sabato 30 luglio 2016

Così amante della Vita che sono interessata anche alla morte...



Ciao Anna!

***

«Sono così interessata, appiccicata, morbosamente ghiotta, obesa della vita che sono interessata anche alla morte, che di essa è il finale, e non è detto». La famosa attrice comica Anna Marchesini (faceva parte del trio con Solenghi e Lopez) è stata ospite su Rai Tre alla trasmissione “Che tempo che fa” di Fabio Fazio. Chiamata per presentare un suo libro di racconti (“Moscerine”), l’artista ha parlato del suo viscerale attaccamento alla vita. Marchesini da qualche anno soffriva di una grave forma di artrite reumatoide.

*

Riporto dal Corriere della Sera del 25 novembre 2013, a firma di Anna Marchesini.

Basta bullismo linguistico perchè ridere è una cosa seria


Il settimo giorno Dio riposò. E rise, tanto, rise per tutto quello che aveva combinato traendo dal caos un mondo così perfettino che per forza a qualcuno sarebbe venuta la tentazione di sfasciarlo. Diavolo e acqua santa insieme, una miscela irresistibile. Infatti egli rise, rise e ride ancora.
Era facile ridere, una volta. Da piccola ridevo quando guardavo in tv gli spettacoli teatrali con Gilberto Govi, non sempre capivo ma ridevo, così ridevo con i De Filippo, con Rina Morelli, Sara Ferrati e Ave Ninchi nelle Sorelle Materassi; ho riso quando la tv era in bianco e nero e non conoscevo il teatro; anche il babbo rideva, rideva così tanto e così forte che insorgevamo tutte: io e mia sorella e la mamma per intimargli uno shhh! — non volevamo perdere il filo di quei racconti, neanche un gesto di quel ricamo prodigioso, di quella costruzione magistrale di una trama in cui un semplice accidente o un equivoco si trasformava in un guaio paradossale, innescava una serie compulsiva di incidenti, inciampi, sottintesi, malintesi, sorprese, colpi di scena, strategie riparatorie, intonate, urlate e poi soffocate in quella miriade di squittii-ciarle-botte-e-riposte, pause tenute ad arte e poi sbuffi lasciati andare dentro quella musica di bassi e alti, di battere e levare, di sussurri e urla dentro quella esagitata iperrealtà più vera della realtà, perché quei comici possedevano l’arte — il dono — di dire la verità, su di noi.
C’è una data a cui risale il mio primo incontro carnale con il comico. Allieva dell’accademia, fui scelta per una piccola parte nello spettacolo Il borghese gentiluomo allestito nell’anfiteatro di Pompei e interpretato da Tino Buazzelli. E qui ci starebbe un «non ci sono parole»; invece io voglio trovarle le parole, per descrivere la forza la potenza espressiva la grandezza il talento che ho visto sprigionare da quel corpone sedentario e in affanno durante il giorno, eppure così forte, così efficace, così feroce in palcoscenico. Ogni sera restavo dietro le quinte non per guardarlo, ma perché non potevo fare a meno di farlo. Interpretava un borghese grossolano cafone cialtrone sgrammaticato e borioso che si mette in testa di diventare un aristocratico dai modi eleganti, conoscitore di musica e danza. Usava il suo corpo mettendo in scena un insignificante ammasso di grasso flaccido dall’aspetto bovino, sonnolento e lamentoso, una specie di mobilio ingombrante, un bradipo cui lui stesso si atteggiava; alla fine delle lezioni di raffineria, ballo, canto, portamento e dizione, veniva sottoposto a una sfilata. Attraversava il palcoscenico tutto parato a festa con la giacca infiocchettata e piena di nastri, la camicia con le rouches, un parruccone bianco in testa pieno di boccoli, due codazzi di cannoli che sventagliavano schiaffeggiandolo, i calzettoni bianchi e le scarpe con i tacchi; sbuffava con goffa e inadeguata disinvoltura, si guardava attorno feroce e presuntuoso sbruffone e gabellato, zimbello lui di se stesso; sembrava una fiera ambulante, il camion dei giocattoli e casalinghi, sembrava un bue sui tacchi; anzi non «sembrava», era proprio quello che voleva diventare. Si trascinava un corpo carico di significati, era lui stesso la fiera delle vanità.
Dentro, dentro la parte, ogni sera raccontava con tutto il corpo, sudava, la sua voce tuonava nell’anfiteatro. Quello che mi incantava era che mentre raccontava la storia, lui diventava la storia, l’anima, il motore, la locomotiva; mostrava a noi (parti piccole e senza battute) la Terra dei Giganti e io mi rendevo conto di quanto in alto si potesse arrivare.
Una sera in una scena in cui litigava con la moglie durante la cena, lo scontro cresceva insieme agli insulti; al culmine dell’esasperazione lei gli urla in faccia: «bifolco!» e poi esce di scena. Fu tutt’ uno, Buazzelli si guardò intorno e poi le lanciò dietro una bistecca di plastica e la beccò pure in testa. Il personaggio agiva per lui. Bello, carnale , riusciva a far raccontare la sua furia pure alle narici, pure con le mascelle che faceva traballare agitandosi; sembrava un toro che caricasse e contemporaneamente i suoi occhi erano quelli di un uomo malinconico e perdente. Era un vero paesaggio. Un talento comico privo di narcisismo. Del resto il talento è il contrario del narcisismo, che è autoreferenziale. Il talento è il prodotto di una sorta di intelligenza morale che spinge a fare bene le cose per se stesse.
