardi nel poter mettere a punto farmaci per curare malattie anche gravi, e “liberazione” di centinaia di cavie: in realtà tutte condannate a morte, visto che fuori dall’asettico laboratorio universitario hanno poche ore di possibilità di vita. Si uccidono gli animali pur di danneggiare l’uomo, è questa la logica animalista.

Come spiegava recentemente il segretario generale di Federfauna, Massimiliano Filippi,  «un “animalista” non è un amante degli animali e un “amante degli animali” non può essere un animalista! Chi, come l’animalista, è contrario senza se e senza ma all’allevamento o ad altre attività umane con gli animali, compreso il consumo di carne e l’utilizzo di pelli e pellicce, non tiene conto che la sopravvivenza di molte specie animali ormai dipende in gran parte dal fatto che l’uomo tragga beneficio dalla loro esistenza. Chi alleverebbe mai una razza bovina come la Chianina se nessuno più mangiasse la fiorentina? Chi, come l’animalista, è contrario senza se e senza ma alla sperimentazione animale, non tiene conto che è grazie alla sperimentazione animale che oggi esistono tanti farmaci e pratiche veterinarie in grado di salvare anche i suoi animali da patologie per le quali in passato sarebbero morti. Una persona che preferirebbe vedere una specie animale estinta piuttosto che gestita dall’uomo, non solo non ama quella specie animale, ma neanche tutti gli altri animali, visto che sono, anzi siamo, tutti tasselli di uno stesso puzzle».
Eppure la filosofia animalista oggi è sempre più diffusa, ben oltre i gruppi militanti, anche grazie all’irresponsabile complicità dei media che danno ampio spazio alle ragioni di minoranze violente che cianciano di diritti degli animali, facendoli apparire tanti Martin Luther King che promuovono i diritti civili di una razza repressa. Oggi, parlare di “diritti degli animali” è diventata una cosa comune, il pensiero si è insinuato anche fra i cattolici: ma questa è la perdita della centralità della persona. Perché in realtà non esistono i “diritti degli animali”, esistono i “doveri dell’uomo”, la responsabilità dell’uomo, al quale gli animali sono stati “consegnati” da Dio e del cui uso e trattamento a Dio deve rispondere. Tanto è vero che lo stesso catechismo della Chiesa cattolica afferma che «far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita», «è contrario alla dignità dell’uomo», non a quella degli animali (2148). 
E’ solo la riscoperta della centralità dell’uomo nel Creato, quale vertice della Creazione, che evita maltrattamenti e sofferenze inutili degli animali, come l’esempio di tanti santi dimostra. Al contrario, chi promuove i “diritti degli animali” non è gli animali che eleva alla condizione dell’uomo – impresa impossibile – ma è l’uomo che abbassa alla condizione degli animali. Cosa che gli insulti a Caterina inequivocabilmente dimostrano. 

Papa Francesco, la famiglia e Scalfari

Il Papa e Scalfari

Vaticano, il programma del Papa fino all'Epifania

Il 31 dicembre alle 17 è prevista la celebrazione dei Primi Vespri;

Il 1 gennaio alle 10 la solennità della SS. Madre di Dio è abbinata alla Giornata Mondiale della Pace;

l'Epifania, il 6 gennaio, alle 10, con il cosiddetto  annuncio della Pasqua. Con il Santo Padre Francesco concelebreranno i cardinali, i vescovi e i sacerdoti.

