lunedì 31 marzo 2014

Rahner: teologi, non siete un’élite



Il 30 marzo del 1984, esattamente trent’anni fa, si spegneva all’età di ottant’anni ad Innsbruck in Austria il gesuita tedesco – originario di Friburgo – Karl Rahner: probabilmente il più complesso, heideggeriano ed esistenzialista dei teologi del Novecento, il pensatore definito da Juan Alfaro «il massimo ispiratore del Concilio».
A tanti anni di distanza dalla morte rimangono ancora attuali molte delle sue opere, come Uditori della ParolaLa fatica di credereCorso fondamentale sulla fede, o ancora Spirito nel mondoo lo scritto ritenuto da molti come il suo testamento spirituale, pensato per i giovani: Discorso di Ignazio ad un gesuita odierno.

Stelle polari della sua ricerca saranno soprattutto figure del calibro di Tommaso d’Aquino, Ignazio di Loyola, Joseph Maréchal e Martin Heidegger. Un pensiero, quello di Karl Rahner, costruito sulle spalle di questi maestri ma anche incentrato sull’attenzione al trascendente, alle cose ultime (si pensi solo alle sue pagine dedicate alla teologia della morte), alla centralità degli Esercizi spiritualinella sua vita e soprattutto su una “cristologia antropologica”.

Di questo è convinto il teologo e arcivescovo di Oristano, Ignazio Sanna: «La sua filosofia religiosa ha voluto riconciliare il soggettivismo moderno con l’esperienza della fede. Contro la volontà di Kant di confinare la conoscenza speculativa nel solo dominio del sensibile, Rahner ha voluto dimostrare che l’uomo, in quanto spirito, è radicalmente aperto a un orizzonte trascendente e può sperimentare questa apertura per mezzo della sua conoscenza del mondo sensibile.

La sua teologia, sul piano ontologico e antropologico, ha voluto sondare e analizzare le condizioni di possibilità, per l’uomo, di sperimentare nell’intimo della propria esistenza, un’apertura al mistero sacro e assoluto di Dio. Secondo Rahner, se Dio si rivela a ogni uomo, ogni uomo deve essere messo in grado di comprendere e interpretare questa rivelazione».

Un giudizio, quello di monsignor Sanna, che trova corrispondenza, seppur da una prospettiva diversa, in un altro profondo conoscitore della teologia rahneriana, Rosino Gibellini: «Ha insegnato a vedere in ogni tema teologico ciò che è universalmente umano, in quanto alleanza con la ragione appartiene fin dall’inizio alla dinamica missionaria del Vangelo. Pratica questa alleanza in ogni questione teologica, e questo metodo dà una suggestiva profondità alle sue pagine».

A trent’anni dalla sua scomparsa è forse giusto accennare all’impronta indiretta che Karl Rahner, il perito conciliare del cardinale di Vienna Franz König, seppe imprimere su documenti fondamentali del Vaticano II come la Lumen gentium, la Gaudium et spes o la Dei Verbum. «Sono stati gli anni del Concilio – rivela il discepolo e biografo, il gesuita tedesco Karl Heinz Neufeld – di grande lavoro e di collaborazione con l’allora giovane teologo bavarese Joseph Ratzinger. Tra le questioni di maggiore fibrillazione, nell’aula conciliare, vi era quella del primato e dell’episcopato e i due teologi si trovarono a offrire, tra l’altro, un loro originale contributo sul tema della Scrittura e della tradizione».

L’arcivescovo Sanna si sofferma sugli aspetti meno battuti della complessa biografia anche mistica di Rahner, sulla sua «teologia feriale, esistenziale e popolare» mai «elitaria», capace anche alla «luce della Parola di Dio» di parlare all’uomo comune di oggi; ed evidenzia l’importanza che il gesuita di Friburgo diede sempre nei suoi scritti alla “dimensione esperienziale di Dio”: «Credo che Rahner abbia soprattutto voluto dimostrare che tutti gli uomini possono fare e di fatto fanno l’esperienza di Dio. Per Rahner come pure per Karl Barth, l’esperienza attuale di Dio è – molto più radicalmente e nettamente di altre epoche – un’esperienza della trascendenza che “sdivinizza” il mondo e lascia Dio essere Dio».

Neufeld, che fu tra l’altro suo assistente universitario, mette in evidenza alcuni aspetti tra i meno conosciuti della biografia di Rahner: la sua difesa dell’enciclica di Paolo VI sul celibato dei sacerdoti, la Sacerdotalis caelibatus, e la sua rilettura dell’Humanae vitae: «A nome dei vescovi tedeschi collaborò alla stesura di un testo che spiegasse i punti centrali e più difficili sul tema della vita formulati da papa Montini; per lui fu soprattutto importante mettere in evidenza l’importanza di concetti come “misericordia” e “coscienza personale”».

E accenna a un particolare: «Ricordo che fece grande scalpore la sua difesa nel 1971 del dogma dell’infallibilità del Papa. Egli formulò un’argomentazione molto raffinata e acuta, preparata con l’allora suo allievo Karl Lehmann per rispondere al saggio di Hans Küng Infallibile? Una domanda del 1970. Riprese molte delle questioni già affrontate con Ratzinger sul tema di “episcopato” e “primato”. Il succo del ragionamento di Rahner era che se un dogma era stato recepito dalla Chiesa e dal Vaticano I non poteva essere cambiato. La sua risposta a Küng colpì soprattutto coloro che lo avevano sempre reclutato come “teologo anti-romano”».

Certamente uno dei contributi più originali avvenne per Rahner nel 1965 con la fondazione della rivista internazionale di teologia “Concilium”. «I padri nobili di questa pubblicazione tradotta in tutto il mondo – rivela Gibellini, che è stato direttore dell’edizione italiana fino al 2012 – furono, tra gli altri, Rahner e Congar e tutto questo permise di tenere viva l’eredità e il dibattito attorno al Concilio. Rahner assunse nel primo decennio la direzione della sezione “teologia pratica”, contribuendo così a de-clericalizzare la cosiddetta “teologia pastorale” avendo soprattutto uno sguardo responsabile sul tema dell’evangelizzazione».

Il dialogo con i non credenti, gli atei marxisti (con la famosa conferenza di Budapest del 1984) affrontati nel crepuscolo della sua vita o la questione della salvezza per chi cristiano non è saranno le frontiere su cui l’anziano teologo di Friburgo si spingerà per offrire la sua testimonianza e il suo sapere. «Ricordo di aver partecipato ai suoi funerali nell’aprile del 1984 – è la riflessione finale di Gibellini – a Innsbruck. E quello che mi colpì di quella cerimonia fu la distribuzione di un bollettino dedicato alla figura di Rahner e le parole del teologo gesuita dedicate alla trasmissione della fede alle nuove generazioni: l’importanza che dava al “predicare bene” studiando la teologia e della necessità che per questa missione apostolica fossero necessari “uomini vivi, devoti e radicalmente cristiani”. E in fondo in tutto questo c’è il nocciolo fondante della teologia di Karl Rahner, vissuta sempre come strumento di annuncio e missione».

