martedì 31 marzo 2015

"Non cercare i miracoli, cerca l'amore di Gesù Cristo!"


La lettera di aprile di monsignor Lorenzo Leuzzi agli universitari romani


Pubblichiamo di seguito il testo integrale della lettera di aprile agli studenti universitari romani di monsignor Lorenzo Leuzzi, direttore dell’ufficio della Pastorale Universitaria della Diocesi di Roma.
***
Cari studenti universitari,
la lettera di aprile vi giunge nel cuore della Settimana Santa, centro e culmine del cammino liturgico della Chiesa.
Nell’invitarvi a conservare in questi giorni santi un clima di silenzio e di preghiera, vorrei condividere con voi il mio stupore nell’ascolto di un racconto di un giovane che aveva sposato la sua fidanzata nonostante le fosse stata diagnosticata una malattia “grave”.
Coraggio, imprudenza, utopia: nulla di tutto questo! È la legge dell’amore.
Riflettevo su questo racconto durante la Via Crucis con i giovani della Parrocchia di S. Tommaso Moro, nel percorso dalla Parrocchia al Policlinico Umberto I. Anche la Via Crucis può essere un racconto di un uomo coraggioso, imprudente, utopista. La storia è piena di racconti più o meno avventurosi, di uomini e donne che si sono sacrificati per gli altri!
Nulla da sottovalutare!
Eppure i racconti restano tali. Sono nella memoria a suscitare emozioni e riflessioni che si consumano nel tempo! Nelle migliori delle ipotesi restano lì anche a suscitare emulazione. A ciascuno di noi interessa sapere fino a che punto sia possibile fidarsi oggi di questo racconto. Fidarsi significa che anch’io posso realizzare nella mia vita la stessa esperienza, che tutti riconosciamo grande, ma forse irripetibile.
È questa, cari amici, la grande scelta: credere che io possa vivere la stessa esperienza di Gesù oppure prendere atto che questa esperienza è irripetibile, forse imitabile ma a prezzo che essa diventi un’esperienza “miracolosa”.
Sì, noi crediamo nei miracoli, ma non nell’ordinarietà dell’esperienza cristiana. È più facile credere nella resurrezione di Lazzaro, che non in quella di Gesù!
Perché? La prima è comprensibile per la mia religiosità, perché il miracolo quando è tale non può non essere creduto! La Resurrezione di Gesù è invece segno dell’amore fedele. Di fronte alla fedeltà devo scegliere!
Cari amici,
se il nostro cammino è quello di chi va alla ricerca dei miracoli, l’annuncio della Resurrezione di Gesù sarà una delusione! Se invece stai cercando Colui che ti ama, allora anche tu piangerai come le donne che andranno al sepolcro. Non c’è più! Il Suo amore è davvero indissolubile.
Sì, piangere di fronte alla fedeltà dell’amore!
Ecco perché mi era ritornato in mente il racconto di quella giovane coppia. Anche loro stavano vivendo la fedeltà dell’amore, come quella di Dio verso l’umanità, verso ciascuno di noi.
Mi permetto di ricordarvi come negli ultimi tempi avete trovato frequentemente nei testi o negli editoriali di molti giornali l’idea che la vera religione debba professare il monoteismo, che esclude la relazione trinitaria. Ho capito perché s’insiste tanto su questa esigenza: perché il Dio monoteista fa miracoli, ma non può impegnarsi per sempre!
Ma a cosa serve un Dio che non può e non si è impegnato nell’amore fedele! Solo a consolarci nelle nostre disavventure! Sì, forse ci darà un premio dopo la morte, se saremo stati fedeli alle sue leggi.
Ma con la Pasqua tutto è cambiato!
La mente umana è sconvolta di fronte alla fedeltà dell’amore di Dio rivelatosi in Gesù Cristo. Non è più nel sepolcro, ma è ormai sempre con noi, con te! Sempre!
Anche noi siamo chiamati a percorrere l’itinerario dei discepoli di Emmaus (Cf. Lc. 24, 13-35): ritorneremo sulla via della Croce e scopriremo che non era un racconto di un uomo coraggioso, imprudente e utopistico,
ma l’Uomo dell’amore fedele. Tutta la storia della salvezza conduce a Lui, parla di Lui, rivela Lui.
Lascia perdere i miracoli o i racconti mozzafiato, favolette per i bambini: fidati della fedeltà del Padre di Gesù Cristo.
Così anche tu potrai imparare ad amare per sempre. Come quella coppia di giovani sposi, che si amano senza condizionamenti e senza cercare il proprio interesse, perché solo la fedeltà ci fa amare la verità dell’altro, senza strumentalizzarlo per i nostri desideri.
Anche tu, come tanti uomini e tante donne, non racconterai più la tua storia, anche importante e affascinante, ma la presenza del Risorto nella tua vita e del suo desiderio di donare a tutti un’esistenza nuova, che è sorgente di quell’amore fedele e indissolubile che tutti noi desideriamo senza del quale la nostra vita rischia di diventare insignificante e priva di una vera e concreta progettualità.
Sarà Pasqua, per te e per tutta l’umanità.
Auguri!
Vostro
+ Lorenzo Leuzzi
Vi attendo
Martedì 14 Aprile 2015 alle 19.30
presso la Basilica di San Giovanni in Laterano
per l’ultimo appuntamento dei Dialoghi in Cattedrale
Sabato 18 Aprile 2015 alle ore 8.30
Forum degli Universitari di Roma
presso il Vicariato di Roma, Piazza San Giovanni in Laterano
Per informazioni: Ufficio Pastorale Universitaria
Piazza San Giovanni in Laterano 6/A - 00184 Roma
ufficiopastoraleuniversitaria@vicariatusurbis.org - www.uniurbe.org tel. 06.69883642 – 06.69886584
Zenit