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In un ampio articolo domenicale Eugenio Scalfari ci presenta ancora una volta la sua personale immagine ela sua personalissima interpretazione di Papa Francesco. Scrive un’imprecisione su sant’Ignazio di Loyola, che secondo il fondatore di «Repubblica» Bergoglio si sarebbe affrettato a canonizzare (Ignazio è stato proclamato santo un tantino prima, nel 1622 da papa Gregorio XV, nato Alessandro Ludovisi e per nulla gesuita. Francesco ha canonizzato invece un altro gesuita, Pietro Favre, tra i primi a seguire Ignazio).
La tesi più incongrua dell’articolo, a mio avviso, è sostenere che Papa Francesco abbia «di fatto abolito il peccato» (sic!). Ora, Scalfari stesso ha ammesso, di fronte alla stampa internazionale, che nella trascrizione a memoria del colloquio con il Pontefice gli aveva attribuito parole che Bergoglio mai aveva pronunciato. Questa volta però per attribuire al Papa l’abolizione del peccato Scalfari è costretto ad «abolire» tutto il magistero di Papa Francesco che altro non è se non il cuore dell’annuncio cristiano.
Il Papa già molte volte si è definito «peccatore» e parla molto spesso di misericordia e di perdono dei peccati. Per sperimentare la misericordia di Dio, un Dio misericordioso che non si stanca mai di perdonare, bisogna essere coscienti del nostro limite, del nostro peccato, della nostra inadeguatezza, del nostro male del nostro bisogno di salvezza, di perdono, di amore, di misericordia. Cioè bisogna essere coscienti del nostro essere peccatori, esattamente l’opposto di quell’«abolizione» del peccato che con una frase ad effetto Scalfari attribuisce al Papa.
Nell’articolo il fondatore di «Repubblica» valorizza la portata di novità del messaggio cristiano, che è – appunto – il sovrabbondare della grazia e della misericordia di un Dio che ama a tal punto le sue creature da sacrificare suo Figlio sulla croce per la loro salvezza. Gesù ha preso su di sé il peccato del mondo («qui tollis peccata mundi» non significa «che togli» ma «che prendi su si te i peccati del mondo»). Se Scalfari per «abolizione» ha inteso sottolineare questo, coglie – pur da non credente – il vero cuore del messaggio cristiano, che però non è una novità di Bergoglio anche se innegabilmente il Papa argentino lo sta annunciando e declinando con una forza e una testimonianza personale che commuovono e interrogano molti, anche lontani (Scalfari compreso).
Andrea Tornielli

