giovedì 30 aprile 2015

La devastazione morale si allarga con il divorzio breve

divorzio breve

(di Cristina Siccardi) Ancora un colpo di machete sulla famiglia, l’ennesimo. «Un altro impegno mantenuto. Avanti, è la #volta buona» ha twittato tutto soddisfatto il premier Matteo Renzi, quando il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva (con 398 sì, 28 no e 6 astenuti) la riforma delle norme sul divorzio, che stabilisce che una famiglia si può cancellare in soli sei mesi.
Non ci sono soltanto gli attentati terroristici islamici a colpire l’Occidente, ma gli stessi legislatori occidentali innestano suicidi a catena, con scelte politiche i cui danni sono incalcolabili. Da oggi in Italia basteranno sei mesi per rompere il legame matrimoniale ed essere divorziati; al massimo un anno, se si decide di ricorrere al giudice, contro i tre anni che servivano fino a oggi. E se ci sono bambini? E se ci sono disabili? Che importa allo Stato? Si saranno creati individui sempre più deboli, sempre più fragili, sempre più in pericolo e in balia del totalitarismo delle libertà di questa breve vita, quelle che ti fanno scivolare, dritte, dritte, veloci, veloci nella Geenna.
Da oggi nella “cattolica” Italia ogni cittadino coniugato avrà la possibilità di accedere al divorzio, tramite una negoziazione tra i coniugi, assistiti da avvocati, senza passaggio in Tribunale, anche nel caso in cui ci siano figli minori o disabili non autosufficienti. La procedura lampo è scaricata sulle Procure della Repubblica: il pubblico ministero incaricato avrà tempo solo cinque giorni per valutare che i diritti dei figli siano garantiti e, in caso di parere negativo, per rivolgersi al giudice. Nessuna pietà per nessuno: né per moglie e marito, che potrebbero avere un ripensamento sulla loro situazione, né per i figli.
A biasimare una simile legge non sono soltanto i soliti reazionari. Si legge, infatti, nell’articolo di Luciano Moia, apparso su “Avvenire” il 23 aprile scorso, dal titolo La devastante china anti-familiare. Divorzio breve, un incivile traguardo: «Servono leggi e provvedimenti che sostengano l’impegno della famiglia e che contribuiscano alla crescita di consapevolezza della coppia. E ci ritroviamo, invece, con norme che, favorendo e incentivando il già drammatico senso di precarietà delle relazioni, finiscono per sancire il malcostume dell’instabilità affettiva e del disimpegno familiare. Questo sì ‒ abbiamo il dovere di gridarlo dai tetti ‒ autentico “traguardo di inciviltà”».
Ha dichiarato, il Direttore di “Famiglia Cristiana”, don Antonio Sciortino: «(…) non riusciamo proprio a condividere il clima di festosa celebrazione che ha accolto, in Parlamento e su quasi tutti i mass media, l’approvazione della legge sul cosiddetto “divorzio breve”, che ha ridotto da tre anni a sei o dodici mesi il tempo che può passare dalla separazione al divorzio vero e proprio. (…) È come se la società dicesse agli sposi: “Se volete separarvi, fate più in fretta che potete, ma da noi non aspettatevi nulla” (…) non possiamo considerare l’approvazione della legge sul divorzio breve come una conquista di civiltà: oggi, sia i coniugi, sia i figli, sia la società… tutti sono più poveri e più soli, in una falsa libertà, che diventa una solitudine sempre più abbandonata. Abbiamo smarrito la serietà del matrimonio. Abbiamo banalizzato l’amore e gli impegni duraturi, soccombendo alla prima difficoltà». Monsignor Nunzio Galantino, Segretario generale della Cei, è intervenuto in questi termini: «Una accelerazione per quel che riguarda il divorzio non fa che consentire una deriva culturale. Togliere spazio alla riflessione non risolverà. Il matrimonio e la famiglia restano il fondamento della nostra società» (http://www.famigliacristiana.it/articolo/mons-galantino-una-fretta-che-peggiora-le-cose.aspx).
La deriva culturale è comunque dovuta ad una deriva religiosa: la Chiesa, da diversi anni, ha rinunciato a denunciare i peccati e segue l’andamento del mondo, ogni giorno più lontano da Dio.
Possibile, però, che i commenti critici arrivino sempre il giorno dopo, a fatto compiuto? Si sa che prevenire è meglio che curare, e non solo a livello sanitario. Una battaglia non soltanto culturale, ma anche ecclesiastica era possibile, era doverosa: era l’occasione giusta per ritornare a difendere l’istituto sacramentale del matrimonio! «La sua fede cristiana quanto conta, se conta, nel suo fare politica?», chiese a Matteo Renzi, nel 2013, il giornalista Antonio Sanfrancesco di “Famiglia Cristiana” (http://www.partitodemocratico.it/doc/257939/renzi-sono-un-cattolico-ma.htm) e così il “cattolico” fiorentino rispose: «La mia fede arricchisce tutto quello che faccio perché credo nella risurrezione. Da cattolico impegnato in politica non mi vergogno della mia appartenenza religiosa. Al contempo, non rispondo al mio vescovo o alla gerarchia religiosa ma ai cittadini che mi hanno eletto. Per me questa è la laicità. Sui temi etici e morali io sono per un confronto, purché si abbia l’onestà intellettuale di non scivolare in un moralismo senza morale».
La peste nera, abbattutasi sulla famiglia italiana con il femminismo prima, il divorzio poi, per arrivare alla 194 e oggi con il “matrimonio usa e getta”, è il risultato di quella Democrazia che osava definirsi Cristiana. La stessa domanda posta a Renzi, sarrebbe stata da porre a molti membri dello scudo crociato il 12 maggio 1974: 59,1 % la percentuale di voti contrari, nel Referendum, all’abrogazione della legge sul divorzio. Giulio Andreotti, fino all’ultimo, provò a percorrere la via del “doppio binario”: matrimonio religioso indissolubile e matrimonio civile con la possibilità del divorzio… l’importante era evitare lo scontro con il Pci e i radicali. Aldo Moro, quando la campagna elettorale entrò nel vivo, rimase in disparte. Allora, ci chiediamo, quale differenza passa fra i cattolici di allora e i cattolici di oggi? Probabilmente, nella sostanza, nessuna. Oggi, si potrebbe dire, sono più disinibiti e sono più lesti nel seminare gli errori.
Quando Enrico Berlinguer incontrò lo storico Pietro Scoppola, punto di riferimento di molti di quei cattolici per il “No” referendario, gli confessò: «Abbiamo vinto troppo». Berlinguer era un politico intelligente, aveva compreso che non aveva vinto la struttura del Pci, la sua capacità di mobilitazione, bensì aveva vinto il pensiero laico e radicale.
Per la prima volta vinse un voto slegato dalle organizzazioni di massa; scelte individuali, non voto d’appartenenza. Molti cattolici votarono a favore del divorzio perché volevano emanciparsi dalla legge divina e guardare all’uomo moderno che sogna un mondo privo di doveri e di regole. Ma la natura, in tutte le sue multiformi manifestazioni, è libera soltanto in virtù del suo seguire le norme del Creatore. Altrimenti è la rovina.
Il piano di Dio è che il matrimonio sia un impegno per tutta la vita terrena: «quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi» (Mt 19, 6). Con il divorzio breve è logico che le convivenze aumenteranno ancora di più, così come i divorzi civili e, come già rilevano le statistiche, verranno sempre meno le domande alla Rota romana di richiesta per le cause di nullità matrimoniali… La lussuria, in definitiva, è la grande protagonista di questi tempi: «Quando giungon davanti a la ruina, / quivi le strida, il compianto, il lamento; / bestemmian quivi la virtù divina. / Intesi ch’a così fatto tormento / enno dannati i peccator carnali, /che la ragion sommettono al talento» (Dante, Inferno, Canto V, vv. 34-39).
Soltanto la Chiesa bimillenaria ha argomenti idonei per porre finalmente freno al neopaganesimo: il Sinodo sulla famiglia sarà in grado di esporli e Papa Francesco avrà misericordia delle anime? (Cristina Siccardi)