Ecco, a questo penso quando penso al comico, penso alla scrittura di alcuni testi di Pirandello, penso alle Cosmicomiche di Calvino, a Palazzeschi. Nutro particolare ammirazione per Pirandello, autore di sottosuolo che racconta l’indicibile, squarcia la retorica; come scriveva egli stesso, l’umorismo è un modo di vedere le cose attraverso chissà quale occhio che vede il corpo e la sua ombra, la realtà e il suo doppio. La retorica si veste al guardaroba della convenzione, l’umorismo svela, scopre, affonda l’ispirazione nel profondo delle storie, delle vite di tutti noi, acchiappa il senso invisibile e ingiudicabile; il viaggio di un intronauta solo, e poi lo riporta a galla e scopre e rivela il ridicolo del tragico e il tragico del ridicolo. Altro che superficiale. Altro che facile, il Comico.
Ho in mente tante pagine dell’irresistibile Il fu Mattia Pascal. La situazione in cui ci immergiamo è quella di un giovane uomo, Mattia, infognato in una vita che non avrebbe voluto — orfano di padre, derubato dell’eredità, senza lavoro, costretto a vivere con la suocera, madre della ragazza che ha messo incinta per procura di un amico che non aveva il coraggio di corteggiarla. La suocera non lo sopporta, spadroneggia e lo umilia; a rincarare la dose la vecchia madre di Mattia ridotta in miseria sola e malata va a vivere con loro, terrorizzata dal dare disturbo rimane ferma tutto il giorno rincantucciata vicino al fuoco. Dunque la situazione è al culmine, la suocera vedova Pescatore sta impastando il pane, si spalanca la porta, entra Zia Scolastica venuta a riprendersi la vecchia sorella, armata di un piglio che innesca la miccia: «La scena che ne segue — dice l’autore — merita di essere rappresentata».
Ecco all’incirca come andò. «”Subito, via, vèstiti! Verrai con me”. Parlava a scatti. Il naso adunco, fiero, nella faccia bruna, itterica, le fremeva, gli occhi sfavillavano. La vedova Pescatore, zitta. Finito di abburattare, intrisa la farina e coagulatala in pasta, ora essa la brandiva alta e la sbatteva forte apposta, sulla madia: rispondeva così a quel che diceva la zia. Questa, allora, rincarò la dose. E quella, sbattendo più forte: “Ma sì! Ma certo! Ma come no? Ma sicuramente!”. Poi, come se non bastasse, andò a prendere il matterello e se lo pose lì accanto come per dire: ci ho anche questo. Non l’avesse mai fatto! Zia Scolastica si tolse furiosamente lo scialletto e lo lanciò a mia madre: “Via subito!”. E andò a piantarsi di faccia alla vedova Pescatore. Questa si tirò indietro minacciosa come volesse brandire il matterello; e allora Zia Scolastica, preso a due mani il grosso batuffolo della pasta, gliel’appiastrò sul capo, glielo tirò giù su la faccia e, a pugni chiusi, là là là, sul naso sugli occhi in bocca dove coglieva coglieva. Quindi afferrò per un braccio mia madre e se la trascinò via. Quel che seguì fu per me solo. La vedova Pescatore, ruggendo dalla rabbia si strappò la pasta dalla faccia, dai capelli tutti appiastricciati e venne a buttarla in faccia a me che ridevo, ridevo in una specie di convulsione;m’afferrò la barba, mi sgraffiò tutto poi come impazzita, si buttò per terra e cominciò a strapparsi le vesti addosso, a rotolarsi, a rotolarsi, frenetica, sul pavimento; mia moglie intanto receva di là, tra acutissime strida, mentr’io: “Le gambe! Le gambe!” gridavo alla vedova Pescatore per terra. “Non mi mostrate le gambe per carità!”. Posso dire che da allora ho fatto il gusto a ridere di tutte le mie sciagure e d’ogni mio tormento. Mi vidi, in quell’istante, attore d’una tragedia che più buffa non si sarebbe potuta immaginare: mia madre, scappata via, così, con quella matta; mia moglie, di là , che… lasciamola stare! Marianna Pescatore lì per terra e io, io che non avevo più pane, quel che si dice pane, per il giorno appresso, io con la barba tutta impastocchiata, il viso graffiato, grondante non sapevo ancora se di sangue o di lagrime, per il troppo ridere. Andai ad accertarmene allo specchio. Erano lagrime; ma ero anche sgraffiato bene. Ah quel mio occhio (strabico), in quel momento, quanto mi piacque! Per disperato, mi s’era messo a guardare più che mai altrove, altrove per conto suo».
Eccolo, eccolo il senso profondo della natura del Comico! Niente a che vedere con il ridicolo, il buffo, l’intrattenimento spiritoso, la barzelletta, lo sberleffo e la parolaccia, l’invettiva contro i falsi padroni, lo sfottò, i vaffa e gli ammiccamenti volgari: esempi moderni di bullismo linguistico ispirati da una osservazione superficiale prêt-à-porter. Che meraviglia! L’autore affonda dentro un dramma, ne afferra il contenuto e lo trasforma, gli fa fare una capriola, un salto mortale carpiato fino a riuscire a restituirgli il senso comico del tragico: quello che sta sotto, sotto, sotto la gonna! Che spessore ciccioso!
Mi rendo conto che ho parlato con la testa voltata all’indietro, ho parlato al passato. Forse i giganti sono scomparsi e tutto quello che per me è stella polare si è estinto; ma io non mi arrendo, continuo a tenere la mia fiaccola accesa, anche se intorno molte luci si sono spente; io non mi rassegno e continuo a leggere, a scrivere a studiare a raccontare le mie storie in teatro, perché la Vita mi vive dentro così intensamente come fossi sempre gravida (caruccia!). E io non posso fare a meno di rischiare di sporgermi oltre il bordo che affaccia sull’abisso.
Mi sento plurale e più penso e più sento e più sento e più ogni cosa dentro di me diventa un paesaggio. Tengo la fiaccola accesa.
Anna Marchesini

Il martirio cristiano, non sacrificio ma lieto messaggio



Particolare della Lapidazione di Santo Stefano di Giorgio Vasari

***

di Rosanna Virgili
Martiri. Dal greco màrtys: 'testimone', colui che annuncia, attesta e grida la gioia della Resurrezione. Colui che canta la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della giustizia sull’arbitrio. Il grande mattino del martirio fu Stefano, umile diacono delle mense negli Atti degli Apostoli, cui Luca affida la 'corona' ( stèfanos) della testimonianza. «Signore, non imputare loro questo peccato», pregava per i suoi assassini (At 7,60), eco scandalosa della stessa voce di Gesù, nell’ultimo respiro. In un discorso-memoriale di tutta la storia biblica, Stefano narra del sodalizio di Dio con il mondo, lungo un tempo di cura e di Amore che, dal principio, arriva a Gesù Cristo e continua a crescere nell’oggi. Per questa sua preziosa testimonianza, Stefano si guadagnò il titolo di 'protomartire' della Chiesa, un autentico pilastro della stessa. Egli la diede con tale forza e passione, che risultò odiosa a molti, i quali lo 'coronarono' di sassate e di sangue. Martirio è, dunque, slancio di annuncio evangelico, splendore di una parola che è lieto messaggio per i poveri, gli oppressi e i prigionieri e che nessuno può spegnere neppure con lo sfiguramento, la tortura e il disprezzo.
Per questo è facile scambiare il martirio con il sacrificio, benché sia un grave equivoco. Mentre il martirio, infatti, segna la trasparenza della vita cristiana, la fede biblica non vuole il sacrificio, anzi si esprime in mille casi contro di esso. Lo ripete Gesù nel Vangelo di Matteo: «Andate ad imparare cosa vuol dire: voglio la misericordia e non il sacrificio» (Mt 9,13; 12,7), facendo eco alle parole dei profeti, Osea (6,6) e Samuele (1Sam 15,22). Dio impedì che Abramo sacrificasse il figlio Isacco (Gen 22,12), così come Geremia denunciò con violenza la pratica orrenda del sacrificio dei bambini in Gerusalemme, additandola come causa della rovina della Città. «Tu non gradisci il sacrificio e se offro olocausti non li accetti - è il Miserere del re David ma un cuore docile e affranto, Tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 51,18-19). Quello che conta è il cuore aperto a Dio e al prossimo tuo. Il sacrificio non serve per la salvezza, perché la salvezza è Dono del Signore.
Non senza aver riconosciuto, confessato e ripudiato enormi errori commessi in passato, la Chiesa cattolica, insieme alle altre Chiese cristiane, applica, ormai da tempo, una lettura intelligente e opportuna della Scrittura, inevitabile per una comprensione del suo autentico messaggio spirituale e teologico. Il Concilio Vaticano II, nella Dei Verbum, afferma con chiarezza l’inammissibilità del fondamentalismo, vale a dire di quell’approccio alle Scritture che trasformi la lettera in dottrina, automaticamente e senza mediazione razionale e storica. Per cui appellarsi a quei testi in cui si chiede e si offre il sacrificio, per ascrivere a Dio una volontà di morte è operazione disonesta da parte di chiunque la usi, oggi, riguardo al rapporto dei cristiani con la Bibbia. I popoli antichi ricorrevano ai sacrifici umani pensando di rabbonire, a un prezzo così grande, l’ira divina, ancorché di guadagnarsi la sua benevolenza. Pur di evitare una simile strage, Dio stesso, nella Bibbia, chiede di sostituire le creature umane con quelle animali, nell’offerta dei sacrifici. Qualcosa di più accadrà con Gesù. Il Figlio dell’uomo non vuole 'sacrificarsi' e non vive la Croce come un sacrificio, ma come una consegna di sé nella ragione misteriosa dell’Amore. «Padre, se puoi, passa da me questo calice» supplica con forza. La Lettera agli Ebrei chiarirà che il 'patire' del Signore, chiude per sempre la crudele spirale dei sacrifici, ponendo fine, altresì, anche alle scandalose ecatombi di animali.
Nessun martirio eroico, dunque, nella fede cristiana, niente disprezzo del corpo e compiacimento della sua 'sacra' distruzione. Il 'sacrificio' della Croce è, piuttosto, denuncia della violenza e dell’ipocrisia umane, dellabanalità del male e dello scacco del diritto giudaico e romano, complici nel condannare a morte un innocente. La Croce è martirio del male che può uscire dalle mani dell’uomo e dell’Amore che lo sfida e lo vince. La Croce è testimonianza di un corpo che si spende totalmente per il bene dell’umanità, perché ognuno, povero o ricco, sano o malato, giusto o peccatore, abbia riconosciuta e riscattata la propria dignità, la libertà, la cittadinanza sul suolo terrestre. L’amicizia e la felicità. La Croce non è certo un inno alla morte, ma, al contrario, l’estremo grido, il più forte appello, la sublime rivelazione della sete e della fede nella Vita.
Figli. Padre Jacques Hamel è stato barbaramente ucciso, e non ha voluto inginocchiarsi davanti al suo carnefice. Un gesto che fa tremare il cuore nel ricordo di tanti martiri della prima ora che non si piegavano alla divinità dell’imperatore, il quale pretendeva, a sua volta, una genuflessione. Il cristiano non si inchina a nessun potente della terra, non vende la sua dignità a un vile e vischioso rapporto di scambi, di favori, di affari, di bugie, di interessi negoziati nell’ombra, a danno dei più. Il Vangelo ripudia tutto ciò e il credente inorridisce e dice 'no': questo è il suo martirio. Gesù è il primo a darne l’esempio, rifiutando di assumere tutti i Regni del mondo, pur di non inchinarsi a chi glieli darebbe sottobanco. Dov’è lo Spirito del Signore c’è libertà.
Occorre che tutti, credenti e non credenti, comprendano cosa sia veramente il 'martirio' per i cristiani. Che non si banalizzino i contenuti, né si confondano, accomunandole genericamente, tutte le religioni, specialmente quelle del Libro, come epifenomeni di barbarie, ugualmente soggetti diodium generis humani, invece che di bersaglio in odium fidei. Sulle miti membra di un anziano prete si accanisce la mano di un diciannovenne nato nello stesso Paese e cresciuto all’ombra dello stesso campanile. Di fatto è un fratricidio, perché anche il ragazzo musulmano è un figlio dell’Europa. Da bambino ha frequentato le scuole francesi, ha festeggiato il 14 Luglio e sa della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo. Ovvio pensare che ci sia un grande burattinaio a tirare i fili delle sue mani armate di coltello, ma tra i registi occulti e cinici delle sue azioni telecomandate e la sua identità di cittadino di Francia, c’è un vuoto da riempire. Una coscienza da interpellare. Domande da farsi e da fargli. Oltre ai diritti individuali e all’essere uguali di fronte alla Legge, quali valori di condivisione comunica davvero l’Europa di oggi? Quali legami? Quali responsabilità nella costruzione di un mondo comune e casa per tutti? Quale rispetto e affetto per gli altri? Quale fraternité? Dove mette radici la vita di ciascuno? In qualeSitz im Leben, in quale contesto di vita, dentro quale narrazione, crescono i bambini delle periferie?
Vivere civilmente gli uni accanto agli altri, ma ciascuno come un cane sciolto, 'liberamente' abbandonato a se stesso, è molto meno di quanto tutti noi ci potremmo aspettare dall’Europa. Una Comunità a cui proprio i martiri cristiani e gli antichi monaci benedettini diedero il sogno di sé, ma che spesso è, oggi, smarrita e incoerente. Una cultura che rifiuta di dare nome alle proprie radici cristiane – senza riflettere seriamente sui valori in cui quelle si siano incarnate – ma che, poi, le reclama per impugnarle come un’arma, non appena si senta minacciata dall’'estraneo tra noi'. Dalle sacche di un vuoto di identità, di lealtà, di valori e di vocazioni, l’Europa partorisce frane psicologiche, politiche, sociali. Tra i primi a esserne travolti ci sono quei figli che si consacrano alla morte, violando la sacra vita del prossimo e spegnendo, forse incoscientemente, quel paese «bello, spazioso e dolce» che avrebbero voluto e, insieme, anche potuto amare, costruire, abitare. A quel vuoto feroce, a questo pieno di odio e dolore, non ci possiamo consegnare.
Avvenire

***
Per una lettura diversa vedi, di una apologeta di mezza tacca, in completa dissonanza dalla voce del Papa:
di Angela Pellicciari

Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Polonia. Santa Messa con sacerdoti, religiosi, religiose, consacrati e seminaristi polacchi presso il Santuario di S. Giovanni Paolo II a Kraków. Omelia del Santo Padre

Via Crucis della Gmg a Cracovia


Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Polonia in occasione della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù (27-31 luglio 2016) – Santa Messa con sacerdoti, religiosi, religiose, consacrati e seminaristi polacchi presso il Santuario di S. Giovanni Paolo II a Kraków. Omelia del Santo Padre 
 Sala stampa della Santa Sede 


- "Come non sentirvi l’eco del grande invito di san Giovanni Paolo II: “Aprite le porte!”?  (...) Uscire da noi stessi"
- "Gesù non ama le strade percorse a metà, le porte lasciate socchiuse, le vite a doppio binario."
- "Il discepolo non esita a porsi domande, ha il coraggio di abitare il dubbio e di portarlo al Signore"
- "Il Vangelo, libro vivente della misericordia di Dio, che va letto e riletto continuamente, ha ancora delle pagine bianche in fondo: rimane un libro aperto, che siamo chiamati a scrivere con lo stesso stile, compiendo cioè opere di misericordia"

- "Maria ci dia la grazia di essere scrittori viventi del Vangelo" 
Alle ore 10.15 di questa mattina il Santo Padre Francesco ha presieduto la Celebrazione Eucaristica con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i consacrati e i seminaristi polacchi nel Santuario di San Giovanni Paolo II a Kraków. Nel corso del rito, dopo la proclamazione del Vangelo, il Papa ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito:
Omelia del Santo Padre
Il passo del Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Gv 20,19-31) ci parla di un luogo, di un discepolo e di un libro.
Il luogo è quello dove si trovavano i discepoli la sera di Pasqua: di esso si dice solo che le sue porte erano chiuse (cfr v. 19). Otto giorni dopo, i discepoli si trovavano ancora in quella casa, e le porte erano ancora chiuse (cfr v. 26). Gesù vi entra, si pone in mezzo e porta la sua pace, lo Spirito Santo e il perdono dei peccati: in una parola, la misericordia di Dio. Dentro questo luogo chiuso risuona forte l’invito che Gesù rivolge ai suoi: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21).

Gesù manda. Lui desidera, fin dall’inizio, che la Chiesa sia in uscita, vada nel mondo. E vuole che lo faccia così come Lui stesso ha fatto, come Lui è stato mandato nel mondo dal Padre: non da potente, ma nella condizione di servo (cfr Fil 2,7), non «per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45) e per portare il lieto annuncio (cfr Lc 4,18); così anche i suoi sono inviati, in ogni tempo. Colpisce il contrasto: mentre i discepoli chiudevano le porte per timore, Gesù li invia in missione; vuole che aprano le porte ed escano a diffondere il perdono e la pace di Dio, con la forza dello Spirito Santo.
Questa chiamata è anche per noi. Come non sentirvi l’eco del grande invito di san Giovanni Paolo II: “Aprite le porte!”? Tuttavia, nella nostra vita di sacerdoti e consacrati può esserci spesso la tentazione di rimanere un po’ rinchiusi, per timore o per comodità, in noi stessi e nei nostri ambiti. La direzione che Gesù indica è però a senso unico: uscire da noi stessi. E’ un viaggio senza biglietto di ritorno. Si tratta di compiere un esodo dal nostro io, di perdere la vita per Lui (cfr Mc 8,35), seguendo la via del dono di sé. D’altra parte, Gesù non ama le strade percorse a metà, le porte lasciate socchiuse, le vite a doppio binario. Chiede di mettersi in cammino leggeri, di uscire rinunciando alle proprie sicurezze, saldi solo in Lui.
In altre parole, la vita dei suoi discepoli più intimi, quali siamo chiamati ad essere, è fatta di amore concreto, cioè di servizio e disponibilità; è una vita dove non esistono spazi chiusi e proprietà private per i propri comodi. Almeno non devono esistere. Chi ha scelto di conformare tutta l’esistenza a Gesù non sceglie più i propri luoghi, ma va là dove è mandato; pronto a rispondere a chi lo chiama, non sceglie più nemmeno i propri tempi. La casa dove abita non gli appartiene, perché la Chiesa e il mondo sono i luoghi aperti della sua missione. Il suo tesoro è porre il Signore in mezzo alla vita, senza ricercare altro per sé. Fugge così le situazioni appaganti che lo metterebbero al centro, non si erge sui traballanti piedistalli dei poteri del mondo e non si adagia nelle comodità che infiacchiscono l’evangelizzazione; non spreca tempo a progettare un futuro sicuro e ben retribuito, per non rischiare di diventare isolato e cupo, rinchiuso nelle pareti anguste di un egoismo senza speranza e senza gioia. Contento nel Signore, non si accontenta di una vita mediocre, ma brucia del desiderio di testimoniare e di raggiungere gli altri; ama rischiare ed esce, non costretto da percorsi già tracciati, ma aperto e fedele alle rotte indicate dallo Spirito: contrario al vivacchiare, si rallegra di evangelizzare.
Nel Vangelo odierno, in secondo luogo, emerge la figura dell’unico discepolo nominato, Tommaso. Nel suo dubbio e nella sua ansia di voler capire, questo discepolo, anche piuttosto ostinato, un po’ ci assomiglia e ci risulta anche simpatico. Senza saperlo, egli ci fa un grande regalo: ci porta più vicino a Dio, perché Dio non si nasconde a chi lo cerca. Gesù gli mostra le sue piaghe gloriose, gli fa toccare con mano l’infinita tenerezza di Dio, i segni vivi di quanto ha patito per amore degli uomini.
Per noi discepoli, è tanto importante mettere la umanità a contatto con la carne del Signore, cioè portare a Lui, con fiducia e con totale sincerità, fino in fondo, quello che siamo. Gesù, come disse a santa Faustina, è contento che gli parliamo di tutto, non si stanca delle nostre vite che già conosce, attende la nostra condivisione, persino il racconto delle nostre giornate (cfr Diario, 6 settembre1937). Così si cerca Dio, in una preghiera che sia trasparente e non dimentichi di confidare e affidare le miserie, le fatiche e le resistenze. Il cuore di Gesù è conquistato dall’apertura sincera, da cuori che sanno riconoscere e piangere le proprie debolezze, fiduciosi che proprio lì agirà la divina misericordia. Che cosa ci chiede Gesù? Egli desidera cuori veramente consacrati, che vivono del perdono ricevuto da Lui, per riversarlo con compassione sui fratelli. Gesù cerca cuori aperti e teneri verso i deboli, mai duri; cuori docili e trasparenti, che non dissimulano di fronte a chi ha il compito nella Chiesa di orientare il cammino. Il discepolo non esita a porsi domande, ha il coraggio di abitare il dubbio e di portarlo al Signore, ai formatori e ai superiori, senza calcoli e reticenze. Il discepolo fedele attua un discernimento vigile e costante, sapendo che il cuore va educato ogni giorno, a partire dagli affetti, per fuggire ogni doppiezza negli atteggiamenti e nella vita.
L’apostolo Tommaso, alla fine della sua appassionata ricerca, non è solo giunto a credere nella risurrezione, ma ha trovato in Gesù il tutto della vita, il suo Signore; gli ha detto: «Mio Signore e mio Dio» (v. 28). Ci farà bene ogni giorno pregare queste splendide parole, con cui dirgli: sei l’unico mio bene, la strada del mio cammino, il cuore della mia vita, il mio tutto.
Nell’ultimo versetto che abbiamo ascoltato, si parla, infine, di un libro: è il Vangelo, nel quale non sono stati scritti i molti altri segni compiuti da Gesù (v. 30). Dopo il grande segno della sua misericordia, potremmo intendere, non è stato più necessario aggiungere altro. C’è però ancora una sfida, c’è spazio per i segni compiuti da noi, che abbiamo ricevuto lo Spirito dell’amore e siamo chiamati a diffondere la misericordia. Si potrebbe dire che il Vangelo, libro vivente della misericordia di Dio, che va letto e riletto continuamente, ha ancora delle pagine bianche in fondo: rimane un libro aperto, che siamo chiamati a scrivere con lo stesso stile, compiendo cioè opere di misericordia. Vi domando, cari fratelli e sorelle: le pagine del libro di ciascuno di voi, come sono? Sono scritte ogni giorno? Sono scritte un po’ sì e un po’ no? Sono in bianco? 