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Papa Francesco, la famiglia e Scalfari
di Massimo Introvigne
Voglio condividere con i lettori la gioia di avere ascoltato la preghiera di Papa Francesco per la famiglia a Nazaret, dove mi trovo in pellegrinaggio con altre firme della Nuova Bussola Quotidiana - Marco Invernizzi, Rino Cammilleri, Alessandro Pagano - e dove il Papa è apparso in video dopo l'Angelus di domenica 29 dicembre 2013, collegato con la Basilica dell'Annunciazione in Terrasanta così come con Loreto e la Sagrada Familia di Barcellona. Affidando alla Sacra Famiglia, nel giorno della sua festa, il prossimo Sinodo, il Pontefice ha ricordato con forza che la famiglia è «sacra e inviolabile», che in essa vive «lo splendore dell'amore» e che nella famiglia di Nazaret «Dio ha voluto avere un padre e una madre, proprio come noi». Il segreto della famiglia, ha ripetuto Francesco riprendendo quanto aveva già detto altre volte, parte dalle piccole cose, dalla buona educazione, dalle tre parole fondamentali: permesso, grazie, scusa. Nella famiglia, ha detto il Papa, si sperimentano anche il dolore e le ingiustizie umane: nella strage di Erode si annunciano tanti altri attentati alla vita, nell'esperienza della Sacra Famiglia profuga riconosciamo i milioni di profughi di oggi e le colpe di chi spesso non è capace di accoglierli.
Anche in Terrasanta, dove ci sono in queste vacanze tanti pellegrini e turisti italiani, molti nella stessa mattina di domenica hanno aperto  «Repubblica» e hanno scoperto nell'omelia settimanale di Eugenio Scalfari che Papa Francesco ha «canonizzato pochi giorni fa Ignazio di Loyola» (1491-1556),  gesto da cui il giornalista ricava tutta una serie di conseguenze. Certo, se dopo tanti secoli fosse stato canonizzato il fondatore dei Gesuiti si tratterebbe di una grande novità per la Chiesa. Peccato però che Scalfari sia in ritardo di quasi quattrocento anni: sant'Ignazio è stato canonizzato nel 1622. Evidentemente si è confuso con la canonizzazione di un altro gesuita delle origini, Pietro Favre (1506-1546): ma lo svarione basterebbe a farci buttare via tutto l'articolo e a evitare di perdere tempo.
Tuttavia altri prendono sul serio Scalfari - per manipolare il Papa o per attaccarlo - e qualche considerazione, sullo sfondo della grande festa delle famiglie, è quindi opportuna. Come c'è in Italia una giustizia a orologeria - che funziona perché le fa eco e la anticipa nei verdetti proprio il giornale di Scalfari - ora c'è anche una memoria a orologeria. Il ricordificio di Scalfari arriva, puntuale come Equitalia, ogni volta che ci sia da coprire qualche gesto del Papa, nel caso del 29 dicembre la giornata dedicata alla Sacra Famiglia e la difesa del carattere «sacro e inviolabile» della famiglia che tanti amici di «Repubblica» tentano invece ogni giorno di violare.
La famosa «intervista» - in realtà una chiacchierata informale - diventa un magazzino magico da cui fare emergere «ricordi» selettivi ogni volta che servono. Ma sappiamo già che Scalfari non registrò la voce del Papa, non prese appunti letterali, attribuì al Papa cose non solo mai dette da Francesco ma neanche pensate. Lo sappiamo non da qualche critico malevolo, ma dallo stesso Scalfari il quale, parlando alla Stampa Estera, lo scorso 21 novembre ebbe a dire: «Sono dispostissimo a pensare che alcune delle cose scritte da me e a lui attribuite, il Papa non solo non le abbia dette ma neppure  le condivida».
Dunque, quando emergono dai nuovi ricordi di Scalfari - quando finiranno? - frasi teologicamente ambigue attribuite al Papa, la domanda è: di che cosa stiamo parlando? Il 21 novembre il giornalista ci ha già detto tutto: a voler essere molto benevoli, la memoria lo tradisce e gli fa attribuire a Papa Francesco cose che il Pontefice non ha detto, non pensa, non condivide e che sono semplici quanto irrilevanti frammenti dell'immaginazione di Scalfari.
L'articolo ha una tesi di fondo: Papa Francesco ha abolito la nozione di peccato, sostituendola con la misericordia. Sciocchezze, e Scalfari non legge il Papa. Perché i fiumi di misericordia di cui parla Francesco hanno uno sbocco preciso: sfociano nel confessionale. Un giorno prima delle ammissioni di Scalfari alla Stampa Estera, all'udienza generale del 20 novembre, Papa Francesco aveva osservato che «tante persone forse non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina sempre l’individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa. Per noi cristiani c’è un dono in più, e c’è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale» della confessione. Dio perdona sempre, ma perdona «il peccatore» - altro che abolire il peccato -, lo perdona se è pentito, e gli chiede di passare dalla confessione.
Se il carattere «inviolabile» della famiglia è violato, se si attenta alla vita, se si maltrattano i profughi, come non riconoscere nella storia la presenza del peccato e la necessità della confessione? Ai lettori mi permetto di dare un consiglio: leggere i discorsi di Papa Francesco alla fonte, magari aiutati - se lo ritengono - dai commenti di questa testata, che si sforzano sempre di rimanere fedeli e aderenti ai testi, senza seguire i pifferai magici della stampa laicista e neppure certi critici che vanno a spulciare fuori del contesto le frasi del Pontefice per fargli quotidiani esami di teologia quasi fosse un seminarista.
A Scalfari chiediamo di chiudere il ricordificio, la macchina della manipolazione e della fantasia. Se rispetta il Papa, si metta in umile ascolto di quello che dice. Se davvero il suo cuore di non credente è inquieto, e non si tratta solo di una posa retorica, ascolti piuttosto in silenzio e umiltà questo appello alla confessione di Papa Francesco: «E io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti. Pensa che qualcuno ti aspetta perché mai ha smesso di ricordarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come ha fatto Zaccheo, sali sull’albero della voglia di essere perdonato; io ti assicuro che non sarai deluso» (Angelus, 3-11-2013).

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Abolire il peccato? Ci provano da più di cento anni
di Riccardo Cascioli
«Gli scienziati moderni sono persuasi che ogni indagine debba necessariamente cominciare con un dato di fatto. Anche le guide religiose dell’antichità erano persuase che ciò fosse necessario. Loro cominciavano con il fatto del peccato, un fatto pratico come le patate. Un uomo poteva essere o meno lavato in acque miracolose, ma non c’era dubbio, in ogni caso, che volesse lavarsi. Ma ai nostri giorni certi leader religiosi di Londra, non dei semplici materialisti, hanno cominciato a negare non l’assai contestabile efficacia dell’acqua, ma l’incontestabile sporcizia. Certi nuovi teologi mettono in discussione il peccato originale, che è l’unico aspetto della teologia cristiana che può veramente essere dimostrato. (…) Nella loro spiritualità quasi fastidiosa ammettono che Dio è senza peccato, una cosa che non possono vedere nemmeno in sogno. Ma negano praticamente il peccato nell’uomo, cosa che si vede per strada». Queste parole sono state scritte da G.K. Chesterton nel 1908. Ciò dimostra che «l’abolizione del peccato» è un qualcosa che tanti teologi perseguono da molto tempo al punto che già 105 anni fa questa tendenza si era già affermata. Ammesso e non concesso che papa Francesco davvero abbia abolito il peccato, come Eugenio Scalfari sosteneva ieri nella sua solita, lunghissima omelia domenicale, non avrebbe certo fatto una rivoluzione, come Scalfari invece pretende.
In realtà, come l’articolo di Massimo Introvigne pure dimostra, attribuire a papa Francesco l’intenzione di «abolire il peccato» è semplicemente ridicolo. Basterebbe ricordare che nell’intervista alla Civiltà Cattolica si è definito «un peccatore, al quale il Signore ha guardato», e ancora che nell’udienza dello scorso 20 novembre ha raccontato che «anche il Papa si confessa, ogni 15 giorni, perché anche il Papa è un peccatore». Del resto, seppure non ci fossero queste pubbliche affermazioni, basterebbe osservare che la Misericordia di Dio su cui papa Francesco tanto insiste ha senso proprio perché evidente è la realtà del peccato. Non ci fosse il peccato, sarebbe inutile anche la Misericordia.
La questione del peccato è centrale nelle vicende umane e nell’annuncio cristiano. Se c’è e contrassegna l’esistenza personale di ogni uomo e donna, allora l’annuncio del Salvatore chiama ognuno alla conversione, vale a dire a volgere lo sguardo a Dio. Questa è l’esperienza che da duemila anni fanno tutti i santi e aspiranti tali. Se invece il peccato non c’è o è comunque irrilevante ai fini della salvezza perché tanto il Signore perdona tutti a prescindere, allora è la Chiesa che deve inseguire il mondo, assecondarlo nei suoi desideri e nelle sue conquiste, limitandosi a fornire un servizio che appaga quel bisogno spirituale – nel senso generico del termine – che c’è in ogni persona. Questo è ciò che predicano non solo Scalfari e affini, ma anche tanti teologi e intellettuali cattolici, oggi molto più numerosi che al tempo di Chesterton.

