venerdì 31 luglio 2015

Non solo ideologia



Gender, non solo ideologia. Riappropriamoci del genere  

(Chiara Giaccardi) Una giusta battaglia contro gli equivoci, e senza caderci Oggi la questione del 'gender' si pone come spinosa ma necessaria. Al di là di incomunicabilità e  fraintendimenti, azioni di attacco e barricate difensive, proprio nella sua incandescenza il dibattito  segnala un nodo di senso ineludibile: quale rapporto intrattenere e coltivare con la nostra  dimensione biologica, in un tempo in cui i confini di ciò che è 'naturale' si sono ridefiniti e sono  continuamente forzati in ogni direzione? La polarizzazione tra le fazioni opposte – no gender-pro  gender – ha ipersemplificato e in molti casi banalizzato la questione, e sembra arrivata a un punto di stallo. 
Per questo è importante uscire dalla forma che il dibattito ha assunto e reincorniciarlo in  modo nuovo. Una prima questione, preliminare, riguarda la legittimità stessa del problema. Due  posizioni si contrappongono: la prima (no gender) sostiene che l’«ideologia gender» esiste ed è  unica; la seconda (pro gender) che non esiste ed è una invenzione di chi non accetta i cambiamenti.  Posta così, nessuno ha ragione; a uno sguardo più ampio, ognuno ha le sue ragioni. vero che i «  gender studies  » hanno una tradizione di ormai mezzo secolo, e sono nati proprio per  denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla  disuguaglianza: per mostrare che l’essere È umano è sempre un essere situato (prima di tutto in un  corpo sessuato, poi in una storia, una cultura, un territorio); che il preteso universalismo delle  culture e delle regole sociali è in realtà un’astrazione, che prescindendo dalla realtà la mortifica  (nella fattispecie, il punto di vista femminile); che rispetto alla nostra corporeità la cultura è  tutt’altro che irrilevante. Sin dalle origini i «  gender studies  » hanno affrontato questioni di tutto  rispetto, anzi, doverose. E questa attenzione continua anche oggi: basta dare un’occhiata, tra i tanti esempi, al bel filmato  « Why gender matters for social sciences  » (Perché le questioni di genere nelle scienze sociali) sul  sito del Gender Institute della London School of Economics, per rendersi conto che le questioni  sono molte e che sull’asse delle differenze di genere si giocano ancora oggi molto in termini di  rispetto e pari dignità: chi ha accesso a cosa, chi può fare cosa, è ancora fortemente determinato dal  genere. La stessa ragione per cui Edith Stein, in quanto donna, non poté essere titolare di una  cattedra di filosofia, oggi fa sì che, a parità di qualifica professionale e competenze, le donne  vengano pagate meno degli uomini, o addirittura, in alcuni Paesi, non possano avere diritto  all’istruzione né a guidare l’auto, per non parlare del resto. Una questione sulla quale è  recentemente intervenuto persino papa Francesco. Una tipica questione di 'gender'. Dunque gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti  possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale; non sono esclusivamente né principalmente focalizzati sulla questione del 'genere sessuale come scelta' che prescinde dalla natura. Se non si  riconosce questo, si rischia di divenire ideologici a propria volta. Il che non significa che il  problema non esista. Semplificando si può dire che oggi ci sono due scuole di pensiero sul 'gender',  che a loro volta presentano diversificazioni interne. Nella prima –  essenzialista  – si opera un  passaggio diretto dall’anatomico all’ontologico (le caratteristiche corporee esprimono l’essenza  della differenza di genere, ricavabile da esse); è un approccio scientista-positivista, ma anche quella  dei primi  gender studies  femministi, con la tendenza a una visione scissa della sessualità, che  alimenta un dualismo contrappositivo e competitivo tra maschile e femminile. La seconda –  culturalista-costruttivista  – insiste sul 'gender' come costruzione sociale, e presenta in  realtà due varianti. Una versione moderata, che sottolinea il ruolo della rielaborazione culturale del  dato biologico, e una radicale – oggi prevalente – secondo la quale la natura non conta e vale solo il  discorso sociale e la scelta individuale (posizione che tende all’astrazione del 'neutro'). Oggi il  dibattito sul 'gender' è identificato con quest’ultima tipologia, che è la più insensata. Non bisogna  però cadere nell’errore della 'cattiva sineddoche': prendere una parte del dibattito, la più discutibile,  come il tutto e buttare il bambino con l’acqua sporca. In realtà la battaglia ideologica sul 'gender'  (perché una componente ideologica è innegabile) si combatte più a colpi di diritto che di teorie che  la giustifichino. Persino Judith Butler (con la quale peraltro molte sono le ragioni di dissenso),  autrice del celebre  Questioni di genere,  ha affermato di recente che «il sesso biologico esiste,  eccome. Non è né una finzione, né una menzogna, né un’illusione. Ciò che rispondo, più  semplicemente, è che la sua definizione necessita di un linguaggio e di un quadro di comprensione  (...). Noi non intratteniamo mai una relazione immediata, trasparente, innegabile con il sesso  biologico. Ci appelliamo invece sempre a determinati ordini discorsivi, ed è proprio questo aspetto  che mi interessa». D i 'gender', dunque, non solo si può, ma si deve parlare. Perché l’essere umano  non è solo biologico, né dato una volta per tutte al momento della nascita. L’identità non è solo espressiva (tiro fuori ciò che già sono) ma relazionale. Non solo biologica, ma  simbolica. Dire che semplicemente uomini e donne si nasce, o che semplicemente lo si diventa, è  contrapporre due verità che invece stanno insieme: uomini e donne si nasce e si diventa. E in questo processo, che dura tutta la vita, contano tanti aspetti: la storia, la cultura, la religione, l’educazione, i modelli, le vicende personali, l’essere situati in un tempo, uno spazio, un corpo. In ogni caso, non  c’è mai un’aderenza totale e senza resto tra il nostro essere biologico e il nostro essere umani. In  questo l’uomo è diverso dall’animale: alla certezza meccanica dell’istinto corrisponde nell’uomo  l’incertezza non garantita della libertà e della responsabilità. Il dibattito su come ci riappropriamo (o non riusciamo a riappropriarci) delle nostre caratteristiche anatomiche, e quanto il contesto ci  sostiene, ci ostacola, ci indirizza, ci offre le categorie è non solo legittimo ma doveroso. La forma che ha preso oggi il dibattito sul gender, nella sua punta estrema, commette un errore  epistemologico grave, sovrapponendo elementi molto diversi tra loro: in particolare facendo  coincidere universalismo e astrazione da una lato, e non-discriminazione ed equivalenza dall’altro, e rivelando così un problema con l’alterità concreta, che si traduce in una cancellazione, di fatto, della dignità delle differenze. Non a caso le nuove forme di educazione spingono alla promozione del  'neutro', che è appunto la cancellazione delle differenze, una forma di discriminazione violenta  contro la concretezza del reale, rimosso in nome di una normatività procedurale e astratta. A questo  si collega un altro dei problemi della contemporaneità: il demandare al piano giuridico ciò che  andrebbe prima affrontato a livello culturale. Poiché non ci si riesce a mettere d’accordo su cosa  significa essere umani oggi, sui contenuti profondi che ci riguardano, si spostano le decisioni sul  piano astratto delle procedure, come se fosse neutro dal punto di vista valoriale. Ma l’astrazione non garantisce affatto la neutralità, e, di fatto, il legislatore finisce col ratificare e rendere normativo il  caso particolare. Quindi si dovrebbe parlare oggi di 'ideologia giuridica' come minaccia effettiva  alla libertà delle nostre scelte, educative prima di tutto. Una deriva legata ai processi di  tecnicizzazione che, nell’illusione di garantire la vita collettiva dall’arbitrio delle posizioni di  valore, impongono senza nemmeno rendersene conto i valori che li impregnano (efficientismo,  fattibilità, controllo, individualizzazione, assenza di senso del limite...). Un’ideologia che si salda in modo perfettamente funzionale, rafforzandolo, con l’individualismo radicale del pensiero  contemporaneo mainstream, e con lo strapotere dei sistemi tecnoeconomici, ai quali fa buon gioco  raccontare la favola della 'sovranità dell’io', che ha ben pochi riscontri nella realtà. A fronte di una 'idolatria dell’io' che, come riconosceva Hannah Arendt, a partire dalla modernità ha preferito scambiare ciò che ha ricevuto come un dono con qualcosa che ha fabbricato con le proprie  mani, un discorso sul 'gender' oggi dovrebbe uscire dall’opposizione naturacultura (siamo naturali e  culturali in quanto umani) e spostarsi sul piano simbolico. Contro l’illusione idolatrica e  tecnocratica di trovare il termine che esprime esattamente, senza resto, ogni sfumatura possibile  della nostra identità sessuale, come i 56 profili di 'gender' proposti da Facebook, dovremmo riaprirci alla parola simbolica, capace di ospitare in sé un’apertura, una gamma inesauribile di possibilità  espressive (quali la femminilità e la mascolinità, nella loro dualità), e soprattutto una relazionalità  costitutiva: la mia identità di genere nasce dall’incontro delle differenze e si è costruita nella  relazione con altri, concreti come me. In un movimento di apertura e scoperta che si chiama libertà:  nella gratitudine per quanto ricevuto, nella relazionalità del legame, nella consapevolezza che non  siamo mai liberi dai condizionamenti culturali eppure abbiamo la capacità di non esserne  completamente succubi, se solo evitiamo di aderire ottusamente al dato di fatto. Credo che  un’antropologia cristiana abbia, oggi, da portare un contributo positivo preziosissimo alla doverosa  riflessione sul 'gender'. Perché, con Hölderlin, «là dov’è il pericolo cresce anche ciò che salva».
Avvenire