Ci aiuti in questo la Madre di Dio: ella, che ha pienamente accolto la Parola di Dio nella vita (cfr Lc 8,20-21), ci dia la grazia di essere scrittori viventi del Vangelo; la nostra Madre di misericordia ci insegni a prenderci cura concretamente delle piaghe di Gesù nei nostri fratelli e sorelle che sono nel bisogno, dei vicini come dei lontani, dell’ammalato come del migrante, perché servendo chi soffre si onora la carne di Cristo. La Vergine Maria ci aiuti a spenderci fino in fondo per il bene dei fedeli a noi affidati e a farci carico gli uni degli altri, come veri fratelli e sorelle nella comunione della Chiesa, nostra santa Madre.
Cari fratelli e sorelle, ciascuno di noi custodisce nel cuore una pagina personalissima del libro della misericordia di Dio: è la storia della nostra chiamata, la voce dell’amore che ha attirato e trasformato la nostra vita, portandoci a lasciare tutto sulla sua Parola e a seguirlo (cfr Lc 5,11). Ravviviamo oggi, con gratitudine, la memoria della sua chiamata, più forte di ogni resistenza e fatica. Continuando la Celebrazione eucaristica, centro della nostra vita, ringraziamo il Signore, perché è entrato nelle nostre porte chiuse con la sua misericordia; perché, come Tommaso, ci ha chiamato per nome; perché ci dà la grazia di continuare a scrivere il suo Vangelo di amore.

venerdì 29 luglio 2016

Sabato della XVII settimana del Tempo Ordinario


Abbazia di Müstair, affresco del martirio di San Giovanni Battista

***

La grandezza di Giovanni, ciò che l’ha reso così grande fra tutti, 
è che ha aggiunto a tutte le virtù la più grande di tutte: l’umiltà. 
che infine abbia combattuto fino alla morte per la verità 
e che sia stato martire di Cristo prima della passione di lui, 
per esserne precursore  fin nel soggiorno dei morti.
L’umiltà l’ha portato a non farsi grande, anche se l’avrebbe potuto… 
Infatti il fedele “amico dello Sposo”, 
che amava il suo Signore più di se stesso, 
desiderava “diminuire” perché lui crescesse.  
Il suo impegno era aumentare la gloria di Cristo facendosi lui più piccolo, 
così da testimoniare col suo comportamento quanto dice l’apostolo Paolo: 
“Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore”.

Beato Guerrico d'Igny

***

Dal Vangelo secondo Matteo 14,1-12.
In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. 
Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui». 
Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodìade, moglie di Filippo suo fratello. 
Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla!». 
Benché Erode volesse farlo morire, temeva il popolo perché lo considerava un profeta. 
Venuto il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode 
che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. 
Ed essa, istigata dalla madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». 
Il re ne fu contristato, ma a causa del giuramento e dei commensali ordinò che le fosse data 
e mandò a decapitare Giovanni nel carcere. 
La sua testa venne portata su un vassoio e fu data alla fanciulla, ed ella la portò a sua madre. 
I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù.