Filippo Rizzi (Avvenire)

Nessuno tocchi Abele

I BUONI LIBRO DI LUCA RASTELLO

​Il Grande Inquisitore, d’accordo. Ci mancherebbe altro che, di questi tempi, non si colga l’occasione per citare I fratelli Karamazov, specie in apertura di un romanzo per il quale la quarta di copertina annuncia «un finale alla Dostoevskij». Ma il fatto strano è che il libro di Luca Rastello si intitola I Buoni (Chiarelettere, pagine 204, euro 14), annovera un sacerdote tra i personaggi principali, ma non sembra tenere in alcuna considerazione quanto Gesù afferma a proposito della bontà. Vangelo di Luca, capitolo 18: a chi gli si rivolge chiamandolo «maestro buono», il Signore risponde bruscamente che «nessuno è buono, se non Dio». La fragilità dell’essere umano, le contraddizioni che la attraversano, l’incapacità di perseguire il bene senza compromettersi in qualche modo con il male sono le componenti della felix culpa  nella quale, sulla scorta di sant’Agostino, la Chiesa riconosce da sempre la premessa irrinunciabile della redenzione. Non avremmo bisogno di essere salvati, se non fossimo tutti, in diversa misura, peccatori.

Che fa, la butta in teologia? Uno scrive un libro severo, di denuncia, come questo di Rastello, e in tutta risposta andiamo a ricordare il peccato originale? In realtà è l’autore stesso a scegliere il terreno di gioco, specie nella parte finale, quando I Buoni sembra abbandonare il cliché del “romanzo a chiave” per spostarsi definitivamente sul piano dell’elaborazione letteraria e – per l’appunto – della disputa teologica. Accusando, nella fattispecie, il carismatico don Silvano di aver sostituito la fede in Dio con l’adorazione riservata all’idolo della legalità. Per capire di che cosa stiamo parlando basterebbe aggiungere qualche elemento della biografia di Rastello: torinese, classe 1961, attivo negli anni Novanta nei Balcani sia come reporter sia come volontario, è stato fra l’altro direttore della rivista «Narcomafie» e ha ricoperto incarichi di responsabilità all’interno del Gruppo Abele.

Per quanto si voglia tenere distinte realtà dei fatti e invenzione romanzesca, il suo don Silvano è con ogni evidenza don Luigi Ciotti, e lo è in ogni minuto dettaglio: il maglione sdrucito al posto della tonaca, l’impegno antimafia, la scorta, le amicizie di rango (dal presidente della Repubblica a Gad Lerner, senza tenere conto di quanti appaiono nel libro con generalità di fantasia), perfino certi vezzi linguistici, come il ricorso continuo all’espressione “metterci la testa”. E la rete di attività che dal Gruppo Abele arriva fino a Libera, una galassia di iniziative che è forse la vera protagonista del romanzo e alla quale Rastello affibbia l’insegna, subito sprezzante, di “In punta di piedi”. Per brevità, i “Piedi”. Dell’identificazione tra don Silvano e don Ciotti fa parte anche la rievocazione di un episodio risalente al 2011, ma divenuto di pubblico dominio solo da poco, e cioè l’esposto di un giovane collaboratore siciliano che affermava di essere stato malmenato dal sacerdote. La lettera di scuse che appare nei Buoni coincide, quasi alla lettera, con quella effettivamente inviata da don Ciotti.

Romanzo a chiave, si diceva, anche se in effetti questo è più che altro un romanzo chiavi in mano: racconta un mondo e, insieme, fornisce le istruzioni per interpretarlo. Lo fa assumendo il punto di vista di Aza, diminutivo di Azalea (ma don Silvano la ribattezzerà Lea), una ragazza che viene dalle fogne di Bucarest e che in Italia vorrebbe riscattarsi da un passato di terribile degradazione. Accolta tra i “Piedi”, scala abbastanza rapidamente la gerarchia interna di quella che, pagina dopo pagina, assume sempre di più le caratteristiche di una raccapricciante holding del bene, con tanto di fondi occulti e comportamenti antisindacali. La requisitoria di Rastello si basa principalmente sul trattamento riservato ai dipendenti: sottopagati, o addirittura non pagati, oggetto di continue pressioni, di ricatti morali che sfociano nel mobbing, sono privi – in definitiva – delle più elementari tutele che pure, dal palco delle varie manifestazioni alle quali freneticamente partecipa, don Silvano non si stanca di invocare. Una situazione senza via d’uscita, tant’è vero che a un certo punto Aza sparisce bruscamente di scena per lasciare spazioo all’uomo che già l’aveva salvata in Romania. È Adrian, detto «il bandito», diventato nel frattempo lettore ossessivo della Sacra Scrittura, oltre che giustiziere spietato sul modello, più che degli assassini dostoevskijani, del non dimenticato Jules di Pulp Fiction: «Leggi la Bibbia? Ascolta questo passo che conosco a memoria...».

L’atto d’accusa è durissimo, inappellabile. Ma quello che più colpisce è che nei Buoni non affiori mai il benché minimo apprezzamento per il bene che, al di là della retorica, i “Piedi” possono aver fatto. Tutto, dal recupero dei tossicodipendenti all’impegno contro le organizzazioni criminali, si riduce a un circo cinico e a sua volta criminale. Non è più questione di peccato originale, qui, ma di inferno sulla terra. Un inferno, sostiene Rastello, camuffato da paradiso. Non siamo più nell’ambito della provocazione, tanto meno in quello del dibattito. Questa è una sentenza, che a leggere bene il famoso finale non esclude neppure il plotone di esecuzione. Come se non fosse ancora sufficiente, I Buoni arriva in libreria a pochi giorni di distanza dalla manifestazione romana con le famiglie delle vittime di mafia di cui don Ciotti è stato protagonista a fianco di papa Francesco. Una coincidenza, sia pure. Ma quale sia l’utilità, in fondo, di una condanna così inflessibile è un mistero che l’ambizione stilistica di Rastello lascia purtroppo inesplicato.
Alessandro Zaccuri (Avvenire)

Il cielo non è sopra Babele

File:Pieter Bruegel the Elder - The Tower of Babel (Vienna) - Google Art Project - edited.jpg

Dopo l’Arca gli uomini costruirono Babele, una città fortificata con al centro un’alta torre. Il libro della Genesi (6,15) ci dice le dimensioni dell’arca di Noè (132 metri di lunghezza, 22 in larghezza, 13 in profondità), mentre di Babele dice solo che la cima della torre avrebbe voluto toccare il cielo (11,4). Partendo da questa indicazione, alcune tradizioni antiche hanno immaginato altezze grandiose per quella torre (forse sulla base di ricordi delle piramidi di Egitto, o della gigantesca ziqqurat di Babilonia), molto maggiori di quelle dell’arca che aveva salvato i padri e le madri dei costruttori di Babele. Le imprese di chi costruisce per ascoltare una chiamata e salvare non sono, in genere, più alte e potenti delle imprese di chi costruisce per creare imperi.