L’ultimo esempio ce lo ha fornito il funerale del transessuale colombiano Andrea Quintero, svoltosi a Roma tre giorni fa. Ha guadagnato grandi titoli su tutti i giornali perché il direttore della Caritas di Roma, don Enrico Feroci, nell’omelia ha parlato di Andrea sempre al femminile, come il pensiero unico omosessualista impone. Scontato il plauso dell’onnipresente Wladimir Luxuria (Vladimiro Guadagno all’anagrafe) che ha parlato di «riconoscimento storico», nonché del ministro Cecile Kyenge e del sindaco di Roma Ignazio Marino. Ma è triste lo spettacolo di una Chiesa che non sa più distinguere tra peccatore – che va accolto e perdonato -  e peccato, che va invece sempre condannato (anche per evitare che altri cadano nello stesso errore). Quel pronome personale usato al femminile non è accoglienza né misericordia, indica soltanto complicità con il peccato, un sentimento inutile per il peccatore e dannoso per tutti gli altri.
In ogni caso è per questo che c’è quasi una ossessione nel voler presentare Francesco come un Papa di rottura, un vescovo di Roma come non ce n’erano mai stati, un Papa in totale discontinuità con il passato. E’ tale l’ossessione, anche nei media cattolici, che si scende francamente nel ridicolo. Pare ad esempio che sia stato papa Francesco a scoprire che Dio è Misericordia, dimenticando che è stato Giovanni Paolo II a istituire la festività della Divina Misericordia nel 2000 facendo conoscere a tutta la Chiesa santa Faustina Kowalska, ed ancora Giovanni Paolo II alla misericordia ha dedicato addirittura un’enciclica (Dives in Misericordia, 1980, quasi all’inizio del suo pontificato). E quando il 21 dicembre scorso papa Francesco si è recato all’ospedale pediatrico Bambin Gesù, un quotidiano cattolico gli ha dedicato la prima pagina titolando come se fosse la prima volta nella storia della Chiesa che si verificasse un evento del genere: ma al Bambin Gesù prima di Francesco ci sono già stati Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Non solo, sono tanti i vescovi cattolici che nelle loro diocesi fanno esattamente la stessa cosa.
Si potrebbe continuare a lungo, enumerando tutte le presunte novità di questo papato. Nessuno può negare una specificità di stile pastorale di papa Francesco rispetto ai suoi predecessori, ma questo vale anche per tutti quanti lo hanno preceduto. L’insistenza sulla discontinuità nasconde invece il desiderio di vedere la Chiesa rinunciare non già a dettagli legati al tempo e alla cultura, quanto al suo tesoro più prezioso, la Verità rivelata da Cristo. Da qui anche il tentativo di usare la pastorale come pretesto per cambiare la dottrina della Chiesa, protestantizzandola.
In tutto questo Scalfari non fa altro che cercare di assestare il colpo del ko, potendo contare sui tanti – anche prelati – che dall’interno della Chiesa perseguono lo stesso scopo. E, curiosamente, alcuni di loro sono anche assidui frequentatori delle pagine di Repubblica.

Presente e futuro del pontificato di Francesco



Intervista con Giuseppe Rusconi, vaticanista di lungo corso, fondatore e autore del blog specializzato www.rossoporpora.org


Perché Benedetto XVI si è dimesso? Quali sono le ragioni dell’entusiasmo che accompagna papa Francesco? Perché alcuni cattolici sono critici? In che modo sarà possibile dialogare con l’Islam e realizzare un'unità con le confessioni cristiane? Quali prospettive offre l’alleanza con Mosca per la pace, la difesa della vita e della famiglia?
Queste e altre domande ZENIT le ha rivolte a Giuseppe Rusconi, vaticanista di lungo corso.
Già professore di letteratura italiana al Liceo svizzero di Roma, giornalista parlamentare a Berna per il Corriere del Ticino, Rusconi ha diretto la rubrica Rossoporpora nella rivista di approfondimento per il mondo cattolico Il Consulente RE. Della stessa rivista è stato direttore per cinque anni.
Attualmente Rusconi è corrispondente da Roma per il Corriere del Ticino, collabora con ilGiornale del Popolo e si occupa di notizie vaticane e riguardanti il cattolicesimo italiano, politica italiana e rapporti italo-svizzeri.
Ultimo libro pubblicato L'impegno - Come la Chiesa italiana accompagna la società nella vita di ogni giorno, un'indagine sull'enorme dimensione del servizio sociale che il mondo cattolico rende alla comunità nazionale.
Da metà febbraio 2013 è attivo il suo sito www.rossoporpora.org
Quali sono, secondo te, le ragioni profonde per cui Benedetto XVI ha rinunciato al Pontificato?
Giuseppe Rusconi: Penso che Benedetto XVI abbia deciso di rinunciare al Papato per il semplice motivo che sentiva di non farcela più a sopportarne gli oneri sempre maggiori in un mondo pervaso da una secolarizzazione diffusa. Per un verso ottantasei anni è un’età in cui normalmente le forze incominciano a venir meno in modo palese. Peraltro Joseph Ratzinger più volte aveva detto e scritto che nel caso in cui un Papa avesse percepito di non riuscire più a essere tale al cento per cento, si sarebbe aperta razionalmente la prospettiva delle dimissioni, una decisione da assumere in piena libertà di spirito. Del resto il cardinale Ratzinger ha vissuto da vicino i lunghi anni del declino fisico di papa Wojtyla e anche ciò gli è servito per preparare una decisione presa per il bene della Chiesa e dunque dell’umanità. 
Il popolo, soprattutto quello dei lontani dalla Chiesa e dei non credenti esulta ed è entusiasta di papa Francesco, mentre una parte del clero non capisce, e alcuni laici cattolici sono addirittura critici. Come spieghi questo fenomeno?
Giuseppe Rusconi: Fin dal giorno della sua elezione, già con i suoi primi gesti, papa Francesco ha portato una ventata di novità nella Chiesa. In una società massmediatica come la nostra l’impatto pubblico di tali gesti si moltiplica. E’ evidente che ogni Papa, nel contatto con il mondo, è condizionato dalla sua origine, dall’educazione ricevuta, dall’aria che ha respirato, dalle esperienze che ha avuto e certamente dalle sue caratteristiche native. Il cardinale Ratzinger più volte aveva chiesto a Giovanni Paolo II di potersi ‘pensionare’ da prefetto della Dottrina della Fede per tornare ai propri studi e si è ritrovato invece a essere Pastore universale. Il cardinale Bergoglio ha avuto una vita molto diversa da quella del cardinale Ratzinger; molto diversi sono anche i tratti di carattere dei due. Il gesuita argentino non poteva non piacere subito al mondo. Prima di tutto al mondo dei cattolici solo anagrafici, degli scettici, dei non credenti: il calore umano che promana da papa Francesco è tale che diventa irresistibile per chi nel proprio immaginario associa la Chiesa istituzionale all’immobilismo paludato. A questa parte di mondo sono piaciute molto anche alcune esternazioni di papa Francesco su temi delicati, come quelli dei ‘valori non negoziabili’: non a caso la maggior parte dei massmedia le ha presentate, magari con qualche equivoco, come un’apertura inaudita alla cosiddetta ‘modernità’. Papa Francesco piace molto anche ai credenti di altre fedi, ad esempio a non pochi musulmani (già per il nome scelto), che vedono in lui in qualche modo un oppositore della politica statunitense in campo internazionale.
Per quanto riguarda l’interno del cattolicesimo, è vero che le opinioni non sono univoche. Certo sono molti i cattolici che amano papa Francesco, in particolar modo per la sua vicinanza (espressasi anche con tanti gesti concreti) alla carne di Cristo che soffre, alle ‘periferie’ umane; lo amano anche per il suo incessante richiamo alla misericordia, per il suo invito a ogni fedele a scuotersi dal più o meno grande torpore che lo caratterizza per incamminarsi con gioia sulla via di una conversione autentica di vita, per il suo linguaggio semplice, diretto, ricco di saggezza derivata dall’esperienza concreta. Tuttavia, specie nelle gerarchie e tra i cattolici praticanti, non manca chi – pur apprezzando molto la capacità di contatto di papa Francesco con il cuore di ogni singolo uomo – resta a volte perplesso perché, a torto o a ragione, vede sbiadire certi contorni dell’identità cattolica come si è formata nella storia. Non pochi sono perplessi ad esempio sul mancato incoraggiamento del Papa ai tanti cattolici che testimoniano pubblicamente la loro fedeltà ai ‘valori non negoziabili’, come è successo in Francia attorno alla questione del ‘matrimonio per tutti’ (ovvero per il riconoscimento delle cosiddette ‘nozze gay’). Ci sono poi laici, cattolici e non cattolici, ancora più critici, che ritengono papa Francesco un fattore di rischio per il cattolicesimo universale, dissentendo non solo dal suo approccio al tema dei ‘valori non negoziabili’, ma dalle sue idee in materia di decentramento della Chiesa, di globalizzazione e di economia di mercato.    