***

"Non ti è lecito" gridava Giovanni Battista, e non per un rigido legalismo, ma perché sei creato per essere libero, felice, e non ti è lecito andare contro natura, il peccato non si addice all'uomo, genera la morte, sempre. Le parole di Giovanni illuminano Erode, sono dirette al fondo del suo cuore, laddove è deposto il seme della verità, del bene, della giustizia. Sono parole capaci di riportare alla luce quel frammento di umanità che, seppure sepolto da una montagna di menzogne, alberga nel cuore di ogni uomo. Erode si era infilato in una strada senza ritorno, condannandosi ad una vita sterile, chiusa nell'egoismo. Una vita infelice: "Se uno prende la moglie del fratello è una impurità, egli ha scoperto la nudità del fratello; non avranno figli" (cfr. Lv. 18,16 e 20,21). La concupiscenza lo aveva accecato per trasformarlo in oggetto della maledizione più grande, quella di non avere figli; non vi era cosa più disonorante che scendere nella tomba senza una discendenza, perché era il segno di una vita senza frutto, scivolata via senza amore, senza consistenza, una vita in fumo. Quante volte ci ritroviamo, come Erode, preda di passioni ed entusiasmi che spengono lo sguardo in una fobia illusoria e annichiliscono ogni discernimento. I romanzi e i film e i tentacoli dei media e della cultura ci hanno lavato il cervello sino a farci credere che quando si muove qualcosa nel petto e ti prendono i crampi allo stomaco, allora è l'amore che bussa alla porta. I ragazzi vivono nell'illusione della grande passione, confusa con il grande amore. Non aspettano altro che il momento per lasciarsi andare. E allora ogni piccolo terremoto ormonale, comune del resto anche agli animali, è subito accolto con fasti e onori, come la visita di un imperatore. E si alimenta la passione come quando si monta la panna: la "quantità" è la stessa ma a forza di sbatterla aumenta di volume, e sembra crescere anche di peso. Così anche la passione è alimentata e fatta crescere a dismisura con messaggini e chat, e il telefono caldo 24 ore al giorno ogni giorno; la mente è rapita in un sogno che sembra realissimo, si accettano compromessi pur di non guardare in faccia la realtà e prendere le cose con calma; non si può accettare, infatti, che l'amore autentico abbia bisogno della testa e della ragione per imbrigliare la passione e consegnarla al sacrificio che la purifica e la trasforma in dono. I nostri figli non hanno compreso - anche e soprattutto perché nessuno glielo ha spiegato - che perdere la vita per Cristo non fa perdere la testa, mentre perdere la testa per un uomo o una donna fa perdere la vita. Ovvero, amare davvero sino a donarsi e perdere la vita non fa mai diventare irragionevoli e perdere la testa. Chi ama in Cristo e la sua ragione è illuminata dalla fede, è sempre lucido, anche quando "cede" alla follia di perdonare l'imperdonabile e caricarsi dei peccati altrui. La misericordia, infatti, non sarà mai frutto della passione. Al contrario, perdere la luce della ragione e del discernimento nello stordimento della passione e della concupiscenza, impedisce il donarsi senza riserve, perché la carne esige sempre il contraccambio, e la vita scivola via. Senza una Grazia speciale essa è incapace di consegnarsi gratuitamente all'altro, nel rispetto, nel sacrificio e nella pazienza. Ai nostri figli - come a noi del resto - non basta "temere" Giovanni Battista, ovvero ascoltare la Parola di Dio, essere nella Chiesa, neanche pregare. E' fondamentale che abbiano, nei momenti importanti, qualcuno che, come Giovanni Battista, vinto da quella che Papa Francesco chiama "l'inquietudine per la salvezza del fratello", è disposto a giocarsi la testa per loro: "L’inquietudine dell’amore spinge sempre ad andare incontro all’altro, senza aspettare che sia l’altro a manifestare il suo bisogno" (Papa Francesco). I figli hanno bisogno di padri che li amano così tanto e così gratuitamente da essere liberi per dire loro la verità: "non ti è lecito!", e non per nevrosi ma per amore. Padri e madri consapevoli che dicendo questo verranno forse decapitati dai propri figli... E non solo. Le mogli hanno bisogno di mariti come Giovanni Battista, liberi sino in fondo, che le tirino fuori da nevrosi e pensieri tristi e figli della menzogna, che generano complessi e paure; così come i mariti necessitano di mogli forti e sante che annuncino loro la verità, facendoli scendere dalla nuvola nella quale si nascondono, tra deliri di onnipotenza e infantilismi cronici, sindrome del quarantenne e ansie da prestazioni; anche una ragazza ha bisogno di un fidanzato che le parli con fede nella verità, rispettandola e custodendola per l'uomo che Dio ha pensato per lei, forse lui ma non si sa; così come un ragazzo non può restare legato a una fidanzata che, per paura, taccia la verità e, per non perderlo, lo lasci scatenare nelle pulsioni più basse. Una parrocchia e una comunità hanno bisogno di un pastore che ami "sino alla fine" le sue pecore, sino a perdere la testa e la vita per loro, perché nessuna resti nell'inganno del demonio, ma conosca la Verità e la verità le faccia libere per amare ed entrare nella Vita eterna. E così tra di fratelli di ogni comunità nella Chiesa, la verità innanzitutto, con dolcezza e carità. Così tra amici, senza spremute affettive che avvelenano. 

Tutti abbiamo bisogno di "martiri" che ci testimonino la Verità. Certo, per poter essere liberi e non temere di dire "non ti è lecito" è necessario, come Giovanni Battista, vivere nel deserto, ovvero aver tagliato con il mondo e i suoi criteri. Aver rinunciato al "potere" di Erode che si nutre della morte dell'altro; ogni potere, infatti, a casa, in ufficio e a scuola, sino ai palazzi de re e dei governanti, non può affermarsi se non uccidendo l'altro, per sentirsi vivo, per saziare la concupiscenza sempre più esigente, per non lasciar spazio ai nemici... Per essere liberi occorre dunque avere l'esperienza del deserto, dove conoscere Cristo che ha preso su di sé ogni nostro peccato, ogni parola e gesto illecito per distruggerlo nella sua misericordia; occorre imparare a vivere nella vita nuova che Dio fa sorgere dalla nostra morte. E saper lottare con Cristo nel deserto delle tentazioni, essere "martiri" con Lui, e sperimentare che l'uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che esce dalla bocca del Padre; aver visto la propria debolezza amata da Dio, senza esigenze e moralismi; soprattutto, avere l'esperienza che quando Dio ha detto "non ti è lecito" non è stato per limitare, frustrare e togliere la la libertà come insinuato dal serpente ai progenitori, ma per amore; "non ti è lecito" è la verità che apre alla libertà, il cammino all'umiltà dei figli di un Padre buono che dà loro solo cose buone. "Non ti è lecito" buttare la tua vita perché "è lecito", sano e santo solo spenderla nell'amore. Ma Erode non può. Il rancore di Erodiade, alla quale aveva consegnato l'anima, lo trascina nell'abisso, perché l'accendersi di una passione spalanca sempre il passo a peccati più gravi. Erode ha soffocato la ragione nella carne, e quando la sua carne si adagia in un «banchetto» che ne sazia le voglie, seduto sulla propria anima, si ritrova sordo e cieco, perde la memoria delle parole del profeta, e promette e consegna la sua vita ad un'immagine effimera, il corpo seducente di una ragazza, che appare ai suoi occhi come l'albero dell'Eden, «buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza». Ed è morte, della Verità prima, della sua anima poi. Per questo, il Vangelo di oggi ci chiama a conversione, noi che spesso siamo come Erode. A guardare senza sconti la nostra vita, a lasciarci illuminare sui compromessi, sulle situazioni pericolose nelle quali ci troviamo, proprio dove non abbiamo forza e volontà per tagliare, voltare pagina e abbandonarci alla fedeltà di Dio. Quell'amicizia che ci insinua calunnie sugli altri, quell'affetto troppo corposo, che ha già messo il laccio al cuore e ci ha deposto sul piano inclinato che conduce al tradimento; quel rancore che arde, sordo, sotto la cenere del tempo che vorremmo capace di essiccare il peccato; quell'adulazione che risuona nelle nostre orecchie e ci pianta al centro di un universo che ci appare ogni giorno più ostile a tutto quanto facciamo e pensiamo. Per questo l'episodio di Erode ci invita a chiedere a Dio la grazia del cuore di Davide, pronto al pentimento, a rientrare in se stesso come il figliol prodigo, ad ascoltare la voce dei profeti che, con amore e fermezza, ci chiamano a conversione: ispirati da Dio, i pastori, i catechisti, i fratelli, i genitori, il coniuge, illuminano quanto, nella nostra vita, «non è lecito» ed è destinato a restare senza figli, svelando la parte di noi che, infeconda, appartiene alla terra ed è incapace di ereditare il Cielo. E obbediamo alla Chiesa per imparare la libertà di Giovanni, sino a perdere la testa per Cristo per mostrare al mondo che all'uomo "è lecito", è adeguato, solo l'amore autentico rivelato nella Croce.

