martedì 30 agosto 2016
lunedì 29 agosto 2016
Chi ha paura delle preghiere per i morti?

di Costanza Miriano
Sinceramente, dopo tutto il tempo passato a rimuovere bestemmie e offese surreali dal mio profilo facebook, ero tentata di lasciar cadere la faccenda, ma non lo farò, per due ordini di motivi. Il primo è che continua a sembrarmi preziosissimo pregare per le vittime del terremoto. Il secondo è che da questa assurda vicenda ho imparato alcune cose utili che vorrei condividere con chi lo desidera.
Per chi si era sanamente distratto dal mondo virtuale, riepilogo. La sera dopo il terremoto ero sul divano con tutta la famiglia, incollati a guardare i luoghi nei quali abbiamo trascorso le vacanze degli ultimi anni con gli amici più cari. Cercavamo volti e luoghi noti. Durante la giornata avevamo chiamato persone che erano ancora lì per capire se si potesse andare a dare una mano, ma la risposta, letterale, era stata: “la Protezione Civile sta cacciando tutti” (nel senso di tutti quelli che non sanno esattamente cosa fare in questi casi). A raccolte di cibo e soldi aveva pensato mio figlio. L’unica cosa che rimaneva da fare era pregare. Quando si muore nel sonno, o in pochi secondi, chissà, magari non si ha neanche tempo di raccomandare l’anima a Dio. Chissà in che condizioni erano quelle anime, pensavo. Se fossi al posto loro sarei felicissima che qualcuno mi presentasse al Padre chiedendo misericordia per me.
La mia amica, che conosceva quasi tutte le vittime, una per una, e con la quale ho condiviso l’idea la mattina dopo, siccome fa l’avvocato come lavoro di copertura, ma nella realtà è un’organizzatrice di amici, ha pensato istantaneamente che ognuno dovesse avere almeno una persona che pregasse per lui. Una per ciascuno. Lei si preoccupava per una in particolare di cui mi poteva dire per certo che difficilmente qualcuno avrebbe pregato per lei, e me l’ha affidata. Poi mi ha chiesto di mettere qui i nomi facendo una griglia in modo che ognuno abbia il suo asterisco accanto quando qualcuno si prenderà l’impegno di pregare per lui.
Ci sarebbero da spiegare un’infinità di cose su questo tema – la comunione dei santi, il purgatorio, l’indulgenza, le colpe e le pene, si potrebbe parlare per ore – ma non sono una teologa, mi basterebbe essere una teofila. La realtà è molto più semplice. È stato un pensiero naturale, quasi ovvio direi. Il culto dei morti è quello che ci distingue dalle bestie. Siamo nell’anno del giubileo della misericordia, e ottenere l’indulgenza non è mai stato così facile (ci sono stati tempi in cui la gente perdeva tempo, soldi, la vita a volte, per intraprendere viaggi lunghi e pericolosi, nella speranza di passare una porta santa e salvarsi l’anima). Facile solo a livello pratico: oggi il Papa lo ha reso possibile in ogni diocesi. Impegnativo come sempre a livello spirituale, perché una vera confessione implica necessariamente una seria conversione, l’impegno rinnovato a seguire Cristo e a fare gesti concreti per i fratelli. Mi sembrava che il mio pensiero fosse abbastanza scontato, e davvero non immaginavo di scatenare questo putiferio.
È successo invece che sui social me ne hanno dette di tutti i colori: la maggior parte degli insulti non li posso ripetere, perché sono una signora e ho un bonus di una parolaccia all’anno ma temo di averla già usata, per il 2016, e tra l’altro moltissimi non li ho neppure letti, perché twitter non lo so usare, e il profilo fb non lo gestisco da sola (quando hanno cominciato ero fuori, senza computer). Comunque non ho mai letto tante cattiverie e volgarità tutte insieme, credo che una povera umanità disperata si sia data convegno sul mio profilo. Quasi nessuno, ovviamente, è stato capace di articolare e motivare il suo disaccordo con questa idea, e il livello espressivo era davvero molto basso. Vorrei riuscire a pregare per ciascuno di loro, ma dovrete aiutarmi, sono troppi; sono certa che si tratti di povere creature ingannate, persone totalmente prive dei fondamentali della fede, persone che però sanno, confusamente, che siamo fatti per l’eternità, e che per questo temono la preghiera, perché intuiscono che c’è qualcosa di vero. Persone che desiderano essere amate come Dio ci ama, ma non riescono a crederlo (il demonio non ha tanta fantasia, usa sempre lo stesso trucchetto, dall’Eden in poi: vuole convincerci che Dio sta tentando di fregarci, togliendoci la libertà, invece è solo un padre che vuole il meglio per noi). Persone che non vedendo questo viso innamorato del Padre preferiscono catalogare la nostra fede come superstizione, e la richiesta di indulgenza come un rito magico. Persone che preferiscono nella loro condizione non ricordare che la morte ci attende tutti, e tutti dovremo andare davanti al Creatore, nella speranza che non ci dica “andatevene, io non vi conosco” (quelli che dicono che l’inferno è vuoto forse non hanno letto tutto il Vangelo). È paura, dunque, ma è anche una nostalgia dell’eternità, di un amore perfetto e grandissimo. Questa ce l’abbiamo tutti, e chi cerca questo amore nelle cose e nelle persone sta male, perché niente gli riempie il cuore.
Aggiungiamo la grande ignoranza dei fondamentali della fede (tra i più arrabbiati diversi sedicenti cattolici), e soprattutto l’esito di decenni di propaganda laicista che con scuole mediocri e mezzi di comunicazione mediocrissimi cerca di formare un popolo convinto di essere solo al mondo, di non avere niente sopra la testa, di non dover un giorno affrontare la morte. Per l’uomo di oggi l’idea di non essere totalmente autodeterminato è intollerabile: schiuma di rabbia e vomita offese, ciò che denuncia chiaramente la sua infelicità. Di fronte a questa umanità non si può che provare tenerezza, e non serve rispondere alle offese. La più bella è “sciacallo da tastiera”: vorrei sapere che ci guadagno chiedendo preghiere. Il mio blog è volutamente senza pubblicità (ci è stata offerta), e per gli oltre dieci milioni di clic non abbiamo preso mezzo euro, ma anzi abbiamo sopportato in due una mole enorme di lavoro, con l’aiuto ogni tanto di qualche amico. Non mi vengono in mente altri guadagni possibili per l’idea dell’indulgenza, sinceramente, ma si sa che il male è negli occhi di chi lo vede. La più ipocrita: la difesa della privacy. Gli elenchi sono pubblici, e ho visto colleghi spiare volti e storie, addirittura con la telecamera (se finisco sotto le macerie mentre dormo per favore pubblicate ovunque il mio nome per il suffragio, anche sui manifesti di dieci metri per dieci, ma se possibile non mi riprendete piena di calcinacci e in sottoveste; e se perdo un figlio non mi inquadrate mentre piango, ma pregate per lui). La più surreale: paragonare le nostre preghiere a una messa nera. La più da premio Nobel: ti denuncio (pensa il magistrato che riceve un esposto; il capo d’imputazione: richiesta di preghiere). La più diffusa: come ti permetti, e se loro non credevano? A parte che nessuno ha avuto da ridire contro i funerali in chiesa, che io sappia, cosa da cui deduco che le vittime fossero battezzate, comunque le preghiere e le messe non possono nulla di fronte alla libertà dell’uomo, confine che ferma, per il suo rispetto nei confronti dei figli, persino l’azione di Dio. Quindi se uno vuole andare all’inferno ci va (ma dubito che qualcuno possa davvero desiderarlo). La più banale: vai a scavare invece di scrivere (immagino che loro invece stessero digitando insulti da sotto le macerie).
Per ciò, andrei avanti con la mia idea. Qui trovate le persone per cui pregare. Chi vuole e può lo faccia senza dirlo a me. Se invece qualcuno lo desidera, può scrivermi qui sul blog ( sposatiesiisottomessa@gmail.com ) o su facebook, e io cercherò di prendere nota, ma senza rendere pubblica la cosa (se posso risponderò privatamente) per non offrire il destro a un’altra ondata di stupidaggini.
Infine, le cose che ho imparato. Non so quantificare l’entità del problema, perché rispetto al berciare di alcuni, ho ricevuto molte più conferme da persone che avevano pensato la stessa cosa e non si capacitavano delle polemiche (e un intero monastero ha aderito), ma di sicuro c’è una fetta della popolazione che pur vivendo nell’Europa che senza le sue radici cristiane non esisterebbe e nell’Italia in cui quasi ogni pietra parla dell’avventura cristiana, sono di un’ignoranza disarmante (per dirne una, ma questi Dante e Manzoni li hanno mai aperti? Hanno alzato la testa dallo smartphone per vedere l’architettura delle loro città disegnata dalle chiese e dai cimiteri e dai conventi e dagli ospedali e dalle biblioteche che dobbiamo ai fratelli cristiani che ci hanno preceduti?). Dobbiamo prepararci a rendere ragione della speranza che è in noi a questo tipo di persone. Dobbiamo sapere che il pensiero unico troverà sempre di più che la fede è ammissibile, ma solo nel privato. Potremo pensare cristiano, ma solo in chiesa. Per esempio, la cosiddetta legge antiomofobia che presto riprenderà il suo cammino prevede che si possa pensare dell’omosessualità quello che dicono san Paolo e il Catechismo solo nei luoghi di culto, ma se lo dici fuori da una chiesa vai in carcere, e ripeto carcere (nella prima stesura della legge non si poteva proclamare il catechismo manco in chiesa). Dobbiamo sapere che forse alfine ci verrà tolta anche la libertà di culto (il burkini è solo una prova di esercitazione).
Infine, dopo quello che è successo, ho pensato con uno sguardo un po’ diverso anche a Papa Francesco, al suo sbriciolare con parole semplicissime la nostra fede, per esempio al suo modo di parlare del matrimonio (tema a me più caro) con i suoi “permesso scusa e grazie” che alle nostre orecchie educate a volte suonano forse meno affascinanti della teologia del corpo di Wojtyla, meno stimolanti di certe lucidissime catechesi di Ratzinger. Il Papa evidentemente sa che sta parlando anche a quel tipo di persone, totalmente digiune dei pur minimi riferimenti, e noi, piccolo gregge, ci dà un po’ per scontati. Sa che siamo quella pecorella, una su cento, che è rimasta dentro l’ovile, e cerca di farsi capire da qualcuno che non sa proprio niente di niente di Dio. Cerchiamo di dargli una mano...
Strani questi cristiani

Il cardinal Giacomo Biffi sulla “stranezza” cristiana
I parenti dicevano: “È fuori di sé” (Mc 3,21), e cercavano di prenderlo e di toglierlo dalla circolazione. Gli scribi davano lo stesso giudizio, ma con una versione, per così dire, “teologica”, e dicevano: “È posseduto da uno spirito immondo” (Mc 3, 30).
Il discepolo vero e coerente di Gesù non dovrà allora meravigliarsi se riceverà le stesse incomprensioni che non sono state risparmiate al suo Maestro. Chi sta col Vangelo senza sconti e senza attenuazioni, e perciò parla di distacco dai beni, di valore della castità, di amore disinteressato, di matrimonio indissolubile, di assoluta onestà negli affari, di perdono dei nemici, di sofferenza accettata dalle mani di Dio, costui apparirà necessariamente al mondo di oggi come un personaggio strano, sprovveduto, pazzo… Dovremo tenerlo presente, quando ci sentiremo suggerire che bisogna adattare la religione agli usi e costumi dell’uomo di oggi; si tratta piuttosto di trovare all’uomo di oggi una testa che vada bene per il messaggio di Cristo.
Il discepolo vero e coerente di Gesù non dovrà allora meravigliarsi se riceverà le stesse incomprensioni che non sono state risparmiate al suo Maestro. Chi sta col Vangelo senza sconti e senza attenuazioni, e perciò parla di distacco dai beni, di valore della castità, di amore disinteressato, di matrimonio indissolubile, di assoluta onestà negli affari, di perdono dei nemici, di sofferenza accettata dalle mani di Dio, costui apparirà necessariamente al mondo di oggi come un personaggio strano, sprovveduto, pazzo… Dovremo tenerlo presente, quando ci sentiremo suggerire che bisogna adattare la religione agli usi e costumi dell’uomo di oggi; si tratta piuttosto di trovare all’uomo di oggi una testa che vada bene per il messaggio di Cristo.
(Stilli come rugiada il mio dire. Omelie per le Domeniche del Tempo Ordinario. Anno B, Bologna 2015, pp. 79-80)
Il cristiano sarà sempre eterogeneo e disadattato nel mondo. Non può pretendere di credere e proclamare cose così originali come quelle contenute nel suo “credo”, e di poter poi circolare tranquillamente in mezzo agli altri uomini. Chi professa la sua certezza che Gesù Cristo, un uomo morto duemila anni fa, oggi è vivo nel senso proprio e letterale del termine; chi si dice persuaso che un velo di pane sia, nell’Eucaristia, il corpo del Signore; chi va in giro a raccontare di avere in cuore per la vita di grazia la presenza della Trinità misteriosa e vivificante, non deve meravigliarsi se poi gli altri lo lasciano un po’ da parte… Il suo “ghetto” include il Regno dei Cieli, la sua “diversità” è consonanza con le schiere degli angeli, la sua “chiusura” si apre sulle praterie sconfinate della realtà invisibile ed eterna, il suo isolamento è comunione con le tre persone divine.
