mercoledì 30 aprile 2014

Mercoledì della II settimana del Tempo Pasquale


Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.
Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio. 
 (Dal Vangelo secondo Giovanni 3, 16-21)

"Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna"


In mezzo a tante chiacchiere sulla moralità e la giustizia, il Vangelo di oggi ci inchioda tutti alla verità: le nostre opere in chi sono fatte? Scrive San Giacomo che la fede senza le opere è morta. Per dire che se non si esplicita in un agire concreto è una fede senza vita, ferma a uno stadio intellettuale o pseudo-mistico, ma priva del soffio dello Spirito. E "chi non crede è già condannato": chi rifiuta la Grazia celeste della fede, dimora lontano da Dio e "rimane nelle tenebre" che avvolgono un condannato, obbligato in una cella due metri per due, lo spazio angusto nel quale strozziamo relazioni piene d'egoismo. Chi non crede è condannato a cercare vita in cisterne screpolate e senz'acqua, obbligato a darsi sempre più piacere, a soddisfare parossisticamente esigenze vecchie e nuove, perché il male non sazia mai, affama sino a uccidere. Nel Vangelo di Giovanni fede e opere quasi coincidono: l’opera per eccellenza, infatti, è credere. E’ l’opera "fatta in Dio", che spalanca le porte della vita alla luce. Credere è appoggiarsi, credere è rimanere nel SignoreTutto nel Vangelo di Giovanni conduce a una relazione di intimità con Gesù. Vedere è credere, e credere è essere uniti profondamente e indissolubilmente a Lui. Credere in Cristo coincide con l'essere in Lui. In Giovanni non v’è nulla di gnostico, intellettuale o ideale. Giovanni è concretissimo, nelle note storiche di cui si serve per il suo vangelo, come nel mostrare la relazione di Gesù con i suoi discepoli. Il discepolo amato appare come colui che riposa sul petto di Gesù, e ne percepisce i sentimenti più profondi sino ad identificarvisi. E credere significa anche vedere Gesù dove non lo si vede più nella carne, nei momenti bui dell’esistenza, dove neanche un briciolo di sentimento può consolare. Nella solitudine della notte, dove ragione e sentire non rispondono all’appello, camminare illuminati dalla sola fede, dall’intimità che supera ogni barriera, come una madre che ha il figlio in guerra e non sa se sia vivo oppure no, che non riceve lettere e notizie, ma che non per questo smette di amarlo, anzi, nella totale incertezza, nella precarietà che fagocita tutto, l’amore si moltiplica a dismisura rompendo gli argini del tempo e dello spazio. Questo amore è, per Giovanni, la fede. Esso sgorga dal cuore di Dio rivelato nel dono del suo unigenito Figlio. L’amore di Dio che cerca ogni uomo per attirarlo a sé attraverso la Croce innalzata di Gesù. Guardare Cristo crocifisso, fissare quell’amore trafitto dai miei peccati, restarne coinvolto perché Lui si è legato a me al punto di farsi peccato, di lasciarsi stritolare dalle conseguenze dei miei delitti; guardare Cristo crocifisso e vedere l’amore di Dio per me: questa è la fede. La fede sulla terra è un Padre che sacrifica suo Figlio, come Abramo con Isacco; la fede è lasciare tutto di noi a Dio, sacrificare, fare sacra la nostra vita sul Moria che ci attende, anche l'affetto più grande, anche la stessa opera di Dio in noi, per incontrare il suo Autore e lasciarsi accogliere nell'intimità della sua misericordia. Credere che l’amore che ho sempre sperato è possibile, è ora qui davanti ai miei occhi. Credere è lasciarmi amare e perdonare. Credere è smettere di discutere, giustificarmi, scappare nelle tenebre per contraffare le opere malvagie, alla ricerca di rifugi ipocriti e alienanti. Credere è abbandonare ogni pretesa di autosufficenza e autogiustificazione e lasciarmi giudicare dal giudizio di Dio, sempre misericordioso. Credere è consegnarmi oggi alla giustizia divina, al fuoco d’amore acceso sulla Croce. Credere è immergersi nell’amore per vedere la mia vita trasformata in amore. Nessuna condanna per chi è amato: "Proprio per la fede nell’amore sovrabbondante donatoci in Cristo Gesù, noi sappiamo che anche la più piccola forza di amore è più grande della massima forza distruttrice e può trasformare il mondo, e per questa stessa fede noi possiamo avere una "speranza affidabile", quella nella vita eterna e nella risurrezione della carne" (Benedetto XVI). Così, in chi crede tutto viene alla luce perché tutto risplende dall’interno come nelle icone orientali, di una luce nuova e celeste, quella della vita divina che ha preso possesso di lui. In una famiglia che ha fede nulla resta nascosto, vi è limpidezza e libertà nei rapporti, fiducia nell'opera di Dio in ciascuno. Anche se ci sono crisi e scontri, liti e problemi, tutto viene estratto dal buio della menzogna per risplendere alla luce della Verità. Ciò significa che, anche se la carne continua a offrire i suoi parametri per guardare e giudicare l'altro, la luce della fede li smaschera uno ad uno, ricollocando ciascuno nella Verità dell'amore. La fede, infatti, ci conduce sul cammino della retta intenzione, ci libera dalla schiavitù al nostro io, anche se restiamo deboli e peccatori. Gli errori e i peccati ci fanno male, ma non hanno più il potere di cancellare la speranza, perché la fede tiene sempre aperto lo spiraglio a una nuova possibilità, all'opera della Grazia che riconduce, piano piano, al compimento della volontà di Dio. Se abbiamo fede guardiamo agli altri cercando l'opera di Dio e non l'opera, fragile e corruttibile, dell'uomo. La fede ci schiude lo sguardo per scoprire nel marito, nella moglie, nei figli, in ciascun uomo, il Figlio che il Padre ci dà per salvarci e sperimentare il suo amore. Non c'è più giudizio e condanna, ma solo amore gratuito, nei riguardi di ogni parola e gesto di chi ci è accanto! Anche quando ci facciamo del male, sì, anche allora, è celato il Figlio, è vivo Cristo che il Padre ci dona per essere accolto nella fede e sperimentare, in ogni evento, la Vita eterna, l'amore oltre la morte e il peccato. Che famiglie, che matrimoni, che fidanzamenti, che amicizie quando si cammina insieme nella Chiesa che ci gesta alla fede! Essa, infatti, trasfigura l’esistenza, e la rende un luogo dove oltrepassare la barriera del peccato; ovunque e con chiunque, come il "vento" che abbraccia tutto senza condizioni. E’ vero che portiamo l’esperienza dell’incredulità, della chiusura alla Grazia. Tante volte abbiamo preferito le tenebre dei nostri sotterfugi, dei nostri desideri, delle nostre concupiscenze, dei nostri progetti da portare a termine a tutti i costi. E’ vero che le nostre opere erano malvagie, figlie del principe delle tenebre e della menzogna. E’ vero che abbiamo tanto giudicato e rifiutato l'altro, incapaci di riconoscervi il volto di Cristo. E' vero, abbiamo sperimentato tante volte la condanna di chi non crede: separazioni, divorzi, dolori, divisioni, lacerazioni e solitudine. Forse anche oggi siamo in una situazione di condanna, ma proprio per noi sono le parole del Vangelo, per noi è l’amore infinito di Dio. Ora. Lasciamoci allora abbracciare da Gesù, così come siamo, fissiamo il suo sguardo che non ci giudica, che desidera solo di farci una cosa con Lui e trasformare la nostra condanna in assoluzione, la morte in vita. Desidera la nostra felicità, essere in Lui e Lui in noi, rimanere da ora e per l’eternità nel suo amore.