La crudeltà non è finita ad Auschwitz

Il saluto del Papa dalla finestra dell'arcivescovado di Cracovia - EPA

Per la terza sera consecutiva il Papa si è affacciato dalla finestra dell'arcivescovado di Cracovia per salutare i giovani radunati nel piazzale antistante. Il Papa ha ripercorso la sua giornata. Di seguito una nostra trascrizione delle sue parole:
"Oggi è stato un giorno speciale. Una giornata di dolore. Venerdì è il giorno in cui ricordiamo la morte di Gesù e con i giovani abbiamo finito la giornata con il rito della Via Crucis. Abbiamo pregato la Via Crucis: il dolore e la morte di Gesù per tutti. Siamo stati uniti a Gesù sofferente. Ma non solo sofferente duemila anni fa, anche sofferente oggi. Tanta gente che soffre: i malati; quelli che sono in guerra; i senzatetto; gli affamati; quelli che sono dubbiosi nella vita, che non sentono la felicità, la salvezza, o che si sentono col peso del proprio peccato.
Nel pomeriggio sono andato all’ospedale dei bambini. Anche lì Gesù soffre in tanti bambini ammalati. E sempre mi viene quella domanda: perché soffrono i bambini? E’ un mistero! Non ci sono risposte per queste domande…
La mattina anche un altro dolore: sono andato ad Auschwitz e a Birkenau. Ricordare dolori di 70 anni fa: quanto dolore, quanta crudeltà! Ma è possibile che noi uomini, creati a somiglianza di Dio, siamo capaci di fare queste cose? Le cose sono state fatte… Io non vorrei amareggiarvi, ma devo dire la verità. La crudeltà non è finita a Auschwitz, a Birkenau: anche oggi. Oggi! Oggi si tortura la gente; tanti prigionieri sono torturati: subito, per farli parlare… E’ terribile! Oggi ci sono uomini e donne nelle carceri sovraffollate: vivono – scusatemi – come animali! Oggi c’è questa crudeltà. Noi diciamo: “Sì, lì, abbiamo visto la crudeltà di 70 anni fa. Come morivano fucilati o impiccati o col gas”. Ma oggi in tanti posti del mondo, dove c’è guerra, succede lo stesso!
In questa realtà Gesù è venuto per portarla sulle proprie spalle. E ci chiede di pregare. Preghiamo per tutti i Gesù che oggi sono nel mondo: gli affamati; gli assetati; i dubbiosi; gli ammalati, che sono da soli; quelli che sentono il peso di tanti dubbi e tante colpe. Soffrono tanto… Preghiamo per i tanti ammalati, bambini innocenti, i quali portano la Croce da bambini. E preghiamo per tanti uomini e donne che oggi sono torturati in tanti Paesi del mondo; per i carcerati che sono tutti ammucchiati lì come se fossero animali. E’ un po’ triste quello che vi dico, ma è la realtà! Ma è anche la realtà che Gesù ha portato su di Lui, tutte queste cose. Anche il nostro peccato.
Tutti qui siamo peccatori, tutti abbiamo il peso dei nostri peccati. Non so … se qualcuno non si sente peccatore alzi la mano! Tutti siamo peccatori. Ma Lui ci ama: ci ama! E facciamo come peccatori, ma figli di Dio, figli di suo Padre. Facciamo tutti insieme una preghiera per questa gente che soffre oggi nel mondo, tante cose brutte, tante cattiverie. E quando ci sono le lacrime, il bambino cerca la mamma. Anche noi peccatori siamo bambini, cerchiamo la mamma e preghiamo la Madonna tutti insieme, ognuno nella propria lingua.
(Ave Maria, poi la Benedizione)
Vi auguro buona notte, buon riposo. Pregate per me e domani continueremo questa bella Giornata della Gioventù. Grazie tante!". RV

Diretta Kiko a Cracovia. Lunedi 1 Agosto ore 15.00



Incontro vocazionale del Cammino Neocatecumenale con Kiko dal campus misericordiae
Link nel primo commento
Giorno: 1 AGOSTO
Ora: 15:00 (ora di Polonia)
#CamminoNeocatecumenale
#neocatechumenalway #neocat #gmg
#Krakow2016🇵🇱


***

Más de 150.000 jóvenes del Camino Neocatecumenal participan


Wed, 27 Jul 2016 15:05:00

CAMINEO.INFO.- Una vez más, el Camino Neocatecumenal estará presente en la Jornada Mundial de la Juventud. Más de 150.000 jóvenes del Camino de todo el mundo se encuentran ya en peregrinación hacia Cracovia (Polonia) donde se celebrará este año este gran encuentro de jóvenes que contará con la presencia del Papa Francisco. Es sorprendente la capacidad de convocatoria que tiene el Camino Neocatecumenal así como la cantidad de jóvenes que forman las respectivas pequeñas comunidades en las parroquias.

Los más numerosos proceden de Italia, España, la misma Polonia, Estados Unidos y Brasil. También acudirán de África (Costa de Marfil, Sudáfrica, Zambia y Mozambique) y de Asia desde Filipinas, Corea del Sur o Japón, entre otros.

Como es tradición en el Camino, durante estos primeros días los jóvenes estarán evangelizando por las calles de diferentes ciudades de Europa, anunciando el kerigma (la Buena Noticia), dando su testimonio y cantando y bailando acompañados de guitarras y otros instrumentos musicales.

Encuentro vocacional con cardenales y obispos 

Después de la vigilia de oración y la misa de clausura presididas por el Papa Francisco, el Camino Neocatecumenal —como también es habitual en cada JMJ—, celebrará un encuentro de jóvenes  en el que se pedirá vocaciones a la vida contemplativa y al sacerdocio, así como familias que sientan la llamada de Dios a salir en misión a cualquier lugar del mundo.

Tendrá lugar el lunes 1 de agosto a las 15 h. (hora local) en el Campus Misericordiae (el mismo donde tendrá lugar la vigilia y la misa de clausura de la JMJ). En él participarán los más de 150.000 jóvenes llegados de todo el mundo.

El encuentro será presidido por el cardenal arzobispo de Cracovia, Stanislaw Dziwisz, que estará acompañado de otros cardenales, más de 60 obispos y numerosos sacerdotes.

La celebración será conducida por el iniciador del Camino Neocatecumenal, Kiko Argüello, y el presbítero Mario Pezzi,responsables a nivel mundial de esta iniciación cristiana de adultos cuyos estatutos definitivos fueron aprobados por la Santa Sede en 2008.