Maria Elena Boschi e le unioni civili



Unioni civili, a che punto siamo? Ieri su Sette, il magazine del Corriere della Sera, è apparsa una lunga intervista al ministro delle riforme Maria Elena Boschi, che a specifica domanda sulla questione ha risposto così:
Ecco, le unioni civili, come ne uscite?
«Vengo dall’esperienza delle Giornate mondiali della gioventù, sono cattolica, ma sulle unioni civili ho una posizione diversa rispetto a quella ufficiale della Chiesa. Io sarei favorevole al matrimonio. Il Papa, dicendo «chi sono io per giudicare», ha aperto a una riflessione. Oggi, in questo Parlamento, non è realistico immaginare che si possa ottenere il matrimonio tra omosessuali; quindi, occorre mediare. Vanno evitate le posizioni estreme. Anche perché una sentenza della Corte Costituzionale vieta di equiparare le unioni civili al matrimonio. Le adozioni, poi, dividono in maniera più incisiva. L’ipotesi di ispirarsi al modello tedesco, ovvero un riconoscimento e, quindi, la possibilità di adozione all’interno della coppia per i figli nati da precedenti unioni, credo possa essere un buon punto di partenza. Perché interrompere il legame affettivo di un bambino con un genitore che per anni si è preso cura di lui, che lo va a prendere a scuola, che lo accompagna dal medico o agli allenamenti di calcio?».
OSTRUZIONISMO. Fin qui, il ministro. Ma sempre ieri l’agenzia di stampa Zenit ha spiegato che «la prima “battaglia notturna” tra sostenitori e oppositori al ddl Cirinnà si è concluso con una netta vittoria a favore dei secondi. Gli emendamenti alla bozza di legge sulle unioni civili sono ben 1500 e durante la seduta di ieri sera presso la Commissione Giustizia del Senato si è fatto in tempo a votare – e respingere – appena tre ordini del giorno. La strada si fa dunque tutta in salita per il disegno di legge, nonostante l’insistenza della relatrice, la senatrice Monica Cirinnà, a calendarizzare subito la discussione della bozza in Commissione, per portarla in aula entro i primi di agosto. La fretta di varare la discussa legge sulle unioni civili, peraltro caldeggiata in prima persona anche dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, non ha però fatto i conti con l’ostruzionismo operato dai senatori Lucio Malan (FI) e Carlo Giovanardi (AP). Dei tre ordini del giorno respinti, due erano a firma del senatore Malan e riguardavano il blocco della strategia LGBT e l’uso dei fondi Unar per la propaganda gender nelle scuole. Nel frattempo è saltata la seconda seduta, prevista per stasera (ieri, ndr)».
RACCOLTA FIRME. «Con pazienza e determinazione continueremo a spiegare, di notte e di giorno, la nostra disponibilità a garantire diritti e a evitare ogni forma di discriminazione nei confronti delle coppie di fatto, etero ed omosessuali, ma la altrettanto ferma indisponibilità ad introdurre tramite il testo della senatrice Cirinnà un simil matrimonio esclusivo per le coppie gay che apre le porte a reversibilità, adozioni e alla pratica dell’utero in affitto», ha dichiarato il senatore Giovanardi.
Nel frattempo, mercoledì pomeriggio, proprio davanti a Palazzo Madama, in piazza Cinque Lune, il Comitato Difendiamo i nostri figli ha avviato la raccolta firme contro il ddl Cirinnà. Un’iniziativa che proseguirà tutta l’estate e che, nell’ipotesi in cui il ddl venisse approvato, si tradurrebbe nella proposta di un referendum abrogativo.