martedì 29 aprile 2014

Inghilterra, a “post-Christian” country




L’ultimo sondaggio parla chiaro, i sudditi di Sua Maestà la Regina sono ormai “post-Christian”. In Inghilterra solo il 14% si dichiara cristiano praticante, mentre il restante 86% oscilla tra un perentorio “non essere assolutamente religioso” e un laconico “non essere praticante”.
Rowan Williams, ex arcivescovo di Canterbury, lo ha detto senza mezzi termini: “Siamo in una fase post-Christian”. Ma, ancor più preciso lo era stato il suo predecessore – Lord Carey – al recente sinodo anglicano di novembre 2013: “Siamo a una generazione dall’estinzione”.
Il dibattito in Inghilterra è caldo, alimentato da alcune recenti dichiarazioni del premier Cameron che aveva ribadito la necessità di valorizzare le radici cristiane del Regno, con l’obiettivo di innestare nella società la forza del vangelo, una forza di “benevolenza”. Nessuno mette in dubbio le buone intenzioni del premier di fede anglicana, ma il suo progetto politico, denominato “The Big Society”, pare innanzitutto avere l’obiettivo di scaricare lo Stato di diversi problemi sociali. E dei relativi costi.
Tuttavia, queste prese di posizione di Cameron hanno aperto il solito coro di lamentazioni nel campo laicista. Richiamare l’Inghilterra alle sue radici cristiane sarebbe un operazione capace solo di creare “divisione fra i cittadini”. E’ quanto sostengono cinquanta personalità del mondo intellettuale e artistico inglese che, lo scorso 20 aprile, hanno pubblicato la solita lettera-messaggio. “Noi rispettiamo il diritto del premier ad avere le proprie credenze religiose (…), tuttavia – scrivono sul Telegraph – ci opponiamo alla caratterizzazione della Gran Bretagna come un paese cristiano e le conseguenze negative per la politica e la società che così si generano”.
Il vice-primo ministro e leader dei Lib-Dem, Nick Clegg, a suo modo ha rincarato la dose, perchè si è spinto a voler mettere in discussione perfino la stessa specificità religiosa del Regno Unito, ossia il fatto che la Regina sia alla testa della Chiesa Anglicana. E’ così da quando Enrico VIII, non ottenendo dalla Chiesa Cattolica la benedizione per il suo divorzio, portò la Chiesa inglese in stato di scisma. “Sarebbe meglio per il nostro Paese, – ha detto Clegg alla radio LBC – gli Inglesi, e tutti i credenti, che la Chiesa e lo Stato fossero separati”.
Le prese di posizione dei cinquanta intellettuali inglesi, o le dichiarazioni di Clegg, non sono nuove e le possiamo trovare a diverse latitudini, ad esempio nella laicissima Francia, ma anche in casa nostra. Le radici di questa mentalità però si trovano proprio nel Regno Unito, radici di un albero che poi si è ben sviluppato in ogni dove.
Soprattutto in campo religioso gli effetti di questo “liberalismo” si sono fatti sentire con particolare virulenza nel frutto amaro dell’indifferentismo: tutte le religioni sono uguali e tutte vanno bene nell’intimo della coscienza, l’importante è che stiano fuori dalla piazza pubblica.
Il Beato J.H. Newman, celebre anglicano che divverrà cardinale cattolico, lo scrisse molto chiaramente nel famoso “discorso del biglietto”, pronunciato proprio in occasione della sua nomina a cardinale avvenuta nel maggio del 1879 a Roma. “Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro, e questa è una convinzione che ogni giorno acquista più credito e forza. È contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che tutte devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni.”
In effetti questa pungente osservazione del Beato Newman è quanto di più scomodo possa esservi per la nostra cultura. Eppure è a partire dalla questione della verità positiva nella religione che si potrebbe approdare ad un serio concetto di distinzione tra Chiesa e Stato. Cercasi disperatamente capitani coraggiosi da una parte e dall’altra, perchè anche questa è missione.
L. Bertocchi