Cari contestatori



foto Corriere cesenate
foto Corriere cesenate
di Costanza Miriano 
Cari contestatori che a Cesena mi avete aspettato oltre tre ore, credo quattro, fuori, in piedi, al buio e non dico al gelo ma neanche al tepore, mi dispiace sinceramente – chi mi conosce sa che non sono ironica, potrei essere la mamma di quasi tutti voi – di avervi dato tanto disturbo inutile. So che sarebbe stata solo questione di parlarci, ma voi avete preferito non entrare (credo che dopo che hanno aperto la saletta col collegamento in streaming nessuno o quasi sia rimasto fuori) e non avete voluto fare domande, neanche anonime, eppure il moderatore aveva dato il suo cellulare a tutti, e mi ha sottoposto tutte e 35 le domande arrivate via sms. Sarebbe stato interessante confrontarci e secondo me anche scoprire di non essere poi così lontani. Mi sarei fermata volentieri con voi all’uscita, ma la Polizia mi ha gentilmente sconsigliata (e io mi sentivo in colpa anche per quegli agenti. Era mezzanotte. Saranno stati oltre l’orario di servizio?), e soprattutto mia figlia era molto spaventata, stava per piangere, ho dovuto dire che eravate amici e che scoppiavate i palloncini per farmi festa, e le persone che ci hanno accompagnate in albergo hanno coperto con le loro voci le cose che mi gridavate per non far rimanere male Lavinia. Così non ho capito neppure esattamente cosa ci fosse che non andava. Poi dal Corriere cesenate mi hanno mandato le foto, e allora ho pensato di provare a rispondervi. Non so a voce avreste voluto dirmi altro, pazienza. Prima il cartello più facile. Quello in cui l’uomo è in cima alla piramide dei viventi, con scritto sbagliato, e accanto una figura in cui tutti i viventi sono in un tondo, con pari grandezza e importanza. Sotto c’è scritto giusto. Va be’, qui è facile. Secoli, millenni di filosofia affermano la superiorità dell’uomo sull’animale, dalla tradizione platonica e aristotelica e da quella giudaica passando dal cristianesimo fino a Cartesio e oltre, nessuno – prima del nichilismo moderno – ha mai sostenuto che tu, ragazza con la felpa bianca, valessi quanto una gallina. Nessuno, giovane donna con i capelli corti, ti ha mai equiparata a un pesce ragno. Tu sei di più, sei dotata di intelletto e ragione, così tanto che puoi decidere di spendere quattro ore del tuo tempo per sostenere un’idea, e questo ti rende preziosa ai miei occhi e quello che più conta agli occhi di Dio, che per te si è fatto uomo ed è morto in croce (sì, proprio per te, anche se tu fossi l’unica donna al mondo lo avrebbe fatto lo stesso). E se non credi che Gesù Cristo è Dio, e pensi che fosse solo un pazzo megalomane schizofrenico, comunque tutta la storia dell’umanità mostra le opere di cui sono capaci i nostri simili, la Divina Commedia, i film dei fratelli Cohen, la voce di Dave Matthews, le sculture di Michelangelo, i quadri di Giotto, i romanzi di Houellebecq. Le galline e i pesci ragno non hanno idee da difendere argomentando. Questo non significa che li si debba maltrattare: servircene per nutrire gli uomini sì, però. Rispettando l’ambiente ma ricordando che l’ambiente è stato creato da un Padre per far star bene i figli.
foto Corriere cesenate
foto Corriere cesenate
Quanto all’uomo e alla donna che stirano, io penso che noi donne dobbiamo avere più fantasia, e chiedere di più ai nostri uomini e alla vita. Davvero, ragazze, volete un collaboratore domestico che stiri e lavi i piatti? Davvero sognate di fare l’idraulico? Se è così, è evidente che siamo tutte liberissime, io non ho mai scritto né detto da nessuna parte che c’è qualcosa che una donna non possa fare (anche perché, davvero, chi sarei io per dirlo?). Qui in Occidente siamo davvero avanti anni luce rispetto a questa storia che mi sa di vecchio, andiamo oltre, osiamo! Io se chiedo alle mie bambine – una l’avete vista, l’altra è la sua gemella molto molto diversa – se secondo loro una donna può fare l’astronauta mi guardano come se fossi ubriaca. Livia mi ha fatto rifare la domanda tre volte. “Non capisco qual è il problema mamma. Certo che una donna può fare l’astronauta, l’ingegnere, il capo di stato. Io per me sono indecisa se fare la maestra o il direttore del casting a Hollywood”. Io dichiarerei chiuso il capitolo, e per dire la Cristoforetti a Sanremo, se l’intento era di stupire perché anche una donna può fare certe cose, mi sembra espressione di una cultura vecchia e morta e sepolta. Io ho girato il mondo da sola, per fare la giornalista, per correre maratone, con in tasca solo un indirizzo di albergo e dei dollari dentro le scarpe, anche nei tempi in cui non c’era il cellulare. Ho corso di notte in città sconosciute, anche a Central Park (nonostante le raccomandazioni di Simon and Garfunkel) e ho fatto tutto quello che ho desiderato, e mai nessuno mi ha detto “no, perché sei una femmina”. Poi però sono diventata mamma, a 28 anni, e ho scoperto che quella era la cosa che più di ogni altra sognavo di fare. Io non voglio fare l’idraulico o l’ingegnere, non me ne frega niente di aggiustare le cose, voglio aggiustare le persone, e anche se quasi mai ci riesco – neanche con me stessa – sono le persone l’unica cosa che mi interessa. (Ci sono migliaia di studi che spiegano che il cervello delle donne è fatto per questo). Credo che sia così per la maggior parte delle donne, la maggioranza di loro chiede più tempo per se stesse e per i loro cari, non più lavoro e più successo. Ma se invece voi ragazze volete altro, accomodatevi. Non sarà certo l’opinione personale e privatissima di una come me a fermarvi. Scalate tutto quello che volete. E se troverete le porte chiuse, non sarà certo perché siete femmine, ma perché siete persone per bene,e il potere è autoconservativo, e ammette nella propria cerchia solo chi è in grado di garantirne la permanenza. Concordo pienamente invece, col cartello sulle pari opportunità: i maschi hanno tutti i gradini belli comodi uno in fila all’altro, noi dobbiamo fare dei saltoni esagerati per salire fino a su (dove?). È vero, il mondo del lavoro è a misura di uomo, ma non perché i maschi siano cattivi. Il mondo del lavoro è maschile perché ha dei tempi che non prevedono nella nostra vita l’esistenza di persone da accudire, di necessità da soccorrere, di relazioni da intessere, di tempo non produttivo da spendere per quelli a cui vogliamo bene. Le donne non scalano perché il prezzo da pagare è troppo alto. Se mi devo annullare per poter lavorare, se devo parcheggiare i miei figli, se devo lasciare gli anziani della famiglia in ospizio, no, preferisco non salire su quella scala.
Quanto al cartello su Eva, che “ha fatto bene a sperimentare, e a conoscere ed è stata punita per questo” (non si legge bene dalla foto, spero di interpretare il vostro pensiero correttamente), qui siamo su un piano teologico sul quale non vorrei dire stupidaggini. Comunque, innanzitutto se ne volete fare una questione di genere sappiate che la creatura per la quale la salvezza è entrata nel mondo è sempre una femmina, Maria, e spero che non crediate che la Chiesa ce la porti a esempio perché vergine. La grandezza di Maria è la sua umiltà, la sua obbedienza, il suo saper mettere Dio al primo posto nel cuore, e questa è la grandezza che viene indicata a ogni uomo e a ogni donna. Riconoscere di essere creatura, amatissima, ma creatura, e quindi bisognosa di una voce da ascoltare, obbediente, capace di umiliarsi come ha fatto Gesù. A questa cosa anche io alla vostra età – forse un po’ prima, diciamo prima della Cresima che ho fatto a 19 anni – mi ribellavo tantissimo. Ero insofferente alle regole, a scuola mi chiamavano Bastian Contrario (non molto originali, lo so), o “l’avvocato delle cause perse”. Una volta un sacerdote dell’ordine di Madre Teresa di Calcutta, un sudamericano, mi guardò fissa negli occhi e mi disse: “meno male che hai incontrato Cristo, sennò tu saresti una terrorista”. Io non so se l’ho incontrato, posso dire che con tutto il cuore lo voglio, desidero incontrarlo e mettere i miei occhi nei suoi. E posso dire che cercare di vivere l’obbedienza a lui ha senso, è una liberazione, perché è ascoltare la voce di uno che mi ama più di quanto io ami me stessa, più di mio marito, più dei miei figli e dei miei genitori. E in più è Dio. È lui che ha fatto l’universo e le galline e i pesci ragno e le molecole e il Dna. È il re dell’universo e mi ama da morire. Come non desiderare ascoltarlo?

