sabato 28 febbraio 2015

Esempi di fede (II): Vocazione e missione di Mosè

“Se vogliamo capire che cos’è la fede – ha detto Papa Francesco –, dobbiamo narrare il suo percorso, il cammino degli uomini credenti”.
Opus Dei - Esempi di fede (II): Vocazione e missione di MosèMosè con le tavole della legge (Rembrandt)
Dio, avvicinandosi all'uomo e invitandolo alla fede, non gli comunica semplicemente una verità, ma si dà Egli stesso. Ecco perché, per accogliere il dono della fede, l'uomo deve mettersi in cammino verso Dio, deve impegnarsi completamente con Lui per amore, anche se certe volte si deve andare contropeloi. Dio ci aspetta, ha bisogno della nostra fedeltà e non si lascia vincere in generosità.
È ciò che vediamo nella vita di Mosè, che è una risposta di fede alla Rivelazione di Dio. Questo leggiamo nella Lettera agli Ebrei: Per fede lasciò l'Egitto, senza temere l'ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l'invisibile. Per fede celebrò la Pasqua e fece l'aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli israeliti. Per fede attraversarono il Mare Rosso come per una terra asciutta; mentre, avendo tentato questo anche gli Egiziani, furono inghiottitiii.
Vocazione e missione di Mosè
Se Abramo è modello di obbedienza e di fiducia in Dio, per cui a ben vedere lo si può chiamare padre di tutti i credentiiii, Mosè ci permette di contemplare che la fede è per la dedizione, diventando «un nuovo criterio di pensiero e di azione che cambia tutta la vita dell'uomo»iv. La fede illumina la propria esistenza, conferendole un senso di missione. La fede e la vocazione cristiana impregnano non una parte, ma tutta la nostra esistenza. I rapporti con Dio sono necessariamente rapporti di donazione e assumono un senso di totalità. L'atteggiamento dell'uomo di fede è di guardare alla vita, in tutte le sue dimensioni, con una prospettiva nuova: quella che ci è data da Diov. Avere fede e impegnarsi con Dio a vivere per una missione apostolica sono le due facce di una stessa medaglia.
Vivere alla luce della fede
Mosè nacque quando il faraone aveva ordinato di uccidere tutti i neonati maschi del popolo ebraico; ma per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitorivi. La frase fa capire che la fede dei suoi genitori fece in modo che percepissero che la volontà di Dio non era la morte del bambino, e che fu ancora una volta la fede che diede loro la forza di infrangere l'editto reale. Non potevano immaginare le conseguenze di quel gesto. Quando credevano di aver rinunciato al figlio, la provvidenza divina non soltanto permise che venisse adottato da una principessa egiziana, ma rese possibile che la stessa sua madre potesse allattarlo e allevarlovii.
Mosè crebbe nella casa del faraone e fu istruito in tutte le scienze degli egiziani. Però un episodio turberà profondamente la sua vita: nel difendere un altro ebreo, toglierà la vita a un egiziano, diventando così un esiliato. Nella scelta di Mosè di solidarizzare con i suoi fratelli possiamo vedere una decisione basata su una convinzione di fede, sulla coscienza di appartenere al popolo eletto: Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. Questo perché stimava l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto; guardava infatti alla ricompensaviii. Alla luce della fede, Mosè riconosce che assumere come proprio l'obbrobrio e il disprezzo che subiscono gli israeliti ha infinitamente più valore dei tesori materiali dell'Egitto, che comportavano la perdizione spirituale. Ora ti dirò quali sono i tesori dell'uomo sulla terra, affinché non li trascuri: fame, sete, caldo, freddo, dolore, disonore, povertà, solitudine, tradimento, calunnia, carcere...ix.
Mosè dovrà fuggire dall'Egitto per non cadere nelle mani del faraone. Arriverà così nella terra di Madian, nella penisola del Sinai. Potrebbe sembrare che tutte le sue buone disposizioni e la sua preoccupazione per gli israeliti prigionieri in Egitto non gli abbiano procurato nulla di buono. Eppure gli uomini non sono gli unici protagonisti della storia del mondo e neppure i principali. E quando Mosè, stabilitosi nel suo nuovo paese, può giustamente immaginare la normalità della sua vita futura, Dio gli verrà incontro e gli rivelerà la missione alla quale lo ha riservato fin dalla nascita, e che delinea la sua vocazione e il suo essere più intimo.
Vocazione e risposta di fede
La missione di Mosè si colloca nel contesto della storia patriarcale. Dio, davanti ai gemiti dei figli di Israele oppressi in Egitto, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbex e scelse Mosè per liberare il suo popolo dalla schiavitù. Il Signore interviene di nuovo nella storia per essere fedele alla promessa fatta ad Abramo, e mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, [...] l'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo meraviglioso spettacolo: perché il roveto non brucia?". Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal rovetoxi. La vocazione di Mosè ci permette di riconoscere gli elementi fondamentali che troviamo in ogni chiamata a far propri i progetti di Dio: l'iniziativa divina, l'auto-rivelazione di Dio, l'incarico di una missione e la promessa del favore divino per riuscire a portarla a buon fine.
Dio si fa strada in modo sorprendente, mentre si adegua al suo interlocutore: suscita lo stupore di Mosè davanti al roveto ardente, chiamandolo poi con il suo nome: Mosè, Mosè!xii. La ripetizione del nome accentua l'importanza della vicenda e la certezza della chiamata. In ogni vocazione appare questa consapevolezza, che invita alla pace, di appartenere a Dio, di stare nelle sue mani. È ciò che esprime il profeta Isaia in un inno, quando dice: Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartienixiii; parole che san Josemaría assaporava, unendole alla risposta di Samuele: Digli:Ecce ego quia vocasti me!" – Eccomi, perché mi hai chiamato!xiv.
Quando Dio chiama, l'uomo comprende che la vocazione non è una utopia o il frutto dell'immaginazione. La vocazione di Mosè dimostra questo secondo aspetto della chiamata sottolineando il modo in cui il Signore si presenta: Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbexv, lo stesso nel quale hanno creduto i suoi antenati. Io sonocolui che sono!xvi. Ogni chiamata divina comporta questa iniziativa di intimità nella quale il Signore si fa conoscere.
Tuttavia potrebbe meravigliare la reazione di Mosè: pur avendo visto il prodigio del roveto ardente, malgrado la certezza di ciò che sta succedendo, si scusa: Chi sono io per andare dal faraone?xvii. Cerca di evitare ciò che il Signore gli chiede – la missione che gli è stata affidata –, perché è consapevole della propria insufficienza e della difficoltà dell'incarico. La sua fede è ancora debole, ma la paura non è tale da allontanarlo dalla presenza di Dio. Dialoga con Lui con semplicità, gli comunica le sue obiezioni e permette che il Signore manifesti il suo potere e dia consistenza alla sua debolezza.
In questo processo Mosè sperimenta in prima persona il potere di Dio, che comincia operando in lui alcuni dei miracoli che poi farà davanti al faraonexviii. Così Mosè prende coscienza che le proprie limitazioni non hanno importanza, perché Egli non lo abbandonerà; capisce che sarà il Signore a liberare il popolo dall'Egitto: l'unica cosa che deve fare è essere un buon strumento. In ogni chiamata a una vita cristiana autentica Dio assicura all'uomo il suo favore e gli dimostra la sua vicinanza: Io sono con te. Questa frase viene ripetuta a tutti coloro che hanno ricevuto un compito difficile a favore degli uominixix.
Fede e fedeltà alla missione di Dio
Mosè, avendo preso coscienza della propria missione, si lasciò guidare sempre dalla fiducia nella promessa divina di portare il popolo eletto fino alla terra promessa, dalla certezza che con il Signore tutti gli ostacoli sarebbero stati superati. Per fede celebrò la Pasqua e fece l'aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti. Per fede attraversarono il Mare Rosso come per una terra asciutta; mentre, avendo tentato questo anche gli egiziani, furono inghiottitixx. Questa fede non era dovuta soltanto a una chiamata ricevuta tempo prima, ma si alimentava con un dialogo semplice e umile con Dio. Dio era invisibile, ma la fede lo rende in certo qual modo visibile, perché la fede è un modo di conoscere le cose che non si vedonoxxi. La fede in Dio porta a vivere la propria vocazione con tutte le sue conseguenze.
Dato che la fede è viva e deve crescere, il dialogo con Dio non termina mai. La preghiera accende la fede e permette di prendere coscienza del senso vocazionale della propria esistenza. Nasce così la vita di fede, che collega l'orazione al quotidiano e spinge a darsi agli altri, a dispiegare, nel corso della vita normale, la ricchezza della propria vocazione. Ecco perché è importante imparare e insegnare a fare orazione. Come insegnava san Josemaría, molte realtà materiali, tecniche, economiche, sociali, politiche, culturali..., abbandonate a se stesse, o in mano di chi è privo della luce della nostra fede, diventano ostacoli formidabili per la vita soprannaturale: formano come un recinto chiuso e ostile alla Chiesa. Tu, in quanto cristiano – ricercatore, letterato, scienziato, politico, lavoratore... –, hai il dovere di santificare queste realtà. Ricorda che tutto l'universo – scrive l'Apostolo – sta gemendo come nei dolori del parto, aspettando la liberazione dei figli di Dioxxii.
In sostanza, in Mosè si rende particolarmente evidente la relazione tra fede, fedeltà ed efficacia. Mosè è fedele ed efficace perché il Signore è vicino a lui, e il Signore gli è vicino perché Mosè non sfugge al suo sguardo e gli espone con sincerità i propri dubbi, i propri timori, le proprie inadeguatezze. Anche quando tutto sembra perduto, come quando il popolo da poco salvato fabbrica un vitello d'oro per adorarlo, la fiducia di Mosè nel suo Signore lo indurrà a intercedere per il popolo e il peccato si trasforma in occasione di un nuovo inizio, che dimostra con più forza la misericordia di Dioxxiii. Dio, infatti, «non si stanca mai di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono»xxiv.
Come abbiamo visto finora, la lettera agli Ebrei indica i momenti più importanti nei quali è più evidente la fede di Mosè; però potremmo esplorare tutta la sua vita e individuare molti altri episodi: per esempio, obbedì anche quando salì sul monte Sinai per prendere in consegna le tavole della Legge e quando stabilì e ratificò l'alleanza di Dio con il suo popolo. L'elogio più esatto e conciso lo troviamo alla fine del libro del Deuteronomio: Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, lui con il quale il Signore parlava faccia a facciaxxv.
La vita di Mosè è stata marcata dalla sua vocazione inseparabilmente unita alla sua missione. Dio chiama Mosè a liberare il suo popolo e a condurlo verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e mielexxvi. La liberazione di Israele affidata a Mosè prefigurava la redenzione cristiana, autentica liberazione. Gesù Cristo è colui che, con la sua morte e risurrezione, ha riscattato l'uomo da quella schiavitù radicale che è il peccato, aprendogli il cammino verso la vera Terra promessa, il Cielo. L'antico esodo si compie anzitutto all'interno dell'uomo stesso e consiste nell'accogliere la grazia. L'uomo vecchio lascia il posto all'uomo nuovo; la vita precedente resta indietro, si può camminare in una vita nuovaxxvii. Questo esodo spirituale è sorgente di una liberazione integrale, capace di rinnovare qualunque dimensione umana, personale e sociale. Se prendiamo coscienza della nostra vocazione e aiutiamo i nostri amici a prendere coscienza della loro, porteremo la liberazione di Cristo a tutti gli uomini. Come dice il Santo Padre, dobbiamo «imparare a uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, per andare verso le periferie dell'esistenza»xxviiiIgnem veni mittere in terram, sono venuto a portare il fuoco sulla terraxxix, diceva il Signore parlando del suo amore ardente per gli uomini. A queste parole san Josemaría sentiva la necessità di rispondere, pensando al mondo intero: Ecce ego, Eccomi qui!
S. Ausín – J. Yaniz (maggio 2013)
i San Josemaría, Forgia, n. 51.
ii Eb 11, 27-29.
iii Rm 4, 11.
iv  Benedetto XVI, Motu proprio Porta fidei, 11-X-2011, n. 11.
v  San Josemaría, È Gesù che passa, n. 46.
vi  Eb 11, 23.
vii  Cfr. Es 2, 1-10.
viii  Eb 11, 24-26.
ix  San Josemaría, Cammino, n. 194.
xEs 2, 24.
xiEs 3, 1-4.
xiiEs 3, 4.
xiiiIs 43,1.
xivSan Josemaría, Cammino, n. 984. Cfr. P. Rodríguez (cur.), Camino. Edición crítico-histórica, commento al numero.
xvEs 3, 6.
xviEs 3, 14.
xviiEs 3, 11.
xviiiCfr. Es 4, 1-9.
xixCfr. Gn 28, 15; Gs 1, 5; ecc.
xxEb 11, 28-29.
xxiCfr. Eb 11, 1.
xxiiSan Josemaría, Solco, n. 311.
xxiiiCfr. Es 33, 1-17.
xxivPapa Francesco, Parole pronunciate all'Angelus, 17-III-2013.
xxvDt 34, 10.
xxviEs 3, 8.
xxviiCfr. Rm 6, 4.
xxviiiPapa Francesco, Udienza generale, 27-III-2013.
xxixLc 12, 49.
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Esempi di fede (I): Abramo

“Se vogliamo capire che cos’è la fede – ha detto Papa Francesco –, dobbiamo narrare il suo percorso, il cammino degli uomini credenti”.

Opus Dei - Esempi di fede (I): Abramo
Abramo, nostro padre nella fede
Il libro della Genesi narra la vita di Abram a partire dal momento in cui il Signore lo incontrò e trasformò radicalmente la sua esistenza. Anche se lo scrittore sacro non intende fornire una biografia dettagliata, ci presenta numerosi episodi che mettono in evidenza la profonda fede del santo patriarca e il modo in cui lascia che Dio operi nella sua vita.
Gli vengono promessi una terra e anche una discendenza numerosa, però Abram dovrà iniziare un cammino: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione[1]. Dopo qualche tempo Dio stesso gli cambierà il nome – non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abramo[2] – per indicare che «Dio conferisce al patriarca una nuova personalità e una missione, riflesse nel significato del nuovo nome: “padre di una moltitudine di popoli"»[3]. Così appare chiaro che la singolarità del patriarca dipende dall'alleanza con Dio ed è al servizio di questa.
Abramo ascolta la voce di Dio e la mette in pratica, senza prestare troppa attenzione a quanto le circostanze potevano consigliargli. Perché abbandonare la sicurezza della sua patria o aspettare una discendenza quando sia lui che sua moglie sono in età avanzata? Ma Abramo si fida di Dio, della sua onnipotenza, della sua sapienza e della sua bontà. L'episodio di Sodoma e Gomorra[4]dimostra, a parte la gravità del peccato che offende Dio e distrugge l'uomo, la familiarità che Abramo ha con il suo Dio. Dio non gli nasconde ciò che sta per fare e accetta la preghiera di intercessione del santo patriarca. La risposta di fede poggia sulla fiducia, vale a dire, sul rapporto personale con Dio.
La conoscenza delle cose, il buon senso, l'esperienza, i mezzi umani hanno la loro importanza, ma se tutto si limitasse a questo, a livello umano, la nostra percezione della realtà sarebbe falsa perché incompleta, perché Dio nostro Padre non si disinteressa di noi, né il suo potere è diminuito. Così si esprimeva san Josemaría Escrivá: Nelle imprese d'apostolato è bene – è un dovere – considerare anche i mezzi terreni a tua disposizione (2 + 2 = 4), ma non dimenticare mai che devi contare, per fortuna, su di un altro addendo: Dio + 2 + 2...[5].
Le abituali difficoltà, pur sembrando molto diverse, non sono mai l'ultima parola. Dio è fedele e adempie sempre le promesse. Abramo si comporta in base a questa logica. Il valore esemplare della fede di Abramo si riassume in tre aspetti fondamentali: l'obbedienza, la fiducia e la fedeltà.
Nell'obbedienza della fede
Abramo mostra la propria fede soprattutto obbedendo a Dio. L'obbedienza presuppone l'ascolto, perché è necessario, prima di ogni altra cosa, “prestare orecchio", vale a dire, conoscere la volontà dell'altro per dargli una risposta e compierla. Nella Sacra Scrittura obbedire non è soltanto “eseguire" meccanicamente l'ordine: richiede anche un atteggiamento attivo, che mette in gioco l'intelligenza davanti a Dio che si rivela e che invita la persona ad aderire alla volontà divina con tutte le forze e le capacità. «Non appena Dio lo chiama, Abramo parte “come gli aveva ordinato il Signore" (Gn 12, 4): il suo cuore è tutto “sottomesso alla Parola"; egli obbedisce»[6].
L'obbedienza che proviene dalla fede va molto al di là della pura disciplina: presuppone la libera e personale accettazione della Parola di Dio. Lo stesso accade anche in molti momenti della nostra vita quando possiamo accogliere questa Parola o rifiutarla, permettendo che le nostre idee prevalgano su ciò che Egli vuole. L'obbedienza della fede è la risposta all'invito di Dio all'uomo di camminare accanto a Lui, a vivere in amicizia con Lui. «Obbedire (“ob-audire") nella fede è sottomettersi liberamente alla Parola ascoltata, perché la sua verità è garantita da Dio, il quale è la Verità stessa. Il modello di questa obbedienza propostoci dalla Sacra Scrittura è Abramo. La Vergine Maria ne è la realizzazione più perfetta»[7].
Con fiducia e abbandono in Dio
Quando riflettiamo sulla vita di Abramo, ci accorgiamo che la fede è presente in tutta la sua esistenza, ma appare evidente soprattutto nei momenti di oscurità, nei quali le certezze umane vengono meno. La fede implica sempre una certa oscurità, un vivere nel mistero, sapendo che non si arriverà mai a ottenere una spiegazione perfetta, una comprensione perfetta, perché altrimenti non sarebbe più fede. Scrive l'autore della Lettera agli Ebrei: La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono[8]. La mancanza di certezza della fede è superata dalla fiducia del credente in Dio; per fede il patriarca si mette in cammino senza sapere dove va, ma questa è soltanto la prima occasione in cui dovrà mettere in gioco questa virtù. Infatti, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, è necessario confidare molto in Dio per vivere «come straniero e pellegrino nella Terra promessa»[9] e per affrontare il sacrificio del figlio: Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò[10].
La fede di Abramo appare in tutta la sua grandezza quando si dispone a rinunciare a suo figlio Isacco. Il sacrificio del proprio figlio è profezia della donazione di Cristo per la salvezza del mondo. È cosa talmente tremenda da non aver bisogno di alcun commento. Comunque, Abramo non si ribella a Dio, non si mette a discutere, non dubita: si fida di Lui. Si mette in cammino, rimane in ascolto della voce del Signore e, alla fine del viaggio verso il monte Moria, scopre che non vuole il sangue di Isacco: L'angelo disse: Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio. [...] Abramo chiamò quel luogo “Il Signore provvede", perciò oggi si dice: “Sul monte il Signore provvede"[11].
Vicende simili possono accadere nella vita dei santi. Ricordiamo, per esempio, quando san Josemaría pensò che il Signore gli stava chiedendo di lasciare l'Opus Dei per poter fare una nuova fondazione rivolta ai sacerdoti diocesani. Quale grande sacrificio! Di fatto, dopo averne parlato con diverse persone della Santa Sede, arrivò anche a comunicare la sua decisione a don Álvaro, a zia Carmen, a zio Santiago, ai membri del Consiglio generale e a pochi altri. Ma Dio non volle e mi liberò, con la sua mano misericordiosa e affettuosa di Padre, dal grande sacrificio, che mi accingevo a fare, di lasciare l'Opus Dei. Avevo informato ufficiosamente la Santa Sede della mia intenzione [...], ma poi vidi con chiarezza che non c'era bisogno di una nuova fondazione, di una nuova associazione, dato che anche i sacerdoti diocesani ci stavano perfettamente nella nostra Opera[12]. Come Abramo era stato liberato, lo fu anche san Josemaría, perché il Signore gli fece capire che i sacerdoti diocesani potevano far parte dell'Opus Dei ed essere ammessi come soci della Società Sacerdotale della Santa Croce, senza che questo modificasse la loro situazione nella diocesi; non soltanto, ma in tal modo avrebbero rafforzato la loro unione con il resto del clero e con il proprio Vescovo.
Una fede che è fedeltà
La fede di Abramo si manifesta anche come fedeltà: nelle più diverse vicende persevera nella decisione di seguire la volontà di Dio. La fede poggia sulla parola di Dio, e per questo dà adito a decisioni prese in profondità, che non vengono sottoposte a successive “revisioni" o “ripensamenti". Manteniamo senza vacillare la professione della propria speranza, perché è fedele Colui che ha promesso[13]. Nella nostra vita vi saranno sempre momenti che – con la grazia di Dio – ci serviranno per fortificare e consolidare la nostra fede. Abramo fu sottoposto a una prova tremenda: si trovò nella situazione di dover sacrificare colui che era frutto della promessa che gli era stata fatta. Il santo patriarca non soltanto dovette affrontare circostanze difficili, ma sperò contro ogni speranza[14], perché le circostanze invitavano a “giudicare" la volontà divina, a dubitare di Dio stesso e della sua fedeltà. Ecco le radici della tentazione che si presentò ad Abramo.
Anche noi ci possiamo trovare, talvolta, in situazioni nelle quali intuiamo che il Signore si aspetta da noi qualcosa che magari ci potrebbe contrariare: un passo avanti nella vita cristiana, la rinuncia a un modo di fare o anche a un modo di essere, forse profondamente radicato, ma che probabilmente non favorisce la fecondità dell'apostolato. Può nascere l'impulso di mettere a tacere questa inquietudine, identificando ciò che ci piacerebbe con la volontà di Dio: «La tentazione di lasciare Dio da parte per mettere al centro noi stessi è sempre alle porte»[15].
Abramo non si comporta così: s'incammina verso il monte Moria, in preda a una grande lotta interiore, ma convinto che prima o poi Dio stesso provvederà[16]. E Dio, che vuol farsi capire, alla fine provvede. Perché sia fatta luce, Abramo ha dovuto percorrere il cammino completo, ha dovuto mettersi in marcia e arrivare sino alla fine. Anche noi, se cerchiamo di assecondare in ogni momento la volontà divina, scopriremo che, malgrado i nostri limiti, Dio dà efficacia alla nostra vita. Sapremo e sentiremo che Dio ci ama e noi non avremo paura di amarlo: «La fede si professa con la bocca e con il cuore, con la parola e con l'amore»[17].

[1] Gn 12, 1-2.
[2] Gn 17, 5.
[3] La Bibbia di Navarra, (Antico Testamento, I, 2002), commento a Gn 17, 5.
[4] Cfr. Gn 18-19.
[5] San Josemaría, Cammino, n. 471.
[6] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2570.
[7] Id., n. 144.
[8] Eb 11, 1.
[9] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 145.
[10] Gn 22, 2.
[11] Gn 22, 12-14.
[12] San Josemaría, Lettera 24-XII-1951, n. 3, in: A. Vázquez de Prada, Il fondatore dell'Opus Dei, vol. III, Leonardo International, Milano 2004, pp. 155-156.
[13] Eb 10, 23.
[14] Cfr. Rm 4, 18.
[15] Papa Francesco, Udienza generale, 10-IV-2013.
[16] Gn 22, 8.
[17] Papa Francesco, Udienza generale, 3-IV-2013.
J. Yaniz

Esempi di fede (IV): Il profeta Elia

“Se vogliamo capire che cos’è la fede – ha detto Papa Francesco –, dobbiamo narrare il suo percorso, il cammino degli uomini credenti”.
Opus Dei - Esempi di fede (IV): Il profeta EliaIl profeta Elia è portato in cielo su un carro di fuoco
Dopo Abramo, Mosè e Davide, emerge uno degli uomini più celebri dell'Antico Testamento: il profeta Elia, che il Catechismo della Chiesa cattolica indica come «padre dei profeti, "della generazione di coloro che cercano Dio, che cercano il suo Volto" (Sal 24, 6)»[1], e che, come Mosè, ha goduto di una grande intimità con il Signore. Il suo esempio ci può servire per riflettere su una esigenza della fede: la necessità di dare culto esclusivamente al Signore. La vita di Elia – che era un uomo della nostra stessa natura[2] – dimostra che Dio aiuta coloro che ricorrono a Lui mediante la preghiera, soprattutto nelle difficoltà.
Elia, che desidera morire, è svegliato da un angeloElia, che desidera morire, è svegliato da un angelo

Tutto questo popolo sappia che tu, Yahveh, sei Dio
Elia il Tesbita visse nel regno d'Israele durante il secolo VIII a.C. Il suo nome, che significa il mio Dio è Yahveh, sintetizza l'aspetto centrale della sua missione: ricordare che Yahveh è l'unico vero Dio e che solo a Lui si deve dare culto e farlo proprio quando il re Acab, influenzato dalla moglie Gezabele, adorava un dio straniero e il culto al vero Dio conviveva con l'idolatria[3]: «Il popolo adorava Baal, l'idolo rassicurante da cui si credeva provenisse il dono della pioggia e a cui perciò si attribuiva il potere di dare fertilità ai campi e vita agli uomini e al bestiame. Pur pretendendo di seguire il Signore, Dio invisibile e misterioso, il popolo cercava sicurezza anche in un dio comprensibile e prevedibile, da cui pensava di poter ottenere fecondità e prosperità»[4].
In questa situazione, Dio sceglierà Elia come suo portavoce nei confronti degli uomini. Il profeta annuncia ad Acab le conseguenze della sua apostasia: «Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io»[5].
Alcuni anni dopo, quando gli effetti della siccità sono diventati drammatici[6], il Signore invia di nuovo Elia a presentarsi davanti al re. Il profeta chiede ad Acab di radunare tutto Israele e i profeti di Baal sul monte Carmelo. Il re acconsente, e allora Elia lancia una sfida: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l'altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!»[7]. La proposta è stata escogitata in modo che tutti possano riconoscere chi è il vero Dio, dato che il peccato del popolo non consisteva nell'aver dimenticato completamente il Signore, ma nell'associarlo a un altro dio.
Le invocazioni dei numerosi profeti di Baal si prolungano per varie ore, ma non ottengono nulla. Invece, la preghiera di Elia ottiene una risposta immediata: cade fuoco dal cielo che consuma il giovenco, la legna e anche l'acqua che il profeta aveva fatto versare in abbondanza sulla vittima del sacrificio. Davanti all'evidenza, il popolo, faccia a terra, esclama unanime: il Signore è Dio![8]. Il culto di Baal, dio della pioggia, si è rivelato falso e l'esistenza di altri dei al di fuori di Yahveh viene accantonata.
Durante la sfida Elia si muove con la sicurezza della fede, con la disinvoltura di chi sa di essere nelle mani di chi è più forte della natura e degli uomini. Le frasi di scherno che rivolge ai profeti di Baal mentre invocano il loro dio sono molto eloquenti intorno alla sua fede che il Signore sarebbe intervenuto in suo favore:Gridate con voce più alta, perché certo egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà[9].
A ben vedere, Elia può essere chiamato il profeta del primo comandamento, che comanda di credere in Dio e di adorarlo, amandolo sopra tutte le cose, senza andare dietro ad altri dei[10]. Elia difende la prima conseguenza del precetto: rendere culto solamente al Signore.
Spiegava Benedetto XVI: «Solo così Dio è riconosciuto per ciò che è, Assoluto e Trascendente, senza la possibilità di mettergli accanto altri dèi, che Lo negherebbero come assoluto, relativizzandolo. È questa la fede che fa di Israele il popolo di Dio; è la fede proclamata nel ben noto testo dello Shema' Israel: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze" (Dt 6,4-5)»[11].
L'uomo non può mettere il Dio unico accanto ad altri dei. Anche se sono trascorsi molti secoli e le attuali circostanze sono ben diverse da quelle dell'antico Israele, la tentazione di togliere Dio dal posto che gli spetta è oggi altrettanto presente.
Nello scoprire nella nostra vita personale interessi, gusti e preoccupazioni che tendono a occupare il primo posto nella testa e nel cuore, possiamo chiedere al Signore che ravvivi la nostra fede e la faccia diventare davvero operativa, in modo che nulla – né una creatura, né un pensiero o un desiderio del nostro io – diminuisca la dedizione totale che dobbiamo a Lui.
Ci ricorda Papa Francesco: «Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti. Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Egli solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che davanti a Lui siamo convinti che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia»[12].
La condotta di Elia ci stimola anche a essere coraggiosi al momento di dare testimonianza pubblica della nostra fede, davanti ai tentativi – antichi, ma che si rinnovano continuamente – di ridurre la religione a una questione privata. Si cerca di escludere dalla vita sociale ogni riferimento a Dio, come se parlare di Lui offendesse alcune sensibilità.
A Elia non basta la personale fedeltà al Signore. Sul monte Carmelo prega perché tutto Israele sappia che Yahveh è il vero Dio, che converte i cuori[13]. La fede non può rimanere chiusa in se stessa: «nasce dall'ascolto, e si rafforza nell'annuncio»[14], «implica una testimonianza e un impegno pubblici. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato»[15].
Elia e Mosè con il Signore nella TrasfigurazioneElia e Mosè con il Signore nella Trasfigurazione

Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri!
Dopo l'olocausto del Carmelo, il popolo riconosce che Yahveh è Dio. Poco dopo il re sarà testimone di come il profeta ottiene dal Signore la fine del periodo di siccità[16]. Ma in quello che potrebbe apparire come il momento culminante della vittoria di Elia, la sua storia subisce una svolta inattesa: la moglie del re, indignata per quello che ha fatto, si propone di assassinarlo. Vista la minaccia, Elia ha paura e fugge, addentrandosi nel deserto. Estenuato dalla marcia e dall'amarezza di vedersi abbandonato all'odio della regina, desiderò la morte e disse: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri[17].
Per anni Elia è stato l'unico testimone di Dio in Israele; inoltre, è capace di tenere testa a quattrocentocinquanta profeti di Baal davanti a tutto il popolo, oltre a subire anche l'ostilità del re. Ora, invece, si spaventa per le minacce di Gezabele e fugge il più lontano possibile. Dov'è finita la sua sicurezza? Non confida più nel Signore, che lo ha aiutato finora con tanti prodigi?
Anche nella vita di san Josemaría vi sono stati momenti in cui, come Elia, provò la paura. Per esempio, la vigilia del 2 ottobre 1936. In Spagna, erano i primi mesi della guerra civile e il nostro fondatore si era nascosto a Madrid con altre persone, quando gli annunciarono una imminente perquisizione che lo avrebbe condotto, se scoperto, alla fucilazione. Davanti alla prospettiva della morte, sentìda una parte, l'immensa gioia perché andare a unirmi per sempre con la Trinità; dall'altra la chiarezza con cui Egli mi faceva vedere che non valevo nulla, che non potevo nulla: per questo, tremavo davvero per la paura[18].
Elia con la vedova di Sarepta e suo figlioElia con la vedova di Sarepta e suo figlio

Forse noi non siamo passati da una situazione così estrema, ma può anche darsi che abbiamo provato lo scoraggiamento, forse nel ricevere una cattiva notizia, dopo un apparente insuccesso apostolico oppure nel verificare la grandezza della miseria personale. Eppure, Dio conosce meglio di noi fino a che punto siamo poca cosa: ci chiede soltanto l'umiltà di riconoscerlo, e la lotta per correggerci, per servirlo ogni giorno meglio, con più vita interiore, con un'orazione continua, con la devozione e con l'impiego dei mezzi adeguati per santificare il tuo lavoro[19].
Come Elia, le circostanze avverse debbono indurci a invocare il Signore con fiducia e sincerità. È il momento di esercitare la virtù della fede, che, unita alla speranza, è più necessaria nell'ora della solitudine e dell'apparente insuccesso che non nell'ora della vittoria e dell'acclamazione popolare. La preghiera di Elia in quel momento di avvilimento fu una preghiera gradita da Dio, perché veniva da un cuore sincero e umile, che ardeva di zelo per le cose del Signore e accettava tutto ciò che da Lui veniva. Dopo questa preghiera, non tarda ad arrivare la risposta: per due volte Dio invia un angelo, che lo sveglia e gli comanda di mangiare e bere. Elia si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb[20].
Nostro Signore non abbandona mai coloro che lavorano per la sua causa. Elia, uomo di Dio, è vissuto di Lui in ogni momento: il Signore lo ha sostenuto nelle avversità, lo ha aiutato a perseverare, gli ha dato i mezzi di cui aveva bisogno per portare avanti la sua missione. Malgrado le difficoltà e gli alti e bassi, vediamo la sua vita feconda, serena, felice. I profeti di Baal, invece, ricevevano il cibo a corte. Forse pensavano che adulando la regina, raddoppiando le genuflessioni dinanzi a Baal, si assicuravano una vita tranquilla. Non fu così: è preferibile sedersi alla tavola del Signore che a quella degli idoli; è meglio essere schiavo del Signore che schiavo del peccato[21].
Non c'è maggior libertà per l'uomo che quella di riconoscere la sua condizione di creatura e adorare Dio: questo è il rimedio più efficace contro tutte le idolatrie: «Chi si inchina a Gesù non può e non deve prostrarsi davanti a nessun potere terreno, per quanto forte. Noi cristiani ci inginocchiamo solo davanti a Dio»[22].
J.C. Ossandόn (maggio 2013)


[1] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2582.
[2] Gc 5, 17.
[3] Cfr. 1 Re 16, 31.
[4] Benedetto XVI, Udienza generale, 15-VI-2011.
[5] 1 Re 17, 1.
[6] Cfr. 1 Re 18, 5.
[7] 1 Re 18, 22-24.
[8] 1 Re 18, 39.
[9] 1 Re 18, 27.
[10] Cfr. Dt 6, 14.
[11] Benedetto XVI, Udienza generale, 15-VI-2011.
[12] Papa Francesco, Omelia, 14-IV-2013.
[13] Cfr. 1 Re 18, 37.
[14] Papa Francesco, Omelia, 14-IV-2013.
[15] Benedetto XVI, Motu proprio Porta fidei, 11-X-2011, n. 10.
[16] Cfr. 1 Re 18, 41-46.
[17] 1 Re 19, 4.
[18] Parole di San Josemaría riportate in: Javier Echevarría, Memoria del Beato Josemaría Escrivá, p. 107.
[19] San Josemaría, Forgia, n. 379.
[20] 1 Re 19, 8.
[21] Cfr. Amici di Dio, nn. 34-35.
[22] Benedetto XVI, Omelia nella solennità del Corpus Domini, 22-V-2008.
dal sito dell'Opus Dei

QUANDO LA PAROLA PRENDE FUOCO I CONSACRATI CHIAMATI ALLA PROFEZIA BRUNO SECONDIN O.C.

Opus Dei - Esempi di fede (IV): Il profeta Elia

L'anno appena iniziato è dedicato alla vita consacrata. Di seguito una meditazione del padre Bruno Secondin.

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QUANDO LA PAROLA PRENDE FUOCO
I CONSACRATI CHIAMATI ALLA PROFEZIA

BRUNO SECONDIN O.C.
docente di Teologia spirituale, Pontificia Università Gregoriana, Roma

Siamo chiamati ad esercitare un ministero profetico, assieme a tutto il popolo di Dio, in maniera simbolica, critica e trasformatrice, come si diceva al Sinodo (Instrumentum Laboris del Sinodo 1994, n. 9; VC84-85). Possiamo anche dire che senza la dimensione profetica la vita consacrata non è se stessa: 
nelle origini di questa vocazione ecclesiale e nelle rinascite che hanno segnato di tempo in tempo il suo rilancio, e anche la sua capacità di reinventare il paradigma orientatore, sempre la dimensione profetica, cioè una forte esperienza di Dio assieme alla santità, all'audacia, e all'inventiva, hanno caratterizzato i vari momenti.
Oggi forse, più che nel passato recente, abbiamo bisogno, in questa giungla globale, di aprire delle radure, degli spiazzi abitabili e accoglienti. Così come nel passato furono aperte radure nelle selve della natura, adesso bisogna aprirne in questa seconda natura, quella artificiale. Aprirsi un varco significa coltivare modi di comportarsi e di pensare che si discostino dall'isteria globalistica: rallentare i ritmi, saper essere caparbi, coltivare il senso del luogo in cui ci si trova, saper staccare la spina. Aprirsi una radura con un po' di luce, significa scoprire, nell'intrico delle storie, la propria storia e mostrarla agli altri come carica di senso e di valore.
Non si vive la dimensione profetica come fosse un prodotto "distillato dagli alambicchi" di geniali pensatori, che una ne fanno e cento ne pensano. Si tratta di una qualità da portare con Cristo e con tutto il popolo, sotto l'impulso dello Spirito, in uno specifico contesto storico e culturale.

1. Che ci fanno i profeti in una società liquida?
Che ce ne sia bisogno e urgenza di profezia mi pare che possiamo dirci convinti tutti. Il modo come riuscire a farlo, magari, rimane ancora nel vago: sia per parte nostra, perché siamo ormai defatigati assai per le traversie del rinnovamento di questi decenni, dai quali non abbiamo ricavato in fondo molto, se ci sono tanti che ancora dubitano che sia stato positivo questo trambusto postconciliare. Sia per parte del contesto socio-culturale, perché la società dentro la quale vorremmo essere pungolo e lievito, si sta sgretolando nei progetti e nelle attese, ogni giorno è più marasma che buon vivere.
Molti anni fa il teologo H.U. Von Balthasar avvertiva la sfida dell'indebolimento dell'agape a favore di un eros transitorio fatto di relazioni corte e quasi "tascabili" e di messa in scena estetizzante e senza responsabilità. Tempi duri per la fede, quindi, a causa dell'evidente transitorietà e vulnerabilità di tutto (o quasi tutto) quello che conta nella vita terrena. Potremmo dire che i nostri sono tempi poco propizi alla fiducia e più in generale ai progetti di "ampio respiro". È la convinzione del famoso sociologo Zygmund Bauman, che insiste a parlare di società liquida.
E con ciò ci ha messo in guardia dalle illusioni di parlare a gente e contesti dai principi solidi e dai valori stabili. Tutto pare dominato dalla provvisorietà durevole (lui direbbe transitorietà congelata), cioè da un modus vivendi che è accozzaglia di momenti, che si compongono, si scompongono e si sciolgono in fretta. Progetti a breve termine ed episodi giustapposti che non consentono orientamenti verticali (cioè stabili), ma solo laterali, cioè fughe e diversioni, mosse strategiche per sottrarsi e accelerazioni paniche per non rimanere impantanati.
In questa congerie di confusione e di illusioni, il cristiano deve trovare uno stile che parli e incida, come dice il teologo Christoph Theobald, un cristianesimo come stile, come un modo di abitare questa postmodernità, facendo concordare il contenuto con la forma.
E allora ci limitiamo a vendere pane, per ricordare una battuta di Miguel de Unamuno, mentre il nostro mestiere sarebbe quello di essere il lievito; curiamo la messa in scena - mise-en-forme -, assistiamo distratti allo scempio dei reality shows, invece di operare per ri-formare e con-formare questo nostro vivere, segnalandogli dei valori meno effimeri e delle ragioni meno precarie. C'è una urgenza profetica nella congiuntura storica che viviamo, ma che bisogna decifrare, per non accendere fuochi fatui.
Sarebbe piuttosto doveroso illuminare bene i sentieri appena intravisti e decifrare nella imperversante delusione per ogni avventura creativa, le risorse ancora non inquinate dal pessimismo e dalla manutenzione svogliata. Diceva mons. Oscar Remerò, commentando l'immagine dei cani muti di Is 56,10: "Non possiamo tacere come Chiesa profetica in un mondo corrotto e ingiusto. Sarebbe il compiersi di questo terribile paragone: dei cani muti. A che serve un cane muto che non protegge la casa?"
Come custodire l'eccedenza profetica della speranza cristiana quando essa è un bene scarso e fragile, e il ripiegamento sulla soggettività e il culto del sé stanno mettendo in metastasi tutto il nostro ecosistema di vita consacrata? E così si diffondono protesi malriuscite per angosce mal interpretate: penso a certi imprudenti reclutamenti vocazionali, al discernimento a maglie molto larghe per trattenere qualcuno almeno, a certe fondazioni in paesi poveri, dove si vive da borghesi, per attirare vocazioni da inviare in Europa. Tanto per fare un esempio. Per cui, oltre a violenze antievangeliche sulla pelle dei deboli, abbiamo avuto dei laboratori di globalizzazione negativa, dove la diversità delle culture e delle sensibilità è stata semplicemente folklorizzata, al servizio di identità religiose locali non permeabili, riottose ad ogni flessibilità, razziste in maniera palese.
Gli esegeti ci dicono che la parola metanoia, può significare svolta stretta, conversione a U, cambio di direzione. Ma anche un vedere oltre, al di là, un orizzonte che sovrasta, allarga; come del resto è la teshuvah ebraica, che non è puro pentimento e conversione, ma implica una coscienza non conformista, un vedere luce e "una cosa nuova" là dove tutti imprecano per il buio. Di possibilità profetiche ne abbiamo sentite in abbondanza in questi tempi: il problema è che siamo in una fase anemica per le forze che vengono meno e il sovraccarico di strutture che non riusciamo a dismettere o nemmeno rottamare. E si deve aggiungere una situazione di anomia, di deregulation che si intreccia con l'indebolimento delle forze, il rimescolamento delle prospettive culturali, lo spostamento al sud del nostro futuro non solo come membri giovani, ma presto anche come priorità culturali e ermeneutiche carismatiche.
Ecco, ingarbugliati come siamo, come riuscire a reinventare il fermento profetico nella vita ecclesiale? Cosa che del resto abbiamo sempre vantato di saper fare e sempre abbiamo elogiato nei fondatori. È arrivato forse il tempo di tirare i remi in barca, di accontentarci di rivisitare il passato glorioso e ammirevole, nescienti sull'avvenire che ci sovrasta?
Ma sono proprio queste situazioni di perdita delle tracce di Dio nella nostra storia, della paura dell'avvenire incombente, della disseminazione dei progetti in mille faville che subito si spengono, il tempo propizio per il ministero profetico. A patto che esso non nasca per indorare di sacro aneliti meschini, ma per ridare alla Parola di Dio - intesa come proiezione e affermazione di un disegno che ha un fine e una finalità ben marcata -tutta la sua forza di interpellazione e di speranza.

2. Il primato assoluto della Parola per una vita consacrata profetica
La prima condizione perché si abbia davvero una "unzione profetica" e quindi anche un legittimo ed efficace munus propheticum in mezzo al popolo di Dio, è la totale apertura del cuore alla Parola di Dio. È bene riascoltare un testo che ci riguarda bene: "La vera profezia nasce da Dio, dall'amicizia con Lui, dall'ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia. Il profeta sente ardere nel cuore la passione per la santità di Dio e, dopo aver accolto nel dialogo della preghiera la parola, la proclama con la vita, con le labbra e con i gesti, facendosi portavoce di Dio contro il male e il peccato" (VC84b).
Non è pertanto frutto di una sensibilità sociologica, che sa cogliere i meccanismi perversi in atto nella società, non è una intuizione religiosa che percepisce le derive verso cui tende la massa dei credenti e lancia l'allarme. Non è neppure il sogno - per stare nei nostri discorsi sacri - di ridare slancio e smalto ai gesti e alle opzioni originali del fondatore o di un qualsiasi maestro, verso il quale nutriamo ammirazione e dedizione. Non è neppure la reazione aggressiva e irruente verso una vita di scandali o di collusioni degli ecclesiastici con i poteri mondani - cose che spesso sembrano motivare qualcuno per scagliarsi con violenza supposta "profetica".
La profezia cristiana nasce, si nutre e si qualifica come autentica, dall'esperienza personale, intima, sconcertante con Dio che intende risvegliare la coscienza e coinvolgere la responsabilità di una persona in vista di una nuova stagione della sua storia con questa umanità. Il profeta - donna o uomo che sia - viene investito della dynamis della parola/azione di Dio dentro questa storia, ne percepisce l'irruenza e ne viene impregnato della sua efficacia in atto, e quindi si fa testimone e portavoce di una parola che già muove la storia in una certa direzione. Il profeta è messo in grado di "vedere" la Parola che sta operando, prima ancora che altri se ne accorgano. Ma questo non può avvenire se non attraverso una misteriosa esperienza di plasmazione interiore, di sradicamento dal comune modo di pensare, per vedere - oltre la siepe di un presente occluso - i sentieri di una nuova fedeltà, tutta da inventare e vivere, non tutta già confezionata.
Nella vita consacrata è inutile parlare di dimensione profetica, di funzione profetica, di testimonianza profetica, di natura profetica, e via dicendo, se non si parte da questo punto. Se la Parola di Dio non diviene davvero la sorgente dei progetti e del senso della vita, non diviene fuoco divorante e lievito che fermenta la nostra stessa vita, la profezia è una pia illusione, anzi è sonnambulismo collettivo in pieno luce del giorno. Dove la Parola di Dio è uno dei tanti elementi, e neppure il più importante, del vivere e del pensare del gruppo; dove la Parola di Dio figura come libro fra i libri, sapienza fra le sapienze, lettura fra le letture, devozione fra le devozioni: mai possiamo aspettarci un sussulto profetico, mai si uscirà dalla gestione annoiata e tutt'al più devota delle intenzioni dei fondatori e della stessa radicalità evangelica.

3. La parresia e l'autenticità del profeta
È quanto mai vero e imprescindibile, quanto dice Lineamenta del prossimo Sinodo 2008: bisogna dare risalto alla "potenza trasformante della Parola nel cuore di chi l'ascolta" (n. 26). Da qui nasce e si nutre la parresia del profeta e la sua autenticità, non da altre sorgenti; e "senza un rinnovato ascolto della Parola di Dio non v'è preghiera né cammino autentico di santità" aveva già avvertito Movo millennio Ineunte (cfr n. 39).
Eppure sono ancora in molti che credono che preghiera e santità nascano così per celeste mozione, accanto, se non a prescindere dalla Parola di Dio. E allora si fanno impalcature contorte di santità e catafalchi devoti di vita di preghiera, che poco hanno a che fare con l'autentica santità cristiana e con la preghiera come risposta a Dio che ci parla e ci ama (cf. Catechismo Chiesa Cattolica, nn. 2559-2564). Già Vita Consecrata aveva segnalato il legame strettissimo - parlava di istinto soprannaturale - fra la frequentazione della Parola, l'intensità della contemplazione e l'ardore della azione apostolica (VC94).
Vogliamo riprendere nella Chiesa una credibile funzione profetica, un ruolo di testimonianza audace, una capacità di intuire e anticipare le esigenze e le opere di Dio, allora cominciamo col mettere al centro in senso pieno, decisivo, esemplare, quasi esagerato (sì esagerato, dico, vista la disabitudine da cui veniamo) la Parola di Dio, l'ascolto orante, riflessivo, appassionato di questa memoria della nostra identità e delle opere da Dio compiute per chiamarci al dialogo e alla comunione.
Se la Parola è trascurata, o messa lì come soprammobile, per caso e senza un cuore appassionato e impegnato a farne la sapienza unica di vita, continueremo a piangere perché "il sacerdote e il profeta si aggirano per il paese e non sanno cosa fare" (Ger 14,18). Saranno sterili i nostri progetti, perché non forgiati nel crogiolo della Parola, perché non sono nati nel silenzio vivente di un ascolto umile e implorante, ma piuttosto nel frastuono di slogans a cui affidiamo un kairòs che non compete loro, perché sono moneta falsa.
Per questo io insisto sulla lectio divina - per quanto possa anche essere spesso una moda pasticciona e di frequente ridotta a puro rattoppo devozionale o infilata per scrupolo ipocrita nell' orario comunitario - e dico che la lectio divina è uno delle poche risorse che hanno mostrato di garantire - qualora sia fatta con serietà e dedicazione di fede, in comunione con la fede della Chiesa e situata nelle vicende storiche (cfr VC 94) - una rigenerazione profonda delle ragioni di vita e "una sorgente di conversione, di giustizia, di speranza, di fraternità, di pace" (Lineamenta, n. 26b).
Questo stesso documento parla ancora di una terza frontiera cui deve portare l'ascolto orante e impegnato della Parola: "la franchezza, il coraggio, lo spirito di povertà, l'umiltà, la coerenza, la cordialità di chi serve la Parola" (ivi). Sono tutti elementi che non nascono per sviluppo moralistico dell'ascolto devoto della Parola, ma per la sua intrinseca capacità di mettere in moto delle novità, di dare corpo e forma a quanto essa stessa propone e indica. C'è una dynamis intrinseca alla Parola che opera, e non è frutto della nostra spiegazione moralistica o prassiologica. Come dice il profeta, la Parola che Dio sparge porta intrinseca la capacità di diventare "pane da mangiare e seme al seminatore" (Is 55,10).
lo direi che chi si mette a leggere per esempio il Deutero-lsaia, non solo con l'intento di fare una riflessione interiore devota ed edificante, ma con la preoccupazione anche di vedere in gioco le due sponde antagoniste: il disfattismo consolidato dai decenni di umiliazioni e di dispersione degli esiliati, e la empatia con cui Dio, attraverso il profeta, rassicura di capire le ferite profonde del popolo, ma anche intende mantenere la fedeltà liberatrice, si troverà come nel bel mezzo di molte nostre situazioni ecclesiali e di Congregazioni religiose. Si tratta di scavare, con animo di stupore e con un ascolto attento alle sfumature dei moti profondi della psiche, per riuscire a cogliere ondate di paura e di speranza, le cicatrici appena rimarginate e le piaghe ancora sanguinanti, la nostalgia struggente delle storie dei padri e la tentazione del qualunquismo fondata su realtà senza soluzioni alternative. La stessa cosa si può fare con molti altri testi biblici: purché non sia la curiosità a guidare, ma la ricerca di un ascolto obbediente e stupito di ciò che Dio ha da dirci ancora oggi, nelle situazioni senza via di uscita.

4. I poveri ci evangelizzano
Mi pare che qui venga a proposito quanto già annotava il documento della Pontificia Commissione Biblica,13 cioè che si è fatta più acuta la coscienza ecclesiale che il vero interprete della Parola di Dio è chi ha l'animo del povero, in senso interiore, ma anche esteriore e sociologico. Scriveva infatti: "È motivo di gioia vedere la Bibbia presa in mano da gente umile e povera, che può fornire alla sua interpretazione e alla sua attualizzazione una luce più penetrante, dal punto di vista spirituale ed esistenziale, di quella che viene da una coscienza sicura di se stessa". La frase è riportata con convinta adesione anche da Lineamenta (n. 25) e trova senza dubbio nella prassi delle CEBs latinoamericane o delle PCC africane o asiatiche una riprova ricca di ispirazione.
Questo nuovo contesto ermeneutico esistenziale, quello dei poveri e degli emarginati, può spiegare meglio alcuni requisiti - ribaditi proprio da Lineamenta (n. 26) - che sembrano più propri del contesto comunitario e dei lettori delle classi povere che del mondo monastico: come l'annuncio e la testimonianza della Parola come sorgente di giustizia, fraternità, pace; e la sua stimolazione per la franchezza, il coraggio, lo spirito di povertà, la coerenza, la cordialità. Tutte virtù e capacità virtuose che sembrano riflettere una lettura orante di gruppo più che la solitària lectio nella cella monastica. Non solo quindi ci si allontana dalla esegesi accademica e fredda, ma anche dalla lettura meditativa e riflessiva nella solitudine, per una lettura empatica, trasformante, socialmente e storicamente appassionata ed efficace. Le esperienze sono numerosissime, ma anche le paure di esagerazioni e prassiologie troppo immediatiste abbondano e allarmano. Bisogna trovare un equilibrio, ma l'orizzonte è aperto con decisione. E anche l'esortazione Vita consacrata aveva segnalato che l'opzione per i poveri - in tutto lo spettro delle esigenze, non solo dei gesti ma anche della condivisione dei criteri e delle categorie di valutazione - era una caratteristica della vita consacrata, nei suoi modelli e tempi migliori. E aveva esortato la vita consacrata a contestare "con forza l'idolatria di mammona, proponendosi come appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose" (VC90).
 