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La doppia morale inglese

Hanno suscitato un prevedibile scandalo le dichiarazioni di Josie Cunningham, una showgirl inglese che ha annunciato pubblicamente di voler abortire per poter partecipare allo show televisivo del “Grande Fratello”. La Cunningham, 23 anni, già madre di due figli, come riporta il Mirror, ha fatto, infatti, sapere di essere intenzionata ad interrompere la sua gravidanza, vista come un ostacolo tra lei e il “Big Brother”: «Sono sul punto di diventare famosa e non ho nessuna intenzione di rovinare tutto ora – ha detto Josie –. Un aborto favorirà la mia carriera: il prossimo anno non voglio avere un bambino. Voglio diventare famosa, alla guida di una Range Rover rosa brillante, e voglio comprare una grande casa. Niente potrà intromettersi sulla mia strada».
La ragazza non è nuova a sparate del genere. Un anno fa aveva preteso il rimborso dal servizio sanitario nazionale per il suo intervento di aumento di misura del seno e oggi pretende le cure dentali gratuite riservate alle donne in attesa. Per di più, ha affermato di non avere certezze circa l’identità del padre “essendo indecisa tra un calciatore e un facoltoso cliente incontrato mentre lavorava come escort“. Dichiarazioni chiaramente provocatorie, rilasciate da squallidi personaggi in cerca di facile ed immediata pubblicità. Oggi siamo abituati a sentirne di “cotte e di crude”, dunque, non stupiscono più di tanto le deliranti esternazioni della giovane inglese. Quello che colpisce e stride è invece  l’unanime e assoluto disappointment che tale notizia ha generato nel solitamente liberale e permissivo popolo inglese. Nessuna voce di sdegno si è levata, infatti, in seguito alla diffusione dei risultati di un’indagine condotta dal “Care Quality Commission” per la sanità inglese la quale, come riporta “Tempi” del 22 aprile, ha confermato che «il 54 per cento degli aborti che vengono effettuati in Gran Bretagna è illegale. Secondo i dati, diffusi a gennaio durante un’interrogazione parlamentare, nel 2012 in 98 mila casi il medico non ha incontrato neanche una volta la donna che voleva interrompere la gravidanza, contrariamente agli obblighi di legge. (…)  almeno 67 dottori hanno violato la legge, firmando in bianco e in anticipo moduli per l’aborto che venivano poi riempiti con i nomi delle interessate volta per volta. Uno di questi medici ne ha firmati così tanti che venivano ancora usati nel 2014 nonostante lui fosse in pensione da quattro anni». Una silenzio ideologico che fa molto rumore. (L.G.)

La fontana del villaggio



Papa Giovanni e la profezia del Vaticano II. 

Padre del mondo. Il testo qui pubblicato, scritto nel 1983, è inserito in una raccolta di articoli e poesie di David Maria Turoldo curata da Espedito D’Agostini in occasione della canonizzazione di Angelo Giuseppe Roncalli: Padre del mondo. Testi in memoria di Papa Giovanni (Milano, Viator, 2014, pagine 89, euro 12, prefazione di Loris Francesco Capovilla).
(David Maria Turoldo) Per quasi cinque anni, quanto durò il suo inatteso pontificato, Papa Giovanni ci ha dato il più provocatorio “scandalo” evangelico: la coesistenza, al vertice della Chiesa, dell’istituzione e della profezia.
Oggi [nel 1983], a vent’anni dalla sua “morte ecumenica”, davanti a non poche contraddizioni ed esitazioni ecclesiali, al vertice come alla base, viene legittima una domanda: la profezia di Roncalli è morta con lui, o è semplicemente scesa nel solco della storia come il “seme” evangelico, diventando, sia pure in tempi e ritmi diversi dai nostri, fiore di speranza e frutto di libertà?

Io non sono pessimista, credo nella speranza nonostante tutto, e ritengo che in questo momento quanto di profetico era rappresentato da Papa Giovanni (e dal “suo” concilio e da quella Chiesa che con lui s’era risvegliata, sorta di nuovo in piedi e rimessa in cammino sulle strade del mondo) debba essere considerato come un’acqua che da un certo momento, invece che scorrere in superficie, scorre sotterranea, ma intatta. È un momento in cui il letto del suo fiume può apparirci arido e pieno di ciottoli e sterpaglie, ma l’acqua che vi scorre sotto cresce nel procedere e riemergerà presto in superficie, non importa in quale fiume o in quale mare aperto. O, se si preferisce un’altra immagine, direi che quella profezia è un fuoco sotto la cenere: cova nascosto, ma non è spento.
È vero che in questo momento siamo tutti molto stanchi. Come è stato anche quel mondo che dice di non credere, ma che, proprio perché il più deluso, non si rassegna a non credere ed è una lezione anche per noi che crediamo. La profezia di Papa Giovanni interpellò e coinvolse anche quel mondo, e gli offrì la Chiesa quale «fontana del villaggio» (una delle più belle definizioni mai date alla famiglia dei cristiani). Può ancora essere attinta a quella fontana, con la stessa umiltà e semplicità di cui Papa Giovanni fu esempio, la risposta religiosa alla domanda dell’uomo del nostro tempo? O non piuttosto proprio lui, il Papa che rifiutò di dare ascolto ai “profeti di sventura”, che iniziò, con tutta la Chiesa, insieme a tutte le chiese e a tutti gli «uomini di buona volontà», un «nuovo ordine di rapporti umani», non c’insegnò a fare prima di tutto le domande fondamentali, per «render conto alla speranza che è in noi»?
Con Papa Giovanni siamo passati a un’epoca planetaria e dobbiamo rivedere tutte le nostre categorie culturali e religiose; pensando e cercando ormai in dimensioni universali, cosmiche; ma proprio per essere capaci di questo “salto” di fede, lui ci ha dato l’esempio di restare fedeli alle eterne, fondamentali aspirazioni dell’uomo, e solo in questo modo a essere tutti quanti, simultaneamente, una ricerca e una risposta.
Non dobbiamo avere paura. È come nell’ora della sepoltura di Cristo, cioè dell’apparente sconfitta. C’è il sepolcro sigillato, ci sono le guardie, tanto tranquille che «giocano a dadi». Ma la pietra che chiude il sepolcro a un certo punto si ribalta, mentre nessuno se l’aspetta. I soldati che custodiscono il sepolcro sono l’avvenire (le sicurezze umane), la pietra che ribalta è il futuro (le sorprese della fede). Accadrà per il vescovo Oscar Romero («Risorgerò nel mio popolo salvadoregno»). Accadrà anche per Papa Giovanni e per la sua profezia. Ha ragione Ernst Bloch: «La risurrezione di Cristo non è che la causa dell’uomo che vince».
L'Osservatore Romano