Stiamo messi proprio male...

Pakistan, manifestazione anti-Usa
Nello scontro con il terrorismo islamico l'Occidente deve temere soprattutto se stesso
di Robi Ronza

Nello scontro con il terrorismo islamista l’Occidente ha da temere soltanto da se stesso. Dal punto di vista economico, scientifico, tecnico (e quindi anche delle tecniche militari) siamo smisuratamente più forti non solo del terrorismo islamico, ma di qualunque altra realtà organizzata del mondo nel nostro tempo. Rispetto a una tale forza il terrorismo islamista, come ogni altro possibile terrorismo, è come un leone scappato dal circo: può far del male a qualcuno in cui s’imbatte ma la sua sorte è comunque segnata.
Il problema sta altrove, ossia nello stato di prostrazione morale e psicologica in cui alcuni decenni di marcia trionfale dell’ateismo pratico e quindi dello scetticismo di massa ci hanno ridotti. Nella misura in cui diventano predominanti coloro i quali pensano che nulla valga di più della loro personale sopravvivenza fisica, allora si diventa fragilissimi anche se in teoria si sarebbe fortissimi. Questo è oggi il dramma, e la possibile tragedia dell’Occidente. E non basta la gita a Tunisi di un manipolo di capi di governo europei a cambiare il quadro.
Di fronte alla sfida sanguinaria (ma come dicevamo di per sé nient’affatto micidiale) del terrorismo islamista, non si può non restare impressionati dall’incapacità dell’Occidente ufficiale di interrogarsi nel profondo sui motivi della disistima e del rancore che la cultura e il modo di vivere occidentale contemporaneo raccolgono proprio negli strati più colti e “moderni” delle nuove generazioni arabe musulmane; e non solo in quelle che vivono nel modo arabo ma anche in quelle nate e cresciute in Europa e altrove in Occidente. I terroristi (non a caso di regola di famiglia agiata e con lauree tecnico-scientifiche) sono infatti l’esplosione patologica e assassina di un disagio ben più ampio; un disagio che nella generalità dei casi per buona sorte non degenera, ma che appunto in ambiente musulmano è un fenomeno di massa.


Un tempo l’Occidente suscitava per lo più un’inconfessata ammirazione; oggi invece scandalizza, e sarebbe ora di rendersene conto. Agli occhi di un musulmano l’Occidente, e l’Europa in particolare, è una realtà scandalosa. D’altra parte quando si arriva in un aeroporto europeo, e in particolare italiano, dopo un soggiorno in Oriente, alla vista delle gigantesche immagini pubblicitarie di ragazze discinte o quasi nude, e alle scritte che le accompagnano – impensabili nel Levante – sembra quasi di essere giunti nell’anticamera di una casa di appuntamenti. E allo scandalo si aggiunge il rancore: il giovane musulmano non riesce a capire come mai una società che gli appare così disfatta nel medesimo tempo sia anche tecnicamente ed economicamente così progredita. Murate come sono nell’idolatria dell’istante, la cultura e la comunicazione predominanti non lo aiutano per nulla a comprendere che tutto quel progresso tecnico-scientifico e tutta quella prosperità economica sono il frutto di  decine di secoli di storia in larga parte animati dal  cristianesimo e dai valori civili che ne derivati o ne sono usciti rafforzati; e che in esso trovano radice anche nelle loro versioni più secolarizzate. A mio avviso quando il rancore sfocia in furore esso è spesso frutto della rabbia di chi non riesce a capire la chiave di tale contraddizione; e non trovando la chiave cerca di far saltare la porta col tritolo.
Alla ricerca di risposte adeguate alla sfida in atto buon senso vorrebbe che l’intellighenzjia “laica” dell’Occidente, in particolare europeo, riandasse alla storia dell’Europa e perciò cessasse di censurarne le radici cristiane. Quindi tra l’altro non facesse un sol fascio delle “religioni” senza ad esempio distinguere dalle altre quella che  con il “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” ha introdotto nella storia il principio di laicità. Un principio che in ogni caso mai è stato così ferocemente negato come dalle culture politiche “secolari” rivoluzionarie della tarda modernità, dal giacobinismo al maoismo. Tutto questo però implicherebbe un grado di libertà psicologica e di onestà intellettuale che è ancora di là da venire. Per il momento la sfida, che il terrorismo dello Stato Islamico sta portando non solo all’Occidente ma al mondo, evidentemente non è ancora forte quanto basta per far saltare il tappo.  Per rendersene  conto basta sfogliare ad esempio opere recenti peraltro di autori molto qualificati come Guerra santa e santa alleanza di Manlio Graziano, edito da Il Mulino, e Il Califfato del terrore di Maurizio Molinari, edito da Rizzoli.

Ci vuole un Sinodo come Dio comanda


Attacco alla famiglia. Ci vuole un Sinodo come Dio comanda
di Riccardo Cascioli

Il primo sì – in Commissione Giustizia del Senato – al ddl Cirinnà sulle unioni civili, avvenuto nei giorni scorsi indica un’accelerazione nell’attacco alla famiglia nel nostro Paese. Lo si deduce da una serie di motivi: intanto segue di pochi giorni l’approvazione in Senato del “divorzio breve”, con una larghissima maggioranza (228 voti favorevoli, contro 11 contrari e 11 astenuti) e con una sostanziale indifferenza da parte dell’opinione pubblica (giornali in testa).

È già questo un segnale inquietante, prova che nella società c’è ormai una sostanziale indifferenza a un cambiamento che viene percepito semplicemente come un’abbreviazione dei tempi. In un Paese dove i processi sono eterni, ha buon gioco la propaganda di chi afferma che almeno da qualche parte cominciamo a sveltire le pratiche.

Sfugge invece il fatto che il “divorzio breve” non consiste affatto nella sola abbreviazione dei tempi, ma cambia profondamente il nostro diritto di famiglia: finora il divorzio, per quanto ammesso e regolato dalla legge, nel nostro ordinamento è sempre stato concepito come un “male necessario” che risolve questioni laddove non si è riusciti a vivere il “bene” del matrimonio. In altre parole: per il nostro diritto di famiglia il matrimonio resta il bene da perseguire, e il divorzio quasi una deroga per situazioni ingestibili. Per questo era previsto anche un congruo tempo di separazione per dare la possibilità di riconciliarsi. Con il “divorzio breve” invece questo tempo praticamente si azzera, e in tal modo matrimonio e divorzio vengono a trovarsi praticamente sullo stesso piano dal punto di vista del valore: un colpo mortale per la famiglia.
Ed ecco subito dopo il ddl Cirinnà, che dopo le decine di audizioni e confrontato con le altre proposte sulle unioni civili, viene adottato come testo base dalla Commissione del Senato in una versione addirittura peggiorata rispetto all’originale. Ricordiamo che tale disegno di legge si rivolge esclusivamente alle coppie dello stesso sesso, equiparando di fatto le unioni civili al matrimonio. Ancora una volta, abbiamo assistito a una vera opposizione da parte di singoli senatori ma la stragrande maggioranza ha votato a favore (si è creata anche una nuova inedita maggioranza Pd-5Stelle).

È vero che oltre a Lega e Ncd anche Forza Italia ha votato contro, ma come abbiamo spiegato alcuni giorni fa il partito di Berlusconi aveva presentato una proposta di legge non molto dissimile da quella del Pd. C’è poco dunque da aspettarsi su questo fronte. Fatto sta che il ddl Cirinnà ha ora la strada in discesa anche se in aula troverà – forse – delle correzioni, visto che anche una trentina di senatori democratici hanno espresso perplessità su alcuni punti del disegno di legge. In ogni caso saranno ritocchi più o meno importanti ma a una legge il cui impianto resta inaccettabile. Del resto, facendo un confronto con quanto accaduto al ddl Scalfarotto sull’omofobia, ancora fermo al Senato dopo due anni, non si può non notare come la frantumazione del Pdl, con Forza Italia da una parte e Ncd dall’altra, abbia notevolmente indebolito l’azione parlamentare a favore della famiglia. A questo poi dobbiamo aggiungere la decisione del presidente del Consiglio Renzi di spingere sul riconoscimento delle unioni civili e in generale su riforme anti-famiglia (anche il “regalo” degli 80 euro non tiene conto del reddito familiare).
Il quadro dunque è fosco, e a nessuno viene in mente di mettere in relazione la distruzione della famiglia – tenacemente perseguita negli ultimi decenni – con la crisi economica strutturale che il nostro paese attraversa, per almeno due conseguenze fondamentali che essa comporta: crollo delle nascite e aumento vertiginoso della spesa sociale.
A mantenere viva la resistenza in Italia restano soltanto alcune associazioni laicali e piccoli giornali (tra cui il nostro), che i nostri lettori ben conoscono. E ben venga anche il segretario della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, che a proposito del ddl Cirinnà ha parlato di "forzatura ideologica", anche se data la situazione che abbiamo descritto l'espressione potrebbe essere considerata eccessivamente delicata. A tutto questo si aggiunga che ciò di cui stiamo parlando non è certo un problema tipicamente italiano: l’attacco alla famiglia (e alla vita) è globale, è la principale guerra che oggi si combatte nel mondo. E anche di questo i nostri lettori sono bene informati.
In questo tempo oscuro ecco dunque che si accende una piccola luce, il Sinodo sulla Famiglia. La Chiesa cattolica, unica entità che a livello mondiale è in grado di opporre resistenza a questa riduzione dell’umano e di rilanciare una testimonianza positiva, è impegnata già da un anno in una riflessione sul valore della famiglia e su come rendere più attraente e affascinante per gli uomini d’oggi questo prezioso tesoro. O perlomeno questo era nelle intenzioni, perché poi quelle stesse forze che nel mondo lavorano per distruggere la famiglia, sono ben penetrate all’interno della Chiesa cercando anche di dirottare i lavori del Sinodo, soprattutto cercando di portare i cattolici a pensare secondo le categorie del mondo.
Così una grande occasione di testimonianza e di misericordia vera rischia di tramutarsi nel suo contrario, al punto che anche taluni vescovi e cardinali – per non dire di intere conferenze episcopali – hanno cominciato a preoccuparsi più dell’adeguare l’insegnamento della Chiesa al pensiero mondano che non a riscoprire il valore universale della famiglia anche come possibilità di aiuto agli uomini d’oggi. Eppure il mondo oggi più che mai ha bisogno che la buona novella della famiglia venga annunciata nella sua verità totale, come del resto fece Gesù con i suoi contemporanei, al punto che anche i discepoli sbottarono in un «Se le cose stanno così, non conviene sposarsi» (cfr. Mt 19,10).

Insomma, per il bene del mondo c’è urgente bisogno che dal Sinodo venga riaffermata in tutta la sua forza la verità sul matrimonio, perché solo questa può essere punto di ripartenza per l'uomo, motivo di speranza per quanti attraversano difficoltà familiari o vivono nell’inconsapevolezza del valore del rapporto uomo donna. La vera posta in gioco al Sinodo è tutta qui. Come ha detto il cardinale Ludwig Muller nei giorni scorsi al quotidiano francese “La Croix”, «noi abbiamo le parole di Gesù sul matrimonio e la loro interpretazione autentica lungo tutta la storia della Chiesa – i concili di Firenze e Trento, la sintesi fatta da Gaudium et Spes e tutto il magistero successivo… Teologicamente è tutto molto chiaro. (…) Noi [oggi] dobbiamo ritrovare i fondamenti naturali del matrimonio e, per i battezzati, sottolineare la sacramentalità del matrimonio come mezzo di grazia per irrigare gli sposi e tutta la famiglia».

PROPOSTA BESTIALE


Gli animali divinizzati. Carcere per chi mangia conigli
di Stefano Magni

Avevamo già constatato che l’onorevole Michela Vittoria Brambilla (Forza Italia) stesse pensando a introdurre un divieto di mangiare i conigli. Ebbene: non era solo una provocazione. Ieri la proposta di legge è stata veramente presentata. 
Non è uno scherzo. I termini sanzionatori della norma proposta sono molto pesanti. Il testo della proposta Brambilla, infatti, prevede che “chiunque esporti, importi, sfrutti economicamente o detenga, trasporti, ceda o riceva a qualunque titolo conigli al fine della macellazione, o commercializzi le loro carni” rischia da quattro mesi a due anni di carcere e una multa da 1.000 a 5mila euro per ciascun animale. Le norme proposte da Brambilla si aggiungono a quelle previste dalla legge 189 contro il maltrattamento degli animali e la commercializzazione di pelli e pellicce di cani, gatti e foche. “Anche loro (i conigli, ndr) meritano le stesse tutele di tutti gli altri animali che vivono nelle nostre case o che comunque siano inseriti nel contesto familiare” – dichiarava la deputata animalista all’inizio della sua nuova campagna. Il documento della Brambilla prevede anche che il controllo demografico sulla popolazione dei conigli venga affidato a una anagrafe tenuta dalle aziende sanitarie locali in cui convogliare la “sigla di riconoscimento” di ogni coniglio domestico attraverso un microchip. Infine, si prevede anche un adeguato habitat: una gabbia di un metro per 70 centimetri, con nascondiglio, cassetta igienica, tubi per giocare. E ancora, il padrone dovrà garantirgli passeggiate e compagnia per almeno tre, quattro ore al giorno.
Si può solo immaginare la gioia di tutti gli allevatori di conigli, dei ristoratori che vedrebbero spazzar via, a colpi di norme, secolari tradizioni culinarie regionali. Ma la proposta di legge non è solo un prodotto della Brambilla, ha anche un suo seguito. E’ infatti partita da associazioni per i diritti degli animali, cioè la Federazione italiana diritti animali e l'Associazione Aaeconigli. Sul loro documento hanno raccolto ben 10mila firme. Contrariamente ad altre proposte di legge che finiscono direttamente in un cassetto e non vengono più discusse, il sostegno popolare alla proposta Brambilla fa presagire l'inizio di un dibattito vero. Perché si è diffusa una “coscienza animale” (come la chiama l’on. Brambilla), perché l’opinione pubblica umana riconosce sempre meno le distinzioni fra gli animali e gli uomini, specie se gli animali sono quelli da compagnia. E’ difficile farci caso, ma gradualmente, giorno dopo giorno, gli animali sono sempre più umanizzati nel discorso pubblico e per loro si chiedono gli stessi nostri diritti.
Per toccare con mano questo fenomeno sociale, basti leggere i toni della campagna animalista per la difesa degli agnelli, in questo periodo pre-pasquale. Nel sito Tv Animalista si trova un video molto crudo sulla macellazione degli agnelli. E … “Tutto questo, perché? - si legge nell'articolo di accompagnamento - Solo perché a molti piace mangiarli! Non potrebbe esistere un motivo più futile per sottoporre questi cuccioli a tanta sofferenza, e alla morte”. Futile? Da che mondo è mondo, gli uomini mangiano animali. Ma questa semplice constatazione sta diventando sempre più socialmente inaccettabile. Sempre a proposito di agnelli, l’umanizzazione degli animali è ancor più evidente nella campagna di LAV, Animal Equality e Thegreenplace: "A Pasqua fai un sacrificio. Non uccidermi". E lo slogan accompagna la foto dei volti (umani) dei testimonial: Daniela Poggi, Claudia Zanella, Alessandra Celletti, Nora Lux, Anna Ammirati, Giovanni Baglioni, Christian Stelluti e altri personaggi della cultura e dello spettacolo. In Piazza San Pietro, il flash mob dell’Associazione Animalisti Italiani ha usato, sui propri striscioni un motto che è sempre stato riferito alla sacralità della vita umana: “Chi salva la vita, salva il mondo”, seguito dal hashtag #SAVETHELAMB (salvate gli agnelli) giusto per essere chiari di quali vite si stesse parlando. Gli animalisti Fvg hanno invece preferito calcare la mano usando la Passione e la Resurrezione. “Immolato per il sacro business” si legge sulla gigantografia di un agnello nelle mani di un macellaio. L’hashtag segna un'altra scivolata di stile: #luinonresuscita (sì, avete capito bene: lui, l’agnello, non resuscita). Animali divinizzati, dopo che sono stati umanizzati: così si capisce perché la proposta Brambilla ha così tanto seguito.
Ed è ovvio che la mente delle persone comuni ne viene influenzata. Uno dei commenti più allucinanti in seguito all’attentato di Tunisi lo ha fatto un animalista: “Ora hanno provato (le vittime, ndr) la stessa esperienza delle loro ‘portate’, anche se non l'avranno di certo realizzato. L'onnivoro massacratore di innocenti senza alcun bisogno, quello pronto a giustificare la sua crudeltà con le scuse e le acrobazie retoriche più ridicole, quello che si crede di essere il dominatore della natura in cima alla catena alimentare, quello a cui piace paragonarsi al leone quando gli fai notare che non è necessario mangiare pezzi di neonati. Questa persona, alla fine dei conti, quando viene messo di fronte al reale pericolo, si comporta più come un vitello piuttosto che come un felino predatore di grossa taglia”. Uomini sterminati e animali macellati sono posti sullo stesso piano anche da un altro rappresentante del popolo italiano: il deputato del Movimento 5 StellePaolo Bernini. In occasione del settantesimo anniversario del Giorno della Memoria, con una foto su Facebook, accosta i cadaveri di Auschwitz ai maiali di un mattatoio. “Buona Giornata della Memoria”, scrive il deputato M5S di Bologna. In cima alla foto una frase: “Ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei, gli umani lo stanno facendo agli animali”. Reduci, sopravvissuti e parenti delle vittime, tutti equiparati ai maiali, sentitamente ringraziano. Chi si offende è un razzista e chi mangia un coniglio, un maiale o un agnello, è un cannibale?

Misericordia, cosa ci chiede Francesco



di Stefania Falasca
Alla misericordia non si chiede il conto: «O siamo gente che si lascia amare da Dio o siamo degli ipocriti». Dopo l’annuncio dell’Anno giubilare sulla misericordia, le omelie di Santa Marta, in particolare, sono il pulpito della coscienza per molti fedeli. Francesco proprio in queste ultime settimane ha ripreso il tema con parole efficaci, perché «la misericordia è centrale, fondamentale, non è solo un atteggiamento pastorale, è la sostanza stessa del Vangelo di Gesù», il volto e l’agire di Dio, ed è missione suprema della Chiesa lasciare che essa si manifesti. Così la predicazione di Francesco apre quotidianamente a questo percorso personale e collettivo di conversione che – come ha chiarito ai cardinali nell’ultimo Concistoro – è quello «di effondere la misericordia divina a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero, di non condannare eternamente nessuno, di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani, di adottare integralmente la logica dell’amore Dio».

Sempre le sue parole si tessono sulle letture liturgiche del giorno conformandosi a quella logica ermeneutica che san Paolo definisce «i sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Questo affinché «la misericordia, che è la potente forza di reintegrazione che sgorga dal cuore di Cristo», grazie alla voce della Chiesa possa toccare ogni persona, adesso. Con san Tommaso d’Aquino Francesco afferma che «alla misericordia spetta donare ad altri» soprattutto ciò che «più conta: sollevare le miserie altrui». «Compito» questo, dice san Tommaso, che riguarda «specialmente chi è superiore» (Eg 37). Le parole del Papa si fanno particolarmente incisive nei confronti di coloro che chiudono non solo a loro stessi, ma anche agli altri le porte al manifestarsi dell’amore Dio. Si fanno anche severe con coloro «che non aperti alla parola del Signore» si rendono impermeabili alla grazia a causa dell’indurimento e della corruzione del loro cuore, come lo sono le parole di Gesù nel Vangelo nei confronti dell’ipocrisia farisaica, dei corrotti, che vivono il peccato in modo nascosto e senza pentimento approfittando della loro posizione.

Nell’omelia del 12 marzo ha affermato: «O tu sei sulla via dell’amore o tu sei sulla via dell’ipocrisia. O tu ti lasci amare, accarezzare dalla misericordia di Dio, o fai quello che tu vuoi secondo il tuo cuore che si indurisce sempre di più». Non c’è, ha ribadito Francesco, una terza via. E chi «non raccoglie con il Signore» non solo «lascia le cose come stanno», ma «peggio: disperde, rovina; è un corrotto che corrompe». Per questa infedeltà «Gesù pianse su Gerusalemme» e «su ognuno di noi». Nel capitolo 23 di Matteo, ha ricordato il Papa, si leggono parole terribili contro i «dirigenti che hanno il cuore indurito e vogliono indurire il cuore del popolo». «Dice Gesù: "Verrà su di loro il sangue di tutti gli innocenti, incominciando da quello di Abele"». Per i corrotti «Gesù usa quella parola: ipocriti, sepolcri imbiancati, belli fuori ma dentro pieni di putredine». Questo, ha sottolineato il Papa, succede anche alle istituzioni. Ma «dove non c’è misericordia, non c’è giustizia». E su tale aspetto si è soffermato nell’omelia del 23 marzo, partendo dalle letture del libro di Daniele e dal Vangelo di Giovanni sui giudici corrotti. Il problema di fondo, ha spiegato, è che questi «non conoscevano cosa fosse la misericordia», perché «la loro corruzione li portava lontano dal capirla». Invece «la Bibbia ci dice che proprio in essa è il giusto giudizio».

A fare le spese della sua mancanza, sottolinea Francesco, «è ancora oggi il popolo di Dio che soffre quando trova – anche nella Chiesa, che è santa, peccatrice, bisognosa – giudici affaristi, viziosi e rigidi, che puniscono nei penitenti quello che nascondono nella loro anima». Papa Francesco desidera che nella Chiesa regni la misericordia che è il manifestarsi di Dio e anche le due assemblee sinodali dedicate alla famiglia e alle sue fragilità sono state pensate e strutturate in modo tale che la Chiesa si possa interrogare su di essa e si faccia carico della miseria umana e la sollevi a immagine del suo Signore, come è nel Vangelo. «La Chiesa – ha ripreso nell’omelia del 17 marzo – è la casa di Gesù, e Gesù accoglie, ma non solo accoglie: va a trovare la gente». «E se la gente è ferita – si è chiesto – cosa fa Gesù? La rimprovera, perché è ferita? No, viene e la porta sulle spalle». Questa, ha affermato il Papa, «si chiama misericordia». Proprio di questo parla Dio quando «rimprovera il suo popolo: "Misericordia voglio, non sacrifici!"». Il Papa ritorna così sui cristiani che si comportano come gli scribi e i farisei che si scandalizzano. Anche oggi ci sono cristiani che si comportano come i dottori della legge e «fanno lo stesso che facevano con Gesù», obiettando: «Ma questo dice un’eresia, questo non si può fare, questo va contro la disciplina della Chiesa, questo va contro la legge».

«I giudei perseguitavano Gesù perché faceva il bene anche il sabato e non si poteva fare» e attualizzando la sua riflessione spiega: «Questo avviene anche oggi. Un uomo, una donna che si sente malato nell’anima, triste, che ha fatto tanti sbagli nella vita, a un certo momento sente che le acque si muovono, c’è lo Spirito Santo che muove qualcosa; o sente una parola». Ma quell’uomo «quante volte oggi nelle comunità cristiane trova le porte chiuse». Forse si sente dire: «Tu non puoi, no, tu non puoi; tu hai sbagliato qui e non puoi. Se vuoi venire, vieni alla messa domenica, ma rimani lì, ma non fare di più». Succede così che «quello che fa lo Spirito Santo nel cuore delle persone, i cristiani con psicologia di dottori della legge distruggono». Nell’omelia del 26 marzo mostrando sempre gli effetti della mancanza di misericordia appare ancora più efficace: «Erano dottori della legge ma senza fede!», perché essendo la fede l’incontro con una Persona non con un sistema astratto di dottrine «questi dottori avevano perso anche la legge! Perché il centro della legge è l’amore, l’amore per Dio e per il prossimo».