Sarà perciò opportuno versare le nostre lacrime non su chi resta “diverso”, ma su chi desidera a tutti i costi confondersi nella folla.
Sarà perciò opportuno versare le nostre lacrime non su chi resta “diverso”, ma su chi desidera a tutti i costi confondersi nella folla.
(Contro maestro Ciliegia. Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”, Milano 1977, p. 149)
È facile sentire la stanchezza e il peso di riuscire sgraditi.
Così può sorgere in noi la vocazione a evitare ogni contrasto, e quindi la tentazione di assimilarci a poco a poco alla mentalità della cultura prevalente; o quanto meno possiamo avvertire l’inclinazione ad ammutolirci sui temi scottanti, tanto per vivere e lasciar vivere in pace. Ma è una tentazione da respingere, un’inclinazione da non assecondare…
Così può sorgere in noi la vocazione a evitare ogni contrasto, e quindi la tentazione di assimilarci a poco a poco alla mentalità della cultura prevalente; o quanto meno possiamo avvertire l’inclinazione ad ammutolirci sui temi scottanti, tanto per vivere e lasciar vivere in pace. Ma è una tentazione da respingere, un’inclinazione da non assecondare…
Talvolta abbiamo forse creduto che l’attenuare il nostro servizio alla verità e sostituirlo con uno stile di dire che evitasse ogni spiacevole contraddizione potesse servire a far conoscere e apprezzare la nostra sincera benevolenza verso tutti. In realtà, di solito è servito soltanto a persuadere gli altri che anche noi ci siamo ormai arresi, che la morale cristiana sia ormai cambiata, che la Chiesa non sia più impegnata sul fronte della verità; e questo è un malinteso che non giova né ai singoli né alla società dei nostri tempi.
Davvero l’amore per i nostri fratelli deve essere sempre la misura di ogni nostro atto e di ogni nostra parola; ma che sia l’amore autentico, l’amore serio, l’amore che vuole il vero bene della persona amata. Sotto l’ispirazione di questo amore noi dovremo avere sempre grande comprensione e misericordia per tutti, quali che siano le loro idee e i loro atti, e insieme grande fermezza nel richiamare quei princìpi di comportamento che soli possono offrire salvezza all’umanità.
(Ragione e vita. A che punto è la notte?, pp. 56-58)
L'uomo davanti alla rabbia della natura
di ENZO BIANCHI
Davanti alla tragicità di eventi come questo terremoto dovremmo vigilare affinché l’angoscia del restare “senza parole” non sia anestetizzata dal ripetere parole senza senso. Sentire che ai sopravvissuti Dio avrebbe fatto la grazia di non essere travolti dal terremoto, fa intendere che Dio l’avrebbe al contempo rifiutata a chi invece è morto. Chi si è salvato potrebbe allora gridare al miracolo, ma quanti sono rimasti schiacciati dalle macerie, a cominciare da tanti bambini, avrebbero conosciuto solo il volto di un Dio irato.
Non è questa la fede cristiana, così come non lo è l’affibbiare implicitamente al Dio di Gesù Cristo il nome di “destino”: retaggio di una mentalità “pagana” che secoli di cristianesimo non hanno mai superato definitivamente. La nostra vita è stata affidata alle nostre mani, mani fragili, mani capaci anche di commettere il male, mani più sovente responsabili di omissioni nei confronti del bene. La tradizione ebraica – che per secoli ha dovuto tragicamente confrontarsi con l’abisso del male, sovente compiuto dagli esseri umani, pur creati a immagine e somiglianza di Dio – ha elaborato la nozione dello tzim-tzum, del “ritrarsi” di Dio di fronte alla creazione per fare spazio a questa realtà autonoma. Secondo i rabbini, Dio nella sua onnipotenza è riuscito a creare una montagna che neppure lui è in grado di scalare: questa montagna che ormai si erge di fronte a Dio è l’essere umano nella sua libertà, ma è anche la creazione nella sua autonomia. Dio non ha abbandonato la creazione, non si è isolato impassibile altrove, ma per garantire all’essere umano pienezza di libertà e per non esercitare alcun tipo di costrizione, non si nasconde cinicamente dietro forze caotiche e cieche, come un regista che mette in scena la storia a suo piacimento.