Sono molti i significati che si sono nel tempo stratificati sopra Babele, che vanno rintracciati nell’esilio babilonese (Babel), nei ricordi dei “mattoni” della schiavitù d’Egitto («Facciamo dei mattoni», 11,3), e nell’eterna critica all’idolatria («facciamoci un nome», 11,4).

La storia di Babele racchiude una critica radicale a ogni impero, e quindi al potere. Del fondatore di Babele (Nimrod), la Genesi dice: «Costui fu il primo a divenire potente sulla terra» (10,8). Babele è simbolo della città fortificata, ma soprattutto è simbolo dell’impero. Non è una critica radicale a ogni potere (anche l’Adam e Noè hanno potere), ma al potere che non è usato per salvare. Anche oggi il potere salvifico di Noè e quello degli imperi di Babele continuano a convivere l’uno accanto all’altro, a intrecciarsi nelle nostre città e istituzioni. C’è chi usa il potere che ha ricevuto dai cittadini o dagli azionisti all’interno di un patto-alleanza (politico, economico, famigliare, educativo...) per una salvezza, e chi invece lo usa per dominare e per estrarre rendite e privilegi – l’impero. C’è un potere che salva e un potere che uccide; e li troviamo spesso, quasi sempre, coabitanti nelle stesse organizzazioni, istituzioni, imprese, a volte negli stessi dipartimenti e persino negli stessi uffici, dove i costruttori di arche stanno seduti accanto ai costruttori di Babele.

Il confronto Noè-Babele ci dona però altre parole e altri messaggi di vita. Innanzitutto sul lavoro. Sia i costruttori dell’arca sia quelli della città-torre erano lavoratori, ed erano tra di loro solidali – senza una forma di solidarietà lavorativa non si inizia nessuna opera, né quelle giuste né quelle sbagliate. Questa solidarietà appare con forza nella storia di Babele, perché qui è esplicita un’azione collettiva, un’opera di un gruppo, una comunità di lavoro: «Si dissero l’un l’altro: “Andiamo. Costruiamoci una città e una torre”» (11,4). C’è un «andiamo», un incoraggiamento e un’esortazione reciproci in vista della costruzione di un’opera. Non tutte le solidarietà e le cooperazioni sono buone, e non tutti i lavori sono cose buone: il lavoro dei muratori e degli ingegneri di Babele non è un lavoro benedetto, e viene disperso. Ci sono lavori che è bene che vadano dispersi. I lavori creati oggi dai potentissimi imperi delle mafie, della pornografia, dell’azzardo, delle imprese che avvelenano, delle guerre, della prostituzione, non sono lavori benedetti, e dobbiamo disperderli. I lavori degli imperi sono lavori di schiavi, ieri e oggi: cambiano le forme delle schiavitù e degli imperi, ma identici restano i loro segni e i loro frutti.
L’errore radicale di Babele fu cercare la salvezza chiudendosi tra simili: tutti avevano «un’unica lingua e uniche parole» (11,1). La città-torre fu edificata «per non disperderci sulla superficie di tutta la terra» (11,4). Il disperdersi era proprio quanto comandato ai salvati dal diluvio: «Brulicate sulla terra, e moltiplicatevi in essa» (9,7). E invece muovendosi verso oriente la comunità umana giunse in una valle e lì si fermò (11.2): cercarono la salvezza non in un andare, ma in un sostare al riparo dal rischio delle molteplicità e della vita pullulante. Quella comunità umana fece una torre-impero (11.4) perché già(11,1) parlava una sola lingua e avevano tutti le stesse parole: è l’unica lingua – l’unico “labbro” – che produce la fortificazione di Babele. La costruzione degli imperi è l’atto ultimo di gruppi umani che perdono biodiversità, che si appiattiscono su un unico linguaggio, quando la lingua e il pensiero si impoveriscono, diventano un “uno” non dopo il molteplice ma prima, una unità che nega la diversità.

L’errore grave di Babele fu allora pensare che la salvezza si trovasse nella creazione di alte mura, nel dar vita a una comunità cum-moenia (mura comuni) che smarrisce il cum-munus (doni-obblighi reciproci). La nostra storia è sempre stata un alternarsi e un intersecarsi di città-mura e di città-doni, ma quando le mura hanno ucciso i doni non sono stati giorni felici per le civiltà.

Dio interviene allora per salvare gli abitanti di Babele da una pseudo-salvezza. Anche Babele è una storia di salvezza: JHWJ continua, ostinatamente, a salvare un’umanità che, ostinatamente, continua a volersi salvare nei modi e nei luoghi sbagliati.

Con l’arca la salvezza arrivò con una costruzione, a Babele la salvezza nacque da una distruzione, da una dispersione. La prima dispersione salvifica accade nelle famiglie, che salvano i figli quando li mettono nelle condizioni di “disperdersi” nel mondo, li fanno volare e non li “consumano” in rapporti “incestuosi”. Molte imprese si salvano perché sono capaci di fermarsi di fronte alla tentazione dell’impero, non si arroccano nei tempi delle crisi ma sanno rilanciare il cammino e affrontano il rischio dell’esplorazione di territori ignoti. Molte comunità (e, ancora, molte imprese) si salvano quando i loro dirigenti non cadono nella tentazione di circondarsi di simili nella lingua e nelle parole, espellendo i parlanti altri linguaggi; o quando capiscono in tempo di non dover continuare a crescere in “altezza” e potenza, e hanno la sapienza e il coraggio di “disperdere” pezzi di impero. Per poi ricominciare, liberi e benedetti, a camminare verso una terra. Il grande messaggio del mito di Babele è allora l’invito a non cadere nelle trappole del comunitarismo (la patologia della comunità), rinchiusi dentro mura custodi di non-diversità.
La benedizione-feconda sta nel popolare nuovi mondi, nella varietà e biodiversità delle lingue, e quindi delle culture, dei talenti, delle vocazioni. La corolla del fiore è feconda quando disperde le proprie spore. La tentazione di Babele arriva puntuale quando si è usciti da diluvi o se ne temono altri. Invece di disperdersi, uscire, guardare avanti con speranza a attorno a sé, invece di cercare alleati tra i diversi per scambi e incontri di mutuo vantaggio, si lascia la tenda e si costruisce la torre. Ma in quelle torri non nascono i figli. È la tenda la buona casa dell’umano. Oggi in Europa, nei tempi del post (o pre?) diluvio, sta tornando la tentazione di Babele. E dobbiamo sperare ancora in una dispersione salvifica. Nella valle di Babele gli uomini non capirono che il “cielo” da raggiungere non stava in alto ma stava di fronte a loro, nella strada verso il molteplice. Non compresero che una povera tenda nomade è più forte di una torre alta come il cielo.