Tempi

Nella carne dei cristiani d’Iraq



A ottobre la presentazione del libro. Si intitola La Chiesa in Iraq. Storia, sviluppo e missione, dagli inizi ai nostri giorni il libro che il cardinale prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli dedica ai cristiani del Medio oriente e a tutte le minoranze perseguitate. Il volume, edito dalla Libreria Editrice Vaticana (Città del Vaticano, 2015, pagine 255, euro 16), è la terza edizione ampiamente rinnovata dell’opera pubblicata nel 2006 in Iraq e poi nel 2008 da Rizzoli con il titolo La Chiesa nella terra di Abramo. Dalla diocesi di Babilonia dei latini alla nunziatura apostolica in Iraq. Alla fine di ottobre questa nuova edizione verrà presentata presso la Pontificia università Urbaniana. Pubblichiamo la recensione scritta dal rettore dell’ateneo insieme con l’introduzione del volume della quale è autore lo stesso porporato.
Storia di una comunità fra testimonianza e persecuzione
Nella carne dei cristiani d’Iraq 

(Alberto Trevisiol) Nelle duecentocinquanta pagine di questo testo, il lettore è condotto a scorrere le vicende storiche senza mai perdere di vista il vero protagonista del libro: il popolo cristiano. Lo sottolinea bene l’autore fin dall’introduzione: «Conoscere la storia delle cristianità del Vicino oriente e in particolare della Mesopotamia non è un’oziosa stravaganza culturale, ma un approccio che fa comprendere le ragioni e le vicende drammatiche di quella regione e apprezzare la vita, la cultura, la testimonianza di fede e i motivi di attaccamento dei cristiani alla propria terra, ma anche l’odio dei loro nemici». È questo il filo conduttore della narrazione che fa emergere con vivida evidenza il carattere del cristianesimo mediorientale e iracheno in particolare.
Esso è caratterizzato da alcune peculiarità che risaltano chiaramente dalla lettura del libro. Innanzitutto la sua complessità. L’autore segue le linee complicate, a volte tortuose come un ricamo, che hanno disegnato le vicende delle diverse comunità cristiane sulle terre orientali. Storia dolorosa di divisioni, controversie dottrinarie, scismi, conflitti, favoriti dall’asprezza del territorio e dal carattere di terra di confine, ma anche di ricchezza di tradizioni diverse, fuse con il sentire dei popoli a cui appartengono.
La seconda caratteristica che emerge chiara è come la Mesopotamia sia certamente Oriente, ma anche un ponte con l’Occidente e crocevia di incontro e scambio fra civilizzazioni: quella cristiana, gelosamente custodita, quella araba, quella persiana e, in epoca più recente, quella moderna europea. Questo ruolo è svolto da quelle comunità cristiane in modo esemplare, trovando le vie della convivenza e dell’elaborazione di una cifra caratteristica del proprio sentire e credere. Una Chiesa nata e sviluppatasi su un vasto territorio attraversato da trafficate vie di comunicazione fra Occidente ed Estremo oriente coglie così la provocazione a pensarsi in grande. A questo proposito, l’autore mette bene in luce il processo che porta la Chiesa a trovare nel monachesimo una via di elaborazione spirituale ma anche di missionarietà che allarga a dismisura i propri confini fino all’India e alla Cina.
Ma forse la parte più interessante, e sicuramente quella più minuziosamente documentata con un accurato vaglio delle fonti d’archivio, è quella nella quale emerge la passione del diplomatico di livello nel descrivere e ricostruire il ruolo della Santa Sede nell’orizzonte mesopotamico. Un ruolo che possiamo definire a “doppio senso”. Se da un lato le comunità cristiane orientali, avendo sofferto per secoli dell’isolamento geografico e culturale, dovevano fare faticosamente i conti con la dimensione cattolica e rinunciare a una prospettiva troppo localista e provinciale per assumerne una di costruttivo dialogo con l’istanza superiore in grado di garantire un’organizzazione e un’apertura culturale necessaria alle sfide dei tempi, dall’altra anche Roma dovette imparare dall’Oriente la complessità, a volte frammentaria e conflittuale, di tradizioni, prospettive, patrimoni culturali e spirituali gelosamente custoditi come identità irrinunciabili.
Il cardinale Filoni percorre dettagliatamente i primi tentativi di unione di rappresentanti autorevoli della Chiesa orientale con Roma, e i successivi insuccessi, dovuti anche all’estraneità culturale che separava i due mondi, prime problematiche occasioni di incontro-scontro fra sensibilità così diverse. Emerge chiaramente dalla descrizione di queste vicende la capacità espressa da figure notevoli di uomini che hanno dedicato tutta la loro vita a ricucire strappi e gettare ponti fra due mondi così lontani fra loro. Altrettanto appare in tutta la sua grandiosità lo sforzo della Chiesa cattolica di costruire, anche a livello istituzionale, strutture in grado di sostenere questo impegno enorme con competenza e dedizione. Lo si riscontra chiaramente nelle pagine dedicate al dopo-concilio di Trento che vede, nel giro di pochi anni, la nascita di nuovi organi dedicati a dare impulso alle attese conciliari: nel 1573 la Congregatio de rebus Graecorum, mutata da Clemente VIII in Congregatio super negotiis fidei et religionis catholicae, nel 1622 la Sacra Congregatio de Propaganda Fide, nel 1627 il Collegio di Propaganda Fide.
Dal XVIII secolo sempre più l’orizzonte orientale entra nelle mire delle potenze occidentali, ma allo stesso tempo esso fa ormai parte integrante delle preoccupazioni dei Papi che entrano con decisione e intraprendenza nelle vicende politiche turbolente, a protezione delle comunità cristiane e a sostegno del cattolicesimo orientale che va consolidandosi in strutture sempre più stabili. Si pensi, a esempio, al decisivo ruolo svolto dalle delegazioni apostoliche attraverso le quali il Papa e i suoi collaboratori entravano in modo discreto ma energico nella vita dei cristiani orientali, garantendone l’unione con Roma, portando consiglio e sostegno all’episcopato locale, mantenendo i rapporti con le entità statali, riportando a Roma notizie dettagliate.
