martedì 30 settembre 2014

Messa a Santa Marta Il Papa: evitare lamentele da teatro, pregare per chi soffre davvero



Il  tweet di Papa Francesco: "La divisione in una comunità cristiana è un peccato gravissimo, è opera del diavolo." (30 settembre 2014)
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Anche il lamento, in momenti bui, diventa preghiera ma guardiamoci dalle “lamentele da teatro”. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco che ha preso spunto da un passo del Libro di Giobbe. Il Papa ha, quindi, ricordato chi vive “grandi tragedie” come i cristiani cacciati dalle loro case per la propria fede. 
Giobbe maledice il giorno in cui è nato, la sua preghiera appare come una maledizione. Papa Francesco ha incentrato la sua omelia sulla Prima Lettura che ci mostra Giobbe maledire la sua vita. “E’ stato messo alla prova – ha rammentato il Papa – ha perso tutta la famiglia, ha perso tutti i beni, ha perso la salute e tutto il suo corpo è diventato una piaga, una piaga schifosa”. In quel momento, ha sottolineato Francesco, “è finita la pazienza e lui dice queste cose. Sono brutte! Ma lui sempre era abituato a parlare con la verità e questa è la verità che lui sente in quel momento”. Anche Geremia, ha rammentato, “usa quasi le stesse parole: ‘Maledetto il giorno che nacqui!’”. “Ma questo uomo bestemmia? Questa è la mia domanda – si è chiesto Francesco – quest’uomo che sta solo, così, in questo, bestemmia?”
“Gesù, quando si lamenta – ‘Padre, perché mi ha abbandonato!’ - bestemmia? Il mistero è questo. Tante volte io ho sentito persone che stanno vivendo situazioni difficili, dolorose, che hanno perso tanto o si sentono sole e abbandonate e vengono a lamentarsi e fanno queste domande: perché? Perché? Si ribellano contro Dio. E io dico: ‘Continua a pregare così, perché anche questa è una preghiera’. Era una preghiera quando Gesù ha detto a suo Padre: ‘Perché mi ha abbandonato!’”.
E’ una “preghiera quella che fa Giobbe qui. Perché, ha evidenziato, pregare è diventare in verità davanti a Dio. E Giobbe non poteva pregare altrimenti”. “Si prega con la realtà – ha soggiunto – la vera preghiera viene dal cuore, dal momento che uno vive”. “E’ la preghiera nei momenti del buio, nei momenti della vita – ha detto il Papa – dove non c’è speranza, non si vede l’orizzonte”:
“E tanta gente, tanta oggi, è nella situazione di Giobbe. Tanta gente buona, come Giobbe, non capisce cosa le è accaduto, perché è così. Tanti fratelli e sorelle che non hanno speranza. Pensiamo alle tragedie, alle grandi tragedie, per esempio questi fratelli nostri che per essere cristiani sono cacciati via dalla loro casa e rimangono senza niente: ‘Ma, Signore, io ho creduto in te. Perché? Credere in Te è una maledizione, Signore?’”.
“Pensiamo agli anziani lasciati da parte – ha proseguito – pensiamo agli ammalati, a tanta gente sola, negli ospedali”. Per tutta questa gente, e “anche per noi quando andiamo nel cammino del buio – ha assicurato – la Chiesa prega. La Chiesa prega! E prende su di sé questo dolore e prega”. E noi, “senza malattie, senza fame, senza bisogni importanti – ha ammonito – quando abbiamo un po’ di buio nell’anima, ci crediamo di essere martiri e smettiamo di pregare”. E c’è chi dice: “Mi sono arrabbiato con Dio, non vado più a Messa!”. “Ma perché?”, chiede il Papa. “Per una cosina piccolina”, è la risposta. Francesco ha così rammentato che Santa Teresa di Gesù Bambino, negli ultimi mesi della sua vita, “cercava di pensare al cielo, sentiva dentro di sé, come fosse una voce che diceva ‘Ma non essere sciocca, non farti fantasie. Sai cosa ti aspetta? Il niente!’”.
“Tante volte passiamo per questa situazione, viviamo questa situazione. E tanta gente che soltanto pensa di finire nel niente. E lei, Santa Teresa, pregava e chiedeva forza per andare avanti, nel buio. Questo si chiama entrare in pazienza. La nostra vita è troppo facile, le nostre lamentele sono lamentele da teatro. Davanti a queste, a questi lamenti di tanta gente, di tanti fratelli e sorelle che sono nel buio, che hanno perso quasi la memoria, quasi la speranza – che vivono quell’esilio da se stessi, sono esiliati, anche da se stessi – niente! E Gesù ha fatto questa strada: dalla sera al Monte degli Ulivi fino all’ultima parola dalla Croce: ‘Padre, perché mi hai abbandonato!’”.
Francesco ha quindi indicato due “cose” che possono servire. “Prima: prepararsi, per quando verrà il buio”, che forse non sarà tanto duro come per Giobbe “ma avremo un tempo di buio. Preparare il cuore per quel momento”. E secondo: “Pregare, come prega la Chiesa, con la Chiesa per tanti fratelli e sorelle che patiscono l’esilio da se stessi, nel buio e nella sofferenza, senza speranza alla mano”. E’ la “preghiera della Chiesa – ha concluso – per questi ‘Gesù sofferenti’, che ci sono dappertutto”.
Radio Vaticana

lunedì 29 settembre 2014

Martedì della XXVI settimana del Tempo Ordinario



Mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio. (Dal Vangelo secondo Luca 9,51-56)
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L'amore autentico desidera il bene dell'amato, per questo conosce il dolore del rifiuto. Per «compiersi» ed «elevare» al Cielo ciò che sta marcendo sotto terra, l'amore di Dio deve farsi pellegrino e scendere nell'abisso del male che incatena il cuore. Per salvare ciò che è perduto Gesù doveva perdere se stesso. Chi è diretto a Gerusalemme, al Tempio ma anche alla Croce, è rifiutato. Questo il destino di Cristo e di chi ne prepara la Pasqua. La Croce è lo scandalo e l'idiozia indigeribile al mondo e alla nostra povera carne. I samaritani sono immagine dell'eresia che cova nel nostro cuore, quella che rifiuta l'amore perché legato al Monte Garizim. 

Ogni eresia, infatti, sbuccia la verità per attaccarsi a una scorza e farne l'assoluto. Non possiamo accettare la Croce che rivela l'amore di Dio perché siamo attaccati ai fatti nella vita nei quali crediamo di avere patito delle ingiustizie. Adoriamo noi stessi e non accettiamo chi ci profetizza che è a Gersualemme dove si impara il nuovo culto in Spirito e Verità. E' sulla Croce che sono sciolti i nodi nell'amore che dona uno sguardo nuovo su Dio, e quindi su se stessi, sulla storia e sugli altri. Così ogni luogo e persona diviene immagine di Gerusalemme, dove si compie la Pasqua e la superbia è trasformata in amore. Gerusalemme è una porta dischiusa sul Cielo, sulla Gerusalemme celeste patria definitiva di ogni uomo

Secondo la tradizione ebraica erano legati a Gerusalemme la creazione di Adamo e il sacrificio di Isacco al Monte Moria: profezie che si sarebbero compiute nel nuovo Adamo tentato in un giardino e, come Isacco, legato ad un legno. A Gerusalemme la stessa tradizione fissava il luogo del sogno di Giacobbe,  quando, "addormentato sulle pietre riconciliate e riunite" (Gen R 68), aveva visto "la scala dalla terra fino al cielo" (Gen. 28,10-22), la croce che avrebbe dischiuso il Regno al Figlio di Dio. Ma la Città della Pace è anche la quella che uccide i profeti, la santa e prostituta nella quale si riflette la contraddizione che caratterizza ogni uomo: amato come un figlio, è condannato a vivere come un orfano. 

Israele viveva Gerusalemme come il luogo della Presenza di Dio, della sua fedeltà più forte di ogni peccato. In Gerusalemme si scontravano l'altissima vocazione dell'uomo e la sua reale capacità di distruggersi nel modo più abietto; l'esilio, la lontananza e la nostalgia struggente di Gerusalemme sono immagine di ogni cuore esiliato dalla Verità. Dimenticare Gerusalemme, la presenza di Dio, era peggiore che vedersi seccare la mano, paralizzarsi la lingua: "Se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia!" (Sal. 137). 

Per questo, con il «volto saldo» e pronto per ricevere insulti, sputi e bestemmie, Gesù si reca a Gerusalemme, con lo sguardo puntato irrevocabilmente al compimento dell'opera del Padre, deciso a salvare ogni uomo. Passo dopo passo, villaggio dopo villaggio, rifiuto dopo rifiuto, Gesù non poteva che recarsi pellegrino a Gerusalemme, come a visitare il cuore malato di ciascuno di noi; e non poteva che, rifiutato, salire sulla Croce e «compiere» la Pasqua, che è proprio assumere il rifiuto e trasformarlo in accoglienza umile. E' questo il passaggio che trascina nel l'uomo nell'obbedienza che sana la contraddizione che porta nel cuore. 

Ma non si tratta solo della Croce e della risurrezione: l'elevazione-esodo di Gesù inizia a compiersi proprio nel viaggio a Gerusalemme, il viaggio del profeta che doveva morire a Gerusalemme. Le sue parole e gli avvenimenti che lo attendevano erano tutti parte della profezia di misericordia di Dio sulla storia e sull'uomo. Il Mistero Pasquale di Cristo non è avvenimento di un istante circoscritto, è un pellegrinaggio, una salita-elevazione verso e attraverso Gerusalemme, ha una storia, passa per villaggi e incontri, relazioni; così è anche della nostra vita. Non vi sono eventi isolati, dove improvvisamente essere cristiani. Tutto è legato, anche le relazioni e i fatti che sembrano marginali, la routine quotidiana ci preparano ai momenti dove il Moria, come il Golgota, appaiono dinanzi a noi. Nulla si improvvisa, e non si può essere cristiani e vivere da figli di Dio se non si cammina in conversione ogni istante.

Secondo la tradizione ebraica, la Pasqua esigeva «preparativi» accurati e lunghi, quanto il cammino di Gesù verso Gerusalemme. E «messaggeri» scelti per realizzarli. Essi, come i membri di uno staff che conosce intimamente il presidente e ne condivide la missione, sono inviati per bonificare e preparare la visita. Anche noi, «angeli inviati davanti al volto» di Gesù come recita l’originale greco, ci «incamminiamo» ogni giorno verso il «villaggio dei samaritani» eretici che rifiutavano scandalizzati il Tempio di Gerusalemme. Senza dimenticare di essere stati guariti gratuitamente dalla stessa eresia, siamo inviati in famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque la Croce sia di scandalo, per prepararvi la Pasqua del Signore, bonificando la menzogna con l'annuncio del Vangelo e con il caricarci del rifiuto. 

E questo non ci piace, piuttosto vorremmo bruciare peccati e peccatori, fraintendendo il fuoco di Elia che incendiò l'idolatria per mostrarne l'inganno. Ma non è questa la missione di Gesù, e il suo sguardo che ci ha sempre perdonato ce lo ricorda anche oggi. Siamo inviati a cercare hametz, il lievito vecchio dell'ipocrisia che rifiuta la verità, e a prenderlo su di noi, perché Gesù possa compiere in tutti la sua Pasqua. Siamo inviati a bruciare con il fuoco dell’amore indiviso a Cristo gli idoli che tengono schiavi gli uomini. Con la pazienza e l’umiltà che impariamo da Gesù, le fondamenta sulle quali sorge, incrollabile e decisa, la nostra missione.

Manifesto sacrilego, denunciata la mostra Lgbt



 di Gianframco Amato
Nell’articolo di Massimo Introvigne pubblicato su questo giornale (clicca qui) si dava notizia del sacrilego manifesto con cui è stata pubblicizzata la mostra d’arte omosessualista, intitolata S.A.L.I.G.I.A. (acronimo dei sette vizi capitali), organizzata dall’International Art Lgbte tuttora in corso a Torino. Tale manifesto, infatti, raffigura una donna obesa completamente nuda che schiaccia col piede alcune immagini religiose, costituite in particolare da icone di Gesù Cristo e della Madonna.
Non ha avuto paura di far sentire la propria voce, in nome della sua indiscussa autorità pastorale, Sua Eccellenza monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo metropolita del capoluogo piemontese. Le sue parole meritano di essere riportate: «Sono certo che ogni persona di buon senso e di buon gusto saprà valutare questo episodio per quello che merita. Soprattutto quando certe scelte “artistiche” diventano un modo facile, troppo facile, per cercare pubblicità attraverso le polemiche. Colpisce dolorosamente, in quell’immagine il modo in cui viene usato il corpo di una donna proprio quando cresce, nella nostra cultura, un’attenzione più diffusa e consapevole alle strumentalizzazioni e alle violenze che sulle donne si commettono. I cristiani sono abituati a vedere e a riconoscere, nel corpo umano, la presenza stessa del Cristo Salvatore, e dunque la fraternità profonda, il rispetto reciproco che deve caratterizzare i rapporti fra le persone e, ci pare, anche la rappresentazione della persona. Sotto i piedi di quella donna, invece non ci sono solo le immagini sacre ma emerge la mancanza di tale rispetto, doveroso per tutti e non solo per i credenti che vedono in quelle icone calpestate il volto del loro Signore e della Madonna. In quel montaggio c’è la protervia di chi si crede al di sopra di ogni minima regola etica; di chi pretende, in nome di una supposta scelta artistica, che tutti debbano accettare qualsiasi sfregio anche al più sentito e profondo senso religioso degli altri».
Per questi motivi, i Giuristi per la Vita e l’associazione Pro Vita Onlus (editrice della rivista Notizie Pro Vita) hanno presentato una denuncia-querela alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino nei confronti degli organizzatori della citata mostra e di tutti coloro che hanno concorso all’esposizione del manifesto offensivo. Questo il testo della denuncia-querela:
PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI TORINO
DENUNCIA – QUERELA
I sottoscritti Avv. Gianfranco Amato, nato a Varese, il 1° marzo 1961, in proprio ed in qualità di Presidente e legale rappresentate dell’associazione Giuristi per la Vita, Codi-ce Fiscale 97735320588, e Antonio Brandi, nato a Roma il 10 maggio 1952, in proprio ed in qualità di Presidente e legale rappresentante dell’associazione Pro Vita Onlus, Codice Fiscale 94040860226, elettivamente domiciliati ai fini della presente denuncia in Casale Monferrato, via Lanza 105, presso lo studio dell’Avv. Giorgio Razeto (avvgiorgiorazeto@cnfpec.it),
ESPONGONO
quanto segue.
A Torino si tiene dall’8 settembre al 17 ottobre 2014, presso l’ex Manifattura Tabacchi in corso Regio Parco 134/a, una mostra d’arte omosessualista intitolata “S.A.L.I.G.I.A.” (acronimo dei sette vizi capitali) e organizzata dall’International Art LGBTE, a cui, peraltro, era stato inizialmente concesso il patrocinio comunale. Il manifesto che pubblicizza tale mostra (realizzato dal fotografo Mauro Pinotti) raffigura una donna obesa completamente nuda che schiaccia col piede alcune immagini religiose, in particolare delle icone di Gesù Cristo e della Madonna (all.1). La prevedibile reazione polemica al contenuto di quel manifesto (il vice presidente vicario del Consiglio comunale torinese ha parlato di «offesa che colpisce la sensibilità religiosa di milioni di cristiani», e di «atto violento e incivile, ancora di più in un momento storico segnato da massacri e persecuzioni»), ha portato la stessa Giunta comunale del capoluogo piemontese a revocare il patrocinio. Maurizio Braccialarghe, Assessore alla Cultura del Comune di Torino, si è espresso in questi termini: «Quando riceviamo delle richieste, prima di dare il patrocinio alle iniziative, valutiamo la serietà dei progetti presentati. In questo caso nessun elemento inviatoci poteva far pensare all'utilizzo di un'immagine che riteniamo lesiva della sensibilità di molti. Oggi, dopo aver visto la locandina la Giunta, all'unanimità, ha deciso di revocare il patrocinio all'evento».
Resta il fatto che l’immagine rappresentata nel manifesto integra palesemente il reato di offesa ad una confessione religiosa mediante vilipendio di persone, previsto e punto dall’art.403 del Codice Penale. In questa sede i denuncianti si permettono di ricordare come la Corte di Cassazione abbia precisato che «il sentimento religioso, quale vive nell’intimo della coscienza individuale e si estende anche a gruppi più o meno numerosi di persone legate tra loro dal vincolo della professione di una fede comune, è da considerare tra i beni costituzionalmente rilevanti, come risulta coordinando gli art. 2, 8 e 19 Cost., ed è indirettamente confermato anche dal primo comma dell’art. 3 e dall’art. 20» (Cass. Pen., sez. III, 11 dicembre 2008, n. 10535).  Con riguardo al rapporto fra il reato in esame ed il diritto di pensiero, espressione artistica e critica, di cui all’art. 21 della Costituzione, si è rilevato che sono antigiuridici «quei fatti di vilipendio che, pur esprimenti un pensiero, travalicano, per la loro volgarità o turpitudine il limite del buon costume» (G.I.P. Latina 7 giugno 2001, in Codice Penale Commentato IPSOA 2011, sub art. 403, pag. 4102).   
Per tutto quanto sopra esposto, i sottoscritti Avv. Gianfranco Amato e Antonio Brandi, nelle qualità sopra indicate, ravvisando estremi di reato nei fatti lamentati sporgono
DENUNCIA – QUERELA
nei confronti degli organizzatori della citata mostra e di tutti coloro che hanno concorso all’esposizione del manifesto offensivo, affinché siano condannati per il reato di offesa ad una confessione religiosa mediante vilipendo di persone, previsto e punito dall’art. 403 del Codice Penale, e per tutti gli altri reati che si dovessero ravvisare nei fatti descritti.
I sottoscritti, sempre in proprio e nella qualità di cui sopra,
ELEGGONO DOMICILIO
ai fini della presente denuncia-querela, in Casale Monferrato, Via Lanza n.105 presso lo studio dell’Avv. Giorgio Razeto;
CHIEDONO
di essere informati, ai sensi e per gli effetti di cui agli articoli 405 e 408 c.p.p., della eventuale formulazione della richiesta di proroga delle indagini preliminari ovvero della formulazione della richiesta di archiviazione;
DICHIARANO
altresì di opporsi sin da ora all’eventuale decreto penale di condanna;
SI RISERVANO
sin da ora di costituirsi parte civile nell’eventuale procedimento penale instaurato a seguito della presente denuncia-querela, dichiarando altresì l’intenzione di devolvere, in caso di condanna degli imputati, l’importo dell’eventuale risarcimento all’Istituto “Piccola Casa della Divina Provvidenza” di San Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Torino li 22 settembre 2014.

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... E c'è chi lavora per un Sinodo gay-friendly
di Tommaso Scandroglio

Venerdì 3 ottobre a Roma, in vista del prossimo Sinodo per la famiglia, avrà luogo la conferenza internazionale “Le strade dell’Amore, per una pastorale con le persone omosessuali e transessuali". L’obiettivo che persegue questo meeting è quello di elaborare «un documento di contributi e proposte al Sinodo per la nuova pastorale che sarà elaborata a partire dal Sinodo». Un pressing psicologico sui padri sinodali dunque. 
Nell’Appello che spiega il contenuto e le finalità di questa conferenza possiamo leggere: «I cristiani omosessuali italiani stanno effettuando una rivoluzione copernicana: passare dalla condizione di attesa, quella in cui si rimane ai margini, nascosti, sperando che qualcosa accada, che qualcuno faccia qualcosa per cambiare la tua condizione di sofferenza, a quella di abbracciare una visione della speranza che si fa azione, che ti porta a non volerti nascondere più, ad assumere consapevolezza che la propria esistenza è bella, degna e piena come quelle di ogni altra persona e che, quindi, può diventare spunto, materia per interrogare le comunità tutte perché dal Sinodo stesso esca una nuova pastorale, elaborata anche ‘con’ le persone omosessuali e transessuali».  
L’Appello poi prosegue citando ovviamente la famigerata frase del Papa di ritorno dal Brasile: «La domanda che si è rivolto spontaneamente papa Francesco ‘chi sono io per giudicare un gay?’ è stata un balsamo per molte persone, ed ha in sé la forza progettuale per poter diventare ora un cambiamento concreto, perché la sospensione di giudizio di per sé non è sufficiente. Deve evolvere in crescita delle comunità cristiane nella loro capacità concreta di accogliere, incoraggiare, rispettare le persone omosessuali e transessuali nel loro desiderio di una vita piena, come tutte le persone che ancora oggi si trovano emarginate ed escluse». 
Questi due stralci hanno un contenuto obliquo perché dicono e non dicono. Da una parte è proprio della pastorale insegnata dal Magistero l’atteggiamento del cristiano, richiamato anche in questo documento, volto ad accogliere le persone omosessuali e a rispettarne la dignità. Su altro fronte però pare che «la sospensione del giudizio» non debba riguardare unicamente la responsabilità soggettiva – che in ultima istanza riguarda solo Dio (ma in parte anche gli uomini: vedi confessione) – bensì proprio le condotte e la condizione omosessuale sulle quali invece il Magistero ha già da tempo espresso un giudizio e un giudizio di condanna. Pare quindi che il documento di questa conferenza inviti il Sinodo ad accogliere non solo la persona omosessuale, ma anche la sua omosessualità.
I relatori della conferenza saranno: Geoffrey Robinson, vescovo emerito dell’arcidiocesi cattolica di Sidney - Australia; James Alison, teologo e sacerdote cattolico inglese; Antonietta Potente, teologa e suora domenicana; Letizia Tommasone, pastora e teologa Valdese e Joseanne Peregrin, Presidente della Christian Life Community di Malta. 
Invece tra i partecipanti segnaliamo la presenza della delegazione de la Pastorale de la Diversidad sessuale CVX de Chile (PADIS+), una iniziativa nata all'interno della Comunità ignaziana di Vita Cristiana (CVX) di Santiago del Cile. In un comunicato rivolto ai padri sinodali questa delegazione ci informa che «in accordo col Magistero e la dottrina cattolica, la Chiesa ci propone di vivere la nostra sessualità nella castità, e di riconoscere e accettare che tutti e tutte ci sentiamo chiamati a scegliere una vita celibe, a causa di una condizione innata che avvertiamo come immutabile, ma che per noi non è una scelta. Le nostre vocazioni e chiamate sono molteplici e varie. Non tutti siamo chiamati alla stessa meta. La castità necessita del nostro consenso e della nostra libertà. Così come è formulato, l’insegnamento della Chiesa riguardo a questi temi non offre nessuna alternativa oltre a questa, escludendo altri percorsi e strade di possibile vocazione personale e comunitaria».  In breve: la castità va bene solo se accettata, altrimenti è una forzatura e dunque non sarebbe una scelta ma una imposizione. L’ultima parola sulla condizione omosessuale non tocca a Santa Romana Chiesa, depositaria non della Verità ma unicamente di meri consigli pratici, bensì solo alla persona omosessuale. 
Castità no dunque ed invece sì alla “famiglia” omo: «La famiglia sembra un orizzonte possibile, che molti e molte già vivono nelle loro relazioni di coppia o insieme a quelli che considerano essere la loro famiglia». Tradotto: se una realtà è già esistente significa che è buona. Se molti omosessuali vivono assieme ed hanno figli questa è già famiglia e le alte sfere della gerarchia cattolica non possono che registrare e benedire questo fenomeno.
In merito poi all’incompatibilità tra vita religiosa e condizione omosessuale il comunicato così si esprime: «Abbiamo l’impressione che l’invisibilità della sessualità nella vita religiosa, la segretezza di fronte all’omosessualità presente in essa e la lassitudine che abbiamo visto e sentito, ci sfida a voler ancora collaborare affinché molte persone non debbano sperimentare l’incompatibilità della propria omosessualità con la vita religiosa». L’omosessualità non sarebbe un inciampo ad una vita votata completamente a Cristo ma anzi una condizione che facilita un’esistenza incardinata sulla povertà, sull’obbedienza e soprattutto sulla castità.
Tra le molte riflessioni che si potrebbero fare, forse la più immediata è la seguente: appare molto curiosa l’espressione “cristiani omosessuali” usata in questi documenti. Come se i cristiani fossero eterosessuali e omosessuali. Se accettiamo questo distinguo allora dovremmo accettare un’infinità di altre categorie: i cristiani adulteri e quelli fedeli, quelli ladri e gli onesti, etc. Ed invece omosessualità, infedeltà e furto sono incompatibili con l’aggettivo “cristiano”. L’idea che soggiace in questi elaborati è infine quella solita: l’omosessualità è una condizione o caratteristica naturale della persona, dunque di segno positivo, come essere intelligenti o coraggiosi. Se quindi l’omosessualità è una qualità buona del credente deve essere favorita ed incoraggiata perché utile nel cammino di fede.

Il salto è evidente: si chiede al Sinodo non più di tollerare l’omosessualità – perché si tollera solo ciò che è male – ma di promuoverla perché uno dei volti eticamente accettabili dell’uomo. E se l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, tra poco ci sarà qualche teologo che si spingerà a dire che anche Dio è omosessuale. Fanta-teologia? Vedremo.

Fecondazione e utero in affitto: la lezione di Scola




di Angelo Scola e Christoph Schönborn


Questo il testo dell'articolo scritto a quattro mani dai cardinali di Milano e Vienna, Angelo Scola e Christoph Schönborn e pubblicato dal quotidiano francese Le Figaro. E' una sorta di appello a tutti gli europei: nel loro articolo i due cardinali elogiano il movimento Manif piur tous che il 5 ottobre manifesterà contro il progetto di legge per introdurre tecniche per la «fabbricazione di bambini senza genitori».
Cento anni fa, il nostro Continente si impantanava nella guerra, trascinando il mondo in un conflitto di cui non abbiamo ancora finito di calcolare le conseguenze. La guerra del 1914-1918 poneva, in un modo tragico e nuovo, la questione del valore della vita umana: quanti uomini e donne avrebbero dovuto per quella guerra pagare il prezzo di sangue? Quante famiglie piansero un figlio, un padre, un fratello, un amico che non è più tornato? Quanti genitori senza figli e quanti bambini senza genitori? Tutta l’intera famiglia europea era in lutto.
Oggi nuovi pericoli minacciano il nostro Continente. Essi pongono la stessa domanda sul valore della vita umana, sia pure in termini diversi. Nella nostra economia di libero mercato, il mercato non può essere il criterio ultimo, il bisogno materiale non è l'unica bussola e l’uomo non deve trasformarsi in una variabile tra domanda e offerta. In vari Paesi europei, le leggi e i regolamenti ora permettono la maternità surrogata. Assistiamo a un doppio attentato alla dignità umana, contro i bambini da una parte, condannati «a essere di fatto orfani di genitori vivi», come ha detto Giovanni Paolo II nella sua lettera alle famiglie, e contro le madri, i cui corpi vengono cosificato, sfruttati, affittati.
Se si è preoccupati per la recente decisione della Corte europea dei Diritti dell'uomo che ha dato via libera alla fecondazione artificiale, diamo il benvenuto alla reazione tonica, giovane, creativo e duratura della Francia. La Francia ha avuto il coraggio di dire no. Il Presidente della Repubblica francese si è impegnata contro l’utero in affitto. Manif pour tous, oggi conosciuta in tutta Europa, aveva previsto che cambiando la natura del matrimonio si sarebbe passati ad altre rivendicazioni che snaturano l’adozione e organizzano la fabbricazione di esseri umani. Nella maternità surrogata, ci sono in germe tutte le condizioni di una schiavitù moderna dove il bambino è concepito come un prodotto, un commercio in cui i più ricchi sfruttano i più poveri, mentre si accelera l’eugenetica occidentale.
Visto dai nostri Paesi, è indubbio che è il movimento francese di Manif è sicuramente formato da molti cattolici, di credenti di altre religioni e di non credenti. Non è quindi una voce ecclesiale, ma una voce francese che è sentita, a livello europeo e internazionale. Questa espressione popolare e dovrebbe ispirare le nazioni occidentali e spingere la Convenzione europea dei diritti dell'uomo a elaborare un dispositivo di legge che protegga i diritti dei bambini. E questa non sarebbe una logica estensione della Dichiarazione universale dei diritti umani? Dobbiamo garantire i diritti dei bambini a conoscere le proprie origini, a crescere con il padre e la madre, a escludere ogni forma di contratto, economico o di altra natura, che li privi di uno o di entrambi i genitori. 
Come espresso dai nostri fratelli vescovi in Francia, se l'accesso per la procreazione medicalmente assistita e la maternità surrogata vengono liberalizzati, tutta la filiazione resta disorientata e una generazione di bambini sarà privata intenzionalmente di uno dei loro genitori Papa Francesco ci invita costantemente ad uscire da noi stessi e andare verso la periferia: non è una questione di geografia, ma di innanzitutto di vita. Le periferie della nostra umanità sono l’estrema fragilità, piccolezza e povertà: quella della vecchiaia e quella dell'infanzia. La nostra attenzione a queste periferie è il cuore della nostra civiltà. Noi non solo vogliamo ringraziare i francesi per il loro risveglio inaspettato, stimolare il loro impegno che sarà molto utile quando arriva il momento, nel nostro Paese, ma chiediamo soprattutto di restare fedeli alla loro storia. Non è solo questione di radici, ma di rami, germogli e frutti. Insomma, c’è in gioco il futuro dell’Europa.

La maldicenza uccide. E mai è innocente



Il Papa e il crimine che i cristiani poco considerano

Cristiani da salotto, cristiani di pasticceria, cristiani omicidi… Omicidi!? Sì. Proprio così. E chi sono? Sono quelli che sparlano. Quelli che dicono male degli altri. Quelli che invidiano, che con le loro lingue dividono, calunniano, diffamano. Non usa mezzi termini, papa Francesco. E tiene a sottolineare che «su questo punto, non c’è posto per le sfumature. Se tu parli male del fratello, uccidi il fratello. E noi, ogni volta che lo facciamo, imitiamo quel gesto di Caino, il primo omicida della storia». La questione è ritornata inesorabile, e più attuale che mai, anche nell’ultima udienza di mercoledì scorso. «Le chiacchiere – ha ribadito il Papa – sempre vanno su questa dimensione della criminalità. Non ci sono chiacchiere innocenti».

Parole dure. Durissime. Senza scampo, per un aspetto della vita sociale che riguarda e si estende, pressoché a tutti; chi più, chi meno. Ma quanti tra i cristiani, tra le comunità cattoliche, si sono accorti di entrare dritti con le loro chiacchiere, i loro piccoli gossip parrocchiali – spesso reputati naturali, leggeri, innocenti – in questa fonda e cupa «dimensione criminale»? Quanti si sentono killer e carnefici? Non sarà un’esagerazione? Ce lo chiediamo, dando quasi per scontato il mal comune. Ma di fronte a parole così crude, che mettono a nudo interiori oscurità, anche meccanismi di autodifesa possono scattare automatici. E questo, come la scarsa coscienza, può far sì che tra le tante cose dette da Francesco tali riferimenti scivolino, anche con sussiego, in second’ordine di considerazione e di confronto.

Fatto è, però, che forse nessun altro pontefice, nella storia recente, con un linguaggio puntuto ed efficace ha battuto tanto su questo male. E di fatto non c’è piaga dolente come questa della maldicenza, così sentita e additata da papa Bergoglio, che è – ed è stata – oggetto della sua predicazione ordinaria fin dall’inizio. Unita a un altro aspetto distruttivo per la Chiesa: quello della mondanità spirituale. I due "caini" hanno viaggiato, viaggiano insieme. Di pari passo. A quella vile «lebbra» del «darsi gloria gli uni gli altri» – spirito mondano che corrode le fondamenta della comunità ecclesiale – sempre s’accompagnano (e scorazzano gioconde) la superbia e l’invidia, radici del pettegolezzo più distruttivo: la calunnia.

Del resto il male biforcuto prodotto dalla «clericas invidia», come la definiva il celebre moralista Haring ai tempi del Concilio, è ben noto. E non c’è qui bisogno di scomodare Dante che definiva l’invidia «meretrice delle corti». La «radice di mali infiniti» è inconciliabile con lo spirito della fede, e nella tradizione della Chiesa, da san Crisostomo a sant’Agostino e san Tommaso, ne viene descritto l’aspetto diabolico. Le maldicenze, le calunnie che portano alle divisioni, nascono infatti dall’«Invidia prima», quella che appartiene a Satana. Il primo calunniatore della storia è stato Satana, la sua prima calunnia è nei confronti di Dio. La calunnia è perciò il modello di Satana nel suo parlare. Egli sa che questa può distruggere in un attimo quello che è stato costruito in tanto tempo con amore, amicizia, rispetto reciproco. 

Egli sa che così ostacola l’unità. Egli sa che il corpo di Cristo non può essere diviso. Ci sono pochi peccati che la Bibbia condanna con altrettanta severità come essa fa con la calunnia. Lo stesso san Francesco di Sales, sul modello di altri, parla in modo efficace della maldicenza come «crimine» e «causa diabolica di omicidi». Dunque, non si tratta di una personale espressione, né di una particolare esagerazione o fissazione di papa Francesco. «Un cristiano omicida… Non lo dico io, eh?, lo dice il Signore… Quello che ha nel suo cuore un po’ d’odio contro il fratello è un omicida»; e in un’altra omelia, a Santa Marta, riprende: «anche l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera, lo dice, chiaro: colui che odia suo fratello, cammina nelle tenebre; chi giudica il fratello, cammina nelle tenebre». 

E così nell’ultima udienza, significativamente, afferma anche riguardo all’unità dei cristiani: «Quando noi parliamo di peccati contro l’unità dei cristiani pensiamo agli scismi, alle sfide ecumeniche, alle guerre di religione. Ma tutto nasce dalle divisioni nel nostro cuore alle quali dobbiamo fare un esame di coscienza». E continua: «Pensiamo a mancanze molto comuni nelle nostre comunità… tristemente segnate da invidie, gelosie… alle chiacchiere che sono alla portata di tutti… In una comunità cristiana la divisione è uno dei peccati più gravi, perché la rende segno non dell’opera di Dio, ma dell’opera del Diavolo, il quale è per definizione colui che separa, che rovina i rapporti, che insinua pregiudizi… è opera gravissima perché è opera del Diavolo» cui noi prestiamo collaborazione.

La maldicenza provoca la disunione nella famiglia di Dio. Sempre è fonte di separazione e danneggia assai più la Chiesa di quanto lo facciano altri peccati più scandalosi. È ciò, in sostanza, che non ci fa Chiesa di Cristo.

Papa Francesco ci chiama quindi «a convertire il cuore» a «chiedere la grazia di non sparlare, di non criticare», di «non imitare il gesto di Caino», a bloccare sul nascere ogni maldicenza o interpretazioni calunniose che distruggono noi stessi e le altre persone e impediscono l’unità dei figli Dio nel vincolo supremo della carità. E forse può essere d’aiuto, in proposito, un aneddoto di Socrate, che data la gravità del «nefando crimine» riguardante tutti, potrebbe essere opportuno non prendere come un semplice fervorino. A un amico che stava per riferirgli in gran segreto una notizia sul conto di un altro, Socrate chiese: «Hai passato la tua intenzione ai tre colini?». Interpellato su cosa volesse dire con questa frase, Socrate spiegò: «Uno: sei sicuro che la cosa che stai per dirmi è vera? Due: sei sicuro che stai per dirmi una cosa buona? Tre: sei sicuro che sia proprio utile che io lo sappia?». L’amico comprese e rinunciò al suo proposito. (S. Falasca)
Avvenire

Quella riforma che nasce dal Vangelo



Dal Vaticano II la spinta per una riorganizzazione delle strutture ecclesiali. 

(Vinicio Albanesi) Nell’immediato dopo concilio sorse una polemica, chiamata «delle due Chiese»: una carismatica, l’altra istituzionale. La prima faceva appello ai carismi e alla profezia, la seconda rispondeva con l’istituzione e la legge. Letta oggi, quella polemica ha poco senso: ogni creatura umana vive la condizione di essere corpo e spirito, individuale e comunitario. Il Vaticano II aveva ben presente questa situazione quando affermava: «La società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l’assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino» (Lumen gentium, 8). 
Proprio questa complessità va, di epoca in epoca, monitorata, attenti a non tradire lo spirito di Cristo: il resto è tutto relativo e può e deve essere rivisitato. Nell’evolvere storico del complesso rapporto tra dottrina sulla natura della Chiesa e sua organizzazione giuridica si è consolidata una grave frattura tra legge ecclesiastica e richiami evangelici che si riferiscono al discepolato. Al di là delle vicende storiche, credo siano indispensabili, anche parlando di diritto, i richiami ai dettati del Vangelo. La mediazione storica della compilazione della legge canonica ha talmente influito sulle strutture ecclesiali al punto da minarne la relazione con il messaggio evangelico. 
Il richiamo ai valori fondanti del cristianesimo è indispensabile pena la fondazione di una legge che può risultare solo umana, anche se promulgata «per la salvezza delle anime». Il Vangelo di Matteo, nei capitoli 5-7 (con i relativi passi paralleli) descrive la «proposta evangelica»: una serie di indicazioni, destinate da Gesù alla folla che lo ascolta, attorniato dai suoi discepoli. Quella «folla» rappresenta gli abitanti del mondo, a partire dai cristiani. Il celebre «discorso della montagna» inizia con un invito alla gioia (beati!), indirizzato a persone che perseguono comportamenti pieni di saggezza e di rettitudine o che vivono in particolari condizioni di povertà, di sofferenza, di ingiustizia. Conosciamo bene le beatitudini rivolte ai poveri, ai miti, a coloro che piangono, agli affamati e assetati di giustizia, ai misericordiosi, ai puri di cuore, a coloro che fanno opera di giustizia, a coloro che sono perseguitati.
Le parole del Signore esprimono le linee guida di un progetto di vita personale e comunitaria con una promessa implicita: il credente che seguirà il Maestro su queste vie raggiungerà la pienezza della felicità. Anche ogni legge canonica, finalizzata all’edificazione della Chiesa come comunità di discepoli, trova dunque nel Vangelo non solo i destinatari delle proprie attenzioni, ma anche la strada da percorrere perché gli strumenti umani di organizzazione (compresa la legge) aiutino a vivere nella beatitudine promessa. L’incoraggiamento del Signore è forte: voi siete il sale della terra, la luce del mondo. Poi, con il versetto 17 del capitolo quinto, le indicazioni giuridiche si fanno forti: il Signore vuole dare compimento alla legge e non certo abolirla. Le precisazioni sul non uccidere, sul non commettere adulterio, sul giuramento, sulla crudeltà della pena, sul perdono, sul formalismo, sull’aiuto al povero, sulla preghiera costituiscono una vera e propria «legge fondamentale della Chiesa».
Il capitolo settimo dello stesso Vangelo continua con precetti che riguardano il giudizio tra fratelli, la preghiera, la misericordia reciproca, la verità del cuore, le false indicazioni. La conclusione è chiara: chi osserva la legge evangelica, «colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo, 7, 21), entrerà nel regno di Dio. Ogni legge canonica, ogni legge ecclesiastica deve far riferimento a queste istruzioni. La tensione recente tra legge e Vangelo si ritrova nella storia della Chiesa, tecnicamente descritta come contrasto tra Ecclesia abscondita o spiritualis e Ecclesia universalis o visibilis. È stato Lutero ad aver estromesso il diritto canonico dal contenuto della fede, per aver negato ogni legame tra il dogma e il giuridicismo della Chiesa. Artefice sistematico di questa riflessione è stato Rudolph Sohm (1841-1917), che affermava sinteticamente: «La natura della Chiesa è spirituale, la natura del diritto è mondana».
Molti sono stati i tentativi di coniugare esigenze dello spirito ed esigenze della legge. Rimane profondo l’interrogativo di come la legge canonica, pure necessaria nell’ambito della comunità ecclesiale, si distingua dalla legge umana (sia naturale che positiva) e come possa rimanere fedele ai principi ispiratori del Vangelo. Poiché è necessaria la mediazione tra dettati evangelici e legge ecclesiastica, non può comunque rimanere elusa la domanda sulla migliore legge possibile interprete della sequela di Cristo, visto che molte parti del vigente Codice di diritto canonico sono debitrici più che altro del diritto civile e penale, anche quando trattano argomenti inerenti le cose sacre.
La domanda finale resta: «Quale legge costitutiva della Chiesa, dei sacramenti, dei patrimoni, dei delitti e delle pene è più consona alle indicazioni dei capitoli 5-7 del Vangelo di Matteo e di tutta la parola di Dio?». La domanda che riguarda la legge ne invoca una precedente: quale Chiesa? C’è un nesso profondo tra il volto della comunità cristiana e le sue forme di organizzazione. A fronte della crisi di fede che ha colpito i Paesi occidentali, è naturale interrogarsi sulla natura della Chiesa che suggerisce e garantisce la fede. Riflessione fattasi intensa, a cinquant’anni dall’apertura del Vaticano II, così da riesaminare le indicazioni del concilio stesso, comprese quelle sull’organizzazione della Chiesa. La difficile spiegazione teologica che accompagna la descrizione della natura della comunità cristiana indica la distanza tra riflessione teorica e vita vissuta dai cristiani che pure vi appartengono. Comunemente la Chiesa è interpretata come organizzazione a capo della quale c’è il Papa, con tutti gli organismi della curia romana. Nel territorio esistono le diocesi con a capo il vescovo; nelle parrocchie vivono i sacerdoti che amministrano i sacramenti. Infine vi sono i «cristiani semplici», chiamati laici, i quali sarebbero i destinatari degli insegnamenti della gerarchia. Non è una lettura grossolana, ma esperienza di vita che indica la distanza tra fede vissuta e fede proposta. Una distanza che è diventata insopportabile, perché sembra che le parole «teologiche» e quelle «di esperienza» descrivano due realtà diverse e incomunicabili. Da una parte la riflessione di pensiero e dall’altra l’esperienza vissuta. Tale divario non è attribuibile frettolosamente a chi è fedele periferico, ma indicatore di una concezione della Chiesa che si è strutturata come organizzazione nella quale esistono gli addetti alle cose sacre (il clero e i religiosi/e) e i destinatari delle loro parole e decisioni (i fedeli laici).
Tale difficoltà è poco avvertita dai pensatori (teologi, giuristi, liturgisti, pastoralisti) e dalla gerarchia; è invece molto sentita dal clero a diretto contatto con le persone che hanno fede, ma che mal sopportano la distanza tra la fede vissuta e un’organizzazione lontana, verticista e spesso in contraddizione con quanto le indicazioni evangeliche suggeriscono. Una difficoltà reale, espressa da chi non vuole ridurre la Chiesa a un riferimento puramente spirituale, ma chiede con insistenza una modifica del funzionamento ecclesiale, diventato troppo clerico-centrico. Il riferimento per una revisione della concezione della Chiesa è la riflessione offerta dal Vaticano II: da qui dobbiamo ripartire per verificare se e come l’organizzazione della comunità cristiana corrisponda alle nuove esigenze pastorali.
L'Osservatore Romano

Povertà significa libertà dai beni materiali




Un estratto dal libro di Vincenzo Paglia

Il mondo e la Chiesa si confrontano con un fenomeno, oggi spesso trascurato, che
può diventare una risorsa importante per il futuro. Un saggio in uscita per Rizzoli


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Il mistero dei poveri svela a chi lo scruta che tutti gli uomini in verità sono poveri e pertanto la povertà non riguarda solo qualcuno o un gruppo, ma tutti. Non è però scontato accorgersene. La beatitudine evangelica, «Beati i poveri!», traversa come un lampo che illumina l’intera storia. Gli spiriti attenti ne sono colpiti. La beatitudine fa intuire che se è vero che tutti siamo poveri, beati però sono solo coloro che lo riconoscono, che non negano questa verità. In questa
luce la povertà non è una disgrazia di qualcuno, è piuttosto la grazia per tutti. Padre David Maria Turoldo notava già negli anni Ottanta: «Oggi, in questo tempo così balordo e diseguale; in un tempo nel quale sempre più si concentrano ricchezze nelle mani di pochi, e sempre più dilaga la miseria e la fame nel mondo... Vorrei che fossimo tutti convinti di quanto sia giusta la tesi, condivisa oggi anche da scienziati, di rifarci alla povertà quale valore ispirante la stessa economia». E aggiungeva: «La disgrazia sta nel negare la povertà, invece di accoglierla, sta nel volerne uscire da soli o nel pretendere di non appartenervi o di esserne usciti. La povertà è una dimensione essenziale all’uomo». 