L’“Epistolario” di Santa Caterina da Siena

Misticismo e impegno sociale: l’ “Epistolario” di Santa Caterina da Siena

Nel giorno della festa. L’Italia e l’Europa nelle mani di santa Caterina

«Per superare le tante difficoltà che attanagliano l’Italia, l’Europa e il mondo intero c’è bisogno di guardare avanti» ma «non è meno necessario e urgente guardare in alto». Perché «soltanto elevandosi, sarà possibile raggiungere quel giusto ordine della società e dello stato che è compito centrale della politica». E in questa prospettiva santa Caterina da Siena «ci è di stimolo e di esempio».

Lo ha detto il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin celebrando, martedì 29 aprile, la messa per la festa della santa patrona d’Italia e d’Europa, nella basilica romana di Santa Maria sopra Minerva.
Il porporato ha riproposto tutta l’attualità di santa Caterina, indicandola anche come «novità dello Spirito a cui attingere luce e forza per il presente e per i nuovi orizzonti che ci attendono». E «soprattutto oggi — ha proseguito — che tutti indistintamente, consacrati e laici, sperimentiamo gli effetti negativi della assai diffusa e pervasiva mentalità secolarizzata per cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte, dalla coscienza e dall’esistenza umana, messe pure a dura prova dalla logorante interazione quotidiana con l’insidioso spirito della mondanità, capace di insinuarsi e contaminare ogni ambiente e realtà, senza nulla risparmiare» è proprio «l’esempio di santa Caterina» a indicarci la strada per «riaffermare il primato dello spirito rispetto a quello dei beni materiali e temporali».
«Nel suo impegno a favore della convivenza pacifica tra gli uomini del suo tempo — ha spiegato il cardinale Parolin — santa Caterina non ha mai pensato di sostituirsi ai politici, né di farsi loro consigliera. Con il suo intervento, diretto o epistolare che fosse, ella intendeva proiettare la luce del Vangelo, misticamente vissuto, così come l’aveva ricevuta direttamente da Cristo, sui problemi concreti che procuravano sofferenza alla Chiesa e al popolo». Ed è sempre «l’unione con Gesù che la porta a quell’amore per il prossimo che la vide nello stesso tempo piegata ad assistere gli appestati e a frequentare le persone importanti del suo tempo». Quello suggerito da santa Caterina è dunque «un orizzonte — ha concluso — a cui devono mirare non soltanto coloro che hanno una fede religiosa, ma tutti coloro che fanno parte della nazione italiana».
L'Osservatore Romano

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Lettere - Letteratura Italiana

www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_2/t38.pdf

Edizione di riferimento: Le lettere di SCaterina da Siena, a cura di P. Misciattelli, Marzocco, Firenze 1939. Letteratura italiana Einaudi ...
Hai visitato questa pagina in data 29/04/14

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Su santa Caterina da Siena vedi anche (con il testo in pdf del Dialogo della Divina Provvidenza):



  1. KairosQuando le donne si chiamavano Madonne...

    kairosterzomillennio.blogspot.com/.../quando-le-donne-si-chiamavano-...

    28/apr/2011 - Quando le donne si chiamavano Madonne... http://www.domenicani.it/Santi_e_sante/images/santacaterina. Oggi 29 APRILE la Chiesa ...
    Hai visitato questa pagina 2 volte. Ultima visita: 28/04/14

Il Secolo senza Croce


Il comunismo sovietico e la distruzione della famiglia: il divorzio

La Russia, come tutti gli ex paesi comunisti, ha un tasso altissimo di divorzi, aborti e suicidi. Tre grandezze che vanno spesso insieme. Accadeva così durante il comunismo; le cose sono addirittura peggiorate, con la caduta del regime; oggi si sta assistendo ad una graduale persa di coscienza del fatto che se si continua così si muore (vedi politiche di Orban e Putin sulla famiglia e la vita, ma anche inversione lenta e graduale di tendenza tra la gente). Sembra che quanto a divorzi la Russia sia ancora tra i primi 10 paesi al mondo, con Ucraina e Bielorussia.
Interessante rivedere quanto accadde tra Lenin e Stalin, sul tema (mentre in Italia Pd e F.I. mandano avanti il divorzio breve, con appoggio dei grillini)