Fuori dall’Eden, nel giardino della storia, una sola lingua è insufficiente per dire parole di vita. Al bisogno di unità e alla saudade di “casa” non si risponde negando le dispersioni nel molteplice, ma incontrandole e accogliendole. La nuova lingua dell’Adam non la troveremo tornando indietro o fermando la storia dentro torri di simili; la potremo ritrovare solo camminando dietro una voce, un arcobaleno, una stella, un arameo errante.

Luigino Bruni

"Và, tuo figlio vive"



Essendo un allenamento a vivere bene, la Quaresima ci insegna l'atteggiamento adeguato da assumere dinanzi agli eventi che odorano di morte, come quello in cui si è imbattuto il "funzionario del re". In questo padre possiamo incontrarci tutti, protesi verso Cristo, cercando in Lui la salvezza. Anche in noi vibra questo tempo meraviglioso della Quaresima, il grembo dove la Chiesa gesta la gioia della Pasqua. Infatti, abbiamo anche noi un "figlio" che "sta per morire". E' a "Cafarnao", la Patria di Gesù, ma non sa dargli "onore". Non può riconoscerlo come "profeta". Siamo nella Chiesa, eppure proprio la prossimità con Gesù, con la sua Parola, con i sacramenti, con le attività della parrocchia, con le celebrazioni di gruppi e comunità, ci ha fatto scivolare in un rapporto superficiale e scontato con Lui. Siamo diventati professionisti del cristianesimo, pensieri e gesti partono in automatico, ma è pura ipocrisia. Ci siamo abituati al suo amore, non siamo più capaci di stupirci per le Grazie con le quali ci accompagna istante dopo istante. E non ci siamo accorti che il "figlio" di Dio che è in noi è malato. Non abbiamo saputo discernere i sintomi che si andavano manifestando: disattenzioni ai bisogni della moglie, piccoli egoismi nei confronti del marito, insofferenza crescente agli atteggiamenti lunatici dei figli, giudizi che covano da tempo, accidia nella preghiera, attaccamento al denaro, e quel sottile e pernicioso senso di frustrazione accolto e coccolato, sino a farci sentire incompresi dal mondo intero. Il demonio, subdolamente, si è infilato nei pertugi lasciati incustoditi e ci ha chiusi lentamente nella prigione dell'orgoglio. E ora è ira travolgente a ogni inconveniente, parole pesanti in risposta alle incomprensioni del coniuge, chiusura netta a ogni richiesta dei figli, avarizia nevrotica, pregiudizi sottili verso chiunque. Il "figlio" ha perso le sembianze del Padre, incapace di donarsi, di amare salendo sulla Croce che la storia ci presenta. Stiamo morendo. Ma Gesù, in questo tempo di Grazia, torna di nuovo" a "Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino", scende ancora nella nostra vita per riaccendere la memoria degli inizi, quando abbiamo ascoltato e accolto la sua Parola e abbiamo sperimentato il suo potere. Torna per guarirci, compiendo in noi "quello che ha fatto a Gerusalemme", viene cioè a purificarci scacciando venditori e cambiavalute dal nostro cuore, per ricostruire in noi il suo Tempio. Viene per fare Pasqua con noi. La Chiesa ci annuncia oggi che Lui è qui, proprio dove lo abbiamo rifiutato. Accorriamo allora, a "chiedergli" di "scendere" nei nostri peccati. E' vero, per "credere" abbiamo ancora bisogno di "vedere segni e prodigi". Ma Gesù ci conosce, e, come già alle nozze, si lascia di nuovo strappare il suo potere, per condurre la nostra debolezza alla fede adulta. Per questo, con misericordia infinita, ci annuncia ancora la sua Parola, offrendoci un "secondo segno", una seconda possibilità di convertirci e credere. La Quaresima ci insegna a non tralasciare alcuna delle Parole che Dio ci dice attraverso i fatti della storia. A non abbassare la guardia e a vigilare su tutto il fronte, perché le malattie si possono prevenire, sottoponendo istante dopo istante cuore e mente alla Parola di Dio. Il demonio ci gira intorno per divorare il bambino appena nato, il figlio di Dio che si accinge ad amare, perdonare, scusare, pazientare. L'unica forma per assumere l'ora che ci è data è ascoltare e obbedire alla sua Parola che la Chiesa ci predica. E incamminarsi, come il "funzionario del re", per andare a sperimentare che è vera e compie esattamente ciò che annuncia. Vi è dunque un cammino in discesa da percorrere, la scala che conduce alle acque del battesimo; una notte da attraversare, e trepidazione, speranza, desiderio, stanchezza, scoramento per incontrare la luce della resurrezione, la vita nuova in Cristo. Un tempo, l'esistenza che ci è data, come quello nel quale Gesù aveva inviato quel padre. Questa giornata che si dischiude dinanzi ai nostri occhi, ci accoglie con le parole di Gesù: "Và, tuo figlio vive". Siamo chiamati ad entrarvi custodendo, come Maria, questa profezia, per riconoscere che "proprio nell'istante" in cui ci è stata annunciata e abbiamo obbedito, la Parola aveva giàoperato il prodigio: dove la carne aveva visto la morte, lo Spirito aveva già dischiuso la vita. Così Gesù guarisce il "figlio", insegnandoci, attraverso un serio cammino di fede, a vedere il suo amore operare nell'istante in cui la sua Parola è deposta, come il suo corpo nella tomba, nel matrimonio che credevamo fallito, nel lavoro senza senso, nell'amicizia tradita, in ogni nostro peccato. La fede adulta che vince il mondo e accompagna ad essa anche la nostra "famiglia", è quella che spera contro ogni speranza. Accogliamo questo Vangelo, per guarire il "figlio" che è in noi, ma anche i nostri "figli" nella carne, perché la loro fede dipende dalla nostra conversione, non dai moralismi imbastiti dalle chiacchiere che gli propiniamo ogni giorno. La fede che illumina la ragione, altro che salto nel buio. La fede che si sperimenta empiricamente, orologio alla mano, perché Dio è puntuale, si è fatto carne per dare alla carne "segni" da ascoltare, vedere e toccare, vita autentica nella morte altrettanto vera.