Un’altra caratteristica del cristianesimo orientale, incisa profondamente nella carne stessa dei cristiani iracheni, e che il libro segue fedelmente come un filo rosso costante, è il martirio. Fin dai primi passi i cristiani della Mesopotamia hanno incontrato opposizioni dure e dagli esiti sanguinosi: l’ostilità dei bizantini, la persecuzione dei persiani, l’invasione islamica e le conseguenti limitazioni, la grande crisi della convivenza etnico-religiosa che ha accompagnato il disfacimento dell’impero ottomano agli inizi del XX secolo. Storia di dolore e di sangue versato che non ha intaccato la fedeltà del popolo cristiano iracheno al Vangelo e alla Chiesa. Una testimonianza che emerge chiara e forte dalle pagine appassionate scritte da chi ha sperimentato in prima persona le ultime turbolente vicende di guerra e persecuzione che hanno continuato a segnare il cristianesimo iracheno, fino ai giorni nostri.
L’ultimo capitolo delinea il rapporto tra Santa Sede e Iraq nel dopo-concilio Vaticano II. È un esempio chiaro di come una Chiesa rinnovata dallo Spirito, e coraggiosamente messasi a confronto con una realtà storica profondamente mutata, abbia saputo trovare nuove linee di intervento e nuovi approcci a una realtà complessa e problematica come quella mediorientale. Le linee-guida, dettate dai documenti conciliari e dai grandi Papi degli ultimi cinquant’anni, sono chiare: ricerca della pace; costruzione di relazioni rispettose e proficue con le diverse comunità religiose e con le altre Chiese; sviluppo delle Chiese locali, del loro clero autoctono, della spiritualità autentica dei fedeli, libere da influenze culturali e politiche occidentali; collaborazione e reciproco sostegno fra i diversi riti cattolici.
In sintesi il libro offre un vastissimo affresco di un mondo difficile e affascinante. La ricchezza di documentazione e il rigore storico ne fanno una fonte preziosa per gli studiosi del cristianesimo orientale. Ma soprattutto questo testo ha il valore di una testimonianza duplice. Da un lato di come il messaggio evangelico abbia dato a un popolo la forza necessaria per passare indenne fra prove indicibili e mantenere vittoriosa la propria fede sui rovesci della storia. Dall’altro come si possa coniugare la competenza dello storico, la finezza culturale e politica del diplomatico con la passione di un pastore che ha soprattutto a cuore la vita e il bene del suo popolo. È questa infatti la domanda, un po’ angosciata, ma piena di speranza che l’autore si pone in conclusione: «Ci sarà ancora un futuro di bene per questo Paese e per i suoi abitanti?».
Non si può non amarli
(Fernando Filoni) Conoscere la storia delle cristianità del Vicino oriente e in particolare della Mesopotamia — oggi Iraq — non è un’oziosa stravaganza culturale, ma un approccio che fa comprendere le ragioni e le vicende drammatiche di quella regione e apprezzare la vita, la cultura, la testimonianza di fede e i motivi di attaccamento dei cristiani alla propria terra, ma anche l’odio dei loro nemici. Si capisce, al tempo stesso, la nobiltà d’animo di questa gente temprata da due fondamentali realtà: l’essere minoranza, che genera forte attaccamento ai propri valori, alla propria origine e cultura, e l’essere eredi di martiri e confessori della fede, portatori di quei valori, insiti nella fede dei padri, che altri non possono vantare allo stesso modo.
Chi è vissuto tra loro, oppure legge e conosce, non può non amare questa gente. Perché la conoscenza lega e rende capaci di condivisione e di partecipazione.
La storia è vittoria contro l’ignoranza, l’oscurantismo, l’intolleranza; è rispetto, è stimolo a non ripetere gli errori. Per questo penso che scrivere questa storia sia utile. Essa fa capire che queste comunità sono sopravvissute a secoli di pressioni fatte di imposte e di gravami, di induzioni matrimoniali e di divieti, di discriminazioni e di odi, di intolleranze e di invidie e, infine, anche di persecuzioni. A tutto ciò i cristiani, con incredibile capacità di resistenza, di adattamento pratico e culturale, senza cedimenti sulla fede, sono sopravvissuti. Quando il Signore tornerà, troverà ancora la fede in questa terra?
Il presente volume vorrebbe, dunque, offrire una conoscenza, un po’ più adeguata, della nascita, dell’evoluzione e dello sviluppo della comunità cristiana in Mesopotamia; ma anche della sua bellezza, delle crisi e delle umiliazioni subite che spiegano, nel contesto socio-politico, la fortissima tempra e la testimonianza di fede anche nelle attuali persecuzioni. La comunità cristiana, come comunità risalente all’era apostolica, porta con sé il bagaglio di ventuno secoli di amore a Cristo e alla Chiesa ed è disposta a lasciare tutto, piuttosto che piegarsi al vincitore di turno. È una Chiesa eroica, come usano definirla Benedetto XVI e Papa Francesco. Senza di essa, anzi di esse — pensando a tutte le Chiese del Medio oriente, ugualmente portatrici della medesima impronta — questa regione non sarebbe la stessa. Non posso tuttavia non pensare anche alle altre minoranze etnico-religiose, sovente perseguitate e sofferenti in questa terra. Qui, infatti, esiste un mosaico di nazionalità, di religioni, di confessioni senza le quali esso sarebbe distrutto per sempre; il che è riconosciuto anche da eminenti autorità musulmane e da semplici cittadini, come più volte mi è stato ripetuto. E ciò è positivo. Però, bisogna aggiungere, è necessario facilitare la permanenza e la vita delle minoranze.
Quando il 10 agosto 2014 Papa Francesco m’inviò quale suo rappresentante personale in Iraq per incontrare, parlare, vedere, accarezzare, pregare e solidarizzare con le sofferenze indicibili delle vittime del fanatismo islamico dell’Isis, fu tremendo e motivo di profonde emozioni. Emozioni che ho rivissuto nel «pellegrinaggio» della Settimana santa 2015.
Questo libro nasce per dare testimonianza a quelle vittime; alle donne e agli uomini cristiani e non cristiani che ho incontrato e dir loro: grazie per il vostro coraggio! E grazie anche a quanti, con sacrificio e amore, rendono meno pesanti le loro paure e le loro preoccupazioni. Non vengano mai meno in loro il coraggio e, insieme, la speranza. È l’auspicio più vivo e più forte di chi scrive, nel dare alla stampa queste pagine.

