domenica 30 agosto 2015

Quel che avrei voluto dire all’incontro a Rimini

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Caro direttore , dopo aver ricevuto tanti messaggi in cui mi si domanda spiegazione della sospensione dell’incontro sulle bugie dell’ideologia gender, organizzato al Meeting di Rimini presso lo stand dei domenicani domenica 23 alle ore 18, chiedo poche righe per rispondere a tutti e lo spazio per pubblicare il mio intervento. Ho saputo della sospensione dell’incontro solo cinque minuti prima di intervenire insieme a padre Giorgio Carbone e Raffaella Frullone. Il giorno seguente ho chiesto spiegazioni ai responsabili e mi è stato risposto che si preferiva non creare polemiche inutili. Grazie, Benedetta Frigerio.
di Benedetta Frigerio   per Tempi.it
La prima bugia dell’ideologia gender è la sua negazione come tale. C’è chi dice che non esiste. Ma la storia documenta altro. All’inizio degli anni Sessanta il movimento femminista associa la liberazione della società con la liberazione sessuale secondo lo schema marxista ma rivisitato. Se per Marx la liberazione dell’uomo e della società sarebbe avvenuta attraverso la lotta fra padrone e operaio tramite lo strumento del capitale, per il femminismo sarebbe avvenuta nello scontro fra i sessi tramite lo strumento del corpo e del linguaggio.
Lo stesso Friedrich Engels, ripreso dal pensiero femminista, nel suo saggio L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, descrive l’inizio della società come fondata sul matriarcato, dove non esiste la proprietà privata. Nello stesso tempo, grazie alla rivoluzione sessuale, la donna pensa che la liberazione sia innanzitutto legata al corpo, che “è mio e lo gestisco io”. Grazie a questo anche l’omosessualità diventa per la prima volta un atto di libertà da rivendicare in un movimento che esce allo scoperto nel 1969 a New York. Alla fine degli anni Cinquanta su questa stessa scia aveva costruito il suo pensiero, ripreso poi dalle femministe e dal movimento gay, l’ideatore dell’ideologia gender, lo psicologo americano John Money e lo psicanalista Robert Stoller che separava il sesso dal cosiddetto genere sessuale. Vale la pena qui ricordare chi è Money. John Colapinto, giornalista musicale americano, ha scritto un libro, Bruce, Brenda e David, in cui si racconta la drammatica vicenda di un bambino, Bruce Reimer, nato nel 1969 in Canada, che perse il pene in seguito a un errore medico.
I suoi genitori disperati videro in tv il dottor Money che spiegava che il sesso non aveva nulla a che fare con il genere sessuale, che poteva essere scelto a prescindere da qualsiasi dato biologico. Bruce fu quindi visitato dallo psicologo che convinse i genitori a crescerlo come Brenda. Peccato che il piccolo giocasse con i maschi, cercasse di fare la pipì in piedi e che, crescendo, fosse attratto dalle donne. Bruce fu anche bombardato di ormoni, ma crescendo, cresceva anche la disperazione e al momento dell’operazione per cambiare definitivamente sesso fuggì disperato. Anche i suoi genitori e il fratello gemello Brian subivano l’infelicità del ragazzo, tanto che un giorno il padre di Bruce gli rivelò la verità. In seguito Bruce cambiò i suoi documenti con il nome maschile di David. Pochi anni dopo si sposò e durante un’intervista, sottotitolata in italiano, fece un appello chiedendo alla gente di combattere questa ideologia e domandando cosa dovesse accadere ancora perché ci si opponesse: “Forse che qualcuno si uccida?”. Il suo gemello, la cui esistenza fu rovinata da Money, si suicidò. Di fronte a questo ennesimo dolore David non resse e si tolse la vita.
Nel frattempo Money continuò ad essere premiato dalla comunità scientifica internazionale, che non ha mai smentito le sue teorie.
Intanto, il movimento femminista, sapendo che la società non avrebbe mai accettato tali teorizzazioni decide di organizzarsi in piccoli gruppi culturali interni agli atenei universitari. E negli anni Ottanta vengono istituiti oltre 800 dipartimenti di Women’s Studies. Anche il movimento gay capisce che è dalle istituzioni culturali, scientifiche e politiche che occorre partire, occupando i posti di potere. Accade così che nel 1973 si arriva a eliminare dal manuale delle malattie diagnostiche l’omosessualità. Simon LeVay, noto ricercatore e attivista gay, confessa: «L’attivismo gay era chiaramente la forza che ha spinto l’Apa (American psycological association) a declassificare l’omosessualità dai disturbi di mente». Inoltre due ex presidenti dell’Apa, Wright e Cunnings, in un libro Destructive Trends in Mental Health scrivono che «una tempesta politica era stata creata dagli attivisti gay all’interno dell’associazione e quegli psichiatri fortemente contrari alla normalizzazione dell’omosessualità sono stati demonizzati e persino minacciati di morte». Dopo di che fu presa una decisione per alzata di mano e l’omosessualità fu così depatologizzata.
Nel frattempo diventava patologico ciò che è sempre stato normale: la persona che ritiene contro natura la pratica omosessuale viene definita omofoba, ossia con una paura patologica (fobia) dell’omosessuale. Come vedete è già la seconda parola inventata. Anche il genere che oggi usiamo tranquillamente per descrivere il sesso di una persona, fino a poco tempo fa era solo un termine grammaticale. Cambiando il linguaggio si riesce a travisare la realtà.
Ma procediamo, il movimento femminista mirava anche al potere politico e alle sedi internazionali. Come l’autrice americana Dale O’Leary dimostra raccontando ciò di cui fu testimone oculare quando andò alla conferenza Onu del Cairo (1994) e di Pechino (1995) anche su incoraggiamento di Giovanni Paolo II che, a conoscenza del pericolo, chiese a tutti gli Stati di opporsi tramite una missiva. Al Cairo le femministe posero il problema di rimodellare «i confini tra il naturale – e la sua relativa inflessibilità – e il sociale e la sua relativa modificabilità» e di rivisitare «i diritti dell’uomo secondo la prospettiva di genere». A Pechino fu presentata un’agenda politica che andava dai «mutamenti nella struttura della parentela, al dibattito sul matrimonio gay, alle condizioni per l’adozione e l’accesso alla tecnologia riproduttiva».
Il genere fu riferito «alle relazioni tra uomo e donna basati su ruoli definiti socialmente che si assegnano all’uno e all’altro sesso». Tutto ciò fu accolto grazie agli escamotage delle femministe che, ad esempio, la misero ai voti proprio quando la delegazione delle donne africane, ad essa contrarie, erano ormai partite, ottenendo la maggioranza. Di qui il linguaggio passerà in Europa, ma come spiegherò poi.
Ora torniamo agli anni Novanta quando si diffonde il libro After the ball, di Kirk, neuropsichiatra, e Madsen, esperto di tattiche di persuasione, entrambi noti attivisti Lgbt. Il loro libro serve a denunciare gli errori della battaglia gay, fondata sullo scontro, e a cambiare strategia. Fra le raccomandazioni c’è la desensibilizzazione degli eterosessuali (altro termine inventato e da non utilizzare, poiché esistono solo gli uomini e le donne, mentre l’omosessualità è un’emozione mutevole), che avviene inondano la società di immagini e messaggi omosessuali. Bisogna poi smetterla di differenziarsi e confondersi con le persone comuni in modo da abituarle «ingannandoli a credere che tu e loro parlate lo stesso linguaggio». Bisogna poi dipingersi come vittime e smettere di aggredire, usando come arma la diffusione dell’Hiv se serve. C’è poi la tattica del grippaggio dove «mostrando le terribili sofferenze degli omosessuali» si giochi sul «senso di colpa» dei cristiani, che devono «apparire i cristiani bigotti».
Per chi ancora crede alla dietrologia di chi parla di lobby gay miliardarie vorrei fare l’esempio della Glen (associazione gay irlandese). Breda o’Brian, dell’Irish Time, durante la campagna referendaria sull’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso in Irlanda ha documentato che l’associazione americana Atlantic Philanthropies, tra il 2001 e il 2010 ha versato alla Glen oltre 7 milioni di dollari trasformando quella che era un’associazione con un dipendente che si occupava di lotta all’Aids in una vera e propria macchina da guerra. Si legge su un documento della stessa Glen che «le donazioni pluriennali» le hanno permesso di «trasformarsi in una macchina da lobbying operante a tempo pieno» che «lavora nella macchina di governo utilizzando un modello pragmatico che consolida il supporto, conquista i dubbiosi e pacifica coloro che si oppongono».
Esattamente quello che è accaduto in Irlanda dove, come descrive John Waters persino l’intervento della Chiesa è stato soft se non controproducente, dato che ci sono stati vescovi che hanno parlato della famiglia come luogo non unico ma “migliore” dove crescere i figli. Anche per questa assenza, la maggioranza di chi ha votato contro il matrimonio fra persone dello stesso sesso non ha avuto la forza di farlo pubblicamente.
Ma torniamo all’Europa. Nel 2010 il Consiglio d’Europa ha votato una raccomandazione non vincolante, ma comunque adottata dall’allora ministro Elsa Fornero nel 2013, «sulle misure volte a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere», dove si legge che «le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (Lgbt) … sono vittime di omofobia, transfobia» e che vanno tutelate negli ambiti legislativi come il lavoro, l’educazione, la salute, la libertà di espressione. Si chiedono quote particolari per le persone Lgbt, che lavorano per educare i bambini a vivere la propria sessualità senza schemi e si raccomanda di vigilare affinché siano puniti espressioni o idee omofobe. Tutto ciò è contenuto nel testo della Fornero: “Strategia Nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, finanziata dal governo Letta con 10 milioni di euro. Il Dipartimento delle Pari Opportunità e l’Unar la implementano con “Tante diversità uguali diritti” volta combattere l’omofobia tramite la consultazione delle associazioni Lgbt per agire nelle scuole con corsi per dirigenti, docenti e l’empowerment delle persone Lgbt nelle scuole sia tra gli insegnanti sia tra gli alunni. Si è proseguito con le linee guida per i giornalisti che censurano parole come “famiglia” o “utero in affitto”, per passare ai libretti Educare alla diversità, i cui testi, denunciati per primo daTempi e dalle Sentinelle in Piedi, sono stati ritirati, ma che somigliano a quelli di indottrinamento comunista, in cui i bambini vengono messi contro “i genitori omofobi”. Ricordo poi il ddl Scalfarotto del luglio 2013, che suscitò la mobilitazione delle Sentinelle in Piedi e che mirava a introdurre il reato di opinione per omofobia. I fatti di cronaca dove già si vede in atto la “caccia all’omofobo”, l’odio verso chi difende la fede cristiana e la natura umana, sempre raccontanti da Tempi, sono infiniti.
Ma a chi ancora non crede all’esistenza dell’ideologia gender ricordo il pensiero di quella che viene considerata come l’ideologa vivente principale del movimento femminista, la professoressa americana Judith Butler che parla del genere come «di una costruzione culturale, esso non è il risultato causale del sesso, né è fisso come il sesso» ma «la maschilità potrà essere riferita sia a un corpo maschile sia a uno femminile e la femminilità sia a un corpo maschile sia a uno femminile». Ora siamo alle Unioni Civili dove grazie al grippaggio e ad altri fattori persino all’interno della Chiesa si teme di parlare di unioni contro natura e di spiegare perché per il cristiano sono un peccato morale grave che normato diffonde infelicità in tutta la società.
fonte: Tempi.it