La sferzata del Papa ai politici diretta anche all'interno della Chiesa

Francesco con Grasso (presidente Senato) e Boldrini (Camera)


Se si rileggono le parole dell'omelia della messa per i parlamentari ci si accorge che l'obiettivo non era soltanto la classe dirigente nelle istituzioni del Paese

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
La visita di Barack Obama in Vaticano, la scorsa settimana, ha fatto passare in secondo piano la messa celebrata lo stesso giorno da Papa Francesco per i parlamentari e i politici italiani. Le reazioni all'omelia pronunciata da Bergoglio sono state svariate: chi è rimasto entusiasta della "sferzata", chi ha sottolineato l'eccessiva durezza delle parole papali, chi ha fatto notare come Francesco non si sia fermato a salutare i presenti e non abbia dedicato loro i sorrisi di rito. Quanto all'omelia vera e propria, hanno fatto effetto le parole su "peccato" e "corruzione", legate alla definizione che Gesù dà di quei dottori della legge i quali impongono al popolo doveri e pesi che poi loro stessi si guardano bene dal sostenere: sono "sepolcri imbiancati".

È evidente che, pur trattandosi del Vangelo del giorno e non di una lettura  predisposta per l'occasione della messa per i politici, le parole e la meditazione di Francesco sono state applicate immediatamente ai presenti: "corruzione" e "corrotti" sono peraltro parole facilmente applicabili all'ambiente politico, come insegna non tanto la predicazione, quanto piuttosto la cronaca quotidiana. Ma uno sguardo più attento e una lettura più approfondita dell'omelia papale fanno comprendere come l'obiettivo del Pontefice non poteva essere soltanto quello dei politici e parlamentari, che pure vi erano inclusi.

Francesco, che già più volte ha affrontato il tema della corruzione e in particolare, nelle omelie delle messe mattutine a Santa Marta, anche della differenza sostanziale tra "peccatori" e "corrotti", ha sottolineato che al tempo di Gesù c’era una classe dirigente che si era allontanata dal popolo, lo aveva abbandonato. “Il cuore di questa gente, di questo gruppetto – ha detto il Papa – con il tempo si era indurito tanto che era impossibile sentire la voce del Signore. E da peccatori, sono scivolati, sono diventati corrotti. È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore, sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti. E per questo si giustificano, perché Gesù, con la sua semplicità, ma con la sua forza di Dio, dava loro fastidio”.

Francesco ha spiegato che queste persone “hanno sbagliato strada. Hanno fatto resistenza alla salvezza di amore del Signore e così sono scivolati dalla fede, da una teologia di fede a una teologia del dovere. Hanno rifiutato l’amore del Signore e questo rifiuto ha fatto di loro che fossero su una strada che non era quella della dialettica della libertà che offriva il Signore, ma quella della logica della necessità, dove non c’è posto per il Signore. Nella dialettica della libertà c’è il Signore buono, che ci ama tanto! Invece, nella logica della necessità non c’è posto per Dio: si deve fare. Sono diventati – ha aggiunto Francesco – ‘comportamentali’. Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini che Gesù chiama ‘sepolcri imbiancati’”.

L’invito del Papa è dunque quello di non diventare “dotti del dovere” e a vivere intensamente il cammino quaresimale. “Ci farà bene, a tutti noi, pensare a questo invito del Signore all’amore, a questa dialettica della libertà dove c’è l’amore, e domandarci, tutti: ‘Ma, io sono su questa strada? Ho il pericolo di giustificarmi e andare per un’altra strada?’. Una strada congiunturale, perché non porta a nessuna promessa. E preghiamo il Signore – ha concluso il Papa – che ci dia la grazia di andare sempre per la strada della salvezza, di aprirci alla salvezza che soltanto viene da Dio, dalla fede, non da quello che proponevano questi ‘dottori del dovere’, che avevano perso la fede a reggevano il popolo con questa teologia pastorale del dovere”.

Parole azzeccatissime per i politici, ma non certo riconducibili soltanto a loro: gli accenni ai dottori del dovere sono infatti riferibili pure all'establishment ecclesiastico. Si legge nell'esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” che i cristiani devono annunciare il Vangelo "senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello". Non come chi impone obblighi e doveri o finisce per ridurre l'annuncio evangelico solo ad "alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche".

Certo, l'atteggiamento e le parole del Papa sono stati comunque significativi, in linea con una Chiesa che s'immischia di meno nelle vicende politico-partitiche. Nell'intervista con La Stampa dello scorso dicembre, a questo proposito, Francesco aveva detto che il rapporto tra Chiesa e politica "deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perché ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell'aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi...".

Un'ultima annotazione può infine essere fatta a proposito dell'atteggiamento tenuto dal Papa quella mattina: silenzioso, assorto, è entrato e uscito dalla basilica senza fermarsi a salutare i politici, neanche quelli delle prime file che avevano sgomitato per essere lì. Ma chi segue le messe mattutine di Francesco a Santa Marta sa bene che questo è l'atteggiamento abituale del Papa quando entra e poi quando esce a messa conclusa, quando è ancora assorbito dal mistero celebrato. Dopo essere uscito dalla cappella a messa finita, il Papa rientra a fare una breve preghiera di ringraziamento mentre i fedeli rimangono seduti e in silenzio. E comunque alla fine della messa per i politici, Francesco in una saletta separata, ha ricevuto una loro delegazione per un breve saluto. Le immagini lo hanno mostrato sorridente.

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Il papa e il filosofo

Il suo nome è Alberto Methol Ferré. È a lui che Bergoglio si ispira nel giudicare il mondo e nel contrastare la nuova cultura dominante: "l'ateismo libertino". La faccia severa del papa con Obama

di Sandro Magister



ROMA, 31 marzo 2014 – Nell'incontro che ha avuto pochi giorni fa con Barack Obama, papa Francesco non ha taciuto su ciò che divide l'amministrazione americana dalla Chiesa di quel paese, su questioni pesanti quali "i diritti alla libertà religiosa, alla vita e all'obiezione di coscienza". E l'ha fatto rimarcare nel comunicato emesso al termine del colloquio.

Jorge Mario Bergoglio non ama lo scontro diretto, pubblico, con i potenti del mondo. Lascia agire gli episcopati locali. Ma non fa velo al proprio dissenso e tiene a segnare il proprio distacco. Nelle foto degli incontri ufficiali si mette in posa con la faccia severa, a dispetto degli esagerati sorrisi del partner di turno, in questo caso il capo della massima potenza mondiale.

Né potrebbe fare diversamente, posto il giudizio radicalmente critico che papa Francesco nutre dentro di sé, riguardo agli odierni poteri mondani.

È un giudizio che egli non ha mai esplicitato in forma compiuta. L'ha fatto però balenare più volte. Ad esempio col suo frequente riferimento al diavolo come grande avversario della presenza cristiana nel mondo, che vede all'opera dietro lo schermo dei poteri politici ed economici. Oppure quando si scaglia – come nell'omelia del 18 novembre 2013 – contro il "pensiero unico" che vuole asservire a sé l'umanità intera, anche al prezzo di "sacrifici umani", con tanto di "leggi che li proteggono".