Allora, di fronte a una tragedia naturale come quella del terremoto, i cristiani, in nome della loro sequela di un Signore crocifisso che ha preso su di sé la violenza e il dolore, fino alla morte ignominiosa patita da innocente, devono impegnarsi nell’acquisire e nel condividere una sapienza necessaria all’intera umanità. Essi sanno che l’essere umano possiede la tecnica – di per sé “neutra” – e la capacità di orientarla e anche pervertirla con la sua volontà egoistica, con l’accaparramento dei beni della terra, eludendo l’esigenza di una distribuzione universale delle risorse del pianeta. Così come, credenti e non credenti, sappiamo tutti che la natura possiede sì forze intrinseche che sfuggono al controllo umano, ma sappiamo anche che prevenzione, salvaguardia del territorio, atteggiamento di rispetto del creato e di ricerca di armonia con esso possono contenerne la forza bruta che si scatena.
Ora sta a tutti, in una solidarietà umana che varca ogni confine di religione e fede, impegnarsi in modo serio e perseverante nell’aiuto alle popolazioni colpite: non basta l’emotività passeggera, non basta la commozione di un momento, tanto più intensa quanto più da vicino la tragedia ci riguarda: occorre un impegno serio e continuo, non solo per ricostruire, ma per farlo in modo previdente e lungimirante, perché ai nostri giorni le cause di una tragedia “naturale” e soprattutto le sue dimensioni, non sono mai interamente ineluttabili, ma sono determinate anche da comportamenti e scelte politiche ed economiche, dalle priorità assegnate ai diversi campi di ricerca e di investimento, dal modo di sfruttare la terra e le sue risorse.
Anche da questa consapevolezza dipenderà la capacità dei cristiani di trovare il modo di agire per il bene comune e le parole per narrare, anche di fronte all’atrocità di tante morti assurde, la propria fede in un Dio di amore.
Pubblicato su: La Stampa
venerdì 26 agosto 2016
La bandiera di Lepanto non abita più qui

Per la Chiesa non c'è guerra di religione: La bandiera di Lepanto non abita più in Vaticano
Sette - Andrea Riccardi
***

La questione degli imam in Europa. Musulmani nei principi
L'Osservatore Romano
Gli imam nati in Europa non danno una garanzia totale contro la crescita del radicalismo islamico nel vecchio continente: a sostenerlo è il ministro degli Affari islamici marocchino, Ahmed Tawfiq, che in un’intervista all’agenzia Efe ammette che ci sono imam nativi dei Paesi musulmani che si recano in Europa con una scarsa conoscenza della lingua della nazione che li ospita, anche se, a suo avviso, «il problema non sta solo nella consapevolezza di una realtà, ma nell’interpretazione dei principi».
Per il ministro, c’è ormai quasi una corsa in alcuni Paesi europei a che gli imam delle moschee vengano scelti fra coloro che sono nati o formati in Europa. Tuttavia ciò, nel caso succeda, «non garantirà nulla né cambierà nulla».
Il Marocco, come l’Algeria e la Turchia, ha sempre cercato di avere un certo controllo sulle moschee nei quartieri delle città europee dove è presente una nutrita comunità marocchina, ma molti analisti ritengono che ciò che manca è l’esatto opposto: ovvero un «islam europeo» in grado di rispondere ai problemi dei musulmani che vivono nel continente.
Per Tawfiq tuttavia «non esistono cose come un islam di Francia o un islam di Spagna», sottolineando che «l’imam deve rispettare sia le leggi sia le istituzioni di Spagna, Francia e Marocco, incluse le regole del gioco politico. La sua missione è quella di difendere i principi generali che definiscono l’islam». Il ministro ritiene inoltre che i dibattiti sul burqini o sull’hijab distolgano l’attenzione da cose più importanti. Sono «accessori», semplici espressioni di una polemica che, chiamando in causa la religione, in realtà la danneggia.
Tawfiq riconosce che l’islam è spesso sulla difensiva «a causa del ritardo economico e scientifico dei musulmani», ma questo non deve portare a un discorso offensivo nei loro confronti. L’islam deve essere presentato come qualcosa di «alternativo, attraente, convincente». Purtroppo molti giovani musulmani, soprattutto in Europa, «sono andati a cercarsi questo modello dal cosiddetto Stato islamico, che presenta il suo “califfato” come il luogo dove si possono incontrare le aspirazioni dei musulmani». Tuttavia — aggiunge — l’islam mette in guardia da tre grandi pericoli: l’ignoranza, l’inganno e l’estremismo, tre difetti attribuibili a coloro che oggi parlano a nome dell’islam radicale.