5. La luce e i problemi
Questo servizio profetico di contestazione e di richiamo della coscienza per essere autentico non può che essere ancorato alla lettura della Parola con l'animo e in compagnia dei poveri. Perché da questo luogo sociale e culturale lo sguardo e le prospettive sono differenti, c'è un senso realistico molto più concreto e diretto, i temi dell'oppressione, dell'ingiustizia, della emarginazione, sono sentiti sulla carne viva, non ideologicamente.
Scrive Carlos Mesters: "Leggendo la Bibba, il popolo ha presente i problemi della dura e sofferta realtà della sua vita. La Bibbia appare come uno specchio di ciò che oggi si vive. Il popolo scopre che oggi calpestiamo lo stesso terreno di ieri. Stabilisce così un legame profondo tra la Bibbia e la vita. Si realizza una illuminazione reciproca: la Bibbia getta la sua luce sulla vita e la vita rende più comprensibile la Bibbia.
A partire da questo legame tra la Bibbia e la vita, i poveri fanno la scoperta, la più grande di tutte: se Dio è stato vicino a quel popolo in passato, allora egli sarà vicino anche a noi. Se ha ascoltato l'invocazione di quel popolo, ascolterà anche la nostra! Se ha liberato loro, sta anche dalla nostra parte nella lotta che sosteniamo per la libertà".
Per fare un esempio, prendiamo il libretto di Rut: la vicenda di questa famiglia di emigranti ha un fascino che ancora oggi incanta. Costretti ad emigrare in cerca di pane, Noemi e il marito, con due figlioletti, emigrano verso la terra di Moab, in cerca di pane e dignità. Là i due figli trovano anche moglie, ma poi tutti e tre gli uomini muoiono e restano tre vedove, in balia della loro solitudine e della loro emarginazione. Allora Noemi decide di rientrare a Betlemme ma Rut la vuole assolutamente seguire e condividere tutto con la suocera, mentre Orpa non se la sente di lasciare la sua patria.
Sappiamo come poi vanno le vicende: Rut riesce, con il consiglio della suocera a riscattarsi dalla sua emarginazione e a sposare Booz, dal quale ha un figlio, Obed, che sarà poi il nonno di Davide. In tutta la vicenda che ha il sapore di un racconto popolare e quasi l'incanto di una favola, si vede bene come anche nelle tragedie più gravi i poveri sappiano affrontare con piena lucidità e ingegnosità le situazioni, ma anche con un senso di fede profondamente serena e fiduciosa. Il libro di Rut termina con la scena di Noemi che tiene sulle ginocchia il neonato e le donne che dicono: "È nato un figlio a Noemi" (Rt 4,17).
Si ha l'impressione che quel bambino sia una vittoria di popolo: contro le disgrazie, le morti inspiegabili, gli sradicamenti che uccidono tenerezze e fecondità. È anche canto e gioia per l'amore che è più forte della morte; la lotta per sopravvivere che alla fine trasforma anche le situazioni più fragili in storia nuova. La Betlemme da cui Noemi ed Elimelech si erano allontanati con dolore in cerca di pane e di vita, e a cui era ritornata solo Noemi rinsecchita e avvilita nel cuore (cfr Rt 1,20-21), accompagnata dalla nuora Rut, anch'essa vedova, ora ridiventa la terra del pane, della gioia, della vita.
È la parabola della nostra vita: ci sembra di vivere giorni amari, sterili, senza futuro. Lasciando il protagonismo ad altri, come Noemi con Rut e Booz, ma mettendo a disposizione esperienza e intuito, senza gelosia, la storia cambierà, rinascerà la vita. È importante imparare a tirarci indietro, dare spazio, credere nella maturità altrui. Non stare sempre lì a rivendicare ruoli ormai non più reali, a piangere sul passato che ci ha deluso e che però vorremmo che ci desse miracolosamente liberazione. Le nostre congregazioni sono "vecchie" anche perché gli anziani, spesso, troppo spesso, non sanno fare come Noèmi, rimanere tra le quinte, suggerire, incoraggiare, gioire, sognare per il bene dei giovani. Tanti anziani e anziane continuano a credersi sempre validi e forti, non lasciano spazio ai giovani, alla loro avventure giovanili, alle loro utopie, e tutto diventa allora vecchio e ammuffito, stantio e triste, e si tira avanti senza gioia né audacia profetica. In queste situazioni mai nascerà un Obed della speranza.

6. Una dynamis intrinseca
Questo significa che la Parola di Dio ha in sé la forza plasmatrice che consolida nel cammino di fede e insieme rilancia verso stagioni non vissute, da vivere con fiducia e pazienza, come il contadino, direbbe Giacomo, che attende le piogge d'autunno e di primavera, con animo sereno e vigilanza operosa (cfr Cc 5,7).17 Se pensiamo invece che siamo noi con le nostre spiegazioni a dare senso e attualità alla Parola, come se fosse un involucro che ha bisogno di apporti esteriori per avere peso e senso, siamo fuori strada. "Non è l'uomo che può penetrare la Parola di Dio, ma solo questa può conquistarlo e convertirlo, facendogli scoprire le sue ricchezze e i suoi segreti e aprendogli orizzonti d senso, proposte di libertà e di piena maturazione umana" (Lineamenta, Sinodo 2008, 34).
Ha scritto da qualche parte Carlo Maria Martini: "Questo mondo richiede personalità contemplative, attente, critiche, coraggiose. Esso richiederà di volta in volta scelte nuove e inedite. Richiederà attenzioni e sottolineature che non vengono dalla pura abitudine né dall'opinione comune, bensì dall'ascolto della parola del Signore e dalla percezione dell'azione misteriosa dello Spirito Santo nei cuori".
Il contatto assiduo, impegnato, obbediente dei religiosi con la Parola, è la sola condizione perché riescano a ritrovare l'audacia delle scelte profeti-che e il fervore nel portarle a compimento con parresia e robustezza d'animo. E ce n'è bisogno oggi, dell'una e dell'altra, dato il momento che stiamo passando. Se vogliamo "rifondare" la vita consacrata, perché sia all'altezza delle sfide attuali e non sia pura manutenzione di vecchie storie isterilite, dobbiamo percepire questa "urgenza profetica", non cercando ricette e istruzioni pronto uso, ma esercitando la nostra immaginazione, e ricuperando quella funzione simbolica, critica, trasformatrice di cui facciamo credito ai nostri fondatori e in genere alla storia della vita consacrata. Sarà proprio la capacità di esercitare la nostra immaginazione profetica, nella sequela Cristi, nella forma Ecclesiae, nella imago mundi, che potrà garantire il nostro futuro, non come sopravvivenza archeologica e folklorica, ma come stile che manifesta e attesta l'unità fra passione per Dio e passione per l'umanità. La passione che anima i profeti è soffio divino, è la passione stessa di Dio: un amore infinito per tutta l'umanità, un amore tenace, audace, fiero, sempre possibile, nonostante tutto.
Si tratta di leggere la vita con la Bibbia, non una qualsiasi vita, ma quella che è iscritta nella nostra carne, nelle nostre strade, nelle nostre storie vecchie e nuove. E allora i testi saranno ascoltati, ma diventeranno anche fuoco che purifica e germoglio che spacca anche il terreno più duro. Se sappiamo accostarci a mani nude a questi carboni incandescenti e ce ne lasceremo ustionare, lo Spirito donerà altre primavere, renderà la nostra vita una dossologia della Parola e della sua dynamis imprevedibile. E la Parola prenderà fuoco, ma arderà anche la nostra vita.


BIBLIOGRAFIA

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Bruno Secondin in
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