Il Papa si è espresso con molta chiarezza su questo. Purtroppo accade a volte come a Giuda, che «non ha saputo leggere la misericordia negli occhi del Maestro». Se infatti non si riconosce più il Misericordioso, il cristianesimo si snatura riducendosi a ideologia, a sistema di idee, delle quali farsi proprietari per poi brandirle come clava verso gli altri. Considerarsi comunità di eletti, distinti da ingiusti e peccatori, ravvisabili sempre negli altri fuori, non appartiene allo sguardo di Cristo. Chi è il peccatore? «Innanzitutto io», dice il cristiano.

Nell’omelia del 17 marzo, papa Francesco ha concluso la riflessione suggerendo un impegno per la vita quotidiana di ognuno: «È tempo per convertirci». Qualcuno potrebbe ancora replicare: «Ma Padre, ci sono tanti peccatori sulla strada... noi disprezziamo questa gente». «Ma a costui va detto: "E tu? Chi sei? E tu chi sei, che chiudi la porta del tuo cuore a un uomo, a una donna, che ha voglia di migliorare, di rientrare nel popolo di Dio, perché lo Spirito Santo ha agitato il suo cuore?"». «Tu chi sei?». «"Neanch’io ti condanno". Così Cristo è stato di fronte all’adultera», ha ricordato il Papa. Per concludere: «Chiediamo oggi al Signore la conversione alla misericordia di Gesù». Solo così «la legge sarà pienamente compiuta, perché la legge è amare Dio e il prossimo, come noi stessi».
Avvenire

Ecco lo sposo arriva nel mezzo della notte




La settimana santa nella tradizione bizantina.

(Manuel Nin) La liturgia della settimana santa nella tradizione bizantina scandisce tutto il mistero della passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, celebrazione che inizia già il sabato della risurrezione di Lazzaro e la domenica delle Palme con l’ingresso regale di Cristo a Gerusalemme. Da lunedì a mercoledì santo si celebra l’ufficiatura mattutina e quindi nelle ore serali la liturgia dei Doni presantificati, in tre giorni che contemplano la figura di Cristo sposo della Chiesa che le viene incontro nella sua croce, il vero talamo nuziale.
Nel giorno di giovedì santo si celebra la Divina liturgia di san Basilio, dove si contemplano i misteri di Cristo che lava i piedi ai discepoli, che si dà come pane di vita, che è tradito e portato alla passione. Il venerdì santo raduna la Chiesa attorno alla croce di Cristo, luogo di sofferenza, di sconfitta, ma anche di vittoria di colui che vi è appeso.
Il sabato santo invece raccoglie la comunità dei fedeli attorno alla tomba di Cristo, una tomba bella, adorna di fiori, vero luogo della celebrazione di questo sabato benedetto; nel mattutino, celebrato la sera di venerdì, si cantano gli enkòmia, canto sì di lamento, ma soprattutto di speranza attorno al sepolcro di colui che è la vita. Nel mattino del sabato viene celebrata di nuovo la Divina liturgia di san Basilio, con le letture veterotestamentarie che introducono i fedeli alla celebrazione di colui che risorge per giudicare la terra.
A notte fonda inizia l’ufficiatura del mattutino di Pasqua, con la proclamazione del vangelo della risurrezione, il canto delle bellissime odi di san Giovanni Damasceno e la Divina liturgia di san Giovanni Crisostomo. Al vespro della domenica di Pasqua si proclama la pericope evangelica in diverse lingue, quelle dei fedeli presenti nella celebrazione.
Le celebrazioni nella tradizione bizantina si tengono a Roma in alcune chiese che seguono questa liturgia, come in quella di Sant’Atanasio a via del Babuino, dove viene celebrata dalla comunità del Pontificio collegio greco. Fondato da Gregorio XIII il 13 gennaio 1576, il collegio è il più antico tra quelli orientali di Roma e nel 1591 venne affidato ai gesuiti. Dal 1586 Sisto v riservò agli alunni del collegio il privilegio di cantare l’epistola e il vangelo in greco nelle messe papali solenni. Nel 1897 Leone XIII decise di affidare ai monaci benedettini, nella persona dell’abate primate di Sant’Anselmo, la responsabilità del Pontificio collegio greco, esercitata oggi in piena collaborazione con la Congregazione per le Chiese orientali.
Nella chiesa di Sant’Atanasio quest’anno la liturgia dei Presantificati si tiene lunedì, martedì e mercoledì santo alle 18.45. Giovedì il vespro e la liturgia di san Basilio iniziano alle 10.30, mentre l’ufficio della Passione, con la lettura dei Dodici vangeli è alle 18. Venerdì santo alle 10 si celebrano l’ora nona, il vespro e la deposizione dalla croce, mentre alle 18 si tiene l’Epitàphios thrìnos, seguito dal canto degli enkòmia e dalla suggestiva processione che esce dalla chiesa, arriva al Collegio greco percorrendo un brevissimo tratto di via del Babuino per rientrare a San’Atanasio. Sabato alle 10 vengono celebrati il vespro e la liturgia di san Basilio e alle 23 inizia la celebrazione delMesonyktikòn, seguita dall’Anàstasis, dal mattutino e dalla liturgia di san Giovanni Crisostomo. Questa viene celebrata anche la mattina di Pasqua alle 10.30, mentre alle 19 iniziano il vespro e la proclamazione del vangelo in diverse lingue.  
L'Osservatore Romano