Uno dei concetti ribaditi dai padri del comunismo è che la liberazione generale che sarà garantita dalla nuova struttura economica riguarderà anche la famiglia, le donne e i bambini.
Il cristianesimo, accusano i marxisti-leninisti, disprezza la donna e la considera un essere inferiore destinato a procreare figli nel silenzio della casa. Invece nella futura società comunista la donna sarà anzitutto “lavoratrice”, operaia d’assalto con la camicia rossa e tanta grinta, e diverrà sempre più “simile all’uomo”.
Inoltre divorzio libero, aborto, anticoncezionali, nuova visione dei rapporti prematrimoniali, “libertà dai ceppi della legge, dalla procreazione” ecc., genereranno una società nuova, armoniosa, equilibrata, in cui tutti potranno trovare soddisfazione e la famiglia, finalmente “felice”, non sarà più il luogo dell’oppressione dell’uomo sulla donna.
Quest’ultima, come affermava Engels, non sarà più schiava nella “camera da letto” o “nella camera dei figli, nella cucina”.
Sarà libera, felice, realizzata. Scomparirà del tutto anche la prostituzione, perché verranno eliminate “le condizioni che la generano e l’alimentano”. Ciò avverrà, nella società comunista futura, tramite la scomparsa, oltre che dello Stato, anche di qualsiasi normativa atta a regolare il matrimonio, ridotto, come auspicava Engels, a “rapporti puramente privati, concernenti solo le persone che vi partecipano”. Che siano per il “libero amore”, magari anche di gruppo come nel film “Tre in uno scantinato”, per il sesso come mero bisogno fisiologico, secondo la teoria del “bicchier d’acqua”, o per una visione più moderata, per tutti i teorici del nuovo mondo comunista il divorzio libero, biasimato dai credenti, farà miracoli.
Fatto sta che nel 1917 il governo dell’URSS introduce nel Codice il divorzio sia per mutuo consenso, sia su richiesta di anche uno solo dei due congiunti. Per celebrare l’evento Lenin afferma:  “La Repubblica dei soviet ha prima di tutto il compito di abolire ogni restrizione dei diritti della donna. Il procedimento giudiziario per il divorzio, questa vergogna borghese, fonte di avvilimento e di umiliazione, è stato completamente abolito dal potere sovietico. Da un anno esiste ormai una legislazione assolutamente libera sul divorzio[1].
Il Codice del 1926 invece, accanto al matrimonio registrato, contempla anche il matrimonio di fatto, entrambi con lo stesso valore giuridico. Il divorzio è ancora più facilitato, può avvenire senza alcuna “formalità” ed essere unilaterale. 
Si assiste così alla morte della famiglia “borghese”, nella quale, nella propaganda dei sovietici, non c’è amore ma puro interesse. Con quali conseguenze? La felicità promessa?
H. Chambre, nel suo “Il marxismo nell’Unione Sovietica”, ricorda che gli effetti di questa legislazione, e forse soprattutto della cultura che vi è dietro, sono l’instabilità della coppia coniugale, l’insicurezza dei fanciulli, l’aumento del numero dei figli per i quali la donna non percepisce pensione alimentare, l’incremento del disagio minorile…
A sua volta F. Navailh, in “Storia delle donne”, nota che tale “libertà degenera dando luogo ad effetti perversi. L’instabilità maritale e il rifiuto massiccio di figli sono due tratti caratteristici del tempo. Gli aborti si moltiplicano, la natalità cala in modo pauroso, gli abbandoni dei neonati sono frequenti. Gli orfanotrofi, sommersi, diventano dei veri mortori. Aumentano gli infanticidi e gli uxoricidi. Effettivamente i figli e le donne sono le prime vittime del nuovo ordine delle cose. L’aggravarsi delle condizioni delle donne (soprattutto in città) è evidente. I padri abbandonano o se ne vanno di casa, lasciando spesso una moglie priva di risorse. La procedura di divorzio mediante una semplice richiesta unilaterale incoraggia gli atteggiamenti più cinici…Gli assegni familiari sono anch’essi aleatori…[2].
Si arriva così ad una esplosione della disgregazione familiare, 44,3% dei divorzi in città nel 1935, che spinge il governo ad imporre una forte retromarcia per impedire il crollo del paese. Insomma, il “sol dell’avvenire” tarda a spuntare, così in economia come nella vita affettiva.
Nel 1936, pur restando libero, il divorzio viene reso molto più difficile per le spese prescritte. Nel 1944 si arriva ad un’ulteriore virata: viene abolito il matrimonio de facto e solo quello registrato è ritenuto valido. La procedura è affidata ad un tribunale, il giornale locale ne deve dare annuncio, a pagamento, mentre il tribunale del popolo deve intraprendere un tentativo di conciliazione. Oltre a tutto ciò occorre pagare una cifra molto alta per presentare la domanda di divorzio e un’altra cifra notevole alla compilazione del certificato finale. Il divorzio diventa così, per molte categorie di persone, praticamente impossibile!
I giudici in generale sono chiamati a ostacolarlo in tutti i modi, a tentare il possibile e l’impossibile per la conciliazione e a tenere conto del grado di colpevolezza dei due coniugi. In svariati casi essi rifiutano il permesso anche a chi abbia seguito le lunghissime e talora proibitive procedure. Insomma, dal matrimonio senza alcuna formalità, puro affare di privati, si passa ad una quasi totale inversione di rotta: ancora una volta l’ideologia è sconfitta dalla realtà, e diventa necessario correre ai ripari. Nascono così la botteghe volte a limitare i divorzi.
Già nel maggio del 1936 la Pravda aveva spiegato che “la famiglia è la cosa più seria che esiste nella vita”. “Senza una famiglia salda e felice – si legge su “Autoistruzione politica”, organo del Comitato centrale del PCUS, nel 1962 – non vi può essere una felicità personale, né una retta educazione della nuova generazione. Ecco perché il programma del nostro partito dà una grande importanza ad un ulteriore rafforzamento della famiglia sovietica…”[3].
L’idea del “libero amore”, che i comunisti europei ed italiani abbracciano con forza proprio negli anni Sessanta e Settanta, è ormai lontana, l’utopia è sostituita con la realpolitik: non è tanto la famiglia in sé che interessa, quanto la disgregazione dello Stato che segue alla disgregazione della famiglia, che spaventa.
F. Agnoli
da: Novecento. Il secolo senza croce, SugarCo