L'Osservatore Romano

Se pure i notai ci mettono il dito..

I notai all'attacco sulle unioni gay
Unioni omosex: se pure i notai ci mettono il dito
di Tommaso Scandroglio

Ci si mettono pure i notai. Anche loro sono scesi in campo per chiedere il “matrimonio” omosessuale. Il Consiglio Nazionale del Notariato ha reso noto le conclusioni di uno studio (n. 1-2015/E2002 approvato il 6 maggio scorso ma reso pubblico solo ieri) in cui si metterebbe in evidenza una contraddizione del nostro ordinamento. Secondo il Consiglio Nazionale due persone omosessuali potrebbero lecitamente contrarre “matrimonio” nel nostro Paese a patto che tale “matrimonio” sia legittimo per l’ordinamento giuridico in cui i due “sposini” hanno cittadinanza. Questo perché la legge 218 del 1995 all’art. 27 così recita: «La capacità matrimoniale e le altre condizioni per contrarre matrimonio sono regolate dalla legge nazionale di ciascun nubendo al momento del matrimonio». Idem per la forma della celebrazione: fa sempre testo lo stato di appartenenza dei futuri coniugi. 
Se invece un solo nubendo è italiano questa legge non si può applicare e dunque il matrimonio nonsi può celebrare perché si deve applicare la normativa italiana che prevede la diversità dei sessi perché il vincolo di coniugio venga ad esistenza. I notai fanno due più due e si domandano sbigottiti perché due stranieri gay possono sposarsi sul nostro italico suolo ed invece un italiano e un inglese, anche loro gay, no. É discriminatorio, gridano i notai ed invitano il Parlamento a porre rimedio. Le menzogne a volte sono tali perché non si dice tutta la verità. Infatti, la stessa legge del ’95 prima richiamata all’art. 16 così recita: «la legge straniera non è applicata se i suoi effetti sono contrari all'ordine pubblico». Quindi due persone omosessuali possono contrarre valido “matrimonio” giuridico, ad esempio, in Inghilterra, ma se vogliono celebrare queste “nozze” qui da noi non possono farlo proprio perché tale vincolo è contrario all’ordine pubblico, espressione che rimanda ai fondamenti del viver civile di una nazione espressi dalla Costituzione. E per la nostra Costituzione l’unico matrimonio esistente è quello tra uomo e donna (art. 29). 
I notai sono ben consapevoli di questo inciampo e richiamano una recente sentenza della Cassazione (2400/2015) in cui la stessa «ha escluso la contrarietà all'ordine pubblico del titolo matrimoniale estero pur riconoscendone l'inidoneità a produrre nel nostro ordinamento gli effetti del vincolo matrimoniale» (ma l’orientamento della giurisprudenza è ben diverso). Detto in soldoni: non è vero che un “matrimonio” gay contratto all’estero è contrario all’ordine pubblico. Ergo nemmeno uno contratto da stranieri gay sul nostro suolo. 
Ma la Cassazione, come i notai, si sbaglia e ce lo dice lei stessa allorquando ammette che questo“matrimonio” non può produrre effetti giuridici per il nostro ordinamento. E perché non può produrli? Proprio perché è contrario all’ordine pubblico. Insomma, in una sola frase i giudici di Cassazione ci hanno regalato un bell’ossimoro giuridico. La morale è sempre quella. Poco importa cosa dica la Costituzione, le leggi e le sentenze (figuriamoci l’etica e ancor prima il buon senso). Importa solo l’obiettivo. Tutto il resto si deve piegare a questo.

Venerdì della XVII settimana del Tempo Ordinario



Non è questi il figlio di Giuseppe, il carpentiere?” 

Questo appunto dicevano i Giudei increduli per diminuire il Figlio di Dio, 
perché lo credevano figlio di un carpentiere. 
Ma, talvolta, l’iniquità, a sua insaputa, suole riuscire profetica. 
Veramente il Signore e Salvatore nostro era figlio di un carpentiere, 
ma di quel carpentiere, cioè di Dio Padre, che per mezzo del medesimo Figlio 
si è degnato di creare il cielo e la terra e tutto l’universo. 
Questo è il figlio del carpentiere, che per piantare il ferro nel legno 
allo scopo di lavorare i cuori dei credenti, 
si degnò di essere appeso in croce. 
Senza dubbio, davvero figlio del carpentiere, 
perché col fuoco spirituale rammollì i cuori degli uomini come ferro, 
per chiamarli alla grazia della sua fede. 
Infatti il carpentiere suole rammollire il ferro col fuoco.

Cromazio di Aquileia

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Dal Vangelo secondo Matteo 13, 54-58
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. 
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
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Gesù viene oggi a Nazaret, la sua patria. Viene cioè nelle nostre città, nei nostri quartieri, nei luoghi che frequentiamo ogni giorno. Viene perché “colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine”. Ciò significa che anche oggi abbiamo bisogno di nuovo di essere messi da parte, strappati al mondo, alla carne e al demonio che ci seducono per non farci vivere secondo la volontà di Dio che ci ha scelti ed eletti per essere suoi figli. Eppure può succedere come quel giorno a Nazaret, e chissà quante volte è già accaduto… Possiamo cioè “scandalizzarci” del fatto che, “per ridurre all’impotenza il demonio” e farci figli del suo stesso Padre, Gesù “divenga partecipe” oggi della nostra carne e del nostro sangue. E’ difficile infatti imbattersi in un amore così e non inciampare sulla sua gratuità. Nessuno si è fatto mai compatriota dei nostri fallimenti. Nessuno ci ha amato sino a farsi peccato, sino a condividere le conseguenze dei nostri peccati. Non a caso nel parallelo di Luca la scena del rifiuto si svolge in sinagoga, dopo che Gesù aveva annunciato solennemente che proprio in quel giorno si stavano compiendo le profezie che Egli stesso aveva proclamato. Gesù, il loro compatriota, era il Vangelo fatto carne, lì, in quel momento, per loro. E che dicevano le profezie? Annunciavano la libertà! L'uomo nuovo che rinasce dal battesimo. Gesù è "venuto nella sua patria" per spalancare le porte sprangate che la chiudevano nella schiavitù della paura della morte. Gesù è venuto per strappare ai confini terreni e carnali la sua patria, e quindi quella di ogni uomo; per demolire le barriere della morte che limitano e rinserrano ogni rapporto nell'egoismo e nella concupiscenza. Come accade sovente anche a noi, in un primo momento la "gente" di Nazaret si "stupisce" per gli "insegnamenti" di Gesù. Non parlava, infatti, come i loro scribi, e aveva una "sapienza" e un potere di compiere "miracoli" che non avevano mai visto. Ma ai loro occhi era come se quella sua eccezionalità straripasse dalla sua carne, era impossibile che quell'uomo che aveva vissuto con loro tanto tempo potesse contenerla; già, "da dove gli veniva"? Gli veniva dallo stesso Cielo dal quale i cristiani, i nuovi compatrioti, avrebbero ricevuto in dono lo Spirito Santo; gli "veniva" dalla "patria" che è madre di tutte le patrie, dalla Gerusalemme celeste; gli "veniva" dal Padre, dal quale ogni paternità, e quindi ogni patria prende origine. E perché Nazaret fosse accolta nella paternità divina, perché tutte le patrie degli uomini diventassero parte della Patria celeste, Gesù è "venuto" a prendersi il rifiuto dei suoi patrioti. Per renderli figli di Dio e così fratelli oltre la carne, ha lasciato che il peccato lo uccidesse nella carne. Per liberarli e introdurli nella vita nuova "è divenuto partecipe della loro carne e del loro sangue" con cui è entrato nella morte, e con cui ne è uscito vittorioso. Per salvarci ha assunto su di sé le invidie, le gelosie, le meschinerie che ci avvelenano la vita; si è fatto peccato, peccato nella carne, nella famiglia, nei rapporti dove tutti inciampiamo. Ha lasciato che il peccato originale, consumato non a caso da due sposi, lo deponesse nella tomba. Ma è risorto, per fare di ogni peccatore la sua sposa senza macchia né ruga, perché ogni legame bloccato dal peccato e dalla paura, potesse ritrovare la libertà dell'amore autentico, libero e nella verità. 

La sua "venuta" a Nazaret è identica alla sua "venuta" nella nostra vita, per scendere nelle profondità del peccato nel quale ci ha concepito la nostra madre nella carne. A Nazaret va in scena tutta la nostra vita, quella di ogni giorno, fatta di piccole e semplici cose, ma segnata dal peccato originale. Anche noi abbiamo bisogno di un messia che si infili nella quotidianità. Ed è necessario anche lo scandalo di fronte alla normalità del suo amore. Tanto il demonio ci ha fatto credere speciali, praticamente come Dio, che ormai sappiamo immaginarci la salvezza, la felicità, la svolta nella vita "venire" solo attraverso chissà quale effetto speciale. Mai e poi mai Gesù il Messia "verrà" dalla Nazaret che conosciamo bene, dal marito, dalla moglie, dai figli, dai fratelli, dal lavoro di ogni giorno, a casa tra pranzi, cene e pannolini, o in ufficio, snervante, deprimente; mai da un malattia, da un fallimento amoroso, da un licenziamento. No, siamo certi che la salvezza ci verrà da un fatto capace di cambiare radicalmente le nostre esistenze. E invece Gesù "viene" proprio da Nazaret, da quello che non accettiamo e che vorremmo cambiare. "Viene" da Nazaret per tornare a Nazaret; "viene" dalla nostra stessa carne, per "venire" alla nostra carne e deporvi un seme di Cielo. "Viene" da Nazaret ma "viene" anche dal Cielo, per trasformare le nostre Nazaret in meravigliose città celesti. Così è nata la Chiesa, così rinascerà la tua famiglia, simile alla santa Famiglia di Nazaret. Gesù, infatti, non "viene" a cambiarne le mura, le vie, le case, i negozi... Il tuo carattere e quello dell'altro probabilmente non cambierà di una virgola, perché il Messia "viene" a trasformare dal di dentro le relazioni, il cuore dei suoi abitanti. "Viene" a darci un cuore nuovo, capace di amare e accogliere l'altro come il Messia inviato alla nostra vita. Gesù, infatti, doveva redimere l'ordinario, perché lo straordinario non esiste, è figlio della menzogna del demonio: noi non siamo diventati come Dio, per questo Dio si è fatto uomo. Ci scandalizzerà ancora che il Messia entri dalla porta di servizio, ma l'unica verità è che siamo tutti lì, a Nazaret... Lui non si è "scandalizzato" di te, perché tu ti scandalizzi di Lui? Perché non ti accetti, non sopporti le debolezze, la precarietà spirituale... E così ti scandalizzi degli altri, e di Lui, che invece di fare il miracolo di cambiarti si fa come te... E non capiamo che è per farci, poco a poco, come Lui, lasciando intatta la nostra fragilità. Per questo, confessiamolo, è già successo, vero? che "a causa della nostra incredulità, non ha potuto fare molti prodigi"... Lo abbiamo "disprezzato" e rifiutato proprio perché si è presentato come uno di noi: un povero prete, un catechista a cui non daresti due lire; o nella carne di chi ti è accanto. Non abbiamo ascoltato le sue "profezie" perché risuonavano nelle voci che ci siamo illusi di conoscere molto bene. Ma oggi di nuovo Gesù ci annuncia una "profezia", coraggio! Guardati intorno, ti dice, guarda al più piccolo di casa, come Samuele guardò a Davide. Scruta ciò che sembra non avere valore, perché è lì che risplende la vita divina nella carne umiliata di Cristo. Così è nella storia, dove si incarna nei più poveri, negli ultimi, in quelli che il mondo neanche guarda più. Così oggi busserà alla tua porta, come Lazzaro piagato giaceva sull'uscio del ricco epulone. Lo aveva ben compreso San Francesco, che non a caso inviò Frate Rufino a predicare nudo nel Duomo di Assisi, episodio ritratto magistralmente da Liliana Cavani. La misura della fede emergeva dall'accoglienza di quell'uomo inerme, completamente nudo. Era Cristo "venuto" nella Chiesa, era il Servo di Yahwé che tutti erano capaci di venerare nelle immagini scolpite ma che rifiutavano se "veniva" loro a "insegnare" in carne e ossa di povero e ultimo. Purtroppo accade ancora oggi nella Chiesa, quando parroci e fedeli rifiutano i doni dello Spirito Santo, i carismi che Dio dona incartandoli nella carne dei loro fratelli; deboli, fragili, magari laici e non sacerdoti, e per questo disprezzati, perché è ancora vero che "un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua". E in quelle parrocchie Dio non può compiere i "molti prodigi" che avrebbe voluto compiere... E' un mistero, ma è così, profetizzato duemila anni fa da Gesù, che lo aveva vissuto in persona. Ah l'incredulità dei pii... E' puro diserbante sparso nelle comunità... E così nelle nostre case, dove amiamo e accogliamo sin tanto che l'altro non ci si presenta nudo, ferito, piagato dai propri peccati, dalla debolezza, dagli errori. Apri gli occhi del cuore allora, e guarda bene, sei tu quell'uomo ferito, è il tuo matrimonio, la tua storia, ed è Lui che "viene" ancora per salvarti. E' Lu che ti parla, è Cristo vivo in tuo marito, in tua moglie, in tuo figlio. E ti sta "insegnando" a spogliarti dell'uomo vecchio gettandolo nella misericordia di Dio; le relazioni difficili ci stanno "ammaestrando" nell'umiltà, spingendoci a chiedere aiuto alla Chiesa. Abbiamo rifiutato tante volte il Signore, scappando dalla Croce. Ebbene oggi ci è offerta una nuova possibilità: accogliamolo nella carne, anche nei difetti dei fratelli. Lui ha già rotto ogni muro che ci separa da loro. Basta aprire un pochino il cuore e lasciare che Lui compia in noi il "prodigio" della sua "sapienza" crocifissa. Allora ci farà stendere le braccia con Lui per amare, perdonare, e offrirci liberamente, senza esigere, senza usare dell'altro; allora vedremo la nostra Nazaret tingersi di Cielo. 

giovedì 30 luglio 2015

Kiko Arguello: Tu che sei fedele (Salmo 142)