Per quanto riguarda invece la crescente islamofobia in Europa e nel nord America, il ministro marocchino ha ricordato che ci sono grandi conoscitori dell’islam antico e attuale nel mondo accademico occidentale che, purtroppo, non hanno voce in capitolo o influenza pubblica. Questi studiosi, se avessero una maggiore influenza, potrebbero «aiutare i mezzi di comunicazione, che spesso reagiscono troppo in fretta», a produrre «un discorso rassicurante e un’analisi critica» sull’islam.
Ahmed Tawfiq è considerato uno dei principali ideologi dell’islam marocchino e crede che questo modello abbia «una legittimità politica che il terrorismo cerca di usurpare», per cui è necessario insistere, dentro e fuori il Marocco, sull’importanza dell’istituzione del «Comandante dei credenti», riferendosi all’autorità religiosa del re. Le basi di questa istituzione, che il ministro non esita a definire un «modello», sono la garanzia per il cittadino di vari pilastri fondamentali: la sicurezza e l’ordine pubblico, la giustizia, il rispetto della proprietà privata, la dignità della persona.
L'Osservatore Romano
Per il ministro, c’è ormai quasi una corsa in alcuni Paesi europei a che gli imam delle moschee vengano scelti fra coloro che sono nati o formati in Europa. Tuttavia ciò, nel caso succeda, «non garantirà nulla né cambierà nulla».
Il Marocco, come l’Algeria e la Turchia, ha sempre cercato di avere un certo controllo sulle moschee nei quartieri delle città europee dove è presente una nutrita comunità marocchina, ma molti analisti ritengono che ciò che manca è l’esatto opposto: ovvero un «islam europeo» in grado di rispondere ai problemi dei musulmani che vivono nel continente.
Per Tawfiq tuttavia «non esistono cose come un islam di Francia o un islam di Spagna», sottolineando che «l’imam deve rispettare sia le leggi sia le istituzioni di Spagna, Francia e Marocco, incluse le regole del gioco politico. La sua missione è quella di difendere i principi generali che definiscono l’islam». Il ministro ritiene inoltre che i dibattiti sul burqini o sull’hijab distolgano l’attenzione da cose più importanti. Sono «accessori», semplici espressioni di una polemica che, chiamando in causa la religione, in realtà la danneggia.
Tawfiq riconosce che l’islam è spesso sulla difensiva «a causa del ritardo economico e scientifico dei musulmani», ma questo non deve portare a un discorso offensivo nei loro confronti. L’islam deve essere presentato come qualcosa di «alternativo, attraente, convincente». Purtroppo molti giovani musulmani, soprattutto in Europa, «sono andati a cercarsi questo modello dal cosiddetto Stato islamico, che presenta il suo “califfato” come il luogo dove si possono incontrare le aspirazioni dei musulmani». Tuttavia — aggiunge — l’islam mette in guardia da tre grandi pericoli: l’ignoranza, l’inganno e l’estremismo, tre difetti attribuibili a coloro che oggi parlano a nome dell’islam radicale.
Per quanto riguarda invece la crescente islamofobia in Europa e nel nord America, il ministro marocchino ha ricordato che ci sono grandi conoscitori dell’islam antico e attuale nel mondo accademico occidentale che, purtroppo, non hanno voce in capitolo o influenza pubblica. Questi studiosi, se avessero una maggiore influenza, potrebbero «aiutare i mezzi di comunicazione, che spesso reagiscono troppo in fretta», a produrre «un discorso rassicurante e un’analisi critica» sull’islam.
Ahmed Tawfiq è considerato uno dei principali ideologi dell’islam marocchino e crede che questo modello abbia «una legittimità politica che il terrorismo cerca di usurpare», per cui è necessario insistere, dentro e fuori il Marocco, sull’importanza dell’istituzione del «Comandante dei credenti», riferendosi all’autorità religiosa del re. Le basi di questa istituzione, che il ministro non esita a definire un «modello», sono la garanzia per il cittadino di vari pilastri fondamentali: la sicurezza e l’ordine pubblico, la giustizia, il rispetto della proprietà privata, la dignità della persona.
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