El encuentro estará marcado por el fallecimiento el pasado 19 de julio de Carmen Hernández, la también iniciadora del Camino junto a Kiko Argüello. Este será el primer encuentro vocacional después de la misa funeral que se celebró por ella en la Catedral Nuestra Señora la Real de la Almudena, de Madrid, el pasado jueves día 21.

Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Polonia – Via Crucis con i giovani. Omelia del Santo Padre



Nuovi tweet del Papa: "Chi compie opere di misericordia, non ha paura della morte." (29 luglio 2016)

***


Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Polonia in occasione della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù (27-31 luglio 2016) – Via Crucis con i giovani nella spianata di Błonia a Kraków.  Discorso del Santo Padre. "Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani." 
 Sala stampa della Santa Sede 

Alle ore 18 di questo pomeriggio, il Santo Padre Francesco si è recato nella spianata di Błonia per il rito della Via Crucis con i giovani partecipanti alla GMG. L’attesa dell’arrivo del Papa è stata animata da filmati, testimonianze, canti e preghiere.
Tema della celebrazione con il Santo Padre è “Via Crucis – Via della Misericordia”. Lo svolgimento del rito prevedeva anche la proiezione di collegamenti video (celebrazioni in altre località, testimonianze, luoghi di opere di misericordia di Kraków). Ad ogni Stazione, la Croceè stata portata da un diverso gruppo di giovani appartenenti a varie associazioni provenienti dai vari Paesi.
Al termine della Via Crucis, il Papa ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito. Il simbolo (...) indica le parole aggiunte pronunciate a braccio :

Discorso del Santo Padre
«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,
ho avuto sete e mi avete dato da bere,
ero straniero e mi avete accolto,
nudo e mi avete vestito,
malato e mi avete visitato,
ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

Queste parole di Gesù vengono incontro all’interrogativo che più volte risuona nella nostra mente e nel nostro cuore: “Dov’è Dio?”. Dov’è Dio, se nel mondo c’è il male, se ci sono uomini affamati, assetati, senzatetto, profughi, rifugiati? Dov’è Dio, quando persone innocenti muoiono a causa della violenza, del terrorismo, delle guerre? Dov’è Dio, quando malattie spietate rompono legami di vita e di affetto? O quando i bambini vengono sfruttati, umiliati, e anch’essi soffrono a causa di gravi patologie? Dov’è Dio, di fronte all’inquietudine dei dubbiosi e degli afflitti nell’anima? Esistono domande per le quali non ci sono risposte umane. Possiamo solo guardare a Gesù, e domandare a Lui. E la risposta di Gesù è questa: “Dio è in loro”, Gesù è in loro, soffre in loro, profondamente identificato con ciascuno. Egli è così unito ad essi, quasi da formare “un solo corpo”.
Gesù stesso ha scelto di identificarsi in questi nostri fratelli e sorelle provati dal dolore e dalle angosce, accettando di percorrere la via dolorosa verso il calvario. Egli, morendo in croce, si consegna nelle mani del Padre e porta su di sé e in sé, con amore che si dona, le piaghe fisiche, morali e spirituali dell’umanità intera. Abbracciando il legno della croce, Gesù abbraccia la nudità e la fame, la sete e la solitudine, il dolore e la morte degli uomini e delle donne di tutti i tempi. Questa sera Gesù, e noi insieme a Lui, abbraccia con speciale amore i nostri fratelli siriani, fuggiti dalla guerra. Li salutiamo e li accogliamo con affetto fraterno e con simpatia.
Ripercorrendo la Via Crucis di Gesù, abbiamo riscoperto l’importanza di conformarci a Lui, mediante le 14 opere di misericordia. Esse ci aiutano ad aprirci alla misericordia di Dio, a chiedere la grazia di capire che senza misericordia la persona non può fare niente, senza la misericordia io, tu, noi tutti non possiamo fare niente. Guardiamo anzitutto alle sette opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire chi è nudo, dare alloggio ai pellegrini, visitare gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente diamo. Siamo chiamati a servire Gesù crocifisso in ogni persona emarginata, a toccare la sua carne benedetta in chi è escluso, ha fame, ha sete, è nudo, carcerato, ammalato, disoccupato, perseguitato, profugo, migrante. Lì troviamo il nostro Dio, lì tocchiamo il Signore. Ce l’ha detto Gesù stesso, spiegando quale sarà il “protocollo” in base al quale saremo giudicati: ogni volta che avremo fatto questo al più piccolo dei nostri fratelli, l’avremo fatto a Lui (cfr Mt 25,31-46).
Alle opere di misericordia corporale seguono quelle di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani.
Oggi l’umanità ha bisogno di uomini e di donne, e in modo particolare di giovani come voi, che non vogliono vivere la propria vita “a metà”, giovani pronti a spendere la vita nel servizio gratuito ai fratelli più poveri e più deboli, a imitazione di Cristo, che ha donato tutto sé stesso per la nostra salvezza. Di fronte al male, alla sofferenza, al peccato, l’unica risposta possibile per il discepolo di Gesù è il dono di sé, anche della vita, a imitazione di Cristo; è l’atteggiamento del servizio. Se uno – che si dice cristiano – non vive per servire, non serve per vivere. Con la sua vita rinnega Gesù Cristo.
Questa sera, cari giovani, il Signore vi rinnova l’invito a diventare protagonisti nel servizio; vuole fare di voi una risposta concreta ai bisogni e alle sofferenze dell’umanità; vuole che siate un segno del suo amore misericordioso per il nostro tempo! Per compiere questa missione, Egli vi indica la via dell’impegno personale e del sacrificio di voi stessi: è la Via della croce. La Via della croce è la via della felicità di seguire Cristo fino in fondo, nelle circostanze spesso drammatiche del vivere quotidiano; è la via che non teme insuccessi, emarginazioni o solitudini, perché riempie il cuore dell’uomo della pienezza di Gesù. La Via della croce è la via della vita e dello stile di Dio, che Gesù fa percorrere anche attraverso i sentieri di una società a volte divisa, ingiusta e corrotta.
La Via della croce non è un'abitudine sadomasochista. La Via della croce è l’unica che sconfigge il peccato, il male e la morte, perché sfocia nella luce radiosa della risurrezione di Cristo, aprendo gli orizzonti della vita nuova e piena. È la Via della speranza e del futuro. Chi la percorre con generosità e con fede, dona speranza e futuro all’umanità.(...)
Cari giovani, in quel Venerdì Santo molti discepoli ritornarono tristi alle loro case, altri preferirono andare alla casa di campagna per dimenticare la croce. Vi domando 
(...): come volete tornare questa sera alle vostre case, ai vostri luoghi di alloggio? Come volete tornare questa sera a incontrarvi con voi stessi? (...) Il mondo ci guarda. A ciascuno di voi spetta rispondere alla sfida di questa domanda.