COSA E’ ACCADUTO SABATO SCORSO ALLA MADONNINA DI CIVITAVECCHIA…


Proprio alle porte di Roma, il giorno precedente la canonizzazione dei due papi, sabato 26 aprile, è accaduto uno strano incidente alla statuetta della Madonna di Civitavecchia, quella che (fra il 2 febbraio e il 15 marzo 1995) per 14 volte lacrimò sangue e che è custodita nella chiesetta di Pantano.
Sono stato informato da alcuni amici che erano presenti e immediatamente hanno temuto che la cosa venisse interpretata in modo superstizioso, come è avvenuto per altri episodi recenti, ritenuti da qualcuno (perlopiù dai mass media laici) dei cupi segni del Cielo, specialmente per il papato di Francesco.

I CASI

Molto si è strologato, per esempio, il 26 gennaio scorso quando papa Bergoglio – com’è tradizione – ha fatto volare le colombe dalla finestra del palazzo apostolico. La colomba, si sa, è simbolo della pace, ma per i cristiani anche dello Spirito Santo.
Già con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI era accaduto che le due colombe bianche, appena uscite nel mondo, rientrassero nella finestra pontificia (a volte andando a posarsi proprio sul Santo Padre).
Il 26 gennaio scorso invece il povero volatile appena fuori dalla finestra è stato attaccato da un gabbiano e poi da una cornacchia che l’ha ammazzato. Un incidente che è stato caricato di significati apocalittici e simbologie fantasiose.
Così come quello – ben più tragico – accaduto al giovane Marco Gusmini in gita con l’oratorio a Cevo, in Val Camonica. Per una strana coincidenza, il ragazzo, che abitava in via Papa Giovanni XXIII, è morto per il crollo di un’alta croce che era stata dedicata a papa Wojtyla.
Questo tragico incidente, proprio due giorni prima della canonizzazione dei due papi voluta da Francesco, è stato ovviamente interpretato da qualcuno in modo dissacratorio. E superstizioso.
Dopo tali precedenti è comprensibile che sabato a Pantano si sia prodotto un certo smarrimento. E’ accaduto infatti questo.

L’INCIDENTE

Nel pomeriggio si è svolta una celebrazione bella e commovente. Il vescovo emerito di Civitavecchia, monsignor Girolamo Grillo, che visse proprio i giorni delle lacrimazioni e che – inizialmente ostile – assisté alla quattordicesima lacrimazione di sangue, ha deciso di far fondere la sua preziosa croce pettorale d’oro per ricavarne una corona da porre sulla testa della Madonnina.
E’ una bella corona con i simboli dello stemma di papa Francesco e – a lato – quelli dell’attuale vescovo di Civitavecchia e di monsignor Grillo.
La statuetta della Vergine è stata perciò incoronata durante quella solenne cerimonia presieduta da monsignor Marrucci, attuale titolare della diocesi, insieme a monsignor Grillo e a monsignor Marra.
Per la verità la statuetta aveva già una corona che era stata benedetta da Giovanni Paolo II, il quale aveva anche posto sulla mano della Vergine un rosario da lui benedetto, ma quella corona regale del papa era troppo grande e non era stata mai collocata sulla statuina (si trova nella teca).
Dunque sabato la Madonnina è stata insignita con l’oggetto donato da monsignor Grillo. Sennonché più tardi, appena la statua è stata ricollocata nella teca della chiesina di Pantano, la corona è caduta ed ha colpito e staccato la mano della Madonnina che teneva la corona del rosario donatale da Giovanni Paolo II.
I fedeli che erano lì in preghiera sono rimasti scossi e preoccupati per quello che i giornali avrebbero potuto scriverne. In ogni caso tutto è stato subito restaurato e ripristinato.