Un frutto del grembo di Chiara

Mari-marcia-2014-021

La storia della ragazza che ha scoperto nella malattia e nel conforto di Chiara Corbella Petrillo la forza di morire felice tra le braccia di Gesù.
di Titti Mallitti     per LA CROCE QUOTIDIANO del 22 luglio 2015
Abbiamo intrapreso un viaggio, lungo ma non troppo, Napoli -Sciacca, la meta non è poi così lontana se a muoverti è l’amore; già l’amore da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna. Ci siamo messi in viaggio credendo che “il muoversi”, l’uscire dalle nostre comodità,  è l’azione giusta del cristiano che sente la necessità e il dovere della testimonianza. Ci siamo messi in Viaggio credendo di dover DARE (una testimonianza ) e invece abbiamo RICEVUTO.
Dopo dieci ore siamo qui a Sciacca che si trova alle soglie del Paradiso perché qui tu sei nata:”chi bussò?”
“DEVI CITOFONARE MANGIACAVALLO”
“Ah, si Certo!  Sai, è come se fossimo venuti in pellegrinaggio” (frasi d’intesa tra me e mio marito). Siamo qui nella tua casa alle soglie dell’eternità, dove tu sei nata in cielo. Siamo qui e la tua vita ci obbliga a riflettere sul mistero della Croce, un mistero che racchiude in sé la “gioia piena”. Non puoi essere più la stessa persona quando “vivi la gioia piena”, che può essere tale solo se sei passato dalla Croce e su quella Croce non sei morto. Lo devi gridare dai tetti che “hai visto e hai toccato”! Non si può contenere la gioia piena.
Così è stato per me: toccando te Mariachiara,mi obblighi a guardare di nuovo al Cielo. Per il mondo la tua storia, come quella di Chiara Corbella è Stoltezza!
Una chiara sconfitta. Due giovani ragazze morte. Per noi che abbiamo visto, non ci lasciamo scandalizzare dalla stoltezza della Croce, ma vediamo la potenza di Dio nella vita dei più piccoli: i puri di cuore.
Siamo qui e tutto mi parla di te, sopratutto gli occhi di tua madre. Lei che ti ha portata in grembo e nella carne e nel sangue ti ha dato la vita. Ma tu Mariachiara allo stesso modo, nella carne e nel sangue, hai ridato alla tua famiglia e anche a noi che non ti abbiamo conosciuta, la vita. Lasciandoci una testimonianza di fede vera, concreta e fresca.
Ultima di sette figli, la piccola di casa,Mariachiara Mangiacavallo era una ragazza normale: con i sogni , le attese e le pretese che hanno tutti. Affinché non si dica che tu ce l ‘hai fatta perché  “eri una dal carattere forte”: eri debole e fragile come tutti noi. Quando Mariachiara scopre di essere malata, si ribella, non accetta questa storia, questa Croce, questo Dio ! Si allontana da tutto e da tutti conducendo una vita disordinata, finché non scopre “Chiara”.
Leggendo la storia di Chiara Corbella Petrillo, Mariachiara sente una chiamata forte :”Mariachiara brilla”.
Fedele a questa chiamata, decide di brillare e così cambia vita iniziando ad amare ciò che non può essere chiamato Amore. Accoglie quella Croce e vive la sua malattia nella gioia, proprio come aveva fatto Chiara. Dopo la sentenza a morte “sei una malata terminale”; Mariachiara non cede, Dio le da la forza di brillare ancora e ancora. Gira l’Italia con padre Vito per testimoniare la sua condizione di malata terminale felice, che aspetta ansiosa il Suo Sposo.
La “pazza” terminale, poi, intraprende con l’amica Enrica “il cammino della Provvidenza”: desiderosa di toccare il Suo amore nella debolezza della sua carne, percorre 100 km a piedi dalla Verna ad Assisi, senza cibo, soldi, niente! Portando con sé solo la certezza che il Suo “amore avrebbe provveduto”. Il Signore non mancò neanche allora.
Il 13 giugno 2014 , in occasione dell anniversario della morte di Chiara Corbella,  fa una testimonianza che tocca i cuori e con infinita umiltà dice “sono un frutto di Chiara” e, come un frutto dal grembo di Chiara , esattamente 9 mesi dopo , il 13 marzo 2015 Mariachiara nasce al cielo. all’età di 29 anni messa in ginocchio da un leiomiosarcoma uterino. Un tumore che le ha tolto tutto, tranne la Gioia Piena: si perché Mariachiara è morta felice.
Ha permesso al “mostro”di metterla in ginocchio solo perché quello è l’atteggiamento giusto per pregare.  in ginocchio, con il sorriso, con la certezza della vita eterna. Padre Vito è stato accanto a Mariachiara sempre, in particolare gli ultimi giorni della sua vita, proprio come aveva fatto con Chiara. Ti ha portato Gesù eucarestia, lì lo ha messo , sulla tua piccola scrivania affinché tu potessi consolare e trovare consolazione . Come desideravi te ne sei andata durante la celebrazione eucaristica,  dopo esserti cibata del Corpo di Cristo e aver ricevuto la benedizione direttamente dalle mani di Padre Vito. Siamo qui, fiorellini bianchi sospinti da una leggera brezza estiva danzano tra le stradine del cimitero di Sciacca. Sono venuta a salutarti.
Myriam, tua sorella mi parla di te. Le manchi: “cantava sempre 《come un prodigio 》 e io le domandavo ma che hai da lodare questo Dio ? Ti ha tolto tutto anche le ovaie e l’utero.  lei mi rispondeva -io quando ero sana ero morta adesso che sono malata vivo veramente. Io non voglio guarire. Io questo sposo lo voglio abbracciare veramente-”
Padre Vito al funerale di Mariachiara ha detto :”Ho preso il bigliettino che c era nella sua macchina su cui è scritto “citofonare Mangiacavallo”. Dove c è la casa di Mariachiara non ci sono parcheggi,  allora parcheggi dove ti pare e metti il bigliettino, così chi ha bisogno citofona e qualcuno scende a spostare la macchina. Possiamo utilizzarla questa cosa anche ora, se ci troviamo difronte a delle difficoltà o ostacoli,  possiamo CITOFONARE MANGIACAVALLO , qualcosa succede, da lassù qualcuno scende”.
Mariachiara anche se fragile é stata forte e coraggiosa perché  l’Amore l’ha mossa, l’Amato,  lo Sposo le ha messo la pace nel cuore e SI! Si dica pure che CI VANTIMO ma in Cristo Gesù, potenza di Dio. Che fa tutto come un prodigio e opere meravigliose e spesso ci ritroveremo a “Citofonare Mangiacavallo”,  certi che qualcuno di sicuro scende”.
Dal testamento spirituale di Mariachiara:
“Lascio a tutti quelli che leggeranno questo testamento la speranza, la speranza di godere della vita eterna, sia qui sulla terra che in cielo. Quella speranza che racchiude in sé la gioia, la pace e l’amore. Non perdete tempo a pensare a cose superflue e senza senso, vivete ORA e ADESSO con Dio e solo così, pian piano, capirete quanto è bello vivere l’ORA e l’ADESSO per Lui”
Maria Chiara Mangiacavallo,  7 dicembre1985 – 13 marzo2015