Learning About The Quran ... From A Catholic Archbishop


Archbishop Michael Fitzgerald is one of the Catholic Church's top experts on Islam. He has served the Vatican in places such as Tunisia, Uganda and Egypt, and now is promoting interfaith understanding by teaching Jesuit students in Cleveland about the Quran.


Tom Gjelten
npr 
As a 12-year-old Catholic boy growing up in England, Michael Fitzgerald decided he wanted to be a missionary in Africa. Eight years later, he was studying theology and learning Arabic in Tunisia.
He went on to devote his priestly ministry to the promotion of interfaith understanding between Muslims and Christians, and became one of the top Roman Catholic experts on Islam. He has served as the archbishop of Tunisia, the papal nuncio — effectively a Vatican ambassador — in Cairo, and the Vatican's delegate to the Arab League.
For years, Fitzgerald has been urging his fellow Christians to acquaint themselves with Islam and its holy book, the Quran. It has been a challenging mission at a time when many non-Muslims associate Islam with violence and when many Muslims think the West has declared war on their faith.

"The more you understand a religion, the better it is," Fitzgerald says, "whether it's Christians studying Islam or Christians studying Christianity or Muslims studying Christianity. I think this helps in your relations."
As a priest serving in Africa, Fitzgerald often was responsible for representing the interests of Christians in majority-Muslim states, but at the same time he demonstrated enough knowledge and appreciation of Islam that Muslims occasionally turned to him for insights into their own faith.
As a university professor in Uganda, his classes on Islam included some Muslim students.
"I said to the students 'I'm not here to teach you anything — I'm here to help you to learn, and to understand your own religion better,' " Fitzgerald says. "'I said 'You don't have to agree with me, but if you contest what I'm saying to you, then you have to have good arguments, not just, "Oh, our parents have always said this" — that's not enough.' "
Highlighting Difference, Encouraging Respect
Now retired, the archbishop has turned his attention to writing and lecturing; this spring, he is a guest instructor at John Carroll University, a Jesuit institution in Cleveland, where he is teaching a course on the Quran to a small group of undergraduate and graduate students.
In his class he often highlights differences between Christianity and Islam, though in such a way as to encourage respect for distinctive Muslim approaches.
"In our ceremonies we read the scripture — the Gospel is read," he said in a recent classroom session. "In Islamic prayer, it is not read, it is recited. The imam has to know the Quran. So it's very good to become a ... ," and then Fitzgerald wrote the word hafiz on the blackboard, explaining that it means someone who has memorized the Quran from start to finish.
Noting that Muslims view the Quran as a sacred object and are careful about who touches it and how, Fitzgerald challenged his students to consider why the book is held in such esteem in Islam.
"Would there be anything comparable in Catholic Christianity?" he asked.
Sam Weinandy, a religious studies major sporting a ponytail and a T-shirt, raised his hand.
"When I was reading about this, I thought about the Eucharist," he said. "Because this is their direct word from God, and like the Eucharist is God for us, the Quran is God for them."
The answer clearly pleased Fitzgerald.
"Yes," he nodded. "In a way, the Quran is a sacrament, isn't it? It's a sign of the presence of God."
'I Am Blown Away Every Class'
Among the students in Fitzgerald's class is a woman of Palestinian descent, Ghada Abu-Shaweesh, one of about a dozen Muslims enrolled at the Catholic school. Though she attended a Catholic girls' high school in Cleveland, she is loyal to her religion and wears a headscarf.
During the class Fitzgerald occasionally invites her to help him explain Muslim practices and share her family's religious customs. She noted, for example, that guests in her home would be allowed to handle the family Quran, but only after first washing their hands.
Abu-Shaweesh says she enrolled in the class largely to learn more about her religion and its text. When the archbishop explained that Shiite Muslims believe the Quran is interpreted best by the "purified" imams — those who are loyal to the direct lineage of the Prophet Muhammad through his cousin and son-in-law Ali — Abu-Shaweesh raised her hand with a question. As a Sunni Muslim, she is not familiar with some Shiite views.
"So for those who don't come from Ali and Prophet Muhammad's lineage, even if they are imams, that means they're not purified?" she asked.
"They can be purified for other purposes," Fitzgerald said, "but they don't have this particular gift to help them understand the Quran."
Abu-Shaweesh says she learns something new about her religion every day from Fitzgerald and is thrilled by the experience.
"I am just blown away every class," she says. "I feel so much happiness."
She is especially impressed by the interest and respect her non-Muslim classmates show for her religion.
"They chose to take this class, first of all," she says. "Second, the amount of questions and comments [they have] — like some people just being astonished by the verses. A lot of them will say 'These are so beautiful — I never knew,' because the media focuses on such negative things instead of focusing on everything else."
Emphasis On Expertise, No Matter Where It Originates
Some Islamist leaders may object to the idea of a Catholic priest teaching Muslims about Islam, but Fitzgerald has impressed even Muslim scholars with his grasp of their religion.
"What is important here is knowledge," says Zeki Saritoprak, who directs the Islamic Studies program at John Carroll University, one of many Jesuit institutions in the United States that offer instruction in Islam, almost always with Muslim scholars.
Saritoprak, who earned a doctorate in Islamic theology at a divinity school in his native Turkey, says he has known Fitzgerald for more than a decade and sees no problem with his teaching.
"A well-informed Christian can teach Islam better than an ill-informed Muslim," Saritoprak says. "I would rather have Muslims learning about Islam from a Christian like Archbishop Fitzgerald than from a propagandist for an organization like ISIS," referring to the self-proclaimed Islamic State of Iraq and Syria, which has carried out horrific acts of terrorism in the name of Islam.
"We have a strong emphasis on expertise in the Islamic tradition," Saritoprak says. "One of the sayings of the Prophet [Muhammad] is that wisdom is something a Muslim should have, no matter where it comes from."
Muslims, Saritoprak says, are advised to "seek knowledge even if it is in China."
And Fitzgerald acknowledges there were some unpleasant moments when he encountered Islamist extremists while serving as the Vatican's representative in Cairo and with the Arab League.
"You have the Taliban and others, and they have people with them," he says. "I think the Muslim world is in great travail at the moment."
Fitzgerald's main message for Christians, nevertheless, is that Islam is a religion worth of their respect, just as Christians want Muslims to respect Christianity.
Saritoprak has a similar view.
"People are enemies of what they are ignorant about," he says — citing what he says is another verse from the Quran.

Giuridiche follie

Alessandro


(di Tommaso Scandroglio) Questa storia inizia nel 2005 a Bologna quando lui e lei si sposano. Poi lui, di nome Alessandro, “cambia” sesso e diventa all’anagrafe Alessandra. La legge 164/82 prevede in questi casi il divorzio automatico e la cessazione dei rispettivi diritti e doveri coniugali.
Previsione più che logica dato che per il nostro ordinamento giuridico esiste un unico matrimonio, quello contratto tra un uomo e una donna. Ma il fu Alessandro non ci sta e tra corsi e ricorsi arriva sino alla Corte costituzionale la quale nel 2014, nella sentenza n. 170, dichiara che Alessandra/o non è più sposata/o con sua moglie ed aggiunge che il Parlamento deve affrettarsi a tutelare coppie come queste le quali avrebbero tutto il diritto di vedersi riconosciute giuridicamente qualche forma di convivenza registrata a livello amministrativo.
Questo perché, secondo la Corte, le unioni omoaffettive sarebbero tutelate dall’art. 2 della Costituzione che garantisce i diritti del singolo anche nelle formazioni sociali. Ma per i padri costituenti tale espressione stava ad indicare le associazioni, i partiti politici, le confessioni religiose, etc. e non certo le convivenze, tanto meno quelle omosessuali. Detto ciò, la Consulta ha passato la palla alla Corte di cassazione perché disciplinasse il caso concreto.
I giudici nella sentenza del 26 gennaio scorso (n. 8097/2015), resa nota però solo pochi giorni fa, hanno dichiarato che «da una comunione coniugale e familiare caratterizzata da un nucleo intangibile di diritti fondamentali e doveri di assistenza morale e materiale condizionante l’assetto della vita personale e patrimoniale dei suoi componenti si passa ad una situazione priva di qualsiasi ancoraggio ad un sistema giuridico di protezione e garanzie di riferimento».
In buona sostanza si dice: quando erano sposati Alessandro e la moglie avevano tanti diritti, ora che non possono esserlo più hanno perso tutti questi specifici diritti. È un’ingiustizia! Risposta: ma nessuno ha obbligato Alessandro a diventare “Alessandra”. Vuoi “cambiare” sesso? Metti nel conto che tutto non puoi avere e qualcosa perderai. È un pò come se un calciatore cambiasse squadra dove gioca e andasse a militare in un’altra: di certo non potrebbe chiedere che il primo club continui a pagarlo.
Invece i giudici cosa hanno disposto? Hanno affermato che il vincolo matrimoniale tra Alessandro e la moglie è sciolto (però ricordiamoci che per diritto naturale i due rimangono sposati), ma comunque occorre «conservare alle parti ricorrenti il riconoscimento dei diritti e doveri conseguenti al vincolo matrimoniale» fino a quando, così si aggiunge, il legislatore non avrà varato un’apposita norma sulle unioni civili omosessuali.
La Corte ha dunque dichiarato illegittima la cessazione degli effetti civili del matrimonio dei due ricorrenti. La sentenza è un vero e proprio ossimoro giuridico. Si afferma da una parte che il matrimonio non c’è più, ma nello stesso tempo che i due ex coniugi possono vantare i diritti propri di chi è sposato. Formalmente Alessandro e consorte non sono più coniugati, sostanzialmente sì. Su un primo versante i giudici ufficialmente si arrendono all’evidenza giuridica che ex art. 29 della Costituzione il matrimonio è un legame che unisce un uomo e una donna, su un secondo se ne infischiano e trattano una coppia giuridicamente omosessuale come se fosse una coppia di coniugi. Ma il matrimonio dal punto di vista giuridico è un insieme di specifici diritti e doveri e dunque, se ad Alessandra/o e a Tizia riconosco questi peculiari diritti e doveri, agli occhi dello Stato sono coppia sposata.
Difendersi dicendo che formalmente non sono più sposati è cercare di nascondere un’enormità giuridica dietro alla foglia di fico dell’ideologia gender. Banale a dirsi che questa sentenza prepara la strada alla legittimazione del “matrimonio” omosessuale.
Il peccato originale di tutta questa vicenda paradossale sta nelle disciplina normativa che ha legittimato il cambiamento di sesso. Introdotto il principio che Tizio può diventare “Tizia” si entra nel mondo dell’assurdo giuridico e per tutelare il matrimonio occorre inventarsi il divorzio coatto. Insomma è il classico caso in cui la toppa sullo strappo sta peggio dello squarcio stesso. (Tommaso Scandroglio)

*

Hillary Clinton


Rispolverato il femminismo per difendere l’agenda omosessista


 È l’ora del femminismo. A qualsiasi latitudine. Sembrava lo si potesse finalmente archiviare, dopo i danni ideologici prodotti in pieno clima sessantottino. Invece no. E da ferro vecchio è divenuto il grimaldello di nuovo utile come passepartout, per cercare di introdurre ovunque l’ideologia gender in nome di pretesi, fittizi e surrettizi “diritti”.
Di femministe è zeppo il comitato elettorale di Hillary Clinton, aspirante candidata per i Democratici alla Presidenza degli Stati Uniti, in vista delle prossime elezioni 2016. Ha un bersaglio nel mirino: i cattolici ed i “loro” dogmi tradizionali, trattati come nemici giurati, attaccati apertamente dall’ex-first lady, che, tolta la maschera, ha affermato giovedì scorso al summit dell’Ong femminista Women in the World, a New York, che «bisogna cambiare» quelle «credenze religiose», che condannano i «diritti riproduttivi». Una dichiarazione da non sottovalutare, pronunciata da chi è oggi in corsa per la Casa Bianca.
«I diritti devono esistere nella pratica, non solamente sulla carta. Le leggi devono essere supportate da risorse adeguate e da una precisa volontà politica. È necessario modificare i codici culturali radicati in profondità, le convinzioni confessionali ed i pregiudizi strutturali», ha affermato tra gli applausi delle sue stagionate cheerleaders. Criticando poi ancora una volta, pesantemente, la sentenza della Corte Suprema, che ha permesso provvidenzialmente alla società Hobby Lobby di non finanziare la contraccezione per le sue dipendenti: secondo la Clinton, solo alle donne spetterebbe decidere se fare o meno ricorso a pillole abortive ed alla sterilizzazione, mentre i datori di lavoro, anche contro le proprie convinzioni morali, dovrebbero essere costretti per legge a pagare, oltre tutto di tasca propria, queste loro scelte.
Rincarando la dose, per esser certa che il messaggio giungesse forte e chiaro, l’ex-first ladyed ex-Segretario di Stato ha violentemente criticato l’obiezione di coscienza all’Obamacare, al finanziamento dei programmi di “pianificazione” familiare ed alle politiche gay friendly. Tutti ostacoli, che – a suo dire – il governo dovrebbe far cadere. Intendiamoci, nulla di realmente nuovo: la Clinton obbedisce semplicemente ai diktat dell’agenda omosessista, già espressi a chiare lettere nel 2012 dal FnuapFondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, e ribaditi nel 2014 dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dei bambini. Sempre l’anno scorso, il presidente della National Organization for Women statunitense, Terry O’Neill, pubblicò un articolo perfettamente in linea con l’Hillary-pensiero, articolo in cui si definì l’aborto una «misura essenziale per prevenire lo strazio della mortalità infantile», dimostrando a quale livello di disumana mistificazione dei fatti possa giungere l’ipocrisia dell’antilingua.
Netto il giudizio espresso in merito dall’agenzia on line “Reinformation.tv”: «Con un programma così sfacciatamente ostile ai cattolici, Hillary Clinton dimostra che ormai i promotori della cultura della morte e dello smantellamento della legge naturale non si nascondono più. Dietro la promozione dell’aborto, c’è in realtà la volontà di distruggere la religione ed, in particolare, la sola religione rimasta fedele al rispetto integrale della morale naturale».
Dagli Stati Uniti in Europa, la musica non cambia: anche qui il femminismo oltranzista è tornato in auge. In Francia se la prende soprattutto con la questione del gender. Per tornare all’attacco con un vecchio “cavallo di battaglia”, l’idea cioè di stravolgere completamente le regole grammaticali ritenute troppo «sessiste», invocare le «regole di prossimità» e poter scrivere un giorno che «uomini e donne sono belle».
Il fatto che, in qualche modo, il maschile possa “imporsi” sul femminile proprio alle post-sessantottine non va giù. Così han deciso, questa volta, di promuovere addirittura una pubblica petizione, da inviare al ministro Najat Vallaud-Belkacem, sapendola particolarmente sensibile a queste tematiche. Al punto da erogare 25,6 milioni di euro alla Ligue de l’enseignement, associazione vicina alle sue posizioni. Il ministero per la Pubblica Istruzione ha pagato, senza fiatare. Scatenando le ire di molti, come l’Observatoire des programmes scolaires. C’è un però: osservando chi siano le sigle scese in campo per la singolare rivendicazione, si scopre anche con chiarezza quale sia la loro matrice politica, quella della sinistra radicale.
Il collettivo L’uguaglianza non è una strega!, che ha promosso l’iniziativa assieme alla Ligue, è legato a filo doppio col PcfPartito Comunista Francese, di cui fan parte Henriette Zoughebi, vicepresidente di lista nel consiglio regionale dell’Île-de-France; Carine Delahaie, militante Lgbt, candidata del Fronte di Sinistra alle ultime Dipartimentali; Marc Thiberville, vicepresidente del Pcf nel consiglio generale della Val di Marne; Sylvie Altman, sindaco di Villeneuve-Saint-Georges; Malka Marcovich, membro della giuria del premio Laicità Repubblica.
Contemporaneamente in Italia alquanto sospetto pare il recente varo delle Linee di orientamento per azioni di prevenzione e di contrasto al bullismo ed al cyberbullismoassieme ai corsi di formazione “ad hoc” per docenti, voluti dal Miur: il timore è che si cerchi di far rientrare dalla finestra ciò che fu buttato fuori dalla porta ovvero i libelli dal titolo Educare alla diversità?, ritirati dal Ministero a furor di popolo. Ma chi di progressismo ferisce, di progressismo perisce: così oggi il tanto sbandierato multiculturalismo della Sinistra italiana deve fare i conti con la chiara presa di posizione dell’agenzia on line “Civiltà islamica”, schieratasi con un articolo firmato da Abu Ismail Morselli dalla parte di un genitore oppostosi alGioco del Rispetto, ritenuto troppo “gender friendly” ed improvvidamente introdotto nelle scuole materne comunali di Trieste, all’inizio quasi alla chetichella e senza informare adeguatamente circa i contenuti.

Solo la presa di posizione delle famiglie ha permesso di sviluppare in merito un vasto e vivace dibattito, che ha consentito di tramutare le perplessità in certezze, al punto da indurre una delle scuole municipali coinvolte ad uscire dal progetto ed a rinunciare alla sua applicazione. Questi elementi sono sufficienti, per dare l’idea di quanto massiccia, potente e ricca di mezzi e risorse sia l’offensiva sferrata dal fronte laicista al diritto naturale, calpestando i diritti veri ed infischiandosene di un sentire popolare su posizioni esattamente opposte. Ma ciò che qui si ricerca non è più nemmeno il consenso, bensì il silenzio, da ottenersi imbavagliando le bocche e, possibilmente, anche le coscienze. (Mauro Faverzani)

Sognando California



Storie di evangelizzazione dell’America nel XIII secolo.

(Cristiani Martini Grimaldi - da Palma di Maiorca) La leggenda narra che nel 1229 Giacomo I d’Aragona mentre navigava verso le coste di Maiorca venne sorpreso da una grande tempesta, a quel punto fece la promessa di costruire una magnifica cattedrale se Dio l’avesse salvato. Giunto sano e salvo sull’isola mantenne la sua parola, fece demolire la moschea che si trovava sul luogo più ambito della città e insieme all’architetto Guillem Sagrera progettò lì una cattedrale mozzafiato.
Quella di Palma, conosciuta come la Seu, è sicuramente una delle cattedrali più scenografiche al mondo grazie anche alla sua posizione sulla barriera foranea dell’antico porto. Ma la cattedrale, nonostante la costruzione sia terminata all’inizio del XVII secolo, gode anche di una delle firme più note dell’architettura contemporanea. Nel 1902, il vescovo di Maiorca, affidò infatti ad Antoni Gaudí l’incarico del restauro della cattedrale. I lavori dovevano comprendere la riparazione della facciata del tempio gotico, danneggiata gravemente dal terremoto del 1851, e il riordinamento dello spazio interno. Gaudí fece smontare il coro gotico che si trovava al centro della navata centrale per posizionarlo sui lati del presbiterio. L’architetto cambiò poi la disposizione dell’altare facendolo coprire con un nuovo baldacchino — nonostante in principio fosse solo un modello provvisorio, in attesa di quello definitivo che non è mai stato realizzato — che è oggi una delle massime attrazioni per i turisti che pagano per visitare la cattedrale.
Ma la grande Seu non è l’edificio di culto più antico della città. Il primato spetta infatti a Santa Eulalia che risale al 1236. Ed è qui che vengo a incontrare monsignor Antonio Alzamora che proprio questi giorni tiene delle conferenze sulla vita di Junípero Serra e di Ramon Lull, probabilmente i più noti maiorchini di sempre. Ed è un gioco del destino che la stessa casa natale di padre Antonio si trovi a Petra, a Barracar numero 1, «quella dove nacque Junípero Serra è a barracar numero 6! Ho respirato la stessa aria e ho calpestato la stessa terra di Junípero!», mi dice Antonio Alzamora sorridendo quando lo incontro nel suo austero studio all’interno della vecchia parrocchia.
Ma la grande impresa di Junípero Serra non cominciò dall’isola di Palma, mi racconta padre Antonio, ma dalla lontanissima Russia.
«Fu il marchese Grimaldi — mi dice — che raccontando a Carlo III dell’impresa dell’esploratore Vitus Bering e della volontà della Russia di conquistare il Nordamerica, a mettere in moto quel processo che si concluse poi con l’evangelizzazione della California». Alzamora si riferisce ovviamente alla volontà di re Carlo III di finanziare la missione che vide Junípero Serra e altri frati francescani raggiungere prima il Messico e poi le coste del Nordamerica occidentale.
«A quel tempo il viaggio nelle Americhe era un’ossessione per i missionari, era l’orizzonte di ogni desiderio di martirio — puntualizza Alzamora — non esistevano più le colonne d’Ercole, il non plus ultra era ormai plus ultra!».
Ma per vedere concretamente quello che resta a Palma di Junípero Serra bisogna andare nel convento di San Francesco non molto distante da qui.
Nel 1229, quando re Giacomo I riconquistò l’isola di Maiorca dai musulmani già alcuni francescani lo accompagnavano nell’impresa. Questi religiosi nei primi decenni del soggiorno a Palma cambiarono continuamente alloggio all’interno della città. In un primo momento si stabilirono in un frutteto concesso da re Giacomo I, chiamato in arabo Riat Aboaddille Abnezac. Solo nel 1238 costruirono il loro primo convento accanto alla Porta Pintada proprio dove Giacomo era entrato in città. Rimasero lì per circa quarant’anni. Nel 1279 re Giacomo II concesse poi ai francescani il terreno dove verrà edificato l’attuale convento. Lo stesso Giacomo II, il 31 gennaio 1281, depose la prima pietra del convento che ospiterà la vocazione francescana del suo primogenito, frate Giacomo di Mallorca, che rinuncerà alla corona per professare nell’Ordine francescano.
«Per farsi un’idea dell’importanza che aveva il convento all’epoca basta guardare i numeri, allora qui vivevano 240 frati oggi ce ne sono appena 8», mi dice frate Gregorio Matteo che mi accompagna all’interno del convento di San Francesco. Frate Matteo ha vissuto molti anni a New York, e sarà proprio lui a occuparsi dei preparativi per la canonizzazione del frate maiorchino. Fra qualche settimana ripartirà per il nordamerica.
Entriamo nella stanza dove Junípero Serra insegnava filosofia. Junípero rimase qui per diciannove anni, qui studiò, e qui fece il professore. Ci sono ancora i paramenti che Junípero utilizzava, conservati benissimo dentro delle teche. C’è anche un gigantesco breviario che all’istante fa diventare frate Matteo lillipuziano, «ce ne sono altri 36 come questo — mi dice — doveva essere letto simultaneamente da tutti e duecento i frati radunati, per forza di cose doveva essere visibile molto bene anche da lontano».
Padre Serra arrivò qui a quindici anni, era molto basso di statura, e uno dei compiti di quello che sarà il conquistador de la California, fu proprio quello di voltare le pagine del grande breviario, «e vista la bassa statura sarebbe stato in punta di piedi, apparendo quasi buffo agli altri frati che lo osservavano», commenta scherzosamente frate Matteo.
Oggi nel convento vivono centinaia di studenti. Ma i corridoi sono calpestati anche da turisti, scolaresche e comitive varie che fanno tutti tappa qui. Dopo la visita all’immensa cattedrale e all’Almudaina (il palazzo moresco) il convento è infatti una delle tappe irrinunciabili dell’isola che tuttavia resta più nota ai giovani per le sue eccentriche discoteche estive che non per la sua straordinaria eredità culturale.
L'Osservatore Romano

*

America, l’epopea di frate Junípero Serra. Intervista al professor Guzmán Carriquiry, vicepresidente della Pontificia Commissione per l’America Latina 
Vatican Insider 
(Alver Metalli) Inizia a Roma, il 2 maggio, il viaggio negli Stati Uniti di papa Francesco. Prima tappa: Il Collegio nordamericano -- Il viaggio americano di papa Francesco inizierà nel pomeriggio di sabato 2 maggio quando uscirà da Casa Santa Marta e percorrerà le poche (...) 

X Assemblea Nazionale e la XVII Fraternità dei Comitati Regionali di Servizio del Rinnovamento nello Spirito Santo


300 responsabili del Rinnovamento nello Spirito a Tivoli

Da domani al 3 maggio, la X Assemblea Nazionale e XVII Fraternità dei Comitati Regionali di Servizio del RnS. Presenti i cardinali Turkson e Baldisseri


Si terrà a Tivoli, dal 1° al 3 maggio 2015, la X Assemblea Nazionale e la XVII Fraternità dei Comitati Regionali di Servizio del Rinnovamento nello Spirito Santo, sul tema «Gesù chiamò a sé quelli che voleva, perché stessero con lui e per mandarli (cf Mc 3, 13-14) – La gioia di stare con Gesù è sempre “gioia missionaria”!».
L’Incontro – aperto al Comitato Nazionale di Servizio, ai Coordinatori regionali e ai Comitati Regionali di Servizio, ai Coordinatori Diocesani, ai Delegati Nazionali dei Servizi e Ministeri – è un appuntamento annuale, statutario, di particolare importanza nella vita del Movimento. In particolar modo, vedrà la partecipazione di oltre 300 responsabili del Movimento eletti con i rinnovi degli Organismi pastorali di servizio per il prossimo quadriennio 2015 – 2018 ai vari livelli (nazionale, regionale e locale).
L’incontro sarà occasione di discernimento e di verifica del cammino in corso, di approfondimento delle linee di programma che guideranno la chiamata e la missione del RnS. Tra i vari temi all’ordine del giorno, sarà dato spazio alla XXXVIII Convocazione Nazionale del RnS con Papa Francesco, che si terrà a Roma il 3 e 4 luglio 2015 e all’VIII Incontro Mondiale delle Famiglie di Philadelphia.
Nel corso delle tre giornate interverranno, tra gli altri: il card. Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; il card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei Vescovi; Salvatore Martinez,presidente nazionale del RnS; don Guido Pietrogrande sdb, consigliere spirituale nazionale; altri membri del Comitato nazionale di Servizio del RnS. 
"Il nuovo 'corpo comunitario' di responsabili neo eletti – ha dichiarato Martinez – sarà protagonista della X Assemblea Nazionale e della XVII Fraternità dei Comitati Regionali di Servizio del RnS. Il tema che ci guiderà ha conseguenze nette: o missionari o dimissionari! Non c’è spazio per estasi comunitarie o estetismi teologici. Chi sa 'stare con Gesù', non può che stare in mezzo ai fratelli. Solo così la nostra fede passa dalla comunione alla condivisione".
"Vogliamo partire da questa imprescindibile verità evangelica - ha aggiunto il presidente nazionale - perché solo facendoci missionari nel RnS, a servizio dei fratelli nei nostri Gruppi e Comunità, potremo essere dinamici missionari nel mondo, nella storia, avanguardia di quella 'Chiesa in uscita' invocata da Papa Francesco e da Lui continuamente convocata alla scuola dello Spirito Santo".
Quindi, ha concluso, "vogliamo disporci ad un servizio ancora più attento e diffuso a vantaggio di coloro che non conoscono Gesù, Lo attendono, soffrono e muoiono sotto i nostri occhi appagati e indifferenti. Desideriamo intensificare il nostro impegno a favore degli ultimi, dei più poveri, come richiestoci dal Papa lo scorso anno allo Stadio Olimpico. E in vista della nostra prossima Udienza speciale con il Santo Padre, venerdì 3 luglio, ribadire la nostra ferma volontà di essere a servizio del Vangelo, nella gioia dello Spirito Santo".

Udienza di Papa Francesco ai Membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica.



Udienza di Papa Francesco ai Membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica. "La causa dell’unità non è un impegno opzionale e le divergenze che ci dividono non devono essere accettate come inevitabili" 
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, English] 
Alle ore 11.15 di questa mattina, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica.
Cari fratelli in Cristo,
È per me una gioia incontrare voi, membri della Commissione Internazionale anglicana-cattolica. In questi giorni siete riuniti per una nuova sessione del vostro dialogo, che sta attualmente studiando la relazione tra Chiesa universale e Chiesa locale con particolare riferimento ai processi di confronto e di decisione sulle questioni morali ed etiche. Vi do il mio cordiale benvenuto e vi auguro un incontro fruttuoso. 
Il vostro dialogo è frutto dello storico incontro, avvenuto nel 1966, tra Papa Paolo VI e l’Arcivescovo Ramsey, che dette avvio alla prima Commissione Internazionale anglicana-cattolica. In quella occasione, entrambi pregarono fiduciosi affinché si realizzasse «un serio dialogo che, fondato sui Vangeli e sulle antiche tradizioni comuni», potesse condurre a «quella unità nella verità per la quale Cristo ha pregato» (The Common Declaration by Pope Paul VI and the Archbishop of Canterbury Dr Michael Ramsey, Roma, 24 Marzo 1966).
Ancora non abbiamo raggiunto tale obiettivo, ma siamo convinti che lo Spirito Santo continua a spingerci in quella direzione, nonostante le difficoltà e le nuove sfide. La vostra presenza oggi è indice di quanto la tradizione di fede e la storia condivise da anglicani e cattolici possano ispirare e sostenere i nostri sforzi nel superare gli ostacoli che si frappongono alla piena comunione. Consapevoli dell’importanza delle sfide che ci attendono, con realismo siamo fiduciosi che riusciremo a compiere insieme ancora molti progressi.
Tra breve pubblicherete cinque dichiarazioni comuni prodotte finora nella seconda fase del dialogo anglicano-cattolico, accompagnate dai relativi commenti e risposte. Mi congratulo con voi per questo lavoro. Esso ci ricorda che le relazioni ecumeniche ed il dialogo non sono elementi secondari della vita delle Chiese. La causa dell’unità non è un impegno opzionale e le divergenze che ci dividono non devono essere accettate come inevitabili. Alcuni vorrebbero che, dopo cinquant’anni, ci fossero risultati maggiori quanto all’unità. Nonostante le difficoltà, non possiamo lasciarci prendere dallo sconforto, ma dobbiamo confidare ancora di più nella potenza dello Spirito Santo, che può sanarci e riconciliarci e fare ciò che umanamente sembra impossibile. Esiste un legame forte che già ci unisce, al di là di ogni divisione: è la testimonianza dei cristiani, appartenenti a Chiese e tradizioni diverse, vittime di persecuzioni e violenze solo a causa della fede che professano. Il sangue di questi martiri nutrirà una nuova era di impegno ecumenico, una nuova appassionata volontà di adempiere il testamento del Signore: che tutti siano una cosa sola (cfr Gv 17,21). La testimonianza di questi nostri fratelli e sorelle ci esorta ad essere ancora più coerenti con il Vangelo e a sforzarci di realizzare, con determinazione, ciò che il Signore vuole per la sua Chiesa. Oggi il mondo ha urgentemente bisogno della testimonianza comune e gioiosa, dei cristiani, dalla difesa della vita e della dignità umane alla promozione della pace e della giustizia.
Invochiamo insieme i doni dello Spirito Santo, per essere in grado di rispondere coraggiosamente ai “segni dei tempi”, che chiamano tutti i cristiani all’unità e alla testimonianza comune. Possa lo Spirito ispirare abbondantemente il vostro lavoro.
Inglese
Dear Brothers and Sisters in Christ,
1. It is a pleasure to be with you, the members of the Anglican-Roman Catholic International Commission. In these days you are gathered for a new session of your dialogue, which is now studying the relationship between the universal Church and the local Church, with particular reference to processes for discussions and decision making regarding moral and ethical questions. I cordially welcome you and wish you a successful meeting.
Your dialogue is the result of the historic meeting in 1966 between Pope Paul VI and Archbishop Ramsey, which gave rise to the first Anglican-Roman Catholic International Commission. On that occasion, they both prayed with hope for "a serious dialogue which, founded on the Gospels and on the ancient common traditions, [would] lead to that unity in truth for which Christ prayed" (The Common Declaration by Pope Paul VI and the Archbishop of Canterbury Dr Michael Ramsey, Rome, 24 March 1966).
We have not yet reached that goal, but we are convinced that the Holy Spirit continues to move us in that direction, notwithstanding new difficulties and challenges. Your presence here today is an indication of how the shared tradition of faith and history between Anglicans and Catholics can inspire and sustain our efforts to overcome the obstacles to full communion. Though we are fully aware of the seriousness of the challenges ahead, we can still realistically trust that together great progress will be made.
2. Shortly you will publish five jointly agreed statements of the second phase of the Anglican-Roman Catholic dialogue, with commentaries and responses. I offer my congratulations for this work. This reminds us that ecumenical relations and dialogue are not secondary elements of the life of the Churches. The cause of unity is not an optional undertaking and the differences which divide us must not be seen as inevitable. Some wish that, after fifty years, greater progress towards unity would have been achieved. Despite difficulties, we must not lose heart, but we must trust even more in the power of the Holy Spirit, who can heal and reconcile us, and accomplish what humanly does not seem possible. 3. There is a strong bond that already unites us which goes beyond all divisions: it is the testimony of Christians from different Churches and traditions, victims of persecution and violence simply because of the faith they profess. The blood of these martyrs will nourish a new era of ecumenical commitment, a fervent desire to fulfill the last will and testament of the Lord: that all may be one (cf. Jn 17:21). The witness by these our brothers and sisters demands that we live in harmony with the Gospel and that we strive with determination to fulfill the Lord's will for his Church. Today the world urgently needs the common, joyful witness of Christians, from the defence of life and human dignity to the promotion of justice and peace. 

