martedì 30 giugno 2015

Martedì della XIII settimana del Tempo Ordinario




E in questa vita, la tempesta è quasi continua, 
e la vostra barca sempre sul punto di affondare. 
Tuttavia, non dimenticatevi, io sono qui; 
con me, questa barca è insommergibile! 
Diffidate di tutto, e soprattutto di voi stessi, 
però abbiate in me una fiducia totale che scacci ogni inquietudine.

Charles de Foucauld

*
(DAL VANGELO SECONDO MATTEO 8, 23-27)
In quel tempo, essendo Gesù salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva.
Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!».
Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia.
*

La vita è una traversata per "passare all'altra riva", immagine del Cielo, solcando il mare che, spesso, nella Scrittura, è immagine della morte. La vita è, dunque, una Pasqua! Solo nella sua luce acquista senso e pienezza. E  proprio le "tempeste" definiscono la vita della Chiesa, della quale la "barca" è immagine. "tempesta" traduce l'originale greco che, letteralmente, significa “grande sisma”, usato anche nei racconti della crocifissione per il "terremoto" scoppiato alla morte di Gesù. Quella "barca" in mezzo ai marosi è dunque profezia della Croce di Cristo piantata sul Golgota e scossa dal terremoto. Sulla "barca" e sulla Croce le onde e le scosse sismiche sono il segno dello sconvolgimento innescato dal "sonno" di Gesù. Il suo "dormire", infatti, "sveglia" colui che, sino ad allora, aveva riposato tranquillo, sazio di anime. Al sopraggiungere del Signore il demonio si sente scoperto e vulnerabile. Per questo, quella "barca" non doveva arrivare in quel porto; Gadara, infatti, era in piena Decapoli, terra pagana, territorio del nemico. Gli abitanti vi si dedicavano al commercio dei maiali e all'usura. Impuri tra i più impuri, schiavi di satana che Gesù andava ad attaccare. Egli sapeva che Gesù "era venuto prima del tempo a tormentarlo", prima cioè che potesse preparare una controffensiva. Doveva difendersi e impedire a Gesù di compiere la sua missione. Quella "tempesta", dunque, non era come le altre; quel "vento" e quelle "onde" erano i rantoli di gelosia e ira del demonio e di chi ne è ingannato, che vorrebbe far annegare Gesù nella morte. Così è di ogni tempesta che infuria sulla "barca" di Gesù e Pietro, repentina come quelle che scoppiano sul mare di Galilea, e tanto "violenta che la barca si ricopre di onde". All'inizio è una brezza soave, ma poi rapidamente si fa vento gagliardo e le onde si alzano come bastioni insormontabili; infine, ecco le secchiate d'acqua, che una mano invisibile sembra rovesciare dentro la "barca". Così si insinua il demonio. E non basta averne l'esperienza; come Pietro, pur esperto del lago di Tiberiade, non poteva nulla contro l'infuriare della tempesta, neanche noi, pur essendo caduti tante volte nelle lusinghe e trappole del demonio da saperle riconoscere, abbiamo la capacità per resistere quando ci attacca con furia improvvisa. D'altronde, nessuna "tempesta" nella vita di un cristiano è davvero improvvisa: quella "barca" le attira, e proprio per questo Gesù continua a "dormire". La tempesta non lo sorprende; non si sveglia neanche quando la "barca" si riempie d'acqua. Lui aspettava quella tempesta, si era imbarcato per entrarci dentro; era un segno della sua incarnazione e una profezia del suo Mistero Pasquale. Soprattutto, sapeva che l'unico modo per passarci indenni era dormire; sapeva che il demonio vi si nascondeva, come in tutti gli avvenimenti della sua vita, e l'unico modo per compiere la sua missione sarebbe stato "reclinare il capo" sulla Croce per addormentarsi nella morte.

Gesù "dormiva" perché sapeva che per raggiungere Gadara - il mondo pagano dove eri, e sei, tu, dove è tua figlia e il tuo collega, tua nipote e il tuo vicino di banco - per raggiungere ogni uomo e liberarlo dal potere del demonio, doveva lasciare che le onde lo ricoprissero sino a togliergli la vita! Solo allora avrebbe potuto scovare il demonio a casa sua, nel suo quartier generale, e farlo saltare una volta per tutte, e così sterminare la "legione" con i suoi ufficiali e generali, rendendo impotente con la sua morte chi della morte aveva il potere, ovvero satana. Le parole che Egli usa per placare il mare sono, infatti, le stesse usate dagli evangelisti nei racconti degli esorcismi. Le stesse che, nella versione greca della Settanta, presentano il gesto di Yahvè che con l’onnipotenza della sua parola prosciuga le acque del Mar Rosso. Questa era la missione di Gesù, la stessa di Pietro e della Chiesa: "sciogliere" sulla terra quello che Lui ha sciolto per sempre. Gesù rivolge agli apostoli una domanda che potrebbe suonare beffarda: "perché avete paura?". Ma come, stiamo per affondare e tu ci chiedi perché abbiamo paura? Essi, come noi, erano "uomini di poca fede", non avevano compreso nulla di quello che stava accadendo. Perché la "fede" è entrare con Cristo nella tempesta e mettersi a dormire! E', concretamente, addormentarsi con Lui nella morte che ci attende ogni giorno, lasciando che le "onde ci ricoprano", perché - ed è il cuore del cristianesimo che batte nel Mistero Pasquale di Gesù - per "passare all'altra riva" occorre entrare nella tempesta. Per avere la vita in abbondanza bisogna perderla; per vivere bisogna morire. Non a caso "passare" in ebraico si dice HBR, da cui deriva “ebreo”; essi sono i fratelli maggiori, sul cui “passare” dall'Egitto alla Terra Promessa siamo stati innestati: “Dietro Gesù … l’evangelista … desidera che risuoni nelle orecchie dei discepoli il nome di “ebreo”. Desidera che i suoi ascoltatori abbiano l’intelligenza dell’indispensabile coesione della loro vita. Essi debbono attraversare fisicamente, concretamente, il mareAllora l’evangelista forma in greco un verbo nuovo, “diegeiro”, per dire svegliare. Impossibile da tradurre letteralmente, questo verbo ha l’accento ebraico di “passare”. Dunque, i discepoli che sono nella barca di Gesù lo svegliano… Lo chiamano…. E quando si sarà “svegliato sarà passato di là”, e tutte le cose si saranno placate, quando ci sarà la calma, l’evento non finirà lì. La “traversata” continuerà con la domanda di Gesù, alla maniera della Torah… ”Dove sei?”. Gesù dirà: “Uomini di poca fede, perché avete paura?”, Come dire: “Ebrei, dove siete? Avete dimenticato di sentire il vostro nome? Avete dimenticato il vostro nome, la vostra vita?” (M. Vidal). La stessa domanda, oggi, prorompe nella nostra vita: “Perché avete paura?”, "non avete ancora fede"? Di fronte alle "tempeste" che si abbattono su di noi siamo terrorizzati perché siamo senza discernimento; abbiamo perduto la memoria del nostro "nome" e della nostra origine. Come gli apostoli, sopraffatti dalle onde che scuotono la carne facendole lambire la morte, abbiamo dimenticato Chi ci ha "ordinato" di "passare all'altra riva". Il primo attacco del demonio, subdolo e astuto, ci ha centrati in pieno: maestro del rimestare nei ricordi per scombinarli al punto di far perdere il filo di Grazia che li lega, ci ha sottratto il ricordo della nostra chiamata. La nostra vita ha origine, senso e compimento nelle parole con le quali Gesù ci ha chiamato a "passare" con Lui "all'altra riva". Non lo abbiamo scelto noi, probabilmente neanche lo desideravamo. Noi siamo "nel mondo" proprio perché non siamo "del" mondo! L'attitudine degli apostoli nostra emersa nella "barca" è ben descritta da Peguy, amaro e crudo come sempre: "Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio. Poiché non sono dell’uomo credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio". Non amiamo nessuno, per questo abbiamo paura. Come gli apostoli, forse non siamo ancora pronti a morire con Lui. Anche gli apostoli, pur chiamati, avevano bisogno della "fede" per compiere la loro missione! Erano, secondo il greco originale, "oligopistoi": avevano solo un po' di fede, nel senso che era ancora acerba, doveva crescere... Come noi, erano incapaci di riconoscerlo nella tempesta. Senza fede non capiamo che proprio perché "dorme" ci ama come nessuno. "Dorme" e non ferma le guerre. "Dorme" e non guarisce il cancro di mio padre. "Dorme" e non cambia il carattere di mio marito. "Dorme" e non dà un lavoro a mio figlio. "Dorme" perché non mi ama... "Uomo di poca fede", non hai capito nulla! Gesù "amava Lazzaro", eppure si è fermato ancora due giorni dove si trovava senza scendere da lui ammalato, quasi aspettando che l’amico morisse. E quando infatti Lazzaro si “addormenta” Gesù dice ai suoi discepoli di essere felice per loro di non essere stato dall’amico, “affinché possano credere”. E proprio per crescere nella fede e "poter credere" stiamo "nella barca" come nell'utero della Chiesa, e questo è l'importante. Dio è fedele, e ha misericordia di noi, ha pazienza, sa che un giorno, daremo la vita per Cristo e la salvezza degli uomini; come gli apostoli che, rimanendo le stesse identiche persone, una volta pieni di Spirito Santo, invece di impaurirsi, si sono "addormentati" nel martirio! Gesù ci vede nella "barca" con Lui pieni di pura, ma guarda oltre, alle persone alle quali saremo inviati; ci vede tra qualche anno, in quella situazione nella quale daremo testimonianza al vangelo, anche a costo della vita. Per questo oggi Gesù si "desterà" ancora una volta a "sgridare i venti e i mari" perché torni la "bonaccia" nella nostra vita. Alla paura che ci fa sentire "perduti" di fronte alla Croce ascolterà ancora e sempre la nostra preghiera, e calmerà le tempeste: nella Chiesa, durante la gestazione dell'uomo nuovo, ci darà ancora segni della sua risurrezione su cui appoggiare la nostra "fede" che deve crescere, per divenire adulta e farci discernere nella tempesta il risveglio di satana nel campo della missione. 

lunedì 29 giugno 2015

Non sei mia sorella


sisters_day_016
di Cristina Righi
A guardar bene anche l’inno nazionale  comincia così ,”Fratelli d’Italia…”, perché, in effetti, gli italiani appartengono tutti al medesimo popolo,  ma ho sempre creduto, ancor prima di rifletterci, che non ci fosse alcuna ragione per non pensare di essere tutti fratelli o sorelle. Eppure, spessissimo, vengo smentita. Chi sono i fratelli e chi sono le sorelle? Bisogna per forza “appartenere” affinché possiamo ritenerci fratelli?
Occorre necessariamente dire una parola d’ordine o compiere un gesto di riconoscimento (talvolta criptato) per dire che, essendo fratelli tra noi tutto sarà un accordo da rispettare?
La parola FRATER, parallelo al sanscrito BHRATHAR, deriva dalla radice Bhar che significa sostenere, nutrire. I fratelli sono dunque persone legate da una relazione profonda che non sempre pronuncia il proprio nome ma che viene sempre rinnovato. È un patto naturale antico e potente che affonda radici in un sodalizio di sostegno e crescita, quasi come un punto d’appoggio che permette addirittura di spostare insieme la terra e persino il cielo. Che meraviglia questa radice maschile e femminile dell’esperienza creativa: fratello e sorella.
Non esiste un genere neutro quanto piuttosto una collettività, perché diremo fratelli per comprendere generalmente tutta l’umanità. Come quando si dice uomo per intendere l’essere umano. Sono forse io il custode di mio fratello?
San Francesco chiamò fratello o sorella ogni cosa, tutto: fratello sole, sorella Luna,fratello Vento, sorella Acqua, fratello fuoco, sorella terra fino all’ultima, la più eletta, la nostra sorella morte. Tutta la creazione respira di un profumo fraterno!
È come se fossimo intessuti di una parentela circolare. Eppure, accade che, spesso, tu non sei mia sorella. Ma come? Ci si incontra magari tutte le estati, nello stesso posto di mare, oppure nei medesimi  luoghi di lavoro, di svago, ci si vede al supermercato, addirittura tutti i giorni si celebra la stessa messa ( perché i sacramenti si celebrano), ci si racconta tante esperienze;  si è vero non ci si conosce moltissimo però, il fatto è che un un giorno, diverso per molti, comunque un giorno, ha avuto inizio il cammino della propria vita partendo dallo stesso identico  “starter”: il fonte battesimale!
Poi addirittura ci incontriamo sempre in parrocchia perché ognuno ha i propri servizi, magari non ci salutiamo proprio perché non ci conosciamo personalmente ma, caspita, siamo sorelle! Mah, no, guarda, davvero non sei mia sorella.
Ti dico che ti sbagli, noi si che lo siamo perché, di sicuro abbiamo uno stesso Padre, colui che ci ama così come siamo e ci ha chiamato suoi figli, dunque, credimi, siamo sorelle. Il fatto è che io non ti conosco, e, in questo momento non ho tempo di conoscerti. Ecco il problema, ecco l ‘origine di questa distanza.
Siamo  terribilmente soli e io, non posso essere tua sorella perché tu hai paura di perdere te stessa. Tu non sei mia sorella perché le tue ferite sono più grandi della possibilità di vederle medicate.
Tu non sei mia sorella perché ti vedi peggiore di me.
Tu non sei mia sorella perché forse non riesci ad avere figli e non sopporti il chiasso e il disordine che  spesso procurano  i miei di figli.
Tu non sei mia sorella perché non sei capace di sorridere, o non puoi sorridere perché i tuoi problemi sono irrisolvibili e incondivisibili.
Tu non sei mia sorella perché ti hanno abituato a non fidarti….e se poi avrai ragione? Se ti deluderanno?
Tu non sei mia sorella perché il rischio di competere rende impossibile la tua capacità di vulnerabilità.
Tu non sei mia sorella perché l’eventualità di un attacco opacizza le tue armi difensive e non riesci ad avere più opinioni e punti di vista.
Meglio non conoscere, non rischiare, non posso permettere di avere una sorella, meglio evitare e rinchiudermi nel mio piccolo guscio.
Tu non sei mia sorella perché piano piano mi scoprirai, toglierai le mie spine, passerai per quelle ferite e cercherai di darmi consigli. Se lo farai forse potrai aiutarmi ad affondare nelle mie radici ed estirpare quelle malate,e, così facendo comincerà a sgorgare linfa vitale per le foglie aride della mia vita. In questo modo tornerò a scoprire che uno spiraglio di vita sta illuminando qualcosa. Torneranno i ricordi che non potrò cancellare perché il passato rimane indelebile ma saranno guariti, plasmati, amati e perdonati. Comincerà a risplendere il sole, a germogliare la pianta del mio giardino che da tempo era appassita. Il deserto fiorirà!
Il lutto si cambierà in gioia, il lamento diventerà danza, la veste di sacco sarà un abito dei più preziosi e la mia bocca canterà senza posa. Ma tutto questo mi terrorizza, o meglio, mi denuda, mi costringe ad abbandonarmi. Non credo di riuscire a farcela. Però certo, se il mio sguardo andasse oltre potrei invece pensare che…..
TU SEI MIA SORELLA perché ti aspettavo da tempo, non ci conoscevamo ma, in un battito d’ali siamo diventate le parenti più strette.
Non si è fratelli o sorelle perché si appartiene a qualche cosa ma perché si è figli dello stesso amatissimo Padre che ci ha fatto così diversi perché ad ognuno liberamente ha consegnato talenti, doni, regali di ogni genere perfettamente adeguati alla specialità di ciascuno.
Il nostro essere fratelli è la condizione necessaria del superamento di una sindrome, quella del figlio unico. Perché un conto è essere figli unici, un conto è voler rimanere figli unici. Il figlio unico è colui che non riconosce la presenza dell’altro e, se lo fa, spesso è una modalità di comportamento. Ad esempio, quante volte siamo stati accolti persino in una comunità di preghiera con sorrisi smaglianti, con dichiarazioni di amore del tipo: “ieri che non sei venuto all’incontro mi sei mancato da morire” e poi, quante volte siamo stati cercati dopo tanto tempo che non frequentavamo più il nostro gruppo? Ecco questa potrebbe essere una modalità da figlio unico e qui viene in soccorso il nostro cuore. Siamo fratelli nonostante tutto o soltanto se saremo gratificati da quelle “dichiarazioni d’amore”?
Siamo fratelli in parrocchia anche se non ci siamo mai salutati perché davvero non ci conosciamo o lo siamo solo se ci accomunano gli stessi modi di sentire,pensare,pregare o parlare in sordina degli altri esseri umani? Siamo fratelli nelle sante alleanze o nella false comunanze? Siamo fratelli quando condividiamo le nostre vite per il desiderio del bene altrui o per gratificare i nostri responsabili ( chiunque essi siano)?
Che cosa significa per noi avere in comune un Padre? In che cosa soprattutto noi ci sentiamo figli?
Grazie Signore perché mi hai adottato come figlio, grazie perché la tua paternità per me è necessaria. Tu mi insegni a camminare, tu mi aiuti a mettere un piede dopo l’altro soprattutto quando spesso manca la mattonella d’appoggio. Grazie perché mi aiuti a fidarmi di me stesso e degli altri. Grazie perché come Padre mi mostri la sapienza e la capacità di guardare a chiunque altro che, a sua volta è stato adottato come figlio, cioè è mio fratello. Grazie perché, quando io penso che tu preferisci gli altri e mi tratti peggio, mi ricordo che, essendo fratelli, tu non farai ingiustizie ma dipenderà da me comprendere l’amore che nutri verso tutti. Dunque saprò attendere un momento diverso perché, un genitore, quando apparentemente sembra che stia preferendo un figlio, in realtà sta solo curando le debolezze del momento e, contando sulle maggiori forze dell’uno, tralascerà qualcosa per ridonarlo al momento opportuno.
Figuriamoci tu, Padre che sei Amore Onnipotente, ricco di Amore e Tenerezza che le nostre parole non possono e non devono neppure immaginare, con quale perfezione curi e custodisci ogni tua singola creatura. Per questo nessuna gelosia tra fratelli, nessuna invidia tra fratelli, nessuna competizione tra fratelli, nessuna condanna tra fratelli, nessun odio tra fratelli, nessun risentimento, nulla, perché, i figli di un Padre perfetto contano su di Lui, e se io sono la sua specialissima figlia a cui non sarà tolto neppure un capello, cosa sono tutti gli altri esseri umani viventi di tutta questa terra? La stessa identica cosa: figli dello stesso Padre, cioè i miei fratelli!
LUCA 21,10 Poi disse loro: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, 11 e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome.13 Questo vi darà occasione di render testimonianza. 14 Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15 io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. 16 Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;17 sarete odiati da tutti per causa del mio nome. 18 Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.
Se penso al matrimonio trovo nell’essere figli ,dello stesso meraviglioso Padre, una fratellanza particolare che è quella dell’essere entrambi a sua immagine. E in questa fraternità, cioè nella condivisione più profonda dell’adozione a figli, diventando una sola cosa l’uno con l’altra ecco che dei due siamo uno, fratello e sorella in Cristo, coniugati dall’amore del Padre.
Caro fratello o sorella che leggi, ovunque tu sia e in qualunque condizione tu ti stia trovando ricorda che tuo Padre è per te e anche io sono per te, per la tua solitudine, per la comune salvezza perché noi siamo  preziosi e non possiamo permetterci di rimanere soli.
Ecco perché, tu sei mia sorella!

Programmati per essere “orfani”



I dolorosi paradossi dell’eterologa raccontati dai figli. 

di Benedetta Frigerio
Che cosa prova un figlio quando scopre di essere stato concepito con la fecondazione eterologa? Lo hanno descritto al Daily Mail tre donne nate in provetta: Emma, Joanna e Christine. Quando il padre di Joanna Rose, a 8 anni, le disse che lui non era il suo genitore biologico, ma che era stata concepita grazie a un donatore di sperma anonimo, la notizia la segnò in molti modi.
MANCANZA E DISAGIO. Prima di tutto la piccola Joanna si sentì in colpa e disse all’uomo che credeva essere il suo padre biologico: «Non preoccuparti, sei l’unico padre che conosco e ti voglio bene». Poi però cominciò a sentire una mancanza nella sua vita e anche, paradossalmente, l’ostilità di chi non voleva comprendere questo disagio. «Ci dicono che senza la donazione dei gameti non saremmo qui e che quindi dobbiamo essere d’accordo», racconta. «Veniamo cresciuti secondo un copione che deve essere imparato e interiorizzato su quanto siamo stati voluti e su quanto dovremmo essere grati per il fatto di essere vivi. Ma gli altri bambini non subiscono pressioni per esprimere questa gratitudine».
«SENSO DI TRISTEZZA». Ma il trauma di Joanna è più profondo. Infatti, aveva sempre percepito inconsciamente che nella sua famiglia mancasse qualcosa, dato che il padre «aveva un atteggiamento ambivalente: una volta entusiasta, un’altra freddo». Questo ha prodotto in lei molti disagi, fra cui la depressione e la bulimia: «Vivevo con un profondo senso di tristezza (…). È difficile essere orgogliosi di sé e delle proprie origini quando non sai nulla di queste origini per quanto riguarda un genitore». Secondo la donna, che oggi ha 42 anni, tutti gli adulti concepiti tramite fecondazione artificiale cercano le proprie radici come spinti da una «fame», da «qualcosa di totalmente viscerale».
UN PROMEMORIA VIVENTE. Anche Christine Whipp, oggi sessantenne, è nata da un donatore di sperma perché suo padre era sterile. Lo scoprì solo a 40 anni e allora capì perché «avevo dubbi assillanti sulla mia identità fin da quando ero piccola. Ho sempre percepito che mia madre non mi sopportasse. Penso che tutta la mia esistenza sia stata un continuo promemoria [per i miei genitori] del fatto che le cose non fossero andate in modo normale: una coppia felice che si ama, si sposa e fa bambini».
IL PARADOSSO. Christine, che oggi è «arrabbiata» per tutte le menzogne che le sono state raccontate per anni, sottolinea un paradosso del mercato che produce bambini in provetta: «Quando senti di un bambino che perde il padre in un incidente o in guerra, pensi: “È terribile, crescerà senza conoscere suo papà”. Ma quando questa situazione viene architettata deliberatamente attraverso il concepimento con eterologa, parliamo di “costruzione moderna di famiglia” e diciamo: “Ma che carino!”. Peccato che non sia carino per i figli che crescono, allo stesso modo, senza conoscere uno dei loro genitori».
«ATTO DI CRUDELTÀ». Emma Cresswell, inglese di 27 anni, scoprì la verità su di sé, nata insieme ad altri due gemelli, a 19 anni: «Non sono tuo papà», si sentì dire dall’uomo che l’aveva cresciuta, durante una discussione accesa con lui. Anche Emma sottolinea che «guardando indietro, aveva senso perché era stato assente dalle nostre vite dall’età di 13 anni e si dimenticava i nostri compleanni». Emma decise di cambiare cognome e prendere quello della madre. Come mai? Christine lo spiega così: «C’è qualcosa di profondo e innato nel legame di sangue che condividi con qualcuno», perciò «dico alle persone di non avere bambini tramite la fecondazione eterologa. Credo sia egoista, un atto di crudeltà privare deliberatamente i bambini della conoscenza di parte del proprio patrimonio naturale».
44 MILA BAMBINI. Oggi anche la madre di Joanna la pensa allo stesso modo: «Mia mamma mi disse che allora le sembrava la cosa assolutamente giusta da fare. Ma ora capisce che fu una decisione egoista». Solo in Inghilterra, negli ultimi 20 anni sono nati 44 mila bambini con la fecondazione eterologa. «C’è molta frenesia riguardo al tema di come le persone possono avere figli – ha dichiarato al Daily Mail la dottoressa Rachel Andrews, psicologa della famiglia – ma è solo più tardi che si arriva a scoprire ciò che questo processo significa davvero per i figli, molti dei quali oggi sono adulti».

Tempi

«Inaccettabile» opporsi al regime politically correct?



di Luigi Amicone
Se volete sapere cosa c’è nel catalogo di Ivan Scalfarotto, militante Lgbt e sottosegretario Pd nel governo Renzi, che dichiara «inaccettabile» la piazza delle famiglie, prendete fiato e correte a leggere l’intervista della nostra Benedetta Frigerio a Geoffrey Alderman su tempi.it. Ebreo britannico e professore di storia alla University of London al Touro College di New York, ci ha fatto un elenco impressionante di persone perseguitate, arrestate, licenziate, messe all’indice in Gran Bretagna, grazie alle leggi conseguenti al riconoscimento del “same-sex marriage”.
Infatti, cosa c’è nel “mondo nuovo” dei “diritti” e delle leggi secondo l’agenda gay? Per esperienza – nei fatti, solo fatti – evidenziati dallo stesso Alderman, c’è solo prepotenza ideologica e Stato di polizia. Come governano? «Con la paura: per silenziare i dibattiti basta accusare gli altri di omofobia. È l’imposizione del “politically correct”. Il fascismo serve a controllare le persone». Vi è più chiaro adesso a cosa servonopiazze come quelle viste a Roma sabato 20 giugno?
«Inaccettabile» è dunque chiunque si opponga al fascismo del politicamente corretto. Ma perché l’Italia non si è ancora adeguata alla linea Usa e Ue in materia? È un grave imbarazzo per il complesso di posizioni dominanti in Occidente che Roma non sia ancora capitolata davanti al rimpiazzo della ragione con l’eccitazione emotiva e allo svalvolamento dell’educazione del popolo per lasciar posto all’istruzione di una folla solitaria di Peter Pan che hanno imposto leggi e impregnato il marketing delle aziende multinazionali.
Marxismo e fascismo si sono presi per mano trascolorando le loro bandiere nei vessilli arcobaleno di una utopia non meno mortifera delle “idee assassine” del secolo scorso. Utopia in cui l’indifferenza sessuale viene presentata come il più puro archetipo dell’amore e perciò come “diritto dell’amore ad avere figli”. Sventrare nella testa dei bambini e della società non il dato “tradizionale” e lo “stereotipo”, ma il fatto evidente e reale che “famiglia” è un uomo e una donna e che solo da un uomo e una donna scaturisce l’avvenimento della natalità, è il supremo tentativo del potere di strappare l’umano al mistero e il mistero dalla vita umana. È seminare vento per raccogliere tempesta. Menzogna che genera violenza.
Nessuno però potrà dire che siamo stati in silenzio. E che non ci sia stato in Italia un popolo che aveva capito tutto. Ma dove sono i sapienti? Dove i giornalisti, gli intellettuali, la gente perbene e famosa, di cultura e di giustizia, di intrattenimento tv e di politica, cinica omologazione, per “sondaggio” e per paura? Dove sono tutti costoro quando il nuovo fascismo comunica per bocca di un sottosegretario di governo – e del governo presieduto da un cattolico, un boy scout, un gentile e simpatico gran comunicatore – che «è inaccettabile» che il popolo scenda in piazza per dire democraticamente e pacificamente la verità, nient’altro che la verità?

Tempi

«E' in agenda un incontro tra il Pontefice e il Patriarca».



 Intervista al Metropolita ortodosso Hilarion Alfeyev 


(Massimo Franco) Il Metropolita ortodosso Hilarion Alfeyev è una sorta di "ministro degli Esteri" del Patriarcato di Mosca: uno degli strateghi della possibile rappacificazione tra cattolicesimo e ortodossia.  "Non è in agenda una visita di papa Francesco a Mosca - dice al Corriere - . E' in agenda un incontro tra il Patriarca Kirill e il Pontefice". Il conflitto in Ucraina può diventare la Terza guerra mondiale. La Russia tra i pochi schieratisi contro i massacri in Medio Oriente.
"Non è in agenda una visita di papa Francesco a Mosca . E' in agenda un incontro tra il Patriarca Kirill e il Pontefice". Penso che avverrà in un Paese neutrale, che significa né a Mosca né a Roma. Si sono già offerti per ospitarlo diversi Paesi. Cito Austria e Ungheria. Ma non voglio né posso dire se avverrà nel 2015. La mia speranza è che siano questo Papa e questo Patriarca a riconciliarsi". Il Metropolita ortodosso Hilarion Alfeyev parla a voce bassa, in un inglese fluente, con una leggera inflessione russa. E' una sorta di "ministro degli Esteri" del Patriarcato di Mosca: uno degli strateghi di una rappacificazione che cattolicesimo e ortodossia inseguono dopo uno scontro teologico che dura da secoli; e che si sta cercando di rendere possibile quanto prima. Hilarion, 49 anni a luglio, spiega quello che unisce le due confessioni cristiane, e quello che ancora le divide. Abbozza un'analisi della situazione mondiale che suona come una critica radicale al "secolarismo europeo" e alla sua "indifferenza" rispetto alla tragedia dei cristiani del Medio Oriente. E avverte che il conflitto in Ucraina rischia " non di portare a una nuova Guerra fredda, ma a qualcosa di peggio: ad una Terza guerra mondiale".
Eminenza, rispetto agli ultimi anni sono migliorati i rapporti tra Patriarcato di Mosca e Vaticano?
"Posso dire di sì. C'è stata un'evoluzione positiva a partire dal pontificato di Benedetto XVI, che ho incontrato molte volte. E anche con papa Francesco ci siamo visti già in quattro occasioni. Abbiamo esaminato le rispettive priorità e ho trovato Papi molto bene informati e altrettanto ben disposti".
Vede una continuità tra Benedetto XVI e Francesco?
"Certamente"
Pensa che aiuti il fatto che Bergoglio non sia né europeo né eurocentrico?
"Aiuta molto. Sa, di solito l'analisi e la comprensione della cristianità si basano su dati e su categorie europei. E dunque rischiano di risultare fuorvianti. Si viene a sapere che in Olanda si sono chiuse mille parrocchie, e questo è il riferimento, trascurando che invece negli ultimi 27 anni noi ortodossi abbiamo aperto ventisettemila chiese nel mondo, tre al giorno. E continuiamo a costruirne. Intendo dire che viene a mancare una visione più vasta, di tipo globale, perché in America latina il cristianesimo è in crescita, vivo. E anche in America del Nord il cristianesimo non è come quello europeo. Idem in Africa, Asia, Australia. Per non parlare del Medio Oriente, dove le persecuzioni anticristiane hanno creato una realtà tragica. Francesco comprende la dimensione globale di questi problemi".
A suo avviso l'Occidente ha fatto e sta facendo abbastanza per evitare quei massacri?
"Onestamente no. La gente non sa quasi nulla di quello che accade in quell'area del mondo, e l'impressione è che per molto tempo non abbia voluto ascoltare. Ricordo ne parlai all'Onu tre anni fa, accolto da un silenzio indifferente. Nella stessa narrativa politica l'argomento è stato assente troppo a lungo. E poi di colpo si è scoperto il cosiddetto Stato islamico, l'Isis, e le persecuzioni anticristiane. In Iraq quindici anni fa c'erano un milione e mezzo di cattolici. Oggi saranno due o trecento mila. Lo stesso accade in Libia, in Siria. Ho l'impressione che negli ultimi anni la Russia sia stata tra i pochi Stati che abbiano seguito una strategia in difesa dei cristiani".
Lei sembra estremamente critico con l'Europa. La considera un modello negativo?
"Credo sia un modello positivo nella sua capacità di unire Stati diversi in un'unione geopolitica. Ma vedo una deviazione rispetto alla traiettoria di fondatori come il tedesco Konrad Adenauer e il francese Robert Schuman. Loro fondarono un'associazione di Paesi cristiani, con radici cristiane. Ora quelle radici non solo sono ignorate ma respinte in nome di valori secolaristi".
La secolarizzazione è un fenomeno che si registra un po' ovunque, in Occidente. E non è necessariamente negativo.
"Lo è quando si presenta in forma antireligiosa e militante, come in gran parte dell'Europa. Con la presenza islamica che cresce, mi pare che l'Unione Europea non sia in grado di rispondere con efficacia. Se si rinuncia ai valori cristiani, che cosa si oppone all'islamismo? Pensiamo alla famiglia. Se si vuole un'Europa forte, occorre una famiglia forte, che risponda ai trend demografici sfavorevoli. Non si può rispondere con i matrimoni omosessuali, con le famiglie dove non ci sono una madre e un padre".
Non teme di apparire omofobico, nemico degli omosessuali?
"No, noi ortodossi non lo siamo. Non è un problema di vita privata. Non si tratta di marginalizzare, perseguitare o imprigionare gli omosessuali. Ma attenzione a distruggere la famigli tradizionale. Attenzione a non dire con chiarezza che l'aborto è un crimine. In Russia ne discutiamo molto".
Ma in Russia l'aborto è legale.
"Ma io non parlo di ciò che è legale. Mi riferisco a quello che è moralmente giusto, del diritto dei bambini a nascere".
Su questo siete in sintonia con la Chiesa cattolica?
"Su i valori morali e sociali siamo molto vicini".
Come avete accolto l'offerta di Francesco di fissare una data unica per la Pasqua tra cattolici e ortodossi?
"L'abbiamo accolta bene, ma va chiarita. Che significa data unica? Unica nel calendario e fissata per sempre, o che ci sia un sistema fisso di calcolo? Ci sono diversi criteri. Per arrivare a una riconciliazione, occorre tornare a quelli del primo millennio: di lì passa la riconciliazione".
Sa che Vladimir Putin, dopo l'udienza con il Papa gli ha detto: spero che presto si possa realizzare l'incontro auspicato tra lei e il Patriarca di Mosca, Kirill?
"Distinguiamo. Esistono la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica. Ed esistono la Federazione Russa e la Santa Sede. Putin segue la sua agenda, il Patriarca la propria. Un incontro è in preparazione da vent'anni. Si doveva fare nel 1997 tra Alexei II e Giovanni Paolo II ma saltò.  Adesso si sta avvicinando ogni giorno di più, ma va preparato".
Lei dà sempre questa risposta standard. Non si è molto più vicini di qualche tempo fa ad un viaggio?
"Un viaggio a Mosca del Papa non è in agenda. E' in agenda semmai un incontro. Ma ripeto, va preparato, magari preceduto da una dichiarazione comune. E deve avvenire i un luogo neutrale. Si sono offerti in molti di ospitarlo".
Ad esempio?
"Cito due nazioni: Austria e Ungheria".
Si dice entro il 2015.
"Non voglio indicare una data, diciamo che c'è una buona dinamica, e che vedo una prospettiva vicina. La mia speranza è che non si incontrino un futuro Papa e un futuro Patriarca, ma questi due".
E' sorpreso dal fatto che Francesco non abbia mai definito Putin un aggressore per il conflitto in Ucraina?
"Preferisco non parlare di politica. E' un'altra cosa rispetto alla Chiesa ortodossa".
Lei saprà che siete considerati molto vicini al Cremlino e alla sua politica.
"E' una considerazione sbagliata. Siamo un corpo internazionale, presente in molte nazioni, e non prendiamo posizione nei conflitti tra Paesi. Associarci al Cremlino è sbagliato. Abbiamo un'agenda comune su alcune questioni, magari ci consultiamo. Ma decidiamo autonomamente. Siamo separati dallo Stato non solo sulla carta. Il modello anglicano, per il quale sono il re o la regina a "benedire" il primate della Chiesa nazionale, come in Gran Bretagna, l'abbiamo avuto dai tempi di Pietro il Grande fino alla Rivoluzione del 1917. Poi non più".
Può dire almeno se vede dei rischi geo-religiosi, di scontro tra ortodossi, e tra cattolici e ortodossi, come conseguenza del conflitto che sta lacerando l'Ucraina?
"Ne vedo, e molto alti. I rapporti tra la Russia e l'Ovest stanno puntando in una direzione che può portare non ad una nuova Guerra fredda ma alla Terza guerra mondiale. La spirale minacce-sanzioni-ritorsioni non porta da nessuna parte. E le conseguenze per le popolazioni che vivono lì sono di grande sofferenza. La catastrofe umanitaria e le divisioni provocano inevitabilmente danni sul piano religioso. Tanto più in una nazione divisa, occorre una Chiesa unita".

Corriere della Sera, 28 giugno 2015

*****

English
The Hilarion Interview
Corriere della Sera, Sunday, June 28, 2015

Russia
"On the agenda is a meeting between the Pope and the Patriarch." Interview with the Orthodox Metropolitan Hilarion Alfeev
Corriere della Sera
by Massimo Franco
The Orthodox Metropolitan Hilarion Alfeyev is a kind of "foreign minister" of the Patriarchate of Moscow, one of the strategists of possible reconciliation between Catholicism and Orthodoxy. "A visit by Pope Francis to Moscow is not on the agenda," he tells Corriere. "On the agenda in a meeting between Patriarch Kirill and Pope." The conflict in Ukraine can become the Third World War. Russia is among the few who oppose the massacres in the Middle East.
"A visit by Pope Francis to Moscow is not on the agenda. On the agenda is a meeting between Patriarch Kirill and Pope. I think that will take place in a neutral country, meaning neither in Moscow nor in Rome. Several different countries have already offered to host it. I mention Austria and Hungary. But I do not want nor can I tell if will take place in 2015. It is my hope that it will be this Pope and Patriarch who will reconcile."
The Orthodox Metropolitan Hilarion Alfeyev speaks softly, in fluent English with a slight Russian accent. He is a kind of "foreign minister" of the Patriarchate of Moscow, one of the strategists of a reconciliation that Catholicism and Orthodoxy seek after centuries of theological division; and that he is are trying to bring about as quickly as possible.
Hilarion, 49 in July, explains what unites the two Christian Churches, and what still divides them. He sketches  an analysis of the world situation that sounds like a radical critique of "European secularism" and its "indifference" toward the tragedy of Christians in the Middle East. He warns that the conflict in Ukraine may lead "not to to a new Cold War, but to something worse: a Third World War."
Eminence, in recent years have the relations between the Moscow Patriarchate and the Vatican improved?
Metropolitan Hilarion: I can say yes. There has been a positive development since the pontificate of Benedict XVI (2005-2013), whom I met many times. And even with Pope Francis I met already four times. We examined their priorities and found the Popes both very well informed and also equally well-disposed.
Do you find a continuity between Benedict and Francis?
Hilarion: Certainly.
Do you think it helps that Bergoglio is neither European nor Eurocentric?
Hilarion: It helps a lot. You know, usually the analysis and understanding of Christianity is based on European data and categories. And therefore likely to mislead. We learn that in the Netherlands thousands of parishes has been closed, and this is the reference, neglecting instead the last 27 years when we have opened 27,000 Orthodox churches in the world, three a day. And we continue to build. I mean to say that the vision is lacking a more comprehensive, global perspective, because in Latin America, Christianity is growing, alive. And in North America, Christianity is not like it is in Europe. Idem in Africa, Asia, Australia. Not to mention the Middle East, where anti-Christian persecution has created a tragic reality. Francis understands the global dimension of these problems.
In your view, has the West has done enough to prevent these massacres?
Hilarion: Honestly no. People do not know almost anything about what is happening in that area of ​​the world, and the impression is that for a long time it has not wanted to listen. I remember I talked to the UN three years ago, greeted by an indifferent silence. In the public policy discussion, this matter has been neglected for too long. And then suddenly, the so-called Islamic State, ISIS, and the anti-Christian persecution, was discovered. In Iraq 15 years ago there were 1.5 million Catholics. Today there are perhaps 200,000 or 300,000. The same happens in Libya, in Syria. I have the impression that in recent years Russia has been among the few countries that have followed a strategy in defense of Christians.
You seem very critical with Europe. Do you consider it a negative model?
Hilarion: I think it is a positive role model in its ability to unite different countries in a geopolitical union. But I see a deviation from the trajectory of the founders like the German Konrad Adenauer and the Frenchman Robert Schumann. They founded an association of Christian countries with Christian roots. Now those roots are not only ignored but rejected in the name of ​​secular humanist values. Secularization is a phenomenon we see a little everywhere, in the West. It is not necessarily bad. It is when it shows up in a militant anti-religious form, as in much of Europe. With the growing Islamic presence, it seems to me that the EU is not in a position to respond effectively. If you abandon Christian values, what may be opposed to Islam? Think of the family. If we want a strong Europe, we need a strong family, that meets the unfavorable demographic trend. We cannot respond with the same-sex marriages, with families where there is not a mother and a father.
Are you not afraid of appearing homophobic, an enemy of homosexuals? 
Hilarion: No, we Orthodox are not. Not a problem of one's private life. This is not to marginalize, persecute or imprison homosexuals. But we must be careful not to destroy traditional families. Careful to make it clear that abortion is a crime. In Russia we talk about this a lot.
But in Russia, abortion is legal...
Hilarion: But I do not speak of what is legal. I am referring to what is morally right, the right of children to be born.
In this you are in tune with the Catholic Church?
Hilarion: On the moral and social values, ​​we are very close.
How did you receive the offer of Pope Francis to set a common date for Easter between Catholics and Orthodox?
Hilarion: We received well, but it needs to be clarified. What does a common date mean? Only in the calendar and fixed forever, or that there is a fixed system of calculation? There are several criteria. To arrive at a reconciliation, we must return to the understanding of the first millennium: from there passes the way of reconciliation.
You are aware that Vladimir Putin, after the audience with the Pope said: "I hope that soon there can take place the desired meeting between you and the Patriarch of Moscow, Kirill?"
Hilarion: We must make a distinction. There are the Russian Orthodox Church and the Catholic Church (religious institutions). And there are the Russian Federation and the Holy See (sovereign states). Putin is following his agenda, the Patriarch is following his own. A meeting has been in preparation for 20 years. It was to occur in 1997 between Alexi II and Pope John Paul II but the meeting was canceled at the last minute. Now we are growing closer to a meeting every day, but it must be prepared.
You always gives this standard response. Is a meeting not much closer now than in the past?
Hilarion: A trip by the Pope to Moscow is not on the agenda. Rather, what is on the agenda is a meeting. But again, it must be prepared, perhaps preceded by a joint statement. It must be in a neutral location. Many nations have offered to host such a meeting...
For instance?
Hilarion: I cite two countries: Austria and Hungary.
It is rumored that it will take place during 2015...
Hilarion: I will not set a date. I will say that there is a good dynamic, and I see it as a near-term prospect. My hope is that it will not be a future pope and a future Patriarch, but these two, who will meet.
Are you surprised that Francis has never characterized Putin as an aggressor in the conflict in Ukraine?
Hilarion: I'd rather not talk about politics. It is something other than the Orthodox Church.
You know that you (the Russian Orthodox Church) are considered very close to the Kremlin and its policy...
Hilarion: That is not true. We are an international body, present in many countries, and we do not take sides in a conflict between countries. Associating us with the Kremlin is wrong. We have a common agenda on some issues, maybe we consult. But we decide independently. We are separate from the state not only on paper. The Anglican model, in which the king or queen "bless" the Primate of the national church, as in Britain, we had at the time of Peter the Great until the Revolution of 1917. Then no more.
Can we at least say that you see the danger of a "geo-religious" confrontation between Orthodox and between Catholics and Orthodox, as a result of the conflict that is tearing apart the Ukraine?
Hilarion: I see such a risk, and it is very high. Relations between Russia and the West are pointing in a direction that can lead, not to a new Cold War, but to the Third World War. The spiral sanctions-retaliation-threats does not lead anywhere. And the consequences for the people living there are of great suffering. The humanitarian catastrophe and divisions inevitably cause damage on the religious. All the more so in a divided nation, we need a united Church.

Corriere della Sera, 28 June 2015

I migranti, risorsa da premiare



Il nodo cittadinanza. 
 Il Sole 24 Ore 
(Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vatsto) Si parla molto di migranti in questi mesi, dalle cronache che ne raccontano il flusso continuo verso l’Italia e l’Europa, alle riflessioni sul fenomeno in atto, che spaziano dai rozzi pregiudizi di alcuni, pronti a considerare reato ogni arrivo di clandestino, al ventaglio di proposte per l’accoglienza e l’integrazione a medio e lungo termine.
Proposte talvolta purtroppo solo teoriche, fino alla rincorsa a soluzioni tampone, che spesso restano le uniche a tempo indeterminato. Diventa perciò importante riflettere sulle dinamiche che il processo migratorio implica, da quella della provenienza dei migranti, e dunque delle cause che spingono intere masse umane ad abbandonare la propria terra, i propri affetti e le proprie per quanto povere certezze per andare verso un futuro in buona parte ignoto, a quella della destinazione, che aiuti a capire quali sono le mete perseguite da chi accetta il rischio dell’immigrazione clandestina, a quella delle possibilità d’inserimento e d'integrazione effettiva nei luoghi di arrivo.
I migranti verso l’Italia provengono oggi per la quasi totalità dallAfrica e dal Medio Oriente. Le ragioni che motivano la decisione - tutt’altro che facile - di emigrare, da una parte sono legate ai processi di disgregazione di ampi gruppi sociali e di interi Stati, come nel caso della Somalia, dell’Iraq, della Libia e dello Yemen, dall’altra sono spesso dovute a situazioni di guerra, ispirata a motivazioni etniche e religiose, o a crisi economiche pesanti e durature, come ad esempio in Nigeria, nel Mali, in Eritrea ed in Etiopia. La gravità dei fattori che entrano in gioco nello spingere uomini e donne di ogni età a rischiare tutto, pur di fuggire da simili contesti, rende difficile applicare in concreto la distinzione cui spesso si ricorre fra “rifugiato” e migrante “per ragioni economiche”. Appellarsi a questa differenza come a un criterio decisivo in ordine alle possibili espulsioni e ai rimpatri, rischia di esporre chi dovrà decidere a gravi ingiustizie e a discriminazioni insostenibili dal punto di vista morale. Un intervento preventivo nei Paesi di provenienza appare certamente più corretto, anche se per essere onesto ed efficace implicherebbe componenti politiche ed economiche di vasta portata e dai costi certamente elevati. Soprattutto, di una simile azione, che valica confini e responsabilità nazionali, dovrebbero farsi carico entità sovranazionali, quali le Nazioni Unite e la stessa Europa, la cui divisione e latitanza in materia appare sempre più grave.
Circa poi la destinazione reale dei flussi migratori non è difficile riconoscere che per tantissimi essa non è il Paese di prima accoglienza: molti dei migranti, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente, hanno parenti già inseriti in diverse società del Nord Europa o dell’America, tanto del Nord, quanto del Sud. È verosimile, dunque, che essi guardino all’Italia soltanto come a un Paese di transito, senza intenzione di stabilirvisi. La dimostrazione pratica di quest’asserto sta nel fatto che tanti di quelli che arrivano più o meno fortunosamente nel nostro Paese rifiutano di adempiere atti burocratici che li legherebbero allo Stato coinvolto nella prima accoglienza. Anche qui c’è nella legislazione europea un insieme di carenze che andrebbero colmate e di disposizioni che andrebbero modificate. L’impressione che l’Europa unita sta dando al mondo è quella di una sconcertante (e per vari aspetti perfino vergognosa) disunità, per cui ciascuno dei Paesi membro appare più preoccupato di “difendersi” dai migranti che di affrontare il fenomeno migrazioni in maniera organica e capace di tutelare e promuovere la dignità delle persone in gioco.
C’è, infine, da considerare l’effettiva possibilità di accoglienza e d’integrazione degli immigrati: una semplice considerazione economica, fatta anche da numerosi imprenditori, è che senza l’apporto del lavoro che gli immigrati svolgono, non una singola azienda, ma l’azienda Italia nel suo insieme avrebbe conosciuto enormi difficoltà e rischierebbe autentici crolli di produttività. Per dirla in altre parole, l’immigrato non è un peso o un pericolo, come viene definito da alcune delle più rozze fra le voci che gridano sulla scena politica, è spesso al contrario un’autentica risorsa, che andrebbe accolta con rispetto per la dignità delle persone e valorizzata per le capacità di contribuire alla crescita di tutti. La cecità di fronte al fenomeno migratorio tocca a volte vertici che, se non fossero drammatici, rasenterebbero il ridicolo: per limitarsi a un solo esempio, che è di estrema gravità, si potrebbe citare il caso del rifiuto della registrazione della dichiarazione di nascita in Italia dei figli di migranti privi di permesso di soggiorno! Su questo fatto c’è stato a lungo un assordante silenzio (con poche eccezioni, come ad esempio la raccomandazione proposta nel congresso del 2014 dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni). Eppure, da diversi anni, nei rapporti firmati anche dalla Caritas Nazionale, il gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC) segnala questo problema e ne raccomanda una soluzione a livello istituzionale. È vero che al presente la registrazione della dichiarazione di nascita è possibile a norma di una circolare del ministero dell’Interno (n. 19 del 7 Agosto 2009), di cui lo stesso gruppo a favore dei diritti dei bambini segnala però l’inadeguata diffusione. In Parlamento esistono proposte di legge che, se approvate, potrebbero risolvere la questione e che, però, pur affidate alle commissioni competenti, non vengono messe a calendario. Si può tollerare che l’esistenza giuridica di nuovi nati sia affidata a una circolare che, così come è stata emessa, potrebbe venir cancellata senza neppur informarne il Parlamento e che, comunque, crea dubbi negli uffici anagrafe? La domanda di chi si batte per una soluzione piena e dignitosa del problema diventa: perché impedire per legge a due genitori (o almeno a chi di loro riconosca quel bambino) di dire “questo è mio figlio”, che ha diritti uguali a ogni altro nato in questo Paese che si dice democratico? Anche su punti come questo la sfida delle migrazioni ci interpella tutti sulla pienezza e autenticità del nostro essere e volerci umani e sulle esigenze morali che nessuna coscienza retta dovrebbe ignorare.
Il Sole 24 Ore