IL RACCONTO DEL MONSIGNORE

L’indomani, saputo dell’incidente, ho telefonato a monsignor Grillo che ha minimizzato l’accaduto, declassandolo a banale infortunio (gli uomini di Chiesa, grazie al cielo, sono proprio impermeabili alle superstizioni).
Chiedo anche se la cerimonia solenne di sabato non significhi il riconoscimento di fatto, da parte della Chiesa, del prodigio delle lacrimazioni. Monsignor Grillo non risponde perché ovviamente lascia ogni pronunciamento all’attuale vescovo.
Però mi ricorda che lui stesso, per volere di Giovanni Paolo II, portò riservatamente la statuetta al papa in Vaticano. Il Santo Padre volle benedire per essa – come si è detto – una corona e un rosario.
Poi, dopo aver pregato a lungo davanti ad essa, disse a Grillo: “un giorno dirà al mondo che Giovanni Paolo II ha venerato la Madonna di Civitavecchia”.
Negli anni successivi si è venuti a sapere che probabilmente il Papa polacco, per sue vie misteriose, aspettava un segno e lesse proprio questa vicenda come un messaggio rivolto a sé.
Le successive indagini, delle commissioni tecniche e della magistratura, hanno affermato l’inspiegabilità scientifica del fenomeno delle lacrimazioni, perché non c’è alcun imbroglio e alcun marchingegno che abbia fatto sgorgare gocce di sangue umano dagli occhi di questa statuina di gesso pieno.
Fra l’altro è il sangue di un solo individuo, per tutte le lacrimazioni. Ma siccome hanno assistito al fenomeno ogni volta delle persone diverse (in molti casi anche vigili e forze dell’ordine), bisogna concluderne che quell’uomo misterioso era sempre presente ma non era…visibile.
Il significato teologico è chiaro. Papa Wojtyla ne era personalmente certo. Monsignor Grillo mi racconta che a volte il Papa veniva anche in incognito a Pantano a venerare la Madonnina. C’è un aneddoto buffo al riguardo.
“Un giorno” spiega il prelato “le suore che si erano stabilite lì al santuario mi riferiscono che la mattina erano arrivate delle guardie svizzere che avevano venerato la Madonnina e poi avevano circondato la Chiesa. Quindi, mi dissero le suore, arrivarono due cacciatori, uno grande e uno piccolo, e anch’essi venerarono la statuetta”.
Due cacciatori?
“Non li avevano riconosciuti”, dice divertito monsignor Grillo. “Erano il papa e il suo segretario. Quando raccontai l’episodio a Dziwisz si mise a ridere. Il fatto è che ogni tanto papa Wojtyla, in abiti civili, usciva dal Vaticano e andava a trovare dei frati polacchi, suoi amici, a Santa Severa. Poi faceva una passeggiata sui monti della Tolfa e quella volta volle venire dalla Madonnina”.
Grillo sottolinea che Giovanni Paolo II ebbe un ruolo fondamentale nella vicenda, “perché io, dopo le prime lacrimazioni, non ci credevo affatto.
Quella storia non mi piaceva e avevo dato ordine di distruggere la statuetta. Fu il Papa che mi fece telefonare dal cardinal Sodano per consigliarmi prudenza e attenzione.
Finché la Madonna abbatté tutte le mie resistenze lacrimando nelle mie stesse mani il 15 marzo 1995”.

IL SEGNO

E’ evidente comunque che un segno simile – lacrime di sangue – è un monito preoccupante. Sono le lacrime della Madre di Dio per i suoi figli smarriti. Mentre il sangue appartiene al suo Gesù che ha dato la vita per noi. Siamo salvati per quel sangue…
La vicenda della Madonnina di Civitavecchia è clamorosa. Eppure curiosamente, dopo il primo clamore dei media, una volta che tutte le indagini hanno confermato che si è trattato di un fatto soprannaturale, non si più è tornati a raccontare quegli eventi e a riflettere sul loro significato.
Magari oggi i media fanno considerazioni superstiziose su eventi naturali come quelli citati o – appena lo si saprà – sull’incidente della Madonnina, ricavandone oscuri e inconsulti presagi, mentre snobbano accuratamente le inspiegabili lacrimazioni e tutti quei messaggi veri ed espliciti che il Cielo invia all’umanità.
In questi tempi scristianizzati si irridono gli avvertimenti soprannaturali della Madonna e poi magari si crede nella iettatura e si va dai maghi. Anche noti intellettuali laici sono dichiaratamente superstiziosi.
Poi magari gli stessi ridacchiano scettici di fronte ai messaggi espliciti che il Cielo ha inviato tramite la Madonna a Fatima o a Medjugorje (da dove peraltro arriva la statuetta di Civitavecchia). Eppure sono messaggi confermati da molti segni, prodigi e miracoli sui quali la scienza si dichiara incapace di dare spiegazioni.
E’ il paradosso di un’epoca futile e di un’umanità cieca.

Antonio Socci

Da “Libero”, 29 aprile 2014

Protagonisti del dopo Concilio

 
Grandi Movimenti e realtà ecclesiali, in massa a piazza San Pietro per ricordare il legame diretto con i Papi