Together let us invoke the gifts of the Holy Spirit in order to be able to respond courageously to "the signs of the times" which are calling all Christians to unity and common witness. May the Holy Spirit abundantly inspire your work.

L'unità è la forza dei cristiani



Colloquio Internazionale Cristiani in Medio Oriente: quale futuro? Rappresentanti Religiosi e Politici in dialogo sul Medio Oriente. Andrea Riccardi: L'unità è la forza dei cristiani 
 Comunità di Sant'Egidio 

di Andrea Riccardi
Quale futuro per i cristiani in Medio Oriente? E' la domanda che ci poniamo in un momento drammatico per le comunità cristiane in Medio Oriente: la regione sta attraversando mesi terribili. Ieri abbiamo ascoltato alcune vivide testimonianze. Se è vero che c'è un conflitto durissimo tra musulmani (tra sunniti e sciiti, o tra sunniti di varie posizioni), esiste però una condizione particolare dei cristiani in Medio Oriente, da considerare come tale. Lo hanno detto i leader cristiani mediorientali da tempo: sta avvenendo uno sconvolgimento!
Tante volte, nella loro storia bimillenaria, i popoli cristiani d’Oriente hanno subito violenze, rischiando la loro esistenza. Ma questa volta si assiste a una drammatica pulizia etnica in intere regioni, che forse non ha paragoni nella storia e rappresenta quasi la fine di una storia. Vorrei ricordare, salutando Sua Beatitudine Chrisostomos, la dolorosa situazione di Cipro occupata.
Significativamente ricorre in questi giorni un centenario: la strage degli armeni e dei cristiani, cominciata il 24 aprile 1915, un disegno di pulizia etnica nazionalista che si servì del fanatismo religioso per distruggere crudelmente più di un milione e mezzo di armeni e di cristiani nell'impero ottomano. E’ Metz Yeghern, il Grande Male, degli armeni. Ma –per i siriaci o i caldei, troppo a lungo dimenticati- è Seyfo, il tempo della spada. Scomparve un mondo di convivenza (difficile ma reale) tra musulmani e cristiani nell'attuale Turchia, mentre Siria, Libano, Iraq e altri paesi divennero rifugio per i cristiani. Oggi –a cent’anni da quella storia- sembra che un ciclo si stia concludendo con esodi e stragi proprio da quelle terre. Qualcuno parla di un genocidio delle minoranze in Medio Oriente. E’ certo un martirio per tanti, costretti a lasciare le loro case o che perdono la vita per il fatto che sono cristiani.
Si badi bene: il martirio non è di chi cerca la morte o si dà la morte per uccidere gli altri. Il martirio è quello di chi –pur volendo vivere- non rinuncia alla propria fede e identità. E per questo viene eliminato. Resta una domanda senza risposta ragionevole: perché? Perché sono contro di loro? I cristiani sono miti, inoffensivi, laboriosi, abituati a vivere pacificamente con gli altri di diversa religione. Forse proprio questa realtà così pacifica risulta intollerabile per il totalitarismo islamico, che vuole costruire uno Stato musulmano integrale e oppressivo. Resta inquietante e senza giusta risposta la domanda: perché questi cristiani pacifici sono perseguitati? Questa domanda è, allo stesso tempo, un atto d’accusa e un grido di dolore contro la persecuzione insensata e implacabile.
Anche perché, nella lunga storia del mondo arabo, le minoranze cristiane hanno rappresentato una realtà di apertura e una garanzia di pluralismo, radicate in storie tanto antiche che risalgono a prima dell'islam. Nell’ecologia politica e sociale del mondo musulmano, anche in presenza di regimi chiusi, esse sono state un argine di fronte alle pulsioni totalitarie dell’islam. La loro eliminazione rappresenta un suicidio del pluralismo, che sarà pagato a caro prezzo dai musulmani stessi, specie dalle minoranze islamiche considerate eterodosse, gli sciiti, le donne, i giovani più globalizzati, i più laici. Sì, un suicidio, perché i cristiani hanno sempre dato un contributo importante alle età migliori delle società arabe, non fosse la rinascita, la Nahda. 
Un mondo sta scomparendo: è un dramma per i cristiani, un vuoto per le società musulmane, una perdita per l’equilibrio del Mediterraneo e per la civiltà. Avete vissuto la vicenda dolorosissima della Piana di Ninive, bimillenaria terra cristiana da cui sono stati sradicati i cristiani, in larga parte rifugiati in Kurdistan. C'è poi la vicenda della Siria, dilaniata da quattro anni di violenza e guerra. Aleppo, per cui abbiamo lanciato un appello fatto proprio dall'inviato dell'ONU ma –purtroppo senza significativi riscontri-, sta morendo in un cerchio di fuoco. Aleppo, patrimonio dell'UNESCO, crocevia secolare di convivenza e di scambi, si spegne sotto i bombardamenti, mentre chi può fugge. Era un luogo di convivenza, che ricordo con nostalgia e dolore per la sua vita dolce e tollerante. La guerra in Siria dura quasi come la prima guerra mondiale e produce un incredibile numero di profughi, che soffocano il Libano (1.500.000 su tre milioni di abitanti).