Non invecchiare davanti alla parola di Dio


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di Innocenza Laguri
Tre  suggestioni, tratti da letture di  questo periodo,  mi sono di aiuto nel  vivere la famosa età anziana e mi permettono anche di praticare , almeno un po’ di più,  cose già intuite ( e messe nei precedenti contributi)
1)  In un suo recente testo (Il magnifico segno) Silvano Petrosino osserva che,  in fondo,  pochi momenti della nostra vita  sono esperienza. “ Su un numero limitatissimo di eventi –dice Petrosino- il soggetto si ferma a ri-flettere, a pensare, a parlare. Esiste dunque uno scarto  irriducibile, una drammatica  sproporzione tra la vita vissuta dal soggetto e l’esperienza che egli compie del suo stesso vivere. E’ impossibile negarlo,non tutto il nostro vissuto  è in verità propriamente  vissuto: gran parte della nostra vita resta irrimediabilmente nell’ombra, al di fuori di ogni esperienza, estranea a ogni parola, consegnata a un silenzio assoluto. “ Petrosino esemplifica: non ci si ricorda  dei primi anni di vita, del tempo trascorso a dormire , degli infiniti incontri che facciamo
Questa osservazione mi aiuta a capire perché, ora che ho 69 anni,  mi risulta  più fare una gerarchia degli impegni,  fermare il flusso della vita di contro alla abitudine della facilità comunicativa,della reattività, all’emozionalismo ma soprattutto dell’attivismo !!! Sono insomma più consapevole del dramma cui accenna Petrosino E’ anche per questo che mi sveglio presto al mattino come tanti anziani?
2) Dentro  questa osservazione ci sta molto bene l’altra  di Jean Guitton (Saggio sull’amore umano), secondo cui proprio le cose più ovvie sono le meno conosciute cioè sono quelle di cui più ci sfugge il significato, in primis l’amore
“Non troveremo molti aiuti se vogliamo capire l’essenza dell’amore perché è estremamente difficile conoscere una realtà quotidiana  e comune. L’esperienza, quando si riduce a qualcosa che semplicemente si ripete ( e quanto si ripete la parola amore  nella cultura mediatica!! n.d.r) ,finisce per inebetire”.
La considerazione di Guitton mi viene incontro quando mi ridomando  cosa voglia dire alla mia età voler bene ai familiari e agli amici, al di là dello scontato e la risposta non è affatto immediata. Per esempio non mi è facile distinguere quando le aspettative verso i figli siano segnate dall’attesa di una soddisfacente ricompensa (con tutto quello che ho fatto!!) o dalla sincera preoccupazione della loro crescita umana (le due cose sembrano coincidere in molti casi, ma non sono equivalenti). Questa riflessione  si collega a quell’intuizione (già detta) del vederci tutti come morenti per cominciare sin da ora a vedere il buono, ad aver cura del destino  di chi ci sta accanto
3) La terza suggestione è  di  Von Balthasar (Il tutto nel frammento). Cito la frase che mi ha colpito “Non c’è sapienza cristiana della vecchiaia”. Scossa da questa frase  che sembra smentire la questione della “spiritualità anziana” che mi sta a cuore, ho cercato di capire cosa volesse dire leggendo  il testo (sia pur a fatica per la difficoltà).  Ecco alcune spiegazioni che ho capito: la rassegnazione (con cui molti fanno coincidere, se ne parlano, la vecchiaia) non è affatto una virtù cristiana perché Cristo non era un rassegnato alla morte né lo erano i santi , né i martiri .
La rassegnazione osserva il teologo,  si basa su un senso del tempo come qualcosa che scompare del tutto. Invece la concezione cristiana è quella di un tempo che va verso il suo compimento (nonostante il dramma della perdita di tanta esperienza possibile).  Poi Balthasar  dice che Gesù fu, una volta per sempre , solo  bambino e  giovane, senza conoscere la vecchiaia. Cioè, se il linguaggio di Dio si è incarnato in un giovane e in un  piccolo, c’è una giovinezza  nella sua  parola  che non può essere perduta. Questa giovinezza consiste nel non trovarsi mai a proprio agio nel mondo disincantato degli adulti.  Balthasar cita come esempio la “giovinezza”  del discorso della montagna che si presenta come “fuori dal mondo”. Tra le indicazioni che il teologo chiama “i misteri del ringiovanimento”   ci sono la confessione e l’eucarestia, la concezione escatologica del tempo, lo stare davanti alla vita,il  donare più di quanto si riceve.  Se c’è insomma  una giovinezza nella parola di Dio,se il Vangelo è eternamente giovane , non è cristiano invecchiare davanti alla parola di Dio, accontentarsi cioè di ciò che si è conosciuto, ci vuole sempre un nuovo assoggettarsi,un ascolto sempre docile . Nella vecchiaia c’è una prossimità impareggiabile del Dio che si rivela , la vecchiaia  si  può tradurre in una grande apertura .”Si deve essere una pienezza che viene rapita nel momento del suo massimo sviluppo” .
Chiarita  così, la  provocazione di Balthasar  non vuole dire che non c’è un modo cristiano di invecchiare, c’è ma non nel senso della rassegnazione, dell’abitudine, della chiusura che rimbambisce. Mi sembra sia un altro modo  di confermare l’idea di Guardini, che ho citato a suo tempo (la vecchiaia come  inveramento delle caratteristiche  che Dio ha posto  nelle precedenti età dell’uomo).  Poi  sembra anche a me, leggendo la liturgia di ogni giorno, che ci sia  una profondità da scoprire.  All’esempio delle beatitudini aggiungo anche il pozzo profondo della frase che sento da decenni e decenni  “ama il prossimo tuo come te stesso”.
La meditazione sulla parola di Dio mi sembra offrire un punto di riferimento per quella riflessione sul vivere che secondo Petrosino è molto esile e anche per quella guittoniana ( non inebetire dando per scontate realtà ripetute e quotidiane, come l’amore ). Da qualche anno partecipo  per pochi  giorni o anche per una sola giornata alla vita monastica ,ad  Orta in Piemonte, a Valserena e  a Cortona in Toscana. Non mi sembra più del tutto lontano quell’ aspetto importante del monachesimo che è il fermare il lavoro per andare a pregare o per la lectio divina .Una monaca del monastero di Orta testimoniava come durante il  suo lavoro (nel quale un’interruzione può comportare difficoltà),  costi fatica lasciare spazio logistico, temporale e interiore alla preghiera e alla meditazione. Anche a me costa fatica  lasciare quel tempo, che decido io e a cui do così tanta importanza, per un “altro” tempo. Ma forse aiuta a restare giovani nel senso di Balthasar,a sprecare meno possibilità di esperienza, a non inebetire nello scontato.

A cento giorni dal giubileo

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Per tutti quelli che ho intervistato il 2 agosto alla fine della Marcia Francescana – marciatori e guastatori – per gli amici del Serafico di Assisi, per i volontari che sfamano i poveri alla Stazione Ostiense, per chi ama Franco Nembrini (strepitoso su peccato e misericordia), per chi vuole vedere che faccia ha uno che è appena stato perdonato senza condizioni: il mio speciale “A cento giorni dal giubileo” andrà in onda su Rai 1 alle 8,15 domenica 30 agosto e su Rai Storia lunedì 31 alle 19.
Costanza Miriano

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Pezzi di orrore: nuovi video del caso Planned Parenthood sottotitolati in italiano

Ci segnalano nuovi video tradotti in italiano sulla vicenda  del traffico di organi di bambini abortiti di cui abbiamo parlato QUI  (PEZZI DI ORRORE). Qui sotto i link.

ATTENZIONE, ALCUNI VIDEO CONTENGONO IMMAGINI MOLTO FORTI!


Questi sono altri tre sono delle brevi spiegazioni delle “strategie” di Planned Parenthood



grazie a AntonellaX

San Giuseppe Cottolengo e Italo Calvino.

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Da Francesco Agnoli
Giuseppe Cottolengo è un semplice sacerdote che nella Torino dell’Ottocento assiste impotente alla morte di una donna gravida. Questo incontro, di cui è costretto ad essere testimone, è per lui un richiamo, che cambia l’esistenza.
In quindici anni crea un’opera immensa: prima un paio di camerette, in cui assiste più di duecento malati, poi un asilo infantile, poi la famiglia dei sordomuti,
quella degli adolescenti caratteriali, quella degli orfani, degli invalidi, degli handicappati, degli epilettici, di coloro che negli altri ospedali vengono rifiutati. Nasce in breve, dalla sue mani sante, una cittadella, la “Piccola casa della divina provvidenza“: un nome paradossale, per un luogo in cui le miserie e le deficienze umane più terribili, si accumulano, e si incontrano con la grandezza dell’amore di altri uomini.
Di fronte a questa realtà, il povero conte Camillo Benso di Cavour, tanto abile politicamente, quanto povero di spirito, si chiede cosa vi sia di sacro nel diritto alla vita di esseri in cui evidentemente non riesce a riconoscere, dietro le apparenze non belle, non attraenti, delle creature di Dio e dei corpi destinati a risorgere gloriosi (Antonio Sicari, Ritratti di santi 1, Jaka Book).
Oltre cent’anni più tardi, la radicale abortista Adele Faccio, scriverà: “Fatemi capire perché bisogna difendere il diritto alla vita di migliaia di esseri deformi, inadatti, incompleti, che riempiranno quel museo degli orrori che è il Cottolengo“. Museo di orrori: è effettivamente la reazione più normale, nell’uomo decaduto, quando non vuole accogliere il dolore dei fratelli, ma solo respingerlo, negarlo, allontanarlo da sé, come uno scandalo, intollerabile per chi vi assiste (visto che chi lo vive, già lo sopporta).
Anche un altro grande personaggio, Italo Calvino, farà il suo incontro con questa realtà. Lo racconta nella “Giornata di uno scrutatore”, il diario, ha scritto Andrea Sciffo sul Timone, “di uno scrutatore del partito comunista che, impegnato ad evitare possibili raggiri elettorali della democrazia cristiana al seggio elettorale nell’istituto Cottolengo di Torino, rimane imbrigliato in una umanità mai vista“. Davanti si trova “ragazzi-pesce”, creature deformi, inimmaginabili. Di fronte a tale mistero la sua mente cerca di catalogare e definire: “fino a che punto un essere può dirsi un essere, di qualsiasi specie?”; “fino a dove un essere umano può dirsi umano?“, si chiede, respingendo immediatamente la possibilità che la realtà sia, semplicemente, quella che si vede. Mentre pensa, ragiona, mentre quasi “vuole fare un discorso sulla società come avrebbe dovuto essere secondo lui”, deve però fare i conti con le suore liete, serene, che dedicano ogni attimo della loro vita, a quell’umano nascosto, che chiede di essere incontrato e amato, e che lui vorrebbe, invece, cancellare tout court, non si sa come. In verità, osservando la letizia delle suore, Amerigo si domanda: “una beatitudine esiste? (e se esiste allora va perseguita?)”.
E conclude con una commovente descrizione, di un ragazzo idiota, che il padre viene sempre a trovare, ogni domenica, solo per vederlo masticare: “Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore…l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo“.

Martini, così corre la parola

Carlo Maria Martini

Avvenire, 30 Agosto 2015di ENZO BIANCHI
A tre anni dalla morte esce un volume che raccoglie 111 ritratti inediti del cardinale. Pubblichiamo in anteprima quello di Enzo bianchi
Il significato fondamentale della nostra vita consiste nella vita di Cristo stesso donataci nel battesimo,
nella giustizia e nell’amore di Cristo che operano in noi a servizio dei fratelli e danno un senso diverso, gioioso,
a ogni tipo di esperienza o di incontro quotidiano
.
Da Messaggio per l’ingresso nell’arcidiocesi di Milano, 10 febbraio 1980
(in Le ragioni del credere. Scritti e interventi, Mondadori, Milano 2011, p. 6)
È a Gerusalemme che ci siamo incontrati di persona la prima volta: padre Carlo Maria Martini era professore al Pontificio Istituto Biblico e teneva il consueto semestre di insegnamento in Terrasanta; io stavo vivendo alcuni mesi sabbatici in cui approfondivo la conoscenza dell’ebraico biblico. All’epoca già ero familiare con i suoi studi esegetici, che sempre mi impressionavano per la rara capacità di mettere in risalto la “lettera” così da andare con maggior penetrazione allo “spirito” dello “sta scritto”.
Ci trovavamo all’Istituto biblico, in città nuova, per conversare o cenare insieme, anche perché padre Martini era molto interessato al mio Pregare la Parola, il testo che avevo pubblicato sulla pratica della lectio divina. Dagli incontri e dalla frequentazione di quei mesi è nata un’amicizia profonda. Rientrati entrambi in Italia, padre Martini non mancava mai di passare per Bose quando da Roma si recava presso la sua famiglia d’origine a Torino: la preghiera comunitaria, a volte il pasto fraterno, sempre la sollecitudine per la Chiesa di Dio era ciò che amavamo condividere.
La sua nomina ad arcivescovo di Milano ha poi mutato tempi e modalità dei nostri incontri, così come il suo ministero, ma non ha cambiato il cuore del suo essere cristiano e pastore. Durante i lunghi anni di episcopato e poi quelli successivi di progressivo indebolimento, ci vedevamo alcune volte all’anno: non solo per iniziative, come la Cattedra dei non credenti, nelle quali aveva pensato di coinvolgermi, ma ancor più per momenti di confronto in arcivescovado a Milano su quanto stava a cuore a entrambi circa la presenza della chiesa nella società contemporanea, l’impatto del Vangelo nella vita quotidiana odierna, in Italia come nel mondo. Quando poi veniva a trovarmi a Bose, ero sempre stupito dalla sua attenzione e sollecitudine per i fratelli e le sorelle della Comunità, in particolare per quelli provenienti dalla sua diocesi, che avevano compiuto il cammino di cristiani adulti sotto la sua guida pastorale: le sue erano parole di incoraggiamento e fiducia, squarci di visione dilatata, pensieri e parole ricche di parresia evangelica e di macrothymia, capacità di pensare in grande, di offrire un respiro a misura dell’umanità.
Incontrare con il cardinal Martini per me significava sempre riandare all’essenziale di cosa significa essere uomini della Parola: letta, studiata, meditata, pregata, amata, la parola di Dio per Martini era “lampada per i suoi passi, luce per il cammino” ed era anche, e proprio per questo, chiave di lettura dell’agire quotidiano, luogo di ascolto, di discernimento, di visione profetica. Ma l’aspetto ancor più impressionante del suo essere uomo, cristiano, vescovo della Parola, emergeva dalla sua grande capacità di ascolto: dialogare con lui era sperimentare di persona cosa sia un orecchio attento e un cuore accogliente, cosa significhi pensare e pregare prima di formulare una risposta, cogliere il non detto a partire dalle poche parole proferite dall’interlocutore, capirne i silenzi. Era da questo ascolto attento, della Parola e dell’interlocutore, che ho visto nascere nel card. Martini la capacità di gesti profetici, la sollecitudine per la chiesa e per la sua unità, la vicinanza ai poveri, il farsi prossimo ai lontani, il dialogo con i non credenti. In lui coglievo una delle rare figure di ecclesiastici senza tattiche, né strategie, né calcoli di governo, ma quella vita di Cristo e in Cristo che aveva posto come chiave di lettura dell’esistenza di ogni battezzato e del suo ministero pastorale, fin dal messaggio alla diocesi nel giorno del suo ingresso a Milano.
Vorrei concludere questo ricordo rievocando l’ultima sua visita a Bose, quando le forze già cominciavano ad abbandonarlo senza minimamente intaccare la sua lucidità e la sua passione per il Vangelo e per la “corsa della Parola” tra gli uomini e le donne del nostro tempo. “Vedo ormai davanti a me la vita eterna – ci disse con grande semplicità e forza – sono venuto per darvi il mio ultimo saluto, il mio grazie al Signore per questa lunga amicizia nel Suo nome: conto sulla vostra preghiera e sul vostro affetto”. E così, come un padre pieno di sollecitudine, ci parlò della morte e del morire, della risurrezione e della vita: “Si muore soli! Tuttavia, come Gesù, chi muore in Dio si sa accolto dalle braccia del Padre che, nello Spirito, colma l’abisso della distanza e fa nascere l’eterna comunione della vita. Nella luce della risurrezione di Gesù possiamo intuire qualcosa di ciò che sarà la risurrezione della carne. L’anticipazione vigilante della risurrezione finale è in ogni bellezza, in ogni letizia, in ogni profondità della gioia che raggiunge anche il corpo e le cose”.
Per me aver conosciuto e amato il card. Martini, aver avuto il grande dono della sua amicizia è stata occasione di questa letizia e gioia profonda, ha significato comprendere perché i padri della chiesa erano soliti dire che i discepoli autentici del Signore sono sequentiae sancti Evangelii, brani del Vangelo, narrazioni dell’amore di Dio per l’umanità tutta.
Pubblicato su: Avvenire

Cattolici ed evangelici, l'ecumenismo dello Spirito

Convocazione di Rinnovamento nello Spirito


di Enrico Cattaneo

Pubblichiamo una riflessione sul rapporto tra cattolici ed evangelici che nasce da un volume appena pubblicato di Carlo Colonna sj, Cattolici ed Evangelici insieme: è possibile? Un discernimento spirituale su antichi Dissensi e nuovi Consensi, Sapienza e Vita Editrice, Pozzuoli (NA) 2015.  
Nel luglio del 2014 papa Francesco ha fatto visita alla comunità evangelica di Caserta, guidata dal pastore Traettino. È stato un avvenimento che ha sorpreso molti, ma non chi già era a conoscenza dei contatti del vescovo Bergoglio con lo stesso pastore Traettino e con altri pastori e gruppi evangelici dell’America Latina. Dall’altro lato si sa che i movimenti cristiani evangelici stanno avendo un grande impatto proprio nella cattolica America del Sud, sottraendo fedeli alle parrocchie. 
Gli “evangelici” sono nati dal protestantesimo classico, ne hanno adottato tutti i dogmi basilari (sola Scrittura, sola fede, sola grazia, solo Cristo), ma in più hanno assorbito il rinnovamento pentecostale, dove è essenziale la conversione, e quindi la “nuova nascita” mediante l’effusione dello Spirito Santo, con il conseguente esercizio dei carismi (glossolalia, profezia, guarigioni, ecc.), sia nella preghiera di gruppo, sia nell’evangelizzazione. Ora questo rinnovamento pentecostale da quasi cinquant’anni è penetrato anche nella Chiesa cattolica, suscitando un notevole risveglio spirituale. Da qui la possibilità di un contatto e di un dialogo con le comunità evangeliche. 
Tuttavia non tutti gli evangelici sono disposti a tale dialogo. In effetti, la maggioranza di essi continua ad essere fortemente anti-cattolica, cioè continua a vedere nel cattolicesimo una grave deviazione dalla purezza dell’evangelo. Essi considerano le aperture ecumeniche della Chiesa cattolica come un tentativo di assorbire il maggior numero possibile di persone, come un polipo che allunga i suoi tentacoli per stringere tutti in un abbraccio che per loro è mortale. Perciò essi mettono in guardia i loro fedeli, perché stiano lontani dai cattolici. “Il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, dice un antico proverbio. Così i cattolici - dicono loro - con il Concilio Vaticano II hanno assunto un linguaggio più biblico, ma non hanno rinnegato nulla del loro cattolicesimo. 
Tuttavia c’è un piccolo numero di evangelici, come il pastore Traettino, i quali, pur professandosi evangelici, cioè non-cattolici, tuttavia non sono “anti-cattolici”, perché riconoscono nei cattolici dei “fratelli” nei quali lo Spirito opera e con i quali si può essere in comunione, sia pure in modo imperfetto.

Il dialogo dunque non è facile, ma è possibile. L’invito che facciamo agli evangelici anti-cattolici è quello di superare il vecchio armamentario polemico e cercare di conoscere meglio che cos’è il cattolicesimo. Cerchiamo anche tutti di comprendere meglio la Bibbia. Questo vale certamente per i cattolici, ma forse vale anche per i fratelli evangelici. La Sacra Scrittura è una realtà molto più profonda di quella data da una interpretazione esclusivamente letterale. Gli evangelici fanno coincidere la Parola di Dio con il senso letterale della Bibbia, ma questa posizione non regge: se è vero infatti che ci sono nella Scrittura molte parole chiare ed evidenti di per sé, ce ne sono però tante altre che esigono una interpretazione, e queste interpretazioni possono essere molte e anche in conflitto tra di loro. Come distinguere le interpretazioni che arricchiscono la fede da quelle che la sviano? 
Alcuni evangelici vedono inoltre nella teologia cattolica dell’et-et (fede e opere, natura e grazia, ecc.) una forma di sincretismo incompatibile con l’evangelo. E se fosse invece quella che meglio rende conto di tutti i dati biblici? Bisogna certamente riconoscere che non tutti gli et-et sono buoni. La Bibbia stessa ne denuncia alcuni, per cui, ad esempio, non si possono tenere insieme Dio e mammona (Mt 6,24), pietà e ostentazione (Mt 6,5), preghiera e mancanza di perdono (Mt 6,15), grazia e peccato (Rm 6,1), essere figlio e schiavo (Rm 8,15). Questi sono i binomi veramente incompatibili. Ma il binomio cattolico di Scrittura e Tradizione (nella quale è incluso il Magistero), è proprio da rigettare o non è forse quello che salvaguarda meglio proprio la sacra Scrittura e impedisce di cadere nel fondamentalismo? Così noi cattolici siamo convinti che tutta la dottrina cattolica ha un fondamento biblico, anche se non subito evidente. E da parte loro i fratelli evangelici potranno scoprire che tante cose del cattolicesimo, che essi ritengono non-bibliche, in realtà sono nella Bibbia!
È vero che noi cattolici a volte sembriamo far di tutto per mostrare il nostro aspetto più criticabile, come   certe manifestazioni legate a statue, santi, pellegrinaggi, cerimonie, ecc., però il cattolicesimo non è solo questo. È una realtà molto più complessa. È vero che ci sono tanti cattolici che non sono “convertiti”, ma chi siamo noi per giudicarli? Guardiamo anche alla nostra storia personale: nessuno di noi è “nato” cristiano, ma lo siamo “diventati” grazie alla nostra accettazione del Signore Gesù, anche se questa adesione è arrivata dopo un tempo di incredulità e forse anche di peccato. Come il Signore ha avuto pazienza con noi, così anche noi dobbiamo avere pazienza con gli altri, pure se non sono ancora fratelli in Cristo.
Noi crediamo che l’unica Chiesa di Cristo si conserva nella sua pienezza solo nella Chiesa cattolica, quella cioè che è in comunione con il successore dell’apostolo Pietro, morto martire a Roma. Noi crediamo che tanti elementi di santificazione e di grazia si trovano anche al di fuori della Chiesa cattolica. Noi crediamo che lo Spirito Santo assiste la Chiesa cattolica perché rimanga quel “sale della terra” e quella “luce del mondo” perché chiunque voglia, a qualunque popolo appartenga, possa venire e riposarsi sui suoi rami. Noi crediamo che il cammino verso l’unità è voluto da Cristo e sarà attuato dallo Spirito Santo.
Diciamo ai fratelli evangelici: va bene, voi con il vostro puro Evangelo siete i “forti”, noi con i nostri et-etsiamo i “deboli” (cf. Rm 15,1). Però lasciateci la libertà di essere deboli in Cristo! Lasciateci la libertà di venerare la Madre del Signore (cf. Lc 1,43), e di proclamarla beata con tutte le generazioni (cf. Lc 1,48). Se ella ha trovato grazia agli occhi di Dio (cf. Lc 1,30), perché non dovrebbe trovarla anche ai nostri occhi? Siamo noi più sapienti di Dio? Lasciateci la libertà di onorare i servi del Signore, dal momento che anche il Padre li onora (cf. Gv 12,26). State attenti che anche la Bibbia può diventare un idolo. A che serve dire: “Purezza dell’evangelo! Purezza dell’evangelo! Purezza dell’evangelo!”, se poi alla fine vi sentirete dire: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità» (Mt 7,23)? Dunque, siamo tutti sulla stessa barca.
L’ecumenismo dello Spirito è quello guidato direttamente dallo Spirito Santo, che ha operato fin dalle origini della Chiesa apostolica. Infatti, i primi discepoli, che erano tutti ebrei, non sapevano come annunciare il vangelo ai non-ebrei. Fu lo Spirito che condusse Pietro in casa di un non-ebreo, il centurione Cornelio, e mentre Pietro parlava, il cuore di quei pagani si aprì alla fede nel Signore Gesù e lo Spirito discese su di loro, con grande meraviglia dei credenti giudei. Allora Pietro disse: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo” (At 10,47). C’era la fede, c’era il dono dello Spirito: non bastavano? che cosa mancava? Mancava il battesimo nell’acqua, il segno sensibile ed efficace della loro nuova nascita (ecco l’et-et cattolico!). I fratelli di Gerusalemme furono sconvolti da questa notizia e chiesero spiegazioni a Pietro. Solo alla fine «si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: ‘Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita’» (At 11,18).
Analogamente, anche oggi è l’azione dello Spirito che crea la base dell’unità. Quando i cattolici hanno visto gli evangelici pregare, si sono aperti i loro occhi e hanno detto: “Dunque anche i protestanti amano il Signore Gesù e hanno i doni dello Spirito!”. E quando gli evangelici hanno visto pregare i cattolici-carismatici, si sono aperti i loro occhi e hanno esclamato: “Dunque anche i cattolici amano il Signore Gesù e hanno i doni dello Spirito!”. Questo è il punto di partenza, l’ “ecumenismo spirituale” che toglie quella “inimicizia religiosa” che è stata accumulata da secoli di polemiche, di lotte, di condanne reciproche. Il superamento di questo pathos negativo permette anche di guardare ai problemi teologici con più serenità. E qui occorre certamente anche lo studio, la riflessione, non esclusa la preghiera. Ci deve essere anche un “ecumenismo dottrinale”, che ha già fatto alcuni passi significativi, come con la Dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla dottrina della giustificazione. 
Alla fine ci possiamo porre la domanda: è possibile un “cattolicesimo evangelico” o persino un “evangelismo cattolico”? Se sì, esso non sarà opera di uomini, ma dello Spirito di Dio, e partirà dall’incontro con Cristo, Signore della storia e della mia vita. È lo Spirito che porterà i cristiani alla verità tutta intera e a quella piena comunione, anche visibile, per la quale il Signore Gesù ha voluto la sua Chiesa.

Abuso di illusione immunitaria




di Luigino Bruni
La gestione delle emozioni nostre e di quelle degli altri sta diventando sempre più faticosa. Abbiamo ridotto drasticamente gli spazi, i luoghi e gli strumenti comunitari e personali per accompagnare, accudire, sublimare le nostre emozioni. La cultura delle grandi imprese, e che da queste sta emigrando nel mondo intero, produce una crescente quantità di emozioni negative (delusione, paura, rabbia, ansia, tristezza...), che vengono trattate come vere e proprie “scorie”, e quindi rigettate, espulse o prese come marcatori dei lavoratori "perdenti". Guai a mostrarle e renderle visibili negli stessi luoghi che le hanno generate, pena non avanzare nella carriera o, non di rado, perdere il lavoro. Negli ultimi anni questi effetti collaterali emotivi sono cresciuti al punto da spingere le grandi imprese a ricorrere a nuove figure professionali, alle quali viene delegata e appaltata la gestione dei malesseri emotivi prodotti da stili relazionali insostenibili nei luoghi di lavoro. Si innesta così una spirale perversa simile a quella che troveremmo in (più o meno) ipotetiche fabbriche che inquinano l’ambiente di lavoro e poi, invece di eliminare il veleno, donano ai lavoratori cure disintossicanti gratuite in cliniche specializzate, o creano nuovi reparti interni per la disintossicazione dei dipendenti dai fumi tossici. Ma mentre la nostra sensibilità etica non accetta più simili soluzioni in materia di salute e di ambiente, le approviamo serenamente nella gestione delle nostre emozioni, e così non ci ribelliamo di fronte alle nostre aziende che prima ci intristiscono e deprimono dentro relazioni di lavoro insostenibili, e poi ci offrono tecniche ed esperti per curarle; e magari le ringraziamo perché ci offrono queste cure gratis. Come se procurare una malattia e poi (cercare di) curarla fosse uguale a non essersi ammalati. E così continuiamo a moltiplicare le emozioni negative e le loro cure, che non possono far altro che crescere assieme. 

In realtà, queste nuove autentiche trappole di povertà emotiva dipendono dalla forte diminuzione della compassione, una delle virtù umane più preziose e grandi, e dalla sua sostituzione con tecniche e strumenti. (Compassione letteralmente significa "soffrire" “pati” "insieme" “cum”), cioè la capacità di saper e voler condividere il dolore altrui. La compassione è l’atteggiamento opposto dell’invidia, perché mentre l’invidioso gioisce per le sofferenze degli altri e soffre per le loro gioie, il compassionevole soffre per il dolore e gioisce per le gioie dei suoi prossimi. L’invidia, sentimento prodotto, incoraggiato e coltivato dalla nostra cultura rivale e competitiva, si può curare limitando i suoi gravi danni, immettendo nell’organismo sociale persone capaci di compassione, che sono gli antibiotici naturali del virus dell’invidia. Nella tradizione occidentale (ma non solo in questa: si pensi al buddhismo) la compassione è qualcosa di diverso da quella che oggi chiamiamo “empatia”, perché nella compassione c’è una partecipazione intenzionale al dolore dell’altro al fine di alleviarlo, che non è richiesta all’empatia. Nella compassione c’è la volontà di fare del bene a chi si trova in uno stato di sofferenza, che nasce dalla consapevolezza o speranza che la condivisione di quella sofferenza la possa in qualche modo alleviare. 

Dove e come si crea la compassione? Nelle generazioni passate, dove la compassione era più presente e in certi periodi addirittura sovrabbondante (durante le guerre e dopo i grandi lutti collettivi), il principale luogo dove si formava e alimentava la compassione era la comunità, a cominciare dalla famiglia. La compassione aveva le sue istituzioni, e la sua manutenzione occupava molte energie collettive. I funerali, ad esempio, erano pensati come una grande forma di compassione comunitaria. Qualche settimana fa mentre partecipavo a un funerale nel mio borgo natio, sono rimasto molto colpito dalla quantità di baci e di lacrime mischiate che cadevano sulle guance della vedova e dei figli del defunto, una compassione collettiva e vera che nei decenni passati si protraeva per diversi giorni. Erano le molte comunità della vita che creavano la nostra capacità di compassione e i luoghi nei quali esercitarla. Le lunghe serate non ancora occupate dalla televisione erano il tempo della compassione, dove gli adulti la esercitavano tra di loro, e i bambini l’apprendevano guardando. In quelle società passate la compassione si imparava poi ascoltando le storie e le favole, leggendo la grande letteratura, che fin da bambini creavano e coltivavano la capacità di soffrire e gioire per le sofferenze e gioie altrui che diventavano, poco alla volta, anche le nostre. Quanta compassione riescono a creare nei nostri ragazzi i nuovi racconti digitali e i videogiochi del tablet? 

La compassione è un’esperienza che non ci lascia mai immuni. Ci cambia, ci contamina con i sentimenti e con le sofferenze dell’altro. Abbiamo tutti, in vari gradi, una naturale capacità di empatia, ma la compassione inizia quando una volta scattata l’empatia e sentito qualcosa delle emozioni dell’altro, decido liberamente di farmi contagiare dalla sua sofferenza, di condividere le sue emozioni, di farmi suo prossimo solidale e compagno di un tratto di strada. Per questa ragione, mentre ci può essere (e ce n’è molta) empatia senza benevolenza, per la compassione c’è bisogno dell’agape, della scelta di sollevare quella persona concreta amandola, come il samaritano con la vittima imbattutasi nei briganti. La compassione, poi, non è un atto unilaterale e unidirezionale. È un rapporto, un “sentire insieme” ed essere mutuamente e contemporaneamente consapevoli di star provando le stesse emozioni e gli stessi sentimenti. È questa mutua e contemporanea esperienza che allevia il dolore e moltiplica la gioia. Certi dolori possono essere alleviati solo dalla compassione. Se non si raggiunge questa consapevole reciprocità emotiva, la compassione non è piena e non porta i suoi frutti stupendi. Se, infatti, non riesco ad entrare nei sentimenti dell’altro – o l’altro non mi dà il permesso di farlo – fino a diventare "un solo cuore", la compassione non può né alleviare il dolore nel sofferente né far sperimentare a chi prende su di sé il dolore dell’altro quella gioia tipica e profonda. L’esperienza della compassione ci insegna allora che non è vero che il dolore e la gioia sono due sentimenti opposti: le gioie più grandi sono quelle che nascono dai dolori condivisi e accompagnati, dove resta il dolore ma accanto a esso spunta, come un fiore raro, una misteriosa e sublime gioia. 

La cultura “immunitaria” delle grandi imprese non vuole la compassione perché non ama il mescolamento e il contagio delle emozioni nelle ordinarie relazioni lavorative, un contagio che scoraggia e combatte. Ma siccome la sofferenza emotiva nei lavoratori cresce, le imprese pensano di rispondere con l’offerta di tecniche empatiche alla domanda di compassione, creando professionisti che si occupino del disagio emotivo senza doverlo "toccare" profondamente. Si inibisce e impedisce lo sviluppo della compassione tra lavoratori e con i responsabili, si riducono gli spazi extra-lavorativi comunitari, e la cultura aziendale occupa sempre più ambiti della vita dove esporta la sua disistima per la compassione e la sua sostituzione con le tecniche (ho visto questi professionisti anche all’interno di un santuario). E così, paradossalmente, queste figure e questi strumenti non fanno altro che aumentare la domanda di compassione insoddisfatta e frustrata, nonostante le buone e spesso ottime intenzioni. Finché la cultura dominante nelle nostre imprese e nella nostra società continuerà a considerare il dolore, la vulnerabilità, le ferite, solo come costi e mali da fuggire e da combattere, senza toccarli, accoglierli e fare loro spazio come componenti necessarie e spesso amiche degli esseri umani, non farà altro che moltiplicare i veri mali emotivi che nascono da relazioni umane parziali, immunitarie, artificiali e quindi malate. Le tecniche empatiche, i professionisti e i consulenti possono essere molto utili in tutti gli ambiti, purché non diventino sostituti e "monopolisti" di quella compassione civile e diffusa che costituisce l’anima profonda di ogni società.

La compassione, infine, ha le sue parole tipiche. La prima è “attenzione”. Non coltiviamo e pratichiamo la compassione se siamo distratti e non attenti a chi ci passa accanto, a chi lavora nella scrivania vicino alla nostra, a chi abita nell’appartamento di fronte. Ci sono troppe vittime dei briganti che restano abbandonate e ferite lungo la strada delle nostre Gerusalemme e Gerico perché mancano persone capaci di attenzione. Senza questa attenzione interiore che è vigilanza spirituale non riusciamo a esercitare il secondo verbo fondamentale della compassione: “guardare”. Il compassionevole passa per il mondo guardandolo. Ha sufficiente attenzione e silenzio interiore per guardare la vita che gli scorre accanto. Guarda e “vede”, e così “sente” l’infinito grido di compassione che si alza dalle città. E una volta visti e uditi i dolori degli altri, decide liberamente di esercitare la compassione, chinandosi, facendosi prossimo, prendendosi cura del dolore degli altri. La compassione è essenziale per vivere bene, perché ci rende capaci di moltiplicare anche le nostre gioie condividendole. È una sorta di muscolo morale, che se si atrofizza non ci impedisce soltanto di ridurre i dolori degli altri, ma diminuisce anche la nostra capacità di gioia e di vita. La cultura immunitaria del nostro tempo sta atrofizzando questo muscolo, e quindi facciamo sempre più fatica a provare emozioni per il dolore degli altri, e ancor più ad agire mossi da compassione. 

Abbiamo un bisogno immenso di persone compassionevoli, oggi più di ieri. Siamo sempre più inondati da sofferenza psicologica, morale e spirituale, ma il terreno non riesce ad assorbire quest’acqua perché troppo poche sono le persone capaci di compassione, e ancora meno quelle che la esercitano. Eppure sono queste a cambiare radicalmente la qualità morale dei luoghi del vivere. A volte basta una sola persona compassionevole per salvare un’intera comunità. La vita funziona e fiorisce quando siamo capaci di scoprire la bellezza che ci circonda, lasciandoci amare da essa. Ma non meno importante è cercare e scoprire il dolore attorno a noi, amarlo e lasciarci amare da esso. Il dono più grande che si può fare a un figlio è aiutarlo ad aumentare la sua capacità di compassione. Perché è la compassione per il dolore degli altri che ci fa vedere la bellezza più grande della terra, quella nascosta nel cuore delle persone.


l.bruni@lumsa.it