*

È dal Concilio Vaticano II voluto da Giovanni XXIII che i laici impegnati nella Chiesa hanno cominciato ad essere sempre più protagonisti al fianco di sacerdoti e religiosi per animare le comunità locali. Ecco perché le canonizzazioni di oggi sono sentite in maniera particolare dai più grandi Movimenti e dalle realtà ecclesiali rappresentate in decine e decine di migliaia in piazza San Pietro.
Tra loro Franco Miano, Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica e membro del Pontificio Consiglio per i Laici, che ricorda come fin dalle origini, che risalgono a Pio IX, nel 1868, l’AC sia stata strettamente legata ai pontefici. Nata nei tempi difficili dell’Unità D’Italia, con il compito di “obbedire” al Papa, è con Giovanni XXIII che vive una svolta all’interno della Chiesa. «Saremo sempre molto grati a Papa Roncalli per l’apertura concessa a tutti i laici con il Concilio Vaticano II. All’epoca l’AC contribuì ai documenti del Concilio, quindi fu un po’ un punto di arrivo, ma quello stesso evento segnò anche un punto di partenza per noi – spiega -. C’è anche una curiosità che ci lega a lui. La notte prima di entrare nel Conclave che lo avrebbe eletto Papa, alloggiò nella nostra struttura della Domus Mariae, sull’Aurelia.
E poi, – prosegue Miano -, non dimentichiamo che l’11 ottobre 1962 fu proprio l’AC a promuovere la fiaccolata in piazza San Pietro in occasione dell’apertura del Concilio, portando al cospetto di Giovanni XXIII migliaia di persone e ispirandogli il famoso “discorso alla luna”. Giovanni Paolo II ha avuto sempre con noi un rapporto speciale. A noi si rivolse incoraggiando la ripresa dell’Azione Cattolica in Polonia, che si era interrotta con il comunismo. Ci ha sempre visto come un punto d’incontro tra tutte le realtà ecclesiali. E avendo puntato sempre tanto sui giovani, gli riconosciamo di aver dato nuovo impulso anche alle nostre realtà giovanili. L’ultima volta lo abbiamo incontrato è stato nel 2004 a Loreto e non potremo mai dimenticare il suo invito a non abbandonare la nostra missione».
«Ci sono tanti episodi che ci legano a Giovanni Paolo II – osserva Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito, tra i movimenti più frequentati e più numerosi oggi in piazza San Pietro -. Il 2 aprile del 1998, il Papa ci ricevette in preparazione del Giubileo. Ha sempre incoraggiato la presenza di un laicato impegnato. Ci incontrò insieme ai responsabili di altri grandi Movimenti e associazioni, in una sorta di anteprima del Giubileo. Nel 2004 ci fece una sorpresa durante il Regina Coeli nella festa dell’Ascensione, chiedendo proprio al Rinnovamento di organizzare una grande veglia di Pentecoste, che si sarebbe rivelata la sua ultima Pentecoste. Nessuno ci aveva avvisati prima dell’annuncio direttamente dalla bocca del papa. Ci chiese di pregare per lui e nel giro di cinque giorni organizzammo un evento con 30mila persone, alla presenza di Giovanni Paolo II.
Ricordo la voce roca, affaticata dalla malattia, ma lo sguardo sempre dritto, deciso, che rifletteva tutto il vigore che aveva dentro. Ci ha condotti nel terzo millennio e ci ha trasmesso tutta la sua forza. La sua eredità è ancora viva».
Circa 100mila fedeli del Cammino Neocatecumenale, di cui circa 10mila solo polacchi, già da ieri hanno vegliato a turno nella chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina in Piazza del Gesù, e oggi sono arrivati a piazza San Pietro con chitarre e striscioni.
«Siamo debitori di Giovanni XXIII – dice Gianpiero Donnini, 72 anni, responsabile della Prima Comunità del Cammino Neocatecumenale italiana, nata a Roma il 2 novembre 1968 -. Il Concilio Vaticano II voluto da papa Roncalli, ha ringiovanito la Chiesa e la nostra realtà, fondata a Madrid da Kiko Argüello, ne è un frutto. Lo stesso Giovanni Paolo aveva conosciuto il Cammino a Cracovia per un fatto curioso. Noi celebriamo la messa domenicale dopo i primi vespri del sabato sera. Ma in Polonia ci accusarono di essere agenti dei comunisti perché non andavamo a messa la domenica.
Si creò una situazione spiacevole, allora intervenne il cardinale Wojtyla che chiamò i catechisti e chiese a chi non abitava troppo lontano, di tornare a messa anche la domenica, per far tacere quelle voci infondate. Io personalmente – continua Donnini – lo incontrai quando venne in visita pastorale a San Giovanni Evangelista a Spinaceto, dove io sono ancora catechista. Kiko mi disse di prenderlo da parte e dirgli che lui e Carmen volevano un’udienza con il potefice. Sapevo che non sarebbe stato facile, ma ci provai e riuscii a spiegargli la realtà del Cammino a Roma, tanto che lui notò pubblicamente quanto la Chiesa di Roma fosse viva e non fosse solo una memoria storica. Il rapporto tra Giovanni Paolo e il Cammino si è consolidato agli inizi degli anni Ottanta, quando ci affidò mons. Stanislao Dziwisz, il suo segretario, come riferimento in Vaticano per qualunque evenienza e ci incoraggiò per l’apertura del Seminario Redemptoris Mater per dare spazio alle vocazioni sacerdoatali del Cammino».
Un altro ricordo alla vita da cardinale di Giovanni Paolo II in Polonia, arriva da Anna Fadda, conosciuta come Doni, una delle prime focolarine ad arrivare dalla Polonia in Italia per seguire da vicino la fondatrice del Movimento dei Focolari Chiara Lubich.
«Erano gli anni Settanta, il mio primo incontro con il cardinale Wojtyla è stato molto emozionante. Eravamo in Polonia e lì il Movimento era quasi agli inizi ma la cosa che più mi ha colpito è stata la fiducia che il Papa ci ha dato subito. Aveva un grande rispetto per noi, per il carisma che ci caratterizzava e con lui si è subito instaurato un rapporto familiare, di amicizia. Addirittura mi ricordo che in quel periodo la Chiesa polacca era un po’ gerarchica, ogni Movimento o gruppo aveva un sacerdote a capo, ma a noi il Papa disse “Non metto a capo del vostro Movimento un sacerdote perchè il carisma che trasmettete agli atri nasce da voi e noi potremmo solo rovinare tutto” – ricorda commossa Doni Fadda -. Dunque, già prima di incontrare Chiara Lubich, Giovanni Paolo II conosceva i focolarini. Alcune persone a lui vicine infatti, avevano scoperto i focolari nella Germania orientale e gli avevano raccontato di noi. Poi, qualche giorno dopo l’elezione a Papa, il 29 ottobre del 1978 Chiara, Eli Folonari ed io partecipammo ad una messa privata con lui.
Eravamo noi tre, il Papa, il suo segretario e due o tre suore. Giovanni Paolo II chiamava Chiara “Disegno di Dio”, aveva una grande stima per lei. Addirittura ci chiese una mappa di tutti i posti dove eravamo per potersi appoggiare a noi. Da quel momento tra il Papa e Chiara è nata una grande amicizia, ci furono vari incontri, il Papa la invitava spesso a pranzo e dagli anni Novanta iniziò a chiamarla nel giorno di Santa Chiara per farle gli auguri. Mi ricordo un altro episodio, eravamo in macchina io e lei, Chiara guidava e il Papa la chiamò al cellulare per farle gli auguri, abbiamo quasi rischiato di fare un incidente!».
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