La domanda sul futuro dei cristiani in Medio Oriente si connette necessariamente con un quadro regionale di diffusa violenza e insicurezza per tutti, specie i gruppi minoritari. Che si può fare per i cristiani in questo quadro simile? Per una risposta efficace -ci sembra lo scopo di questo convegno- è necessario ascoltare le voci dei cristiani d'Oriente. Che pensano i cristiani d'Oriente riguardo al loro futuro? In questa prospettiva ringrazio il ministro italiano degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni, per la sua presenza a questo incontro. Come ringrazio mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati, da parte della Santa Sede, e degli altri rappresentanti dei ministeri degli esteri.
La maggioranza dei cristiani orientali – lo ha detto ieri monsignor Kawak – ha sempre pensato che, nei paesi arabi, le primavere portassero a conseguenze negative per la loro sicurezza, considerando garanzie migliori la persistenza dei regimi autoritari: per sopravvivere – ha aggiunto il patriarca Aphrem. Fin dal 2003, ha considerato la guerra all'Iraq un errore dirompente per quel paese. Una distanza di percezione tra i cristiani d’Oriente da una parte, l’Europa e l’Occidente dall’altra è evidente: non una divaricazione. L’Occidente, pur nelle sua articolazioni, ha la chiara consapevolezza che l’instabilità mediorientale apre gravi falle nell’equilibrio mediterraneo: pace e stabilità, il contagio terroristico, sono sue preoccupazioni. La Russia è una realtà rilevante in questo quadro, ed è parte della soluzione. Cari amici, per i problemi complessi, non ci sono soluzioni semplici.
Il tema quindi è: che succede all’islam e come reagire? Assistiamo a un conflitto mortale per la supremazia e la leadership nel mondo sunnita tra Turchia, Arabia Saudita ed Egitto. A ciò si aggiunge la sfida dell’islam sciita alla maggioranza sunnita. In questo contesto vengono schiacciate tutte le minoranze e si è creata un’area di instabilità gravissima. Si tratta di una situazione non nuova nella storia dell’islam: il caos, la fitna. Sappiamo quante guerre hanno diviso i musulmani, almeno fino all’avvento degli Ottomani. Tra gli stessi terroristi jihadisti c’è conflitto: come tra al Nusra (al Qaeda) e l’Isis e tant'altro. 
Chiunque vinca quella guerra (e non prevedo che la vinca alcuno), ne emergerà un mostro in mezzo alle macerie… I musulmani devono essere richiamati a diverse responsabilità. Bisogna parlare con loro il più possibile: con tutte le istanze. Devono essere coscienti che farsi la guerra coinvolge altri, coinvolge tutti, anche molto lontano. L’odio tra sciiti e sunniti e l’avversione all’interno dell’islam sunnita, sta deturpando il volto dell’islam secolare. Non possono pensare di prendere in ostaggio il mondo per le loro divisioni. Devono sapere che la loro reputazione cala nel mondo: c’è paura dell’islam ormai, di cui si teme la portata distruttiva, come ha detto anche il presidente Al Sisi.
Sappiamo che il popolo dell’islam soffre, desidera la pace ma la sua voce è coperta dai fautori dell’odio. Solo se la crisi tra musulmani troverà soluzione (o almeno tregua), solo allora potremo salvare la cristianità in Oriente e la stabilità nell’area, potremo avere meno rifugiati (che tanto ossessionano la politica europea) e fermare i foreign fighters. Non c’è una soluzione semplice per ciò che è complesso. Nessuno ha la bacchetta magica.
Resta la domanda sulle emergenze: cosa fare per i cristiani rifugiati in Kurdistan e negli altri paesi, tra cui la Turchia. Il recente meeting del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dedicato alle minoranze, il 27 marzo 2015, sotto impulso della Francia, è stato un importante segnale di attenzione, quando ha affermato che è una priorità il ritorno dei rifugiati nelle loro case. C'è qui l’angosciosa domanda rivolta ai leader cristiani dalle loro comunità e non da oggi: c’è un futuro nelle nostre terre o si deve emigrare? Ci vuole una riflessione a lungo termine sul futuro della regione e sullo spazio dei cristiani nell'area. Occorre trovare dei porti sicuri, dei safe haven per resistere, come sostengo da anni (e qui si è troppo avuto paura di costruire ghetti). E’ il compito della politica: negoziare con chi può e chi vuole per il futuro della cristianità in quelle terre, chiedere agli Stati (come l’Iraq) di garantire la sicurezza dei cittadini cristiani.
Il tema deve diventare parte dell’azione dei governi. Anche se non si tratta di rinverdire la protezione dei cristiani che ha fatto tanti danni. Creare delle zone di tregua in Siria, come Aleppo (per l’ONU la proposta è ancora sul tavolo). Aiutare specialmente il Libano (l’operazione Unifil voluta dall’Italia l’ha protetto, ma fino a quando?). C’è l’esigenza di rivedere la strategia in Siria. Occidente e l’Europa oggi non sono quelli ottocenteschi della protezione dei cristiani. Indubbiamente in Occidente è però cresciuta la sensibilità verso il dramma dei cristiani d’Oriente. In Oriente, si è creata una grande unità tra cristiani. Ma – mi chiedo – non è oggi necessario che, proprio in questa emergenza si trovi un modo di realizzare più incisivi interventi umanitari? Insomma il coraggio di azioni unitarie nel mondo globalizzato. L’unità (fra loro e con tutte le Chiese nel mondo) è la forza dei cristiani, in questa drammatica situazione di debolezza. Nella difficile situazione attuale, la speranza si coniuga con il realismo. La speranza viene da Dio – lo sappiamo. Non dall’Occidente. Ma questa speranza maturerà nuove condizioni di rapporti in Medio Oriente. Presto, sì, spero presto!

*