venerdì 8 febbraio 2013

Sant'Egidio compie 45 anni




Omelia di S.E. Mons. Vincenzo Paglia,
Presidente del Pontificio Consiglio  per la Famiglia
in occasione della Liturgia per i 45 anni della Comunità di Sant'Egidio
San Giovanni in Laterano, 7 febbraio 2013




Care sorelle e cari fratelli,
ci  siamo  radunati  in  questa  Basilica,  cattedrale  di  Roma,  per  ricordare  i
quarantacinque anni di cammino della Comunità di Sant’Egidio. Idealmente è presente
l’intera Comunità, con Andrea Riccardi che l’ha iniziata, con Marco Impagliazzo, il
Presidente, e con l’Assistente Ecclesiastico Sua Ecc.za Mons. Matteo Zuppi. E in molti
siamo venuti per vivere assieme un momento di letizia, di gioia e di festa. Saluto i
signori cardinali, i vescovi amici di Sant’Egidio venuti a Roma per il loro incontro
annuale, i fratelli delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, le autorità, gli ambasciatori
e i tanti che guardano e accompagnano la Comunità con la loro preghiera, la loro
amicizia e la loro stima. Non vogliamo però fare solamente memoria di questi anni,
vogliamo soprattutto ringraziare il Signore e comprendere ancor più quanto questi
anni siano stati un dono, un carisma, che il Signore chiama a vivere con più fede, con
più amore e con più speranza per il tempo che viene.
Il Vangelo della liturgia di questo giorno, che narra l’inizio della missione dei Dodici,
illumina bene l’anniversario degli inizi della Comunità. L’evangelista narra che Gesù,
dopo aver chiamato i Dodici attorno a sé, li inviò, due a due, nelle strade e nelle piazze
della Galilea per annunciare il Vangelo del Regno e guarire ogni malattia e infermità. E
mentre li inviava ordinò loro di non prendere nulla con sé, oltre il bastone e i sandali:
“né  pane,  né  bisaccia,  né  denaro  nella  borsa;  ma  calzati  solo  i  sandali,  non
indossassero due tuniche”.
Dovevano portare solo il bastone e calzare un paio di sandali, senza neppure una
tunica di ricambio. E’ una indicazione piuttosto radicale e non è difficile che potesse
suscitare  perplessità:  cosa  si  poteva  fare  con  quel  minimo  di  mezzi?  E  tutti  noi
potremmo aggiungere: cosa si può fare con mezzi così poveri in un mondo così grande
e  complesso  come  quello  in  cui  viviamo?  L’ordine  però  è  chiaro  ed  è  rivolto
ovviamente ai Dodici, ma non solo, esso vale per i discepoli di ogni tempo, anche oggi.
E non è scontato comprenderne il senso, tanto è radicato in noi l’orgoglio e la fiducia
in noi stessi e nelle nostre forze. Il Vangelo però ribadisce più volