venerdì 31 gennaio 2014

Ci vorrebbe un nuovo piano Comboni...



Nel centocinquantesimo anniversario del progetto missionario per l’Africa.

«Come sogniamo la missione nel nostro tempo e che cosa siamo disposti a fare per collaborare con il Signore nella realizzazione del suo progetto per quelli che ama con tutto il cuore? Sicuramente il grido e la sofferenza di tanti fratelli e sorelle in tutti gli angoli del nostro mondo saranno di grande aiuto per tentare di dare la nostra risposta, anche se modesta». È quanto scrive il messicano padre Enrique Sánchez González, superiore generale dei comboniani, in un documento inviato alla congregazione missionaria in occasione del centocinquantesimo anniversario del “Piano di Comboni per la rigenerazione dell’Africa”. Si tratta del testo, divenuto una pietra miliare della storia delle missioni, che nel 1864 Daniele Comboni presentò alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide per lanciare il suo progetto di evangelizzazione del continente nero. Progetto sintetizzato con il motto «Salvare l’Africa con l’Africa». Un piano maturato attraverso la sua esperienza diretta a contatto con la realtà africana e basato su una grande fiducia nelle capacità dei popoli africani. Senza dire che, ai tempi di Comboni, lo stesso termine “rigenerazione” implicava anche il significato di una rinascita del popolo, della sua dignità e libertà, anche attraverso l’abolizione della schiavitù e l’orgoglioso riappropriarsi della propria identità.
Per padre Sánchez González, si tratta di pagine che Comboni scrisse «di getto, con grande passione ed entusiasmo missionario». Ma quelle «stesse pagine sono state poi riscritte, col passare del tempo, non più con la matita o l’inchiostro, ma con la vita di tanti missionari e missionarie che con grande generosità hanno accettato l’eredità della missione com’era concepita dal nostro padre e fondatore». Così il Piano, suggerisce il superiore generale dei comboniani, «non è qualcosa che appartiene soltanto al passato, ma una linfa che ci accompagna nel presente». Durante tutto l’anno, sia a Roma che nelle delegazioni di tutto l’istituto, verranno perciò organizzati celebrazioni, incontri di riflessione e di lavoro e momenti di animazione missionaria per conoscere meglio non solo il testo del Piano, ma soprattutto lo spirito missionario presente in quelle pagine.
In questo senso, le celebrazioni per l’anniversario, avverte ancora il superiore dei comboniani, saranno anche «un’occasione per avvicinarci di più alle grandi intuizioni missionarie di san Daniele Comboni e farle nostre». Infatti, celebrare l’anniversario sarà anche un’opportunità per «capire meglio quanto sia attuale la proposta missionaria contenuta nel Piano e quanto sia urgente tradurre nel nostro linguaggio e per il nostro tempo le intuizioni scoperte in un passato che compie 150 anni. Si tratterà di fare memoria di un dono ricevuto molto tempo fa, per scoprire l’attualità di uno spirito e di strategie missionarie che sono valide anche per la nostra epoca e per la nostra umanità sempre bisognosa d’incontrare il Signore».
Per padre Sánchez González, ci sono diversi modi di avvicinarsi al Piano del fondatore. In primo luogo, «siamo tutti consapevoli del fatto che, quando abbiamo in mano il testo del Piano scritto da Comboni, siamo davanti al risultato di un lavoro che ha avuto un lungo percorso e che alla fine è rimasto catturato in poche pagine, inadeguate a esprimere la forza, i sentimenti, il coraggio, la speranza, la fiducia, le gioie e le difficoltà che, pur racchiuse tra quelle righe apparentemente fredde e inespressive, contengono uno spirito che rivela la grandezza di quanto lì è scritto». Infatti, «il Piano non è il testo, ma è la vita nascosta nelle parole, nei pensieri, nelle intuizioni, nei sogni e nei desideri che sono stati il motore capace di muovere le mani di Comboni per lasciare traccia di quello che lo Spirito voleva esprimere e che va molto al di là delle idee e delle strategie che diventeranno in qualche modo risposta al grido che sale e importuna le orecchie di Dio per suscitare la sua misericordia». In questo senso, «il Piano, prima di diventare un documento scritto, è stato un sogno e una passione, una forza incontenibile nel cuore di Comboni. Esso è l’espressione dell’amore — sorgente della missione — per i più poveri e i più abbandonati, che diventa reale e realizzabile. È la risposta concreta a una realtà che non può essere ignorata né dimenticata perché fatta di persone con nome e cognome, di drammi e di urgenze, di promesse e di doni che non hanno permesso di rimandare il coinvolgimento di Comboni — al suo tempo — e che non permettono oggi, a ciascuno di noi, di rimandarlo a un domani che può non arrivare mai».
Visto attraverso la straordinaria storia personale di Comboni, «il Piano è la disponibilità totale a pagare di persona e a non tirarsi indietro, anche se questo può portare a sconvolgere continuamente la nostra vita, a darla a poco a poco, perché fare causa comune con i poveri non implicherà mai profitti né guadagni da incassare». Così, viene sottolineato, «nel profondo del Piano c’è il sogno di Comboni di un’Africa aperta a Dio e al suo progetto redentore. Il sogno di vedere i popoli africani riconosciuti e rispettati nei loro diritti e nella loro dignità. L’augurio di poter contemplare un continente illuminato dalla luce del Vangelo che non tollera l’inganno e l’ingiustizia, che non festeggia con la violenza o con la morte».
Il Piano interpella perciò apertamente anche l’oggi della missione. «Avvicinandoci all’eredità del Piano, ognuno di noi non può ignorare alcune domande che sembrano saltare davanti ai nostri occhi quando vogliamo prendere sul serio il nostro essere missionari e comboniani. Quali sono le nostre passioni? Che cosa si muove nel nostro cuore quando contempliamo la realtà missionaria del nostro tempo? Dove si concentra il nostro entusiasmo o dove spendiamo oggi le nostre energie?». E soprattutto, «dove sono i sogni che possono aiutarci a inventare il piano che Dio si aspetta da noi per questa umanità dove la missione continua a essere la grande sfida per tutti quelli che si dicono discepoli di Cristo e a maggior ragione per noi che abbiamo ricevuto la vocazione missionaria?». Anche per questo, sottolinea il superiore generale dei comboniani, «sarebbe molto bello che alla fine di quest’anno di celebrazioni arrivassimo a formulare un nuovo piano, anche se modesto, per la missione che ci sfida come comboniani. Un piano che dimostri quanto il carisma di Comboni è ancora attuale, vivo e fecondo. Un piano che ci aiuti a crescere nella fiducia e nella certezza che il Signore continua a lavorare assieme a noi e prepara tempi nuovi che ci faranno vivere ancora la gioia della missione, nonostante la nostra povertà e fragilità».
L'Osservatore Romano

L'ecumenismo nasce dalla fede


"L'ecumenismo non è politica, nasce dalla fede"

Da oggi fino a domenica, il cardinale Scola in visita ad Istanbul per incontrare il patriarca Bartolomeo

“Siamo qui con il desiderio di compiere un ulteriore piccolo passo nel necessario cammino verso l’unificazione piena tra tutti i cristiani. Questa unità, ne siamo ben consapevoli, non può essere che il frutto sovrabbondante della grazia del Risorto. È Lui a prendere sempre l’iniziativa”. Con queste parole l’Arcivescovo di Milano cardinale Angelo Scola ha salutato oggi a Istanbul al Fanar, sede del patriarcato ortodosso, il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. L’incontro ricambia la visita di Bartolomeo a Milano, avvenuta il 14 e 15 maggio 2013 in occasione delle celebrazioni dei 1700 anni dalla firma dell’Editto di Milano, con cui l’imperatore Costantino, fondatore della città sul Bosforo, riconobbe la libertà religiosa.
“Vogliamo esprimere la nostra vicinanza ed il nostro sostegno perché si ristabilisca pienamente la libertà della Chiesa nelle vostre terre” ha proseguito il cardinale Scola riferendosi alla difficile situazione dei cristiani in Turchia. “Non esiste, infatti, libertà religiosa laddove essa non venga riconosciuta a tutti e a ciascuno. Sebbene le situazioni in Oriente e in Occidente siano diverse – e differenti pertanto anche i problemi cui far fronte – l’azione a favore della piena libertà religiosa ci trova uniti in modo deciso. Un’importante mescolanza di etnie, culture e religioni caratterizza la vita quotidiana delle nostre città. I popoli e le nazioni sono pertanto chiamati a imparare e ad approfondire il bene pratico dell’essere insieme. A questo compito comune a tutta la famiglia umana le nostre Chiese possono offrire un prezioso contributo. A questo impegno in favore della libertà religiosa e della ricerca del bene comune nelle nostre società appartengono a pieno titolo le attività di collaborazione tra il Patriarcato Ecumenico, le Chiese Ortodosse e la Chiesa Cattolica”.
Da qui l’impegno concreto annunciato a Istambul dal Card. Scola: “In questo contesto si vuol umilmente inserire il contributo della Chiesa milanese che ha in Sant’Ambrogio il suo patrono. Penso alla fattiva cooperazione nell’attenzione pastorale ai fedeli ortodossi presenti nella nostra diocesi. Mi riferisco anche al sostegno alla formazione e alla diffusione del pensiero teologico. Non mancheremo, Santità, di far incrementare tale collaborazione ed aprire la nostra porta per nuove iniziative”.
Dopo questo primo incontro il cardinale Scola e Bartolomeo sono intervenuti alla presentazione del libro «Papa XVI Benedikt, Aziz Pavlus» (edizione Fondazione Internazionale Oasis) traduzione in turco di 20 catechesi che Benedetto XVI dedicò a San Paolo durante l'anno paolino 2008-2009).
L’iniziativa è stata organizzata dalla Fondazione internazionale Oasis e dalla Conferenza episcopale turca e ha visto l'intervento inoltre di monsignor Louis Pelâtre (vicario apostolico di Istanbul), Niyazi Öktem (professore di Filosofia del diritto all’Università Dogus e Fatih di Istanbul) ed Erendiz Özbayoglu (docente emerito di Lingue e letteratura latina all’Università di Istanbul). 
“La prima preoccupazione dell’ecumenismo non è politica, accordare le voci per farsi sentire meglio, ma teologica: la ricerca dell’unità tra i cristiani scaturisce dalla fede stessa”, ha detto Scola nel suo intervento. Il cammino di unificazione piena tra tutti i cristiani “è uno scambio di doni, non la ricerca di un’alleanza strategica”, o un modo “per rivendicare meglio e con più forza alcuni diritti”, ha spiegato il Cardinale ribadendo che proprio “questa sottolineatura toglie anche ogni ombra di sospetto che i non cristiani – nel nostro caso i nostri amici musulmani – potrebbero nutrire circa lo scopo della nostra attività”.
Riferendosi alla figura di San Paolo, il cardinale ha sottolineato che “i cristiani di tutte le confessioni (più di un miliardo di fedeli) sono concordi nel riconoscere in Paolo una figura centrale per la loro fede”, per cui “chiunque voglia conoscere il Cristianesimo dovrà fare i conti con i suoi scritti”. Ma san Paolo non è essenziale solo per i cristiani. Non si può fare a meno di San Paolo “neppure se voglio capire la filosofia occidentale, la storia occidentale, l’arte occidentale o addirittura la sua politica”, ha spiegato il Cardinale.
Tuttavia “se la figura di San Paolo è una sorgente permanente d’ispirazione a cui tutti i cristiani, cattolici, ortodossi ed evangelici, possono continuamente attingere, occorre anche riconoscere con realismo – ha detto il Cardinale che “essa è invece un motivo di divergenza nel rapporto con i musulmani. Molti di essi guardano con sospetto all’operato di Saulo, non di rado accusato di un radicale travisamento del primitivo annuncio cristiano”. 
Proprio però “un confronto serio” con Paolo “potrebbe essere molto utile per il dibattito in corso nell’Islam”. “Paolo è stato il primo grande teorizzatore della distinzione tra lettera e spirito di un testo” e proprio “una coppia analoga di concetti è stata sviluppata anche dall’esegesi islamica del Corano e secondo molti pensatori musulmani contemporanei, essa è fondamentale per poter coniugare fino in fondo l’Islam con la modernità”.
L’incontro di questo pomeriggio è il primo appuntamento della vista del cardinale Scola in Turchia, che suggella le iniziative della diocesi di Milano per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani dal 18 al 25 gennaio. I prossimi appuntamenti saranno domani sabato 1 febbraio, con la visita alla Facoltà teologica sull’isola di Calchi, e domenica 2 febbraio con la partecipazione del porporato alla Divina liturgia della Presentazione al Tempio.
Zenit
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Testo del Saluto del cardinale Angelo Scola al Patriarca Bartolomeo I

Santità,
Eminenze ed Eccellenze,
Venerati Padri, fratelli e sorelle nel Signore Gesù,
con grande gioia ho accettato l’invito di Sua Santità il Patriarca Ecumenico a ricambiare la visita con cui onorò la Chiesa di Milano in occasione del 1700° anniversario dell’editto che vide l’inizio della libertà religiosa in Europa. La preghiera condivisa, i gesti e le parole del soggiorno di Vostra Santità e di tutta la Delegazione nella città di Ambrogio sono rimasti impressi nel cuore dei cristiani come un significativo passo del cammino della nostra Chiesa nella sequela del Crocifisso Risorto. Furono giornate che ci videro insieme a riflettere e a proclamare dinanzi a tutti il valore della libertà religiosa per il bene dell’odierna società plurale.L’odierna nostra visita vuol essere, in primo luogo, un atto di ringraziamento. Innanzitutto a Dio, ricco in misericordia, che non cessa di guidare la storia degli uomini e dei cristiani con mano provvidente. Di questa amorevole guida è segno particolare la felice, recente ricorrenza dello storico incontro a Gerusalemme tra Sua Santità Paolo VI e il Patriarca Ecumenico Athenagoras avvenuto il 5 gennaio 1964. Le immagini di quell’incontro riempiono ancora la nostra memoria, che sarà ravvivata dall’ormai imminente incontro, in quella terra benedetta, tra la Santità Vostra e Papa Francesco. Esso segnò un nuovo inizio nelle relazioni tra le nostre Chiese. 
In questo importante scenario l’Arcivescovo di Milano viene oggi a far visita a Vostra Santità, col desiderio di compiere un ulteriore piccolo passo nel necessario cammino verso l’unificazione piena tra tutti i cristiani. Questa unità, ne siamo ben consapevoli, non può essere che il frutto sovrabbondante della grazia del Risorto. È Lui a prendere sempre l’iniziativa (cfr. Evangelii gaudium 24). 
Veniamo, quindi, col cuore pieno di gratitudine per la precedenza dell’amore di Dio, che non cessa di annodare i rapporti tra di noi.
Desideriamo anche dire il nostro grazie alla Santità Vostra e a tutti i pastori e fedeli del Patriarcato Ecumenico, consapevoli del prezzo che la testimonianza di Cristo Vi domanda in questi tempi. Vogliamo esprimere la nostra vicinanza ed il nostro sostegno perché si ristabilisca pienamente la libertà della Chiesa nelle vostre terre. Non esiste, infatti, libertà religiosa laddove essa non venga riconosciuta a tutti e a ciascuno. Sebbene le situazioni in Oriente e in Occidente siano diverse – e differenti pertanto anche i problemi cui far fronte – l’azione a favore della piena libertà religiosa ci trova uniti in modo deciso.
Un’importante mescolanza di etnie, culture e religioni caratterizza la vita quotidiana delle nostre città. I popoli e le nazioni sono pertanto chiamati a imparare e ad approfondire il bene pratico dell’essere insieme. A questo compito comune a tutta la famiglia umana le nostre Chiese possono offrire un prezioso contributo. Infatti, in forza del dono inestimabile del Battesimo, i cristiani sanno che la communio precede e dà fisionomia alle persone. Non perché ogni uomo non possieda dignità in se stesso, ma perché esso si configura in relazione al Volto del Dio-Trinità, di cui è a immagine e somiglianza. I cristiani sanno di essere “una cosa sola” con gli altri in forza del dono di Cristo. Sono ben consapevoli che l’esperienza di unità e di comunione di cui gratuitamente partecipano è caparra dell’unità di tutto il genere umano. In quanto cristiani non possiamo disertare il doveroso compito di offrire a tutti gli uomini il dono dell’unità che ci precede e ci sostiene nella vita. Il muro è stato abbattuto ed ogni separazione è stata distrutta dalla morte del Risorto.
A questo impegno in favore della libertà religiosa e della ricerca del bene comune nelle nostre società appartengono a pieno titolo le attività di collaborazione tra il Patriarcato Ecumenico, le Chiese Ortodosse e la Chiesa Cattolica. In questo contesto si vuol umilmente inserire il contributo della Chiesa milanese che ha in Sant’Ambrogio il suo patrono. Penso alla fattiva cooperazione nell’attenzione pastorale ai fedeli ortodossi presenti nella nostra diocesi. Mi riferisco anche al sostegno alla formazione e alla diffusione del pensiero teologico. Non mancheremo, Santità, di far incrementare tale collaborazione ed aprire la nostra porta per nuove iniziative.
Siamo inoltre grati per la testimonianza e la riflessione offerta da Vostra Santità circa il rapporto dell’uomo con il creato e l’edificazione della pace. Fin dagli inizi del nostro patriarcale ministero a Venezia ho avuto modo di toccarla con mano di persona. Questo Vostro apostolato, che scaturisce dalla fede trinitaria nel Creatore e Redentore dell’universo, ha reso presente nel nostro travagliato mondo la sensibilità e l’apporto dell’Ortodossia, proponendosi come peculiare contributo alla cultura contemporanea.
Santità, in questo anno pastorale la nostra Chiesa di Milano, in comunione e attenta sequela delle indicazioni di Papa Francesco, è impegnata nella testimonianza grata e lieta di Gesù come Vangelo dell’umano. Nella sua recente esortazione apostolica, il Santo Padre ci ha ricordato che «ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”» (Evangelii gaudium n. 120). Queste parole ci suggeriscono una strada certa e percorribile, sia per il cammino ecumenico, sia per il comune contributo all’edificazione della vita buona nelle nostre società. Gesù Cristo, il Figlio eterno del Padre che, per noi e per la nostra salvezza, si è fatto carne e si è consegnato alla morte suscita, per la potenza dello Spirito del Risorto, questa iniziativa. 
A Lui, per intercessione della Madre di Dio, la Tutta Santa, affidiamo questa nostra visita. Grazie!

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Il volto di Dio e la Legge, l’ecumenismo e i sospetti dell’islam sull’Apostolo
Il Foglio - Rassegna "Fine settimana"
 
(Card. Angelo Scola) Pubblichiamo il testo dell’intervento che il cardinale di Milano pronuncerà oggi a Istanbul alla presentazione del libro “Papa XVI Benedict, Aziz Pavlus”, traduzione in lingua turca delle venti catechesi dedicate a san Paolo da Benedetto XVI nel 2008-2009 (...)

Sui temi etici, l'Europa non ascolta i cittadini...




La Commissaria della Ricerca della UE tenta di evitare il confronto con i due milioni di cittadini firmatari dell'iniziativa "Uno di Noi" mettendo in gioco la credibilità del sistema rappresentativo e democratico


Secondo la Commissaria della Ricerca della UE, Máire Geoghegan-Quinn, la Commissione non terrà conto della richiesta dei cittadini formulata dall'Iniziativa Popolare Europea più firmata "Uno di Noi", perché ritiene sufficiente appoggiarsi alle regole già incluse nel precedente programma-quadro che bloccano l’Europa dal sovvenzionare progetti non supportati dalla legislazione degli Stati Membri nei quali sono portati avanti.
La dichiarazione della Commissaria è stata incautamente rilasciata, durante la conferenza stampa sul neo-adottato Programma Quadro “Horizon 2020”, ad un giornalista che chiedeva come intendesse rispondere la Commissione all’iniziativa cittadina "Uno di Noi". Un progetto attraverso il quale oltre 1.900mila cittadini hanno chiesto di escludere dai sovvenzionamenti UE progetti di ricerca che comportino la distruzione di embrioni umani.
L’on. Carlo Casini, parlamentare europeo che ha “sposato” e promosso l’iniziativa, nonché presidente del MPV Italiano, ha spiegato la complessità della situazione. Nel 2006 la Commissione fece una dichiarazione, inserita da allora negli Programmi Quadro, in cui si impegnava a non sollecitare domande di finanziamenti di ricerche che comportassero la distruzione di embrioni umani, a non finanziare la distruzione dell’embrione né procedimenti che utilizzino embrioni umani se ciò è vietato in tutti gli Stati Membri (allora 27, oggi 28). Quindi basta un solo stato che ammette la ricerca su embrioni e questo divieto decade.
La UE non deve decidere se è legale o possibile fare ricerche su embrioni, materia su cui decide lo Stato Membro, ma deve decidere sulla gestione dei fondi dell’Unione, cioè se con il denaro pubblico (le tasse dei cittadini) è possibile sovvenzionare ricerche su embrioni umani.
Nella UE la distruzione di embrioni umani ai fini della ricerca è una materia controversa: ci sono Stati Membri dove tale ricerca è illegale, altri dove è legale. La Commissione non impedisce la sovvenzione pubblica di ricerche eticamente controverse. Si obbligano però i cittadini di tutti gli Stati membri, anche quelli che non permettono la ricerca su embrioni umani, a versare le loro tasse per ricerche eticamente dubbie e in certi casi illegali.
L’iniziativa "Uno di Noi" si limita a chiedere che in quelle situazioni, oggettivamente controverse, in cui la ricerca comporta la distruzione degli embrioni, la UE - che non può legiferare in materia - non utilizzi il denaro dei cittadini. Chi vuole fare queste ricerche, seguendo l’ordinamento del proprio stato membro, le faccia chiedendo però sovvenzioni altrove.
"Uno di noi" - afferma Casini- "vuole dimostrare che non è sufficiente la dichiarazione della Commissione perché in pratica permette il co-finanziamento di procedimenti che presuppongono la distruzione di embrioni umani con il contributo economico dell’UE e quindi di noi cittadini. Quel tipo di tutela è insufficiente, lacunosa e ambigua”.
Ana del Pino, coordinatrice Europea di "Uno di Noi" ha dichiarato: “Gli organizzatori dell’iniziativa certamente non considerano questo un modo appropriato di trattare l’iniziativa, e continueranno ad insistere perché la ricerca sia basata su principi etici. E’ possibile ignorare una proposta legislativa sottoscritta da quasi 2 milioni di cittadini senza dare alcuna ragione?”.
“Certamente - aggiunge la coordinatrice - il regolamento delle ECI No 211/2011, dà un margine di discrezione alla Commissione che non può essere illimitato, altrimenti non avrebbe senso fare lo sforzo di organizzare le ECI e di raccogliere 1 milione di firme". L’obiettivo delle ECI è precisamente di "bypassare il diritto esclusivo della Commissione di fare proposte legislative e di dare tale diritto ai cittadini", afferma la del Pino.
Se la Commissione imponesse il suo veto ad una iniziativa di successo, le ECI perderebbero di senso. In altre parole, se iniziative popolari come "Uno di Noi" non verranno tenute in considerazione, "questo avrà conseguenze non solo sull'iniziativa in sè ma sull’idea stessa della partecipazione dei cittadini all’UE per combattere il cosiddetto deficit democratico”.
E. Pittino

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UE, sui diritti gay imposto il voto senza dibattito
di Nicolò Fede
Come ci si aspettava, il voto sulla relazione Lunacek, che imporrebbe una tabella di marcia per promuovere l'agenda Lgbt (Lesbiche, gay, bisex, trans), è stato inserito nell’agenda del Parlamento europeo per martedì 4 febbraio. La novità è che non è previsto alcun dibattito: in generale non essendo vincolanti, questi lavori dell’assemblea di Strasburgo lasciano il tempo che trovano. Tuttavia questo progetto di risoluzione sta trovando sul suo cammino una straordinaria ed inattesa opposizione da parte dell’opinione pubblica. Sarebbe stato normale, dunque, che un dibattito precedesse il voto, a causa della grande delicatezza del tema in questione: un atto ufficiale del Parlamento europeo che faccia una serie di rivendicazioni sulla base della discussa teoria del genere non può passare inosservato.
Allora, qual è la classica strategia usata dalle lobby anti-famiglia? Soffocare il dissenso, mettere a tacere le voci discordi, evitare occasioni di dibattito, ridicolizzare coloro che si oppongono. E' proprio quello che sta avvenendo in questi giorni in Europa. Come ogni ideologia, l’omosessualismo rende ciechi ed impedisce di vedere la realtà. Una realtà composta da centinaia e centinaia di cittadini che scrivono agli eurodeputati proprio come avvenne in occasione del voto sulla Relazione Estrela. Sono state avviate una decina di petizioni online, che ad oggi arrivano già a 130mila adesioni (cliccare qui per aderire). Un’apposita pagina Facebook di opposizione è stata aperta. I deputati, molti dei quali saranno candidati alle prossime europee di maggio, si sono accorti che i loro elettori li stanno a guardare.
Il fronte pro-Lunacek inizia a vacillare. A differenza della sua collega Estrela, questa eurodeputata austriaca sembra avere, tuttavia, non poco sostegno nelle fila del Partito Popolare Europeo (PPE): in prima fila gli scandinavi ed i francesi, con il silenzio complice degli altri e la sorprendente militanza LGBT di un’eurodeputata del partito nazionalista maltese, Roberta Metsola. Intervistata da una televisione belga, quest’ultima ha chiaramente affermato che l’idea è di fare «fronte comune per essere sicuri che gli Stati membri dell’UE siano incoraggiati dalla Commissione, e talvolta finanche forzati, a garantire che le leggi» contro l’omofobia siano le stesse in tutta Europa. Come poi la stessa politica maltese giustifichi queste sue posizioni di fronte al suo numeroso elettorato cattolico e come possa conciliarle (nella stessa intervista) con l’idea di sussidiarietà, resta un mistero… Nel frattempo è stata anche lanciata una petizione in sostegno della Lunacek, che ad oggi ha raggiunto il ridicolo numero di 200 firme… Un’ulteriore dimostrazione della distanza dalla realtà e della mancanza di sostegno popolare di cui gode la lobby LGBT.
Una proposta di risoluzione alternativa a quella della Lunacek è stata depositata dal Gruppo Europa, Democrazia e Libertà (EFD). Si tratta di un testo chiaro e molto equilibrato. Se approvato, potrà sostituire il progetto delle lobby omosessualiste, proprio come avvenne in occasione del voto su Estrela, quando una risoluzione alternativa del PPE fece decadere il progetto degli abortisti. Questo testo alternativo invita ad agire perché tutti i cittadini, non solo alcuni, «possano godere pienamente di tutti i diritti fondamentali».

Votare contro questo testo sarà molto difficile per i sostenitori della Lunacek. Significherebbe negare ufficialmente la necessità di un equilibro tra il «diritto alle pari opportunità e gli altri diritti fondamentali». Invece, votare a favore di questo testo significherà impedire che la Relazione Lunacek diventi la parola ufficiale dell’UE, evitando che essa si faccia garante dei diritti di pochi, contro il bene comune. Per questo domenica 2 febbraio a Piazza Farnese a Roma la Manif pour Tous, come in tante altre città d’Europa, dirà un forte no a queste strategie antifamiglia, per il bene dell’Europa.


Discorso di Papa Francesco ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede



Papa Francesco ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede: “Fin dai primi tempi della Chiesa esiste la tentazione di intendere la dottrina in un senso ideologico o di ridurla ad un insieme di teorie astratte e cristallizzate” 

“Pensate al bene dei bambini e dei giovani, che nella comunità cristiana devono sempre essere protetti e sostenuti nella loro crescita umana e spirituale. In tal senso si studia la possibilità di collegare con il vostro Dicastero la specifica Commissione per la protezione dei fanciulli, che ho istituito e che vorrei sia esemplare per tutti coloro che intendono promuovere il bene dei bambini".
Alle ore 12.15 di oggi, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto riceve in udienza i partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Cari fratelli e sorelle,
vi incontro al termine dei lavori della vostra Sessione Plenaria; vi saluto tutti cordialmente, e ringrazio Mons. Müller per le sue parole. I compiti della Congregazione per la Dottrina della Fede sono legati alla missione del Successore di Pietro di confermare i fratelli nella fede (cfr Lc 22,32). In tal senso, il vostro ruolo di «promuovere e di tutelare la dottrina sulla fede e i costumi in tutto l’orbe cattolico» (Costit. ap. Pastor bonus, 48) è un vero servizio offerto al Magistero del Papa e alla Chiesa intera.
Per questo, il Dicastero si impegna affinché siano sempre i criteri della fede a prevalere nelle parole e nella prassi della Chiesa. Quando la fede brilla nella sua semplicità e purezza originaria, anche il vissuto ecclesiale diventa il luogo in cui la vita di Dio emerge con tutto il suo fascino e porta frutto. La fede in Gesù Cristo, infatti, spalanca i cuori a Dio, apre gli spazi dell’esistenza umana alla Verità, al Bene e alla Bellezza che vengono da Lui. 
Fin dai primi tempi della Chiesa esiste la tentazione di intendere la dottrina in un senso ideologico o di ridurla ad un insieme di teorie astratte e cristallizzate (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 39-42). In realtà, la dottrina ha l’unico scopo di servire la vita del Popolo di Dio ed intende assicurare alla nostra fede un fondamento certo. Grande è infatti la tentazione di appropriarci dei doni della salvezza che viene da Dio, per addomesticarli – magari anche con buona intenzione – alle vedute e allo spirito del mondo.
Prendersi cura dell’integrità della fede è un compito molto delicato che vi è affidato, sempre in collaborazione con i Pastori locali e con le Commissioni Dottrinali delle Conferenze Episcopali. Ciò serve a salvaguardare il diritto di tutto il Popolo di Dio a ricevere il deposito della fede nella sua purezza e nella sua integralità. Il vostro lavoro cerca di tenere sempre presenti anche le esigenze del dialogo costruttivo, rispettoso e paziente con gli Autori. Se la verità esige la fedeltà, questa cresce sempre nella carità e nell’aiuto fraterno per chi è chiamato a maturare o chiarire le proprie convinzioni.
Riguardo poi al metodo del vostro lavoro, so che il vostro Dicastero si distingue per la prassi della collegialità e del dialogo. La Chiesa infatti è il luogo della comunione e, ad ogni livello, tutti siamo chiamati a coltivare e promuovere la comunione, ciascuno nella responsabilità che il Signore gli ha assegnato. Sono certo che quanto più la collegialità sarà un tratto effettivo del nostro operare, tanto più risplenderà davanti al mondo la luce della nostra fede (cfr Mt 5,16). In tutto il vostro servizio, possiate conservare sempre un profondo senso di gioia, la gioia della fede, che ha la sua fonte inesauribile nel Signore Gesù. La grazia di essere suoi discepoli, di partecipare alla missione evangelizzatrice della Chiesa, ci riempie di santa gioia, “Evangelii gaudium”.
Nella Sessione Plenaria appena conclusa avete anche trattato del rapporto tra fede e Sacramento del matrimonio. Si tratta di una riflessione di grande rilevanza. Essa si pone nella scia dell’invito che già Benedetto XVI aveva formulato circa la necessità di interrogarsi più a fondo sulla relazione tra fede personale e celebrazione del Sacramento del matrimonio, soprattutto nel mutato contesto culturale (cfr Discorso al Tribunale della Rota Romana, 26 gennaio 2013).
In questa occasione vorrei anche ringraziarvi per il vostro impegno nel trattare le problematiche delicate circa i cosiddetti delitti più gravi, in particolare i casi di abuso sessuale di minori da parte di chierici. Pensate al bene dei bambini e dei giovani, che nella comunità cristiana devono sempre essere protetti e sostenuti nella loro crescita umana e spirituale. In tal senso si studia la possibilità di collegare con il vostro Dicastero la specifica Commissione per la protezione dei fanciulli, che ho istituito e che vorrei sia esemplare per tutti coloro che intendono promuovere il bene dei bambini.
Cari fratelli, vi assicuro il mio ricordo nella preghiera e confido nel vostro per me e per il mio ministero. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

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Mons. Gerhard Ludwig Müller:  Il valore del matrimonio sacramentale

«Alla crescente mancanza di comprensione circa la santità del matrimonio la Chiesa non può rispondere con un adeguamento pragmatico a ciò che appare inevitabile, ma solo con la fiducia piena nello spirito di Dio, perché possiamo conoscere ciò che Dio ci ha donato». Lo ha ribadito l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nel saluto rivolto al Papa all’inizio dell’udienza.
«Il matrimonio sacramentale — ha affermato in proposito — è una testimonianza della potenza della grazia che trasforma la persona umana e prepara tutta la Chiesa per la Città santa, la nuova Gerusalemme». Dunque «accogliere nella fede il dono che Dio stesso prepara è il primo e fondamentale passo per promuovere nella vita la persona, il matrimonio e la famiglia, per la Chiesa e per tutta la società».
Spiegando al Pontefice che «il verbo fondamentale che qualifica il nostro lavoro è il verbo promuovere», il presule ha ricordato le parole di Paolo VI: «Oggi la fede si difende meglio promuovendo la dottrina». E «proprio per permettere alla luce della fede di brillare in tutto il suo splendore — ha aggiunto — occorre promuovere, tutelare e custodire l’integrità della dottrina, tanto nella professione della fede quanto nella pratica concreta della vita». Del resto, la «sana dottrina» non è «una teoria astratta di alcuni esperti, ma la parola di Dio posta sulla bocca della Chiesa, che suscita la fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio».
Servire questa parola è il compito fondamentale del dicastero. Compito al quale, ha assicurato l’arcivescovo, «quotidianamente ciascuno di noi, con impegno e letizia per la responsabilità che gli è stata affidata, si dedica» attraverso il metodo di lavoro della «collegialità a tutti i livelli». Al riguardo monsignor Müller ha voluto ringraziare quanti lavorano al servizio della Congregazione — «tutti altamente qualificati, dediti al lavoro e radicati nella preghiera» — a cominciare «dai più stimati cardinali fino ai nostri collaboratori». E, ha detto, «vorrei menzionare tra di loro la nostra signora Speranza, che ogni giorno si occupa di tenere in ordine i nostri spazi comuni e che pure ho voluto personalmente invitare a questo incontro: tutti sono importanti per il nostro lavoro comune».  
L'Osservatore Romano

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«Non ridurre la dottrina allo spirito del mondo»
di Massimo Introvigne
Mentre continuano negli Stati Uniti le discussioni sul forte richiamo all'integrità dottrinale, specie quanto all'«insegnamento morale» della Chiesa, rivolto da Papa Francesco il 30 gennaio al consiglio direttivo dell'Università Notre Dame, la più grande università cattolica del mondo, il Pontefice il 31 gennaio ha incontrato la Congregazione per la Dottrina della Fede.

I giornali si sono occupati di questo incontro principalmente per l'annuncio che la Commissione per la protezione dei fanciulli, istituita da Papa Francesco, si collegherà alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che già da anni si occupa della questione dei preti pedofili. E lo fa, ha detto il Papa, in un modo meritevole di gratitudine e che può diventare «esemplare» per altre istituzioni che operano contro la pedofilia. Se mi è consentita l'auto-citazione, nel libro che ho scritto con Roberto Marchesini e che va in libreria in questi giorni, «Pedofilia. Una battaglia che la Chiesa sta vincendo» (Sugarco, Milano 2014), offro appunto parecchi dati per sostenere che i rimedi voluti da Benedetto XVI e da Papa Francesco per combattere la piaga dei preti pedofili funzionano. E funzionano - il Papa ha ragione - molto meglio di quelli adottati da altre istituzioni, che dunque potrebbero prendere esempio dalla Chiesa anziché continuare a criticarla. 
Ma l'incontro del Pontefice con la Congregazione per la Dottrina della Fede era atteso anche per altre ragioni. Com'è noto, la Congregazione e il suo prefetto, il prossimo cardinale Gerhard Ludwig Müller, sono stati recentemente criticati, anche da altri cardinali, per un presunto eccessivo rigore nella difesa della dottrina. Il Papa ha voluto ribadire che «tutelare la dottrina sulla fede» è un compito essenziale nella Chiesa Cattolica, offendo nello stesso tempo alcune precisazioni su come vanno intesi i suoi richiami a uno stile pacato e dialogico nel presentare e difendere il patrimonio dottrinale cattolico.
«I compiti della Congregazione per la Dottrina della Fede - ha detto Papa Francesco - sono legati alla missione del Successore di Pietro di confermare i fratelli nella fede». Si tratta pertanto di compiti non accessori, ma essenziali. La Congregazione esiste per «promuovere e tutelare la dottrina sulla fede e i costumi in tutto l’orbe cattolico», e questo «è un vero servizio offerto al Magistero del Papa e alla Chiesa intera». È infatti essenziale che «siano sempre i criteri della fede a prevalere nelle parole e nella prassi della Chiesa». È sbagliato opporre fede e missione, perché è la fede che genera la missione e ne garantisce il carattere autentico. «La fede in Gesù Cristo, infatti, spalanca i cuori a Dio, apre gli spazi dell’esistenza umana alla Verità, al Bene e alla Bellezza che vengono da Lui».
Il Papa ha voluto anche precisare il senso di alcune sue indicazioni che sono state al centro di recenti controversie. «Fin dai primi tempi della Chiesa - ha detto - esiste la tentazione di intendere la dottrina in un senso ideologico o di ridurla ad un insieme di teorie astratte e cristallizzate». Ma la denuncia di questo rischio nell'esortazione apostolica «Evangelii gaudium», ha spiegato il Pontefice, non dev'essere capita male, come se fosse un invito ad adattare la dottrina alle idee dominanti. Solo la dottrina può «assicurare alla nostra fede un fondamento certo». Presentare la dottrina in un modo comprensibile e attraente non significa affatto rinunciare alla sua «integrità». E questo è un rischio che oggi non è affatto scomparso. «Grande è infatti la tentazione di appropriarci dei doni della salvezza che viene da Dio, per addomesticarli – magari anche con buona intenzione – alle vedute e allo spirito del mondo. E questa è una tentazione che si ripete continuamente». 
Certamente, ha proseguito Papa Francesco, egli ha inteso indicare anche alla Congregazione per la Dottrina della Fede il metodo del dialogo «rispettoso e paziente» con i teologi che è talora chiamata a censurare, e della «collegialità» nella cooperazione con i vescovi locali. Tuttavia non si deve neppure mai dimenticare, ha affermato, che esiste un vero «diritto di tutto il Popolo di Dio a ricevere il deposito della fede nella sua purezza e nella sua integralità», e che la Congregazione opera per «salvaguardare» questo diritto. 
Venendo al nocciolo delle controversie recenti, il Pontefice ha fatto un cenno al «rapporto tra fede e Sacramento del matrimonio». «Si tratta - ha detto - di una riflessione di grande rilevanza». Senza entrare nel merito delle controversie, Papa Francesco ha dato però un'indicazione di metodo di grande rilevanza. Ha indicato come punto di riferimento il discorso di Benedetto XVI al Tribunale della Rota Romana, 26 gennaio 2013). Si tratta di un discorso di cui «La nuova Bussola quotidiana» aveva messo in luce l'importanza, offrendone ai lettori un commento di Andrea Tornielli. Leggendo quel commento si vede come Benedetto XVI aveva chiesto ulteriori studi e riflessioni sul tema, attraverso un approfondimento della nozione di nullità del matrimonio, ma senza alcuna apertura indiscriminata. È significativo che Papa Francesco si ponga in modo esplicito in continuità con quell'intervento del suo predecessore.
In tema di matrimonio, dunque, come su altri temi, il Papa chiama alla riflessione su come approfondire e presentare la dottrina, tenendo conto di situazioni e contesti tipici di un mondo dove la maggioranza delle persone e anche dei cattolici, almeno in Occidente, va raramente in chiesa e non conosce né segue gli insegnamenti del Magistero. Ma questo non significa «addomesticare» la dottrina «allo spirito del mondo», o «diluirla», che è l'espressione usata con i dirigenti accademici dell'Università Notre Dame con riferimento specifico ai temi morali. Gli equivoci e i rischi, evidentemente, non sono scomparsi. Ma, giorno per giorno, il Papa offe a chi vuole ascoltarlo chiarimenti di cui tutti dovrebbero tenere conto.

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(Paolo Rodari) Don Luigi Ciotti, nei giorni scorsi un incontro importante, quello con Papa Francesco a Santa Marta. Cosa ha provato?  -- «Ho sentito il Papa come Padre e l’ho scoperto fratello. E io, uomo piccolo piccolo, segnato da limiti e fragilità, ho avvertito con forza (...)

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Quando la Chiesa di Roma perdonava le seconde nozze   
Chiesa - L'Espresso
 
(Sandro Magister) Nei primi secoli ai divorziati risposati era rimessa la colpa e data la comunione, ma poi in Occidente questa prassi è stata abbandonata. Oggi papa Francesco l'ha rimessa in campo, mentre tra i cardinali si duella (...) 

La fedeltà al carisma nel solco del Concilio Vaticano II

Il cardinale Braz de Aviz illustra lo spirito e i contenuti dell'imminente Anno dedicato alla vita consacrata


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Quando mancano due giorni alla celebrazione della Giornata della Vita Consacrata, è stato presentato il programma per l’Anno che la Chiesa dedicherà a questo importantissimo settore vocazionale.
Intervenendo in Sala Stampa Vaticana, il cardinale Joao Braz de Aviz e monsignor José Rodriguez Carballo OFM, rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, hanno illustrato le finalità e lo spirito di una iniziativa che, sul piano pratico, è ancora tutta in divenire ma che ha come obiettivo concreto il rilancio della vita religiosa in tutto il mondo cattolico.
“Questo Anno della vita consacrata è stato pensato nel contesto dei 50 anni del Concilio Vaticano II, e più in particolare nella ricorrenza dei 50 anni dalla pubblicazione del Decreto conciliare Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita consacrata”, ha spiegato il cardinale Braz de Aviz.
Effettivamente, ha proseguito il porporato, in questi 50 anni la vita consacrata “ha percorso un fecondo cammino di rinnovamento, non esente certamente da difficoltà e fatiche, nell’impegno di seguire quanto il Concilio ha chiesto ai consacrati: fedeltà al Signore, alla Chiesa, al proprio carisma e all’uomo di oggi”.
L’Anno dedicato alla vita consacrata, sarà quindi l’occasione per “gridare al mondo con forza e con gioia la santità e la vitalità” di ordini e congregazioni spesso poco conosciuti e comunque lontani dai riflettori.
Gli obiettivi sono fondamentalmente tre: 1) fare “memoria grata” di 50 anni di Concilio e post-Concilio; 2) “abbracciare il futuro con speranza”; 3) “vivere il presente con passione”.
I religiosi e le religiose vivranno questo momento per “evangelizzare la propria vocazione”, “testimoniare la bellezza della sequela Christi nelle molteplici forme in cui si esprime la nostra vita” ma anche “svegliare il mondo” con la loro “testimonianza profetica” e la loro presenza nelle periferie esistenziali della povertà e del pensiero”, come papa Francesco ha chiesto ai Superiori generali.
Da parte sua monsignor Carballo ha sottolineato che sarà proposto al Santo Padre che l’Anno dedicato alla Vita Consacrata inizi il prossimo ottobre (o eventualmente il 21 novembre, Giornata mondiale Pro orantibus), in coincidenza della pubblicazione della Costituzione conciliare Lumen gentium, e si concluda nel novembre 2015.
Sono inoltre allo studio incontri per religiosi e formatori, un congresso internazionale, una mostra e un simposio sulla gestione dei beni economici e patrimoniali da parte dei religiosi.
Un ulteriore importante passaggio riguarda la revisione del documento Mutuae relationes sui rapporti tra i Vescovi e i religiosi nella Chiesa e l’attualizzazione dell’istruzione Verbi Sponsa, che tratta dell’autonomia e della clausura delle suore interamente contemplative, l’elaborazione del documento sulla vita e la missione dei religiosi fratelli, delle linee guida e orientamenti sulla gestione dei beni.
Durante l’Anno della vita consacrata si attende dal Santo Padre una nuova Costituzione Apostolica sulla vita contemplativa al posto dell’attuale Sponsa Christi promulgata dal Papa Pio XII nel 1950.
Rispondendo ad una domanda sulla crisi delle vocazioni religiose, il cardinale Braz de Aviz ha ricordato che la riscoperta dei carismi dei fondatori è proprio “una delle richieste del Concilio Vaticano II”, laddove spesso le congregazioni in crisi tendono ad “aggrapparsi ad alleati culturali che in genere non hanno nulla a che vedere con il carisma”.
Per riportare “freschezza e vivacità” nella vita consacrata è quindi necessaria un’opera di “purificazione” dalle “cose non necessarie”.
Altra dimensione da recuperare è quella di una “vera vita di comunità”: anche tra gli istituti religiosi, ha osservato Braz de Aviz, fanno spesso capolino atteggiamenti di “individualismo”, persino nella “spiritualità”.
Luca Marcolivio

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Conferenza stampa di presentazione dell’Anno dedicato alla Vita Consacrata 2015. Interventi del Card. João Braz de Aviz e di  Mons. José Rodríguez Carballo
Sala stampa della Santa Sede
 
Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si tiene la conferenza stampa di presentazione dell’Anno dedicato alla Vita Consacrata che sarà celebrato nel 2015. Intervengono l’Em.mo Card. João Braz de Aviz, Prefetto (...)

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Verso l’anno della vita consacrata, luci e ombre dei religiosi

Presentata oggi in Vaticano l’iniziativa che dovrebbe durare da novembre 2014 a novembre 2015. Il nodo dei beni materiali, il caso dei Francescani dell’Immacolata

IACOPO SCARAMUZZICITTÀ DEL VATICANO
Un "tempo di grazia" per la vita consacrata e per la Chiesa, un'occasione per riconoscere "luci e ombre" della scelta religiosa. Così è stato presentato, oggi in una conferenza stampa in Vaticano, l'anno dedicato alla vita consacrata che dovrebbe svolgersi - il programma è ancora in via di definizione - dal novembre 2014 al novembre 2015. Appuntamento propizio per fare anche il punto su alcune specifiche situazioni critiche di ordini religiosi.

Concepito nel contesto dell’anniversario del Concilio Vaticano II, l'appuntamento, ha detto il cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, vuole fare “memoria grata” dei cinquanta anni trascorsi, "momento di grazia per la vita consacrata", segnati "dalla presenza dello Spirito che ci porta a vivere anche le debolezze e le infedeltà come esperienza della misericordia e dell’amore di Dio. "Forse - ha aggiunto il porporato brasiliano - una delle cose che ci sta insegnando questa stagione di ‘pubblicità’ più grande degli sbagli della Chiesa e anche dei religiosi è che ci aiuta moltissimo a riprendere anche la nostra condizione di maggiore semplicità: perché riconoscere i propri sbagli mi sembra sia un principio di sapienza”. Monsignor José Rodríguez Carballo, segretario del dicastero responsabile dei religiosi, ha sottolineato, a sua volta, che "nella vita consacrata ci sono luci ed ombre. E riconoscere questo mi sembra un esercizio di lucidità e di coraggio. Luci e ombre come in tutte le realtà, sociali ed ecclesiali". L'anno della vita consacrata era stato preannunciato lo scorso 29 novembre da Papa Francesco in persona, in occasione di un incontro con 120 superiori generali di istituti maschili. Oggi l’ufficializzazione in una conferenza stampa moderata da padre Federico Lombardi.

Il calendario degli eventi è ancora incompleto. L'idea, che verrà sottoposta al Papa, è di iniziare le celebrazioni con una solenne concelebrazione nella basilica di San Pietro, "presieduta se possibile dal Santo Padre", il 21 novembre 2014, giornata mondiale "Pro orantibus", e concluderle, un anno dopo, con un'altra celebrazione papale, il 21 novembre 2015, a 50 anni del decreto "Perfectae caritatis".

Tra i molti appuntamenti prospettati, la plenaria della congregazione, diversi incontri internazionali, una mostra, la pubblicazione di varie lettere circolari (la prima sarà pubblicata il prossimo 2 febbraio), una nuova Costituzione apostolica del Papa sulla vita contemplativa. Tra i documenti in fase di preparazione al dicastero, nei prossimi mesi, uno sulla "gestione dei beni da parte dei consacrati", tema che, ha spiegato Carballo, "spesso appare nel lavoro del nostro dicastero". Sempre sulla questione, intanto, la congregazione, "rispondendo al desiderio del Santo Padre", ha organizzato un symposium sulla gestione dei beni economici e patrimoniali da parte dei religiosi i prossimi 8 e 9 marzo presso l'auditorium dell’Università "Antonianum" a Roma.

Il cardinale Braz de Aviz e l'arcivescovo Carballo hanno fatto tre precisazioni su altrettante questioni specifiche. In primo luogo, Carballo ha preannunciato che verranno pubblicate "presto", e comunque prima dell'inizio dell'anno dedicato alla vita consacrata, le conclusioni della visitazione apostolica decisa nel 2009 dall'allora prefetto, cardinale Franc Rode, e condotta nel 2009 e 2010, sulle suore statunitensi (e distinta da una seconda visitazione, della congregazione per la Dottrina della fede, sulla Lcwr, Leadership Conference of Women Religious).

Il francescano spagnolo ha inoltre affrontato il tema dei Legionari di Cristo, che "in questo momento non dipendono" dalla congregazione per i religiosi, ma dal delegato pontificio, il cardinale Velasio de Paolis, che dovrebbe concludere il suo mandato a conclusione del capitolo generale riunito in queste settimane a Roma e "dopo del quale si vedrà se passano alla competenza o no del nostro dicastero”. Il cardinale Braz de Aviz, da parte sua, ha sottolineato che va maturando l'idea di "distinguere tra il fondatore", il sacerdote messicano pedofilo Marcial Maciel, "e il carisma in sé stesso".

Il porporato ha peraltro precisato che quello della Legione di Cristo "non è l'unico caso che abbiamo", ma ci sono "vari" casi, nel passato e nel presente, perché “purtroppo non tutti i fondatori che portano grandi frutti col loro carisma vivono secondo la grazia del carisma stesso”.

Monsignor Carballo ha infine fatto una precisazione sui Francescani dell'Immacolata, istituto religioso commissariato nel luglio del 2013 dalla Santa Sede. Il commissariamento, ha detto, “è partito dopo una visita apostolica, durante la quale il 74 per cento dei membri ha richiesto, in forma scritta, un intervento urgente della Santa Sede per risolvere i problemi interni dell'Istituto”. La congregazione vaticana, "valutata la relazione del visitatore, ritenendo che non c'erano condizioni per la celebrazione di un capitolo generale, ha optato per il commissariamento nominando commissario il padre Fidenzio Volpi, dei frati minori cappuccini”. A sua volta, la visita apostolica era stata “chiesta insistentemente da 21 membri dell'istituto”.
Carballo ha sottolineato che “come è logico in questi casi, non tutti sono d'accordo con queste misure, ma il nostro dicastero ha preso la decisione dopo un accurato studio della relazione del visitatore apostolico in ordine ad aiutare l'istituto a superare certe difficoltà che sono proprie di un istituto che sta crescendo. Il commissariamento - ha puntualizzato il francescano spagnolo - non è mai una punizione da parte della Santa Sede ad un istituto, ma una benevola attenzione che esprime la maternità della Chiesa. Il discorso del rito (la celebrazione secondo il rito ordinario a meno di esplicita autorizzazione, ndr) non è assolutamente il motivo principale di tale intervento".

Già in agosto, il portavoce vaticano Lombardi era intervenuto per precisare che la nomina di un commissario apostolico riguardava "la vita e il governo della Congregazione nel suo insieme e non solo questioni liturgiche".

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Il futuro dei Legionari di Cristo e dei Francescani dell'Immacolata

La Congregazione per gli Istituti di vita consacrata spiega che i commissariamenti non sono una "punizione" ma un aiuto per "superare le difficoltà"

Se la Santa Sede stabilisce di seguire da vicino situazioni delicate, relativamente a congregazioni religiose, per mezzo di commissariamenti o visite apostoliche, non lo fa con intenzioni punitive ma solo per incentivare al massimo il potenziale vocazionale di quegli ordini.
Lo hanno confermato il cardinale Joao Braz de Aviz e monsignor José Rodriguez Carballo OFM, rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, nel corso della conferenza stampa di annuncio dell’Anno dedicato alla vita consacrata.
L’argomento è stato affrontato in risposta ad alcune domande dei giornalisti in merito a due congregazioni religiose, attualmente sottoposte ad un processo di profonda revisione interna ed accompagnamento da parte della Santa Sede: i Legionari di Cristo e i Francescani dell’Immacolata.
I Legionari di Cristo, hanno precisato i due rappresentanti del Dicastero vaticano, non sono attualmente sotto la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, bensì direttamente sotto il Santo Padre, attraverso la figura del delegato pontificio, il cardinale Velasio De Paolis.
Al termine del Capitolo Generale attualmente in corso, si valuterà se i Legionari torneranno o meno a far parte del Dicastero Vaticano: in caso affermativo significherà “un ritorno alla normalità come istituto”.
Quanto alla controversa e criminosa figura del fondatore Marcial Maciel, il cardinale Braz de Aviz, ha sottolineato che bisogna “distinguere i carismi dai fondatori” e che non sempre questi ultimi “vivono secondo la grazia che comunicano”.
Monsignor Carballo ha poi precisato la situazione in merito ai Francescani dell’Immacolata, il cui commissariamento è stato avviato, quando durante la visita apostolica “il 74% dei membri ha richiesto un intervento urgente della Santa Sede per risolvere i problemi interni all’istituto, proponendo un Capitolo Generale Straordinario, presieduto da un rappresentante del Dicastero o il commissariamento da parte delle Santa Sede”.
Il Dicastero, fatte le opportune valutazioni, ha optato per la seconda ipotesi, nominando il cappuccino padre Fidenzio Volpi come commissario apostolico. La decisione è stata presa ai fini di “superare le difficoltà di un istituto che sta crescendo”.
Il commissariamento, tuttavia, “non è mai una punizione per la Santa Sede” bensì una “benevola attenzione che esprime la maternità della Chiesa”. Inoltre la controversia relativa al rito liturgico “non è assolutamente il motivo principale di tale intervento”, ha poi concluso il presule.
Luca Marcolivio

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Dal blog SETTIMO CIELO, solo in italiano:

Curia non immacolata. Nemmeno sa la matematica

Papa Francesco ai Vescovi austriaci



Visita “ad Limina Apostolorum” dei presuli della Conferenza episcopale dell'Austria. Discorso di Papa Francesco