Quali sono i problemi più seri che papa Francesco dovrà affrontare e risolvere all’interno della Chiesa cattolica?
Giuseppe Rusconi: Il problema fondamentale è, nel mondo occidentale, l’erosione dell’immagine della Chiesa cattolica, non solo a causa di scandali vari, ma anche proprio per la perdita di fede dovuta all’avanzata del relativismo promosso con ingenti mezzi finanziari e una incessante propaganda massmediatica da buona parte della politica, dell’economia e della cultura contemporanee. Se la fede è in calo tra gli adulti, immaginiamoci tra le nuove generazioni, cui non viene in molti casi nemmeno più trasmessa. Quanti tra i bambini e i giovani sanno farsi bene il segno della Croce? O che cosa sia la Pasqua? Per non parlare di Avvento e Quaresima? L’emarginazione del cattolicesimo in molti Paesi occidentali è ormai tale da sfiorare l’irrilevanza sociale: pensiamo a come è ridotto in Paesi in cui lo stesso cattolicesimo si è caratterizzato per il suo ‘progressismo’ postconciliare come l’Olanda e il Belgio. Anche in America latina il cattolicesimo è in stato di sofferenza; un po’ per la ‘concorrenza’ delle sette protestanti, un po’ per il dilagante laicismo che si sta manifestando tra i politici di diversi Stati della regione. In Africa il cattolicesimo, pur ben vivo, deve far fronte all’avanzata di un islam intollerante. In Asia il cattolicesimo è piccola minoranza, perdipiù spesso anch’essa in sofferenza: certo, se in futuro fosse eletto un Papa cinese per intero o per metà, le cose potrebbero cambiare! Anche in Oceania, per finire, il cattolicesimo ha i suoi problemi a causa della secolarizzazione dilagante. 
All’interno della Chiesa ci sono poi altri problemi urgenti da affrontare. Tra gli altri: il calo delle vocazioni, specie ma non solo in Occidente (cui non sembra ragionevole porre rimedio con l’abolizione del celibato ecclesiastico); la pastorale della famiglia (alla cui crisi non sembra ragionevole porre rimedio con una relativizzazione dell’istituto familiare); la mancata coerenza di comportamento in alcuni uomini di Chiesa (ineliminabile data la natura umana, ma riducibile con interventi mirati); lo snellimento di alcune strutture burocratiche (il che non significa però creare una Chiesa policentrica – e dunque a forte rischio di scisma – indebolendo Roma come centro della Cristianità). 
E all’esterno? Pensi che papa Francesco ce la farà a dialogare con i senza Dio, gli indifferenti, gli agnostici, i critici antichiesa?
Giuseppe Rusconi: I tiepidi, gli scettici, i non credenti sono affascinati dal carisma di Francesco, che non a caso è stato scelto da ‘Time’ come ‘uomo dell’anno’. Francesco mira prima di tutto a entrare in contatto con ogni singolo cuore umano… la dottrina semmai seguirà. Volutamente ha rilasciato, dopo quella amplissima a ‘Civiltà cattolica’, anche un’intervista assai lunga a ‘Repubblica’ (sulle cui modalità particolari si può stare a discutere all’infinito). Però l’ha fatto e ciò testimonia della sua forte volontà di dialogare con tutti, così da costringere tutti a porsi alcune domande fondamentali sull’uomo. Alcuni cattolici anagrafici, che si erano staccati dalla Chiesa, sono ritornati o stanno tornando. Così come alcuni scettici stanno scoprendo la bellezza del cattolicesimo: e qui i meriti di Francesco sono indubitabili. Basti pensare anche alle folle che gremiscono piazza San Pietro a ogni udienza generale. Ci si può chiedere però, al di là della riuscita del ‘contatto’, se l’entusiasmo delle folle sia prodotto dal sorriso, dai gesti, dai grani di saggezza distribuiti oppure se derivi dal profondo, da una sorta di effettiva e almeno parziale  conversione di vita in chi acclama. Spesso papa Francesco viene tirato per la giacchetta dagli ambienti relativisti, che approfittano di alcune sue esternazioni per emarginare ulteriormente i cattolici impegnati nella difesa dei valori non negoziabili: tipico è il caso del “Chi sono io per giudicare?”, amputato però della seconda parte del ragionamento papale. In tale esaltazione unilaterale e strumentale di Francesco vengono naturalmente taciute le sue parole sulla difesa della vita e sull’unicità del matrimonio tra uomo e donna, così che chi legge i titoli tende a farsi l’idea di un Papa ‘moderno’ contrapposto ai soliti cattolici reazionari e rompiscatole che non sanno adattarsi ai ‘progressi’ della società civile.  
Riuscirà a trovare un rapporto pacifico e collaborativo con l’Islam moderato, a ricucire gli strappi della storia con le altre confessioni cristiane?
Giuseppe Rusconi: Difficile rispondere a questa doppia domanda. Per quanto riguarda l’Islam moderato, si può solo sperare, ma senza farsi troppe illusioni. L’Islam non moderato ha più mezzi, si fa sentire di più (purtroppo anche molto concretamente) e si avvale di un tacito consenso tra parecchi musulmani silenti che rimproverano all’Occidente (in cui continuano per abitudine consolidata a comprendere la Chiesa cattolica) una degenerazione intollerabile nel campo dei ‘valori’.
Anche con le altre confessioni cristiane non è facile ipotizzare la fine delle divisioni: né con i protestanti né con gli ortodossi. Cui certo piace il fatto che papa Francesco voglia essere definito prima di tutto come ‘vescovo di Roma’; e tuttavia anche con loro restano teologicamente delle divergenze non da poco. Vedo molto di più la possibilità di una collaborazione concreta sul piano della difesa dei valori di vita e famiglia.

Riuscirà ad allearsi con Mosca per garantire pace, difesa della vita della famiglia e dei cristiani nel mondo?
Giuseppe Rusconi: Putin, per i suoi trascorsi, può anche piacere poco. Tuttavia oggettivamente può essere il miglior alleato della Chiesa cattolica nella difesa dei ‘valori non negoziabili’. Putin ha cercato e avuto un prezioso riconoscimento internazionale dal Vaticano, avvalorato dalla visita del 25 novembre scorso. Dietro Putin c’è la Chiesa ortodossa, che in questo ambito è sulla linea della sorella cattolica. E’ ragionevole pensare che si stia delineando un asse Vaticano- Russia- Paesi ortodossi come ad esempio la Serbia per impedire che in campo internazionale tali valori vengano misconosciuti. All’asse citato si possono aggiungere Ungheria (con la sua nuova Costituzione molto esplicita in materia) e Croazia (il cui popolo-. nel silenzio imbarazzato della nota lobby e dei suoi addentellati politico-finanziari – con chiaro voto ha approvato il primo dicembre l’inserimento nella Costituzione dell’espressione “unione tra uomo e donna” quale precisazione della parola ‘matrimonio’. Tale asse si viene a contrapporre nei fatti allo schieramento che comprende tra gli altri la Francia di Hollande-Taubira (legge sui cosiddetti ‘matrimoni gay’, votata ignorando proprio la testimonianza pubblica di una parte molto consistente della società civile), l’Olanda apripista dell’eutanasia, il Belgio – in cui sta per essere approvata una legge inaudita e vomitevole che permetterebbe ai bambini malati di chiedere essi stessi l’eutanasia. Ma dove sono i cattolici? Qui bisogna scendere in piazza a oltranza! – la Gran Bretagna (con le ‘aperture’ del cosiddetto conservatore Cameron) e compagnia brutta. Cui naturalmente fa da gran protettore Barack Obama, espressione per antonomasia della ‘società liquida’ tanto amata dalla nota lobby e dai suoi servitori.
Quali secondo te gli effetti di un’eventuale alleanza tra Roma e Mosca per la pace in Siria, in Palestina, e in tutto il Medio Oriente?
Giuseppe Rusconi: Le ‘primavere arabe’ (come ha ben detto a www.rossoporpora.org  il cardinale patriarca Béchara Raï) si sono rivelate fin qui solo “un inverno e una notte senza alba non solo per i cristiani ma per tutti quanti”.  Gli Stati arabi e quelli occidentali (in testa gli Stati Uniti) che le hanno foraggiate hanno compiuto un errore gravissimo. Ora Obama versa lacrime di coccodrillo e ci sta ripensando, in particolar modo per quanto riguarda la situazione in Siria con i ribelli ormai dominati dalle fazioni fondamentaliste e ferocemente anti-cristiane. E’ evidente che l’alleanza di cui ho parlato prima può essere molto preziosa per cercare di almeno salvare il salvabile per quanto riguarda i cristiani in Medio Oriente. La pace in Medio Oriente con la soluzione del conflitto israelo-palestinese? Lì al momento non si vede razionalmente ancora una via d’uscita praticabile. Ma nulla si può escludere, anche ciò che al momento sembra quasi impossibile da concretizzare.
Alcuni già sostengono che si stia avverando la profezia della Madonna di Fatima, e cioè che la consacrazione della Russia a Maria porterà pace in tutto il mondo. Tu che ne pensi?
Giuseppe Rusconi: Penso che ciò sia possibile. E’ evidente che Putin non è un chierichetto, persegue i propri interessi geopolitici. Ma in questo momento essi coincidono con quelli della pace nel mondo. E di ciò tengano conto anche quei cattolici à la carte che criticano Putin per come ha agito con le ‘Pussy Riot’ e raddoppiano le critiche per il ‘no’ all’adozione di bambini russi nei Paesi che hanno riconosciuto le cosiddette ‘unioni gay’ (una decisione invece molto saggia dal punto di vista del bene dei bambini e dell’intera società).
Gli ultimi articoli sul tuo sito www.rossoporpora.org ?
Giuseppe Rusconi: Un paio di giorni prima di Natale ho pubblicato un articolo sul cosiddetto ‘Questionario bis” (in concorrenza con quello vaticano) elaborato – su mandato della Conferenza dei vescovi svizzeri – dall’Istituto socio pastorale di San Gallo in preparazione del Sinodo 2014 sulla famiglia. Il titolo è eloquente: “Il Questionario della famiglia à la carte”. La vigilia di Natale ho inserito un articolo-intervista con il vulcanico e sanguigno maestro spagnolo Pablo Colino, dal titolo sempre molto significativo: “Pablo Colino: ‘Il est né le divin Enfant’ meglio di mille prediche”; e ho anche riportato in un altro articolo quanto mi ha detto Giulia Arena, miss Italia 2013, sul Natale come momento fondamentale di “centralità della famiglia”. E’ il pensiero non così scontato di una diciannovenne di oggi, che sta vivendo una situazione in sé anomala, ma che resta con i piedi ben ancorati nella propria esperienza positiva di famiglia. 
A. Gaspari