Di qui la forza profetica dei poveri! È una forza che inquieta, per questo li emarginiamo, li allontaniamo, non vogliamo vederli né ascoltarli. La storia della povertà è perciò una storia «sacra» del mondo perché i poveri ne sono esenti, scartati dagli uomini, ma privilegiati da Dio. In essa Dio e l’uomo si incontrano. Per questo i poveri e la povertà dovrebbero rappresentare il punto di partenza per una giusta impostazione dell’esistenza umana, compresa l’economia. «Poveri e povertà», è sempre Turoldo che scrive, «sono essenziali al piano della salvezza. Sono i poveri che ci salvano, anzi la povertà è la stessa salvezza. Il mondo non può risolvere i suoi problemi, se non sceglie la povertà come regola della sua economia». Due studiosi di estrazione diversa, Majid Rahnema e Jean Robert, lo sostengono anch’essi nel volume La potenza dei poveri. E Turoldo chiarisce: «Qui, per povertà, prima di tutto si intende libertà dalle cose; sconfitta delle cupidigie; si intende superamento del diritto di proprietà, almeno come è stato concepito e gestito fino ad ora; s’intende giustizia che sia finalmente, veramente distributiva e comunitaria. Per povertà non si intende certo miseria, e meno ancora miserabilità: si intende che l’uomo sia preso nel suo assoluto valore e non per quello che possiede». 

Purtroppo oggi più che i beni — ce ne sono per tutti — manca il senso del diritto di ogni uomo ad avere almeno il necessario. Per questo la povertà e i poveri sono una profezia da ascoltare. Ne sono certo, padre Turoldo canterebbe con gioioso trasporto la forza delle parole che papa Francesco ha come scolpito nella Evangelii Gaudium: «L’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale. Sociologica, politica o filosofica. Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere “gli stessi sentimenti di Gesù” (Fil 2,5)... Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci... È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro». Volere «una Chiesa povera e per i poveri» significa legarsi al Vangelo, fonte della vita cristiana, e al Vaticano II, interpretazione alta del Vangelo per l’oggi. Terminata l’assise conciliare, alcuni vescovi firmarono una proposta per se stessi e per la Chiesa. Nel testo si legge tra l’altro: «Cercheremo di vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l’abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione e tutto ciò che vi è connesso... Rinunziamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente nelle vesti e nelle insegne... Non avremo proprietà né di immobili né di beni mobili né conti in banca o cose del genere a titolo personale... Rifiutiamo di lasciarci chiamare oralmente o per iscritto con nomi e titoli che esprimano concetti di grandezza o di potenza... Dedicheremo tutto il tempo necessario al servizio apostolico e pastorale delle persone o dei gruppi di lavoratori che sono in condizione economica debole o sottosviluppata». 

Papa Francesco ha insistito su questa stessa linea per il ministero del vescovo: «C’è sempre il pericolo di pensarsi un po’ superiori agli altri, non come gli altri, un po’ principe. Sono pericoli e peccati. Ma il lavoro di vescovo è bello: è aiutare i fratelli ad andare avanti. Il vescovo davanti ai fedeli, per segnare la strada; il vescovo in mezzo ai fedeli, per aiutare la comunione; e il vescovo dietro ai fedeli, perché i fedeli tante volte hanno il fiuto della strada». Questo modello episcopale Francesco lo vive in prima persona in Vaticano e chiede che divenga lo stile dei vescovi e della Chiesa. È consapevole che la forza della Chiesa non sta nella sua forma organizzativa, seppure necessaria, e tanto meno nelle forze mondane. Una Chiesa povera, che si affida solo alla forza del Vangelo, è necessariamente anche Chiesa «dei» poveri. Quest’ultimi, nella Chiesa, non sono «utenti» o estranei su cui far cadere la propria attenzione. E tantomeno sono un problema. Essi sono anzitutto membri a pieno titolo della Chiesa. Semmai ne sono i primi membri, gli eredi più autorevoli. Per questo la Chiesa non può essere — come Papa Francesco ripete — «una Ong pietosa». La Chiesa sente i poveri come parte di se stessa, anzi la parte da amare e da privilegiare. E il loro nome è fraternità, familiarità, amicizia: «Il nostro impegno — aggiunge papa Francesco — non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso... Il povero, quando è amato, è considerato di grande valore, e questo differenzia l’autentica opzione per i poveri da qualsiasi ideologia». E il perché di tale privilegio lo spiegò con accenti straordinari nella Veglia di Pentecoste del 2013, ai movimenti ecclesiali. I poveri — disse Papa Francesco — per i cristiani non sono «una categoria sociologica», ma la «carne di Cristo». Non basta più dire che Dio si fa carne per comprendere fino in fondo il mistero. Si deve esplicitare che Dio si fa carne affamata, assetata, malata, carcerata... Non mancano infatti carni «profumate» attorno a noi, anzi il giorno che la carne di Cristo fu profumata, cominciarono subito le questioni di denaro e fu Giuda a sollevarle. Dio si è fatto carne scartata. È questa a essere «sacramento» di Cristo. 

Le parole del Papa debbono suonare di scandalo. Nella veglia si domandò: «Quando facciamo l’elemosina a un povero, lo guardiamo negli occhi, gli tocchiamo la mano o gli gettiamo la moneta?». È un interrogativo semplice, ma nella sua concretezza lacera la coscienza e interpella tutti coloro che incontrano i poveri. La povertà, continuò Papa Francesco, non può essere derubricata a «categoria sociologica o filosofica o culturale». «Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo». Il richiamo si fece stringente: «E questo vale ancora di più in questo momento di crisi. Noi cristiani non possiamo preoccuparci soltanto di noi stessi, chiuderci nella solitudine, nello scoraggiamento... Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose... ma sapete che cosa succede? Quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala!». La Chiesa su questa frontiera deve misurare la sua veridicità evangelica. E a chi teme incidenti o esagerazioni nel coinvolgersi con i poveri Papa Francesco afferma con autorevolezza: «Io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite!». E attacca la cultura dello scarto: «Oggi — questo fa male al cuore dirlo — trovare un barbone morto di freddo non è notizia. Oggi è notizia, forse, uno scandalo. Uno scandalo: ah, quello è notizia! Oggi, pensare che tanti bambini non hanno da mangiare non è notizia. Questo è grave! Non possiamo restare tranquilli!». E riportò quel midrash della tradizione rabbinica sulla costruzione della Torre di Babele per denunciare quanto ancora oggi la dignità di un operaio conti meno del denaro: «Questo succede oggi: se gli investimenti nelle banche calano un po’... tragedia... come si fa? Ma se muoiono di fame le persone, se non hanno da mangiare, se non hanno salute, non fa niente! Questa è la nostra crisi di oggi! E la testimonianza di una Chiesa povera e per i poveri va contro questa mentalità».
Corriere della Sera