Alle ore 11.30 di ieri mattina (30 gennaio), il Santo Padre Francesco ha incontrato i Vescovi della Conferenza Episcopale dell’Austria, ricevuti questi giorni in separate udienze per la visita “ad Limina Apostolorum”. Pubblichiamo di seguito il testo del discorso che il Papa ha fatto avere ai Presuli austriaci:  
Cari Confratelli, 
sono lieto perché questo incontro intenso con voi, nel contesto della vostraVisita ad Limina, mi fa dono di alcuni frutti della Chiesa in Austria e permette anche a me di donare qualcosa a questa Chiesa. Ringrazio il vostro Presidente Cardinale Schönborn per le cortesi parole, le quali mi assicurano che stiamo continuando insieme il cammino dell’annuncio della salvezza diCristo. Ciascuno di noi rappresenta Cristo, l’unico mediatore della salvezza, e rende accessibile e percepibile alla comunità la sua azione sacerdotale, aiutando in questo modo a rendere sempre presente l’amore di Dio nel mondo. 
Otto anni or sono, la Conferenza Episcopale Austriaca, in occasione della Visita ad Limina, è venuta in pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo e si è incontrata con la Curia Romana per consultarsi. In tale circostanza la maggior parte di voi ha anche incontrato il mio venerato PredecessoreBenedettoXVI, che a quel tempo era in carica solo da pochimesi.Gli anni immediatamente successivi sono stati segnati da una simpatia da parte degli austriaci per la Chiesa e il Successore di Pietro. Ciò si è visto, ad esempio, nella cordiale accoglienza, nonostante l’inclemenza del tempo, da parte della popolazione durante la Visita Papale in occasione dell’850° anniversario del Santuario di Mariazell, nel 2007. E’ seguita poi una fase difficile per la Chiesa, di cui è sintomo, tra l’altro, la tendenza al calo della quota dei cattolici rispetto alla popolazione totale in Austria, che ha varie cause e che continua ormai da più decenni. Tale evoluzione non deve trovarci inerti, anzi, deve incentivare i nostri sforzi per la nuova evangelizzazione che è sempre necessaria. D’altra parte si nota un aumento della disponibilità alla solidarietà, la Caritas e altre opere di aiuto ricevono generose donazioni.Anche il contributo delle istituzioni ecclesiastiche nei campi dell’educazione e della sanità èmolto apprezzato da tutti e costituisce una parte imprescindibile della società austriaca. 
Possiamo ringraziare Dio per quanto la Chiesa in Austria opera per la salvezza dei fedeli e per il bene di tante persone, e io stesso vorrei esprimere la mia gratitudine a ciascuno di voi e attraverso voi ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi, alle religiose e ai laici impegnati che lavorano con disponibilità e generosità nella vigna del Signore. Ma non dobbiamo soltanto amministrare ciò che abbiamo ottenuto e che è a disposizione, il campo di Dio deve essere lavorato e coltivato continuamente affinché porti frutto anche in futuro. Essere Chiesa non significa gestire, ma uscire, essere missionari, portare agli uomini la luce della fede e la gioia del Vangelo. Non dimentichiamo che l’impulso del nostro impegno di cristiani nel mondo non è l’idea di una filantropia, di un vago umanesimo,ma un dono di Dio, cioè il regalo della figliolanza divina che abbiamo ricevuto nel Battesimo. E questo dono è allo stesso tempo un compito. I figli di Dio non si nascondono, portano piuttosto la gioia della loro figliolanza divina al mondo. E ciò significa anche impegnarsi a condurre una vita santa.Questo, inoltre, è doveroso per noi nei riguardi della Chiesa, che è santa, come la professiamo nel Credo. Certamente, «la Chiesa comprende nel suo seno i peccatori», come ha affermato il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, 8). Ma il Concilio dice, in questo stesso passo, che non dobbiamo rassegnarci al peccato, cioè che «Ecclesia sancta simul et semper purificanda»- la santaChiesa ha sempre bisogno di purificazione. E ciò significa che noi dobbiamo essere sempre impegnati per la nostra purificazione, nel Sacramento della Riconciliazione. La Confessione è il luogo in cui sperimentiamo l’amore misericordioso di Dio e dove incontriamo Cristo, il quale ci dà la forza per la conversione e per la nuova vita. E come pastori della Chiesa vogliamo assistere i fedeli, con tenerezza e comprensione, nel riscoprire questomeraviglioso Sacramento e far sperimentare loro proprio in questo dono l’amore delBuon Pastore. Vi prego, quindi, di non stancarvi di invitare gli uomini all’incontro con Cristo nel Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione. 
Un campo importante del nostro operare da pastori è la famiglia. Essa si colloca al cuore della Chiesa evangelizzatrice. «La famiglia cristiana, infatti, è la prima comunità chiamata ad annunciare il Vangelo alla persona umana in crescita e a portarla, attraverso una progressiva educazione e catechesi, alla piena maturità umana e cristiana» (Familiaris consortio, 2). Il fondamento su cui si può sviluppare una vita familiare armoniosa, è soprattutto la fedeltà matrimoniale. Purtroppo, nel nostro tempo vediamo che la famiglia e ilmatrimonio, nei paesi del mondo occidentale, subiscono una crisi interiore profonda. «Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli» (Evangelii gaudium, 66). La globalizzazione e l’individualismo postmoderno favoriscono uno stile di vita che rende molto più difficile lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone e non è favorevole per promuovere una cultura della famiglia. Qui si apre un nuovo campo missionario per la Chiesa, ad esempio nei gruppi di famiglie dove si crea spazio per le relazioni interpersonali e con Dio, dove può crescere una comunione autentica che accoglie ciascuno allo stesso modo e non si rinchiude in gruppi di élite, che sana le ferite, costruisce ponti, va in cerca dei lontani e aiuta «a portare i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2). 
La famiglia è, quindi, un luogo privilegiato per l’evangelizzazione e per la trasmissione vitale della fede. Facciamo tutto il possibile affinché nelle nostre famiglie si preghi e venga sperimentata e trasmessa la fede come parte integrante della vita quotidiana. La sollecitudine della Chiesa per la famiglia incomincia da una buona preparazione e un adeguato accompagnamento degli sposi, nonché dall’esposizione fedele e chiara della dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia. Il matrimonio come sacramento è dono di Dio e al tempo stesso impegno. L’amore di due sposi è santificato da Cristo, e i coniugi sono chiamati a testimoniare e coltivare questa santità attraverso la loro fedeltà l’uno verso l’altro. 
Dalla famiglia, chiesadomestica, passiamo brevemente alla parrocchia, al grande campo che il Signore ci ha affidato per renderlo fecondo con il lavoro pastorale. I sacerdoti, i parroci dovrebbero rendersi sempre consapevoli che il loro compito di governare è un servizio profondamente spirituale. È sempre il parroco a guidare la comunità parrocchiale, contando allo stesso tempo sull’aiuto e sul contributo valido dei vari collaboratori e di tutti i fedeli laici. Non dobbiamo correre il rischio di offuscare ilministero sacramentale del sacerdote. Nelle nostre città e nei nostri villaggi vi sono uomini coraggiosi e altri timidi, vi sono cristiani missionari e altri addormentati. E vi sono i molti che sono in ricerca, anche se non lo ammettono. Ognuno è chiamato, ognuno è inviato. Non è detto però che il luogo della chiamata sia solo il centro parrocchiale; non è detto che il momento sia necessariamente un piacevole evento parrocchiale, ma la chiamata di Dio ci può raggiungere nella catena dimontaggio e in ufficio, nel supermercato, nella tromba delle scale, cioè nei luoghi della vita quotidiana. 
Parlare di Dio, portare agli uomini il messaggio dell’amore di Dio e della salvezza in Gesù Cristo agli uomini è compito di ogni battezzato. E tale compito comprende non solo il parlare con parole,ma tutto l’agire e il fare. Tutto il nostro essere deve parlare di Dio, perfino nelle cose ordinarie. Così la nostra testimonianza è autentica, così sarà anche sempre nuova e fresca nella forza dello Spirito Santo. Affinché questo riesca, il parlare di Dio deve prima di tutto essere un parlare conDio, un incontro con ilDio vivente nella preghiera e nei Sacramenti.Dio non soltanto si lascia trovare, ma anche si mette in moto nel suo amore per andare incontro a chi lo cerca. Colui che si affida all’amore diDio, sa aprire i cuori degli altri all’amore divino permostrare loro che la vita in pienezza si realizza solo in comunione con Dio. Proprio nel nostro tempo, in cui sembriamo diventare il «piccolo gregge» (Lc 12,32), siamo chiamati, da discepoli del Signore, a vivere come una comunità che è sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-16). 
La Santa Vergine Maria, che è nostra madre e che voi venerate in modo particolare come Magna Mater Austriae, ci aiuti ad aprirci, come lei, totalmente al Signore e così ad essere capaci di mostrare agli altri la via verso il Dio vivente che dona la vita.