Noi
confessiamo che il Regno di Dio,
cominciato
quaggiù nella Chiesa di Cristo,
"non
è di questo mondo", "la cui figura passa";
e che la
sua vera crescita
non può
essere confusa con il progresso della civiltà,
della
scienza e della tecnica umane,
ma consiste nel conoscere sempre più profondamente
le imperscrutabili ricchezze di Cristo,
nello
sperare sempre più fortemente i beni eterni,
nel
rispondere sempre più ardentemente all’amore di Dio,
e nel
dispensare sempre più abbondantemente
la grazia
e la santità tra gli uomini.
Ma è
questo stesso amore che porta la Chiesa
a
preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini.
L’intensa
sollecitudine della Chiesa, sposa di Cristo,
per le
necessità degli uomini,
per le
loro gioie e le loro speranze,
i loro
sforzi e i loro travagli,
non è
quindi altra cosa che il suo grande desiderio
di esser
loro presente
per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in
lui,
unico loro
salvatore.
Tale
sollecitudine non può mai significare
che la
Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo,
o che
diminuisca l’ardore dell’attesa del suo Signore e del regno eterno.
Paolo VI, Professione di fede del popolo di Dio, 30
giugno 1968
Mc 6, 34-44
In quel tempo, sceso dalla barca, Gesù
vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che
non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci».
E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti.
Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci».
E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti.
Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
Il commento
Il mondo è una folla sterminata di vagabondi e mendicanti, con nessun’ altra speranza che la compassione. Solo Lui guarda alle folle fermandosi su ciascuno. Solo il suo sguardo, che sgorga dall’abisso di misericordia di Dio, fa di ogni uomo sperduto nella massa anonima una creatura unica e irripetibile. Ovunque ci troviamo, immersi nelle occupazioni, anche nella curva esagitata di uno stadio quale sembra l’impazzita società nella quale viviamo, Lui ci guarda come quando una telecamera mette a fuoco il protagonista tra la moltitudine dei passanti. I suoi occhi giungono al cuore, e lo svelano disorientato, “senza pastore”. Oggi, come duemila anni fa, il male che aggredisce il mondo è la mancanza di un Pastore che illumini la Verità, indichi la Via per giungere alla Vita cui ogni uomo anela. Mercenari che spadroneggiano, ingannano e uccidono ve ne sono a miriadi, ma, nel mondo, di pastori neanche l'ombra; nessuno che abbia realmente a cuore le sorti di ciascun uomo, nessuno che ami al punto di farci sentire unici e importanti. Nessuno che conosca il cuore dell’uomo e i suoi autentici bisogni, solo slogan ben ancorati a quello che sembra, oggi come ieri, l’unico problema, il denaro, e quindi il pane per riempire la pancia. In questo “deserto” di corpi, anime e vite gettati come vuoti a perdere, si posa anche oggi lo sguardo di Gesù. Ed è subito misericordia, compassione che si fa annuncio. Gesù capovolge lo schema ideologico e antropologico che si trova alla base di ogni messianismo politico o filosofico, così radicati nel cuore di ciascuno, e a volte infiltrati anche nella Chiesa. Egli rivela l’ordine che Dio aveva dato “in principio” alla creazione, e così illumina l’autentico disordine generato dal peccato. La superbia della creatura che si è allontanata dal Creatore chiudendosi ad una relazione di abbandono confidente e obbediente, ha gettato l’umanità nel “deserto”, dove non vi è alimento ed è preclusa la vita, immagine di ogni luogo ormai lontano dal Paradiso. Gesù ha compassione di chi vi abita ramingo ed esule, perché ne comprende il dramma, la solitudine e il disorientamento frutti del peccato. La sua compassione è autentica perché, invece di preoccuparsi innanzi tutto della loro pancia vuota, Egli intuisce, dal sintomo di una carne indebolita, dove si nasconde il focolaio dell’infezione; per questo “scende dalla barca”, Pastore che va incontro a ciascuna pecora perduta, per amarla come fosse l’unica sulla terra, ne condivide la “passione” caricandosela sulle spalle, e si mette “a insegnare loro molte cose”, perché non ne conoscono neanche una. E’ nel cuore e nella mente dell’uomo che si cela il virus generato dall’orgoglio, la presunta sapienza carnale e mondana che è, invece, stoltezza che schiude abissi di vuoto e dolore. Non sappiamo nulla e nulla comprendiamo di quanto ci accade, la vita è un deserto che attraversiamo a stento e affamati. Gesù lo sa, e per questo, prima del miracolo con cui sazierà la carne, annuncia le sue “molte cose”, i segreti del cuore di Dio, l’amore infinito del Padre, la misericordia e il perdono, la Grazia di un cuore e una mente nuovi, perché anche la carne possa essere trasfigurata. E' questo l'ordine che Egli, Buon Pastore, riporta nel disordine: prima l’annuncio che compie il perdono, e poi il ristoro della carne, segno di una vita rinnovata perché saziata dal suo amore.
La parola di Gesù ci accompagna sino al “crepuscolo”,
sulla sponda delle notti di ogni uomo, come appare nel Vangelo di oggi. Essa
giunge sulla soglia della nostra fame, della nostra insoddisfazione, della
delusione, dell’angoscia. E si fa pane, l’unico che sazia, perché compie quanto
scritto nel Libro della Sapienza a proposito della manna: “sfamasti il tuo popolo con un cibo degli angeli, dal cielo
offristi loro un pane già pronto senza fatica, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto. Questo
tuo alimento manifestava la tua dolcezza verso i tuoi figli; esso si adattava al gusto di chi
l'inghiottiva e si
trasformava in ciò che ognuno desiderava.” (Sap 16,20s). La manna era bianca, immagine del latte spirituale che Pietro ci
invita a bramare “per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già
gustato come è buono il Signore.” (1 Pt 2, 1-3). Le “molte cose” insegnate da
Gesù sono le sue parole che, come gocce di latte, sono capaci di procurare ogni delizia e soddisfare ogni
gusto, “molte” quanti sono gli uomini di ogni generazione, uniche e
speciali per ciascuno, che si adattano
al gusto di chi le ascolta, e che si
trasformano in ciò che ognuno desidera.
Il Vangelo di oggi è immagine e profezia dell’opera di Gesù e della Chiesa suo
corpo vivo nella storia nel quale la sua Parola si fa carne. In esso appare, in
filigrana, il catecumenato che
caratterizzava l’iniziazione cristiana della Chiesa primitiva; esso consisteva
essenzialmente in un cammino di discesa sino alle acque del battesimo, guidati
dalla “molte cose” che la Chiesa, labbra di Cristo, insegnava ai catecumeni. “Dategli
voi stessi da mangiare”: annunciate il Vangelo ad ogni creatura, attraverso la
vostra stessa vita raggiunta dalla Parola che l’ha redenta, i “due pesci e i
cinque pani”, le due nature del
Figlio di Dio, e i cinque libri della
Torah compiuti in Lui. Nel loro stupore di fronte alla sproporzione tra l’incarico
affidato e i mezzi a disposizione si riconosce l’eco della tentazione che
abbiamo tutti: “Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane?”. Subito
s’affaccia la preoccupazione del denaro,
che rivela quale sia lo scrutinio ineludibile per ogni cristiano, per ogni
testimone, per la Chiesa stessa. “Quanti pani avete?”. Andate a vedere: è questa la parola fondamentale, la domanda che
risuona da duemila anni. Andare a vedere
sino al fondo della nostra vita, per scoprire la debolezza, la povertà,
l’inadeguatezza, il peccato. Come accadeva
ai catecumeni che scendevano i gradini del fonte battesimale, sino a rimanere
nudi come Adamo ed Eva, smascherate le ipocrisie e le finzioni, soli con la
propria realtà ormai illuminata: solo così potevano entrare nelle acque e
rinascere a vita nuova per rivestirsi di Cristo. E’ il cammino preparato per
ciascuno di noi, per prepararci alla missione alla quale siamo chiamati, apostoli e pastori del
gregge affidatoci. Per
imparare a guardare gli uomini con gli occhi di Cristo e rivestirci della sua
compassione; per non cedere alle tentazioni ideologiche con le quali il
demonio, nei Pastori e nei teologi come in famiglia e ovunque, cerca di dissuaderci
dalla Verità e dal suo annuncio, per piegarci sentimentalmente ai bisogni e ai
desideri della carne degli altri, riflesso malcelato di quelli che premono
anche sulla nostra carne: “Lo zelo e la compassione che
devono abitare nel cuore di tutti i pastori. rischiano di essere fuorviati e
rivolti verso iniziative altrettanto rovinose per l'uomo e la sua dignità,
quanto la miseria che si combatte, se non si è sufficientemente attenti di
fronte a certe tentazioni... Il pericolo di certe teologie è che si lascino
suggerire il punto di vista immanentistico, solo terrestre… i quali non vedono,
né possono vedere che la " liberazione " è innanzitutto e principalmente liberazione
da quella schiavitù radicale che il "mondo" non scorge, che anzi
nega: la schiavitù radicale del peccato” (S. Congregazione per la Dottrina
della Fede, Libertatis Nuntius, Istruzione
su alcuni aspetti della "Teologia della Liberazione"). Solo la
consapevolezza fondata sull’esperienza che “non di solo pane vive l’uomo, ma di
ogni Parola che esce dalla bocca di Dio”, può farci Pastori e Apostoli con il
cuore di Cristo, liberi di annunciare il Vangelo senza scioglierlo nella melma
della sapienza carnale. Non vi è altra via per amare la moglie, il marito, i
figli, i colleghi: andare a vedere per
deporre tra le mani del Signore la nostra povertà perché ne faccia l’alimento
sovrabbondante per tutti gli uomini. Gesù, infatti, prende proprio quei cinque pani
e quei due pesci e da essi trae il
cibo per tutti. Questa è l’esperienza della Chiesa e di ciascuno di noi: nella debolezza
appare una sorgente di vita, sulla nostra vita scende la “benedizione di Dio”
che la trasforma in alimento. Così “avanzeranno dodici ceste”, le dodici tribù
di Israele, immagine della Chiesa nuovo Israele. Il miracolo d’amore
sovrabbondante arricchisce e colma la stessa comunità; essa vive del dare la vita annunciando
il Vangelo, perché “Chi perde la sua vita per il mio Nome e per il Vangelo,
la ritroverà”.