Bergoglio non è un pensatore originale. Un suo parametro letterario di riferimento, al quale non poche volte rimanda, è il romanzo apocalittico "Il padrone del mondo" di Robert Hugh Benson, un convertito d'inizio Novecento, figlio di un arcivescovo anglicano di Canterbury.

Ma all'origine del giudizio di Bergoglio sul mondo d'oggi c'è soprattutto un filosofo.

Il suo nome è Alberto Methol Ferré. Uruguaiano di Montevideo, attraversava spesso il Rio de la Plata per andare a trovare a Buenos Aires l'amico arcivescovo. È morto ottantenne nel 2009. Ma è stato ristampato in Argentina e ora anche in Italia un suo libro-intervista del 2007 che è d'importanza capitale per comprendere non solo la sua visione del mondo, ma anche quella del suo amico poi diventato papa:

> Alberto Methol Ferré, Alver Metalli, "Il papa e il filosofo", Edizioni Cantagalli, Siena, 2014, pp. 232, euro 15,00

> Alberto Methol Ferré, Alver Metalli, "El Papa y el filósofo", Edidorial Biblos, Buenos Aires, 2013

Nel presentare la prima edizione di questo libro a Buenos Aires, Bergoglio lo elogiò come un testo di "profondità metafisica". E nel 2011, nella prefazione a un altro libro di un grande amico di entrambi – Guzmán Carriquiry Lecour, uruguaiano, segretario della pontificia commissione per l'America latina, il laico di più alto grado in Vaticano – ancora Bergoglio tributò la sua riconoscenza al "geniale pensatore del Rio de la Plata" per aver messo a nudo la nuova ideologia dominante, dopo la caduta degli ateismi messianici d'ispirazione marxista.

È l'ideologia che Methol Ferrè chiamava "ateismo libertino". E che Bergoglio così descriveva:

"L'ateismo edonista e i suoi supplementi d'anima neo gnostici sono diventati cultura dominante, con proiezione e diffusione globali. Costituiscono l'atmosfera del tempo in cui viviamo, il nuovo oppio del popolo. Il 'pensiero unico', oltre a essere socialmente e politicamente totalitario, ha strutture gnostiche: non è umano, ripropone le diverse forme di razionalismo assolutista con le quali si esprime l'edonismo nichilista descritto da Methol Ferré. Domina il 'teismo nebulizzato', un teismo diffuso, senza incarnazione storica; nel migliore dei casi, creatore dell'ecumenismo massonico".

Nel libro-intervista che oggi è stato ristampato, Methol Ferré sostiene che il nuovo ateismo "ha cambiato radicalmente di figura. Non è messianico, ma libertino. Non è rivoluzionario in senso sociale, ma complice dello status quo. Non ha interesse per la giustizia, ma per tutto ciò che permette di coltivare un edonismo radicale. Non è aristocratico ma si è trasformato in un fenomeno di massa".

Ma forse l'elemento più interessante dell'analisi di Methol Ferré è nella risposta che egli dà alla sfida posta dal nuovo pensiero egemone:

"È stato così con la riforma protestante, è stato così con l'illuminismo secolare, e poi con il marxismo messianico. Un nemico lo si vince assumendo il meglio delle sue stesse intuizioni e spingendosi oltre".

E qual è a suo giudizio la verità dell'ateismo libertino?

"La verità dell'ateismo libertino è la percezione che l'esistere ha una destinazione intima di godimento, che la vita stessa è fatta per una soddisfazione. Detto in altre parole: il nucleo profondo dell'ateismo libertino è una necessità recondita di bellezza".

Certo, l'ateismo libertino "perverte" la bellezza, perché "la separa dalla verità e dal bene, e quindi dalla giustizia". Ma – ammonisce Methol Ferré – "non si può riscattare il nucleo di verità dell'ateismo libertino con un procedimento argomentativo, o dialettico; meno ancora ponendo proibizioni, lanciando allarmi, dettando regole astratte. L'ateismo libertino non è una ideologia, è una pratica. Ad una pratica occorre opporre un'altra pratica; una pratica autocosciente, beninteso, quindi intellettualmente dotata. Storicamente la Chiesa è l'unico soggetto presente sulla scena del mondo contemporaneo che può affrontare l'ateismo libertino. Per me solo la Chiesa è veramente post-moderna".

È impressionante la sintonia tra questa visione di Methol Ferré e il programma di pontificato del suo discepolo Bergoglio, col suo rifiuto "della trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza" e col suo insistere su una Chiesa capace di "far ardere il cuore", di curare ogni tipo di malattia e di ferita, di ridare felicità.

Il Papa: chi ha fede cammina verso le promesse di Dio, se no è un “turista esistenziale”


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Il  tweet di Papa Francesco: "La Quaresima è il tempo per cambiare rotta, per reagire di fronte al male e alla miseria." (31 marzo 2014)

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Messa a Santa Marta. Per non essere turisti esistenziali

Né «cristiani erranti come turisti esistenziali» né «cristiani fermi», ma testimoni di una «fede che cammina» seguendo le promesse di Dio. È l’identità cristiana così come l’ha disegnata Papa Francesco questa mattina, lunedì 31 marzo, durante la messa celebrata nella cappella della Casa Santa Marta.
Il Pontefice ha parlato del valore che, nella vita di un cristiano, ha la fiducia in Gesù «che non delude mai». È scritto nel vangelo e Papa Francesco lo ha sottolineato commentando le letture della liturgia. «Nella prima lettura — ha infatti esordito citando Isaia (65, 17-21) — c’è la promessa di Dio, quello che ci aspetta. Quello che Dio ha preparato per noi: “Io creo nuovi cieli, nuova terra...”. Non si ricorderà più il passato, le fatiche... sarà tutto nuovo. “Creo Gerusalemme per la gioia....”. Ci sarà la gioia. È la promessa della gioia».
Il Signore, ha spiegato il vescovo di Roma, prima di chiedere qualcosa promette. E per questo il fondamento principale della virtù della speranza è proprio fidarsi delle promesse del Signore. Anche perchè «questa speranza — ha assicurato — non delude; perché lui è fedele e non delude». Il Signore, ha proseguito, non ha mai detto a nessuno di andare, di agire senza prima avergli fatto una promessa. «Anche Adamo — ha ricordato in proposito — quando è stato cacciato dal Paradiso, ne ebbe una». E questo «è il nostro destino: camminare nell’ottica delle promesse, certi che diventeranno realtà. E bello leggere il capitolo undicesimo della Lettera agli ebrei, dove si racconta il cammino del popolo di Dio verso le promesse: come questa gente amava tanto queste promesse e le cercava anche con il martirio. Sapeva che il Signore era fedele. La speranza non delude mai».
Per aiutare a comprendere meglio il valore della fiducia nelle promesse del Padre, il Papa ha fatto riferimento all’episodio narrato dal Vangelo di Giovanni (4,43-54) poco prima proclamato, nel quale si racconta del funzionario del re che, saputo dell’arrivo di Gesù a Cana, gli si fa incontro per chiedergli di salvare il figlio malato e in fin di vita a Cafarnao. È stato sufficiente, ha ricordato il Pontefice, che Gesù dicesse: “Va’, tuo figlio vive” perché quell’uomo credesse alla sua parola e si mettesse in cammino: «Questa è la nostra vita: credere e mettersi in cammino» come ha fatto Abramo, che ha avuto «fiducia nel Signore e ha camminato anche nei momenti difficili», quando per esempio la sua fede «è stata messa alla prova» con la richiesta del sacrificio del figlio. Anche in quel caso egli «camminò. Si è fidato del Signore — ha sottolineato il Pontefice — ed è andato avanti. La vita cristiana è questo: camminare verso le promesse». Per questo «la vita cristiana è speranza».
Tuttavia si può anche non camminare nella vita. «E di fatto — ha notato il vescovo di Roma — ci sono tanti, anche cristiani e cattolici di comunità, che non camminano. C’è la tentazione di fermarsi», di ritenere di essere un buon cristiano solo perché, ha precisato, si è inseriti nei movimenti ecclesiali e ci si sente come nella propria «casa spirituale», quasi «stanchi» di camminare.
«Ne abbiamo tanti di cristiani fermi. Hanno una speranza debole. Sì, credono che c’è il cielo ma non lo cercano. Seguono — ha notato il Pontefice — i comandamenti, compiono i precetti tutto, tutto; ma sono fermi. E il Signore non può trarre lievito da loro per far crescere il suo popolo. E questo è un problema: i fermi».
«Poi — ha aggiunto — ci sono altri, quelli che sbagliano la strada. Tutti noi alcune volte abbiamo sbagliato strada». Ma il problema, ha precisato, «non è sbagliare strada. Il problema è non tornare quando ci si accorge che si è sbagliato. E la nostra condizione di peccatori che ci fa sbagliare strada. Camminiamo, ma alle volte facciamo questo sbaglio di strada. Si può tornare: il Signore ci dà questa grazia, di poter tornare».
E poi «c’è un altro gruppo che è più pericoloso — ha detto — perché si inganna da se stesso». Sono «quelli che camminano ma non fanno strada. Sono i cristiani erranti: girano, girano come se la vita fosse un turismo esistenziale, senza meta, senza prendere le promesse sul serio. Quelli che girano e si ingannano perché dicono: “Io cammino...”. No; tu non cammini, tu giri! Invece il Signore ci chiede di non fermarci, di non sbagliare strada e di non girare per la vita. Ci chiede di guardare alle promesse, di andare avanti con le promesse», come l’uomo del vangelo di Giovanni, il quale «credette alle promesse di Gesù e si mise in cammino». E la fede si mette in cammino.
La quaresima, ha detto in conclusione, è un tempo propizio per pensare se siamo in cammino o se siamo «troppo fermi» e allora dobbiamo convertirci; oppure se «abbiamo sbagliato strada» e allora dobbiamo andare a confessarci «per riprendere la strada»; o infine se siamo «turisti teologali», come quelli che girano nella vita «ma che mai fanno un passo avanti».
«Chiediamo al Signore la grazia — è stata l’esortazione di Papa Francesco — di riprendere la strada, di metterci in cammino verso le promesse. Mentre pensiamo a questo, ci farà bene rileggere quel capitolo undicesimo della lettera agli ebrei, per capire bene cosa significa camminare verso le promesse che il Signore ci ha fatto».

L'Osservatore Romano

domenica 30 marzo 2014

Sentinelle in piedi


Sentinelle-in-piedi_Reggio-Emilia_veglia
di Vera Schiavazzi  per “la Repubblica
C’è l’anziano avvocato col loden verde che legge Fini naturali, il ponderoso saggio di Robert Spaemann che ha rilanciato il pensiero teologico. E la ragazza con i leggins e le ballerine colorate che tiene lo sguardo fisso su Due di due di Andrea De Carlo. A molti dei torinesi che nel loro sabato pomeriggio passavano in piazza Carignano, sotto il palazzo barocco dove c’è ancora la prima aula del Parlamento Subalpino, le “Sentinelle in piedi” immobili e silenziose, che riempivano gran parte dello spazio, devono essere sembrate i testimonial di qualche rassegna culturale.
Solo chi si è fermato o ha preso il volantino, ha scoperto che si trattava di un nuovo movimento «apartitico e aconfessionale» che si batte contro il disegno di legge Scalfarotto per il contrasto dell’omofobia. «Per finire in carcere a causa delle proprie opinioni, basterebbe dire che la famiglia è basata su una coppia uomo-donna », denunciano le Sentinelle.
In realtà, il decreto, già approvato alla Camera, arriverà (forse) in Senato con grande ritardo, modificato (anzi «stravolto», secondo molte associazioni Lgbt) da emendamenti che vorrebbero cancellare qualsiasi sanzione. Ciò nonostante, la legge appare ancora troppo inquietante a una parte del mondo cattolico che la combatte insieme alle iniziative di contrasto all’omofobia nelle scuole.
SENTINELLE IN PIEDI
Ma le Sentinelle, create a immagine e somiglianza dei Veilleurs Debout francesi che a Parigi manifestarono contro il matrimonio omosessuale, rappresentano un fatto nuovo nel panorama classico della politica conservatrice italiana.
Silenziose e proprio per questo iper-mediatici, non vogliono essere liquidate come la versione evoluta del Movimento per la Vita o di Alleanza Cattolica, non indottrinano, non minacciano anatemi né scomuniche, non sventolano argomenti di etica generale, men che meno mostrano immagini choccanti.
Mentre le 260 sentinelle torinesi (altri facevano la stessa cosa nello stesso momento a Genova, Como, Varese) restano in piedi con i loro libri, tra le quattro e le cinque del pomeriggio, i loro promoter, quattro o cinque giovani armati di un megafono e qualche pacco di volantini, chiacchierano con i più curiosi tra quelli che vanno a vedere le vetrine o escono dal Museo Egizio.
SENTINELLE IN PIEDI
Qualcuno ha alle spalle anni di esperienza, qualcun altro è un neofita entusiasta, come Pietro Invernizzi, trent’anni, una laurea alla Cattolica e un lavoro nella finanza a Milano. Pietro è alla sua terza veglia, è venuto a dare una mano agli esordienti torinesi. In maglietta e jeans granata,occhiali da sole e collanina, crea un piccolo capannello dopo l’altro («non ho mai fatto neanche lo scout, al massimo da piccolo andavo all’oratorio, non troppo contento »).
Racconta la storia di Adrian Smith, un impiegato comunale inglese vittima di un taglio allo stipendio per le sue opinioni a favore della famiglia vecchia maniera, cita statistiche americane secondo le quali l’Italia sarebbe nella top ten dei paesi gayfriendlye poi dice: «Ma se esistesse un grave problema di omofobia, come potrebbero la Puglia e la Sicilia avere due presidenti gay dichiarati?». Già, come potrebbero?
L’Arcidiocesi di Torino ha intuito con qualche anticipo le potenzialità dell’iniziativa, e l’ha annunciata sul suo sito. Un aiuto che le Sentinelle hanno accolto con gratitudine, ma senza facili entusiasmi: «Ci ha fatto piacere – spiega Carmelo Leotta, giovane avvocato torinese, l’uomo che col megafono detta l’inizio e la fine della manifestazione – Ma noi siamo apartitici e aconfessionali, in questa piazza non ci sono solo cattolici. Vedo un paio di religiosi, ma anche qualche persona musulmana…».
E anche (ma Leotta sorvola) un piccolo drappello di consiglieri comunali e regionali di Ncd, Forza Italia e altri (tra loro il presidente del Consiglio comunale Giovanni Maria Ferraris, eletto con i Moderati, alleati al centrosinistra), ognuno col suo libro in mano. Del resto c’è chi legge Pascal, chi (una provocazione?) ha rispolverato La rivoluzione sessuale di Wilhelm Reich o ha scelto Bella Ciao di Giampaolo Pansa, le opere di e su Papa Ratzinger, o chi si è portato semplicemente fotocopie perché non aveva un volume a portata di mano. Leotta tenta un approccio sorridente: «Adesso finiamo e ci mangiamo un gelato».
La verità è che le Sentinelle, collocate a due metri una dall’altra, sono e si sentono dei perseguitati. Un gruppo che paradossalmente si crede discriminato da un altro, tra i veti incrociati, proprio come in America, dove si scontrano abortisti e antiabortisti, liberisti e protettori delle minoranze, donne e uomini, neri e ispanici, gli uni contro gli altri, mentre la folla del sabato pomeriggio passa senza guardare. Su tutti vigila la bandiera arcobaleno che Angelo Pezzana, pioniere dei movimenti per i diritti gay, ha fatto appendere all’angolo, sulle insegne della libreria Luxemburg. E il 5 aprile le Sentinelle torneranno, questa volta davanti al Pantheon, a Roma.
fonte: La Repubblica

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Manif pour Tous
UE, il patto dei candidati che difendono la famiglia
di Nicolò Fede

Mai come in questi ultimi tempi l’Unione europea è diventata un campo di battaglia, in cui le lobby della cultura della morte hanno fronteggiato la resistenza sempre più attenta di un grande numero di cittadini. Il Parlamento europeo è il luogo dove questa resistenza si fa più politica e dove tutto dipende dai numeri in campo. Di qui la necessità di eleggere come nostri rappresentanti a Bruxelles e Strasburgo uomini e donne che condividano e difendano i princìpi non negoziabili.
Ecco perché la Federazione europea delle associazioni familiari cattoliche (FAFCE) ha appena aperto una campagna in vista delle elezioni europee del 25 maggio prossimo. La campagna si intitola “Vota per la famiglia!”. Essa consiste principalmente nella diffusione di un manifesto al quale i candidati sono chiamati ad aderire. In questo modo essi si impegnano, una volta eletti, a promuovere delle politiche favorevoli alla famiglia, secondo una serie di criteri specificati in 12 punti (cliccare qui per il testo integrale).
Aderendo a questo manifesto, i candidati si impegnano innanzitutto a combattere la dittatura del “gender”, valorizzando la complementarietà tra uomo e donna e riconoscendo il fatto che “la nozione di genere non ha alcun fondamento giuridico nel Trattato dell’Unione Europea”. Inoltre si impegnano ad opporsi ad ogni ingerenza dell’Unione europea nell’ambito della definizione del matrimonio e della famiglia; un punto molto importante, se pensiamo a quanto spesso gli organismi comunitari tentino di influenzare Paesi come il nostro che non riconoscono in alcun modo le unioni tra lo stesso sesso o, in generale, le unioni di fatto.
Inoltre i candidati firmatari si impegnano a sostenere l’iniziativa cittadina europea Uno di Noi, che punta a bloccare ogni finanziamento comunitario alla ricerca sugli embrioni e alle organizzazioni che forniscono servizi abortivi nei Paesi in via di sviluppo. Siamo davanti ad una presa di coscienza del fatto che, se questa iniziativa ha avuto un primo riconoscimento ufficiale grazie ai quasi 2 milioni di firme raccolte, il lavoro maggiore è ancora da farsi: dopo un’audizione pubblica che si terrà a Bruxelles il 10 aprile, la Commissione europea dovrà decidere cosa fare di queste firme, se considerarle carta straccia (smentendo se stessa e non considerando degna di ascolto la richiesta dei cittadini europei), fare uno studio specifico oppure dare seguito alla procedura legislativa richiesta. Ma anche qualora la risposta della Commissione dovesse essere la più positiva (l’avvio della procedura legislativa), il cammino sarà ancora lungo e tutt’altro che facile. Ad ogni tappa di questa complessa procedura il ruolo ed il parere dei futuri eurodeputati sarà fondamentale.
Un altro punto interessante del manifesto della FAFCE, è l’impegno a promuovere l’attuazione metodica del “family mainstreaming”, ovvero quella procedura istituzionale con la quale si controlla l’impatto di un determinato progetto di legge sulla famiglia. Ad oggi l’unica procedura di questo tipo adoperata dal Parlamento europeo è il “gender mainstreaming”... Con tutte le conseguenze aberranti che non stiamo qui ad elencare. Il fatto è che sarebbe ora che le istituzioni europee cominciassero a guardare alla realtà delle famiglie europee per ogni politica attuata, invece di stare ad ascoltare le potenti lobby presenti a Bruxelles.
In tal senso il manifesto della FAFCE diventa uno strumento preziosissimo per risvegliare le coscienze della politica italiana, che sta già iniziando a guardare alle elezioni di maggio, ma soltanto con le lenti sporche dei calcoli elettorali. È giunto il momento di riportare la persona al centro del dibattito politico e la campagna “Vota per la famiglia” è un’occasione propizia. Se in Italia sarà il Forum delle Associazioni familiari (membro italiano della FAFCE) ad occuparsi di trasmettere il testo ai candidati, ciò non impedisce che esso possa diventare uno strumento per la stampa e nelle mani dei singoli cittadini, che possono diffonderlo e pubblicizzarlo. A 2 giorni dalla sua pubblicazione sono già 6 i candidati ad aver firmato (cliccare qui per maggiori informazioni). La proclamazione ufficiale dei candidati firmatari sarà fatta il 15 maggio ed allora avremo dei dati utili per decidere chi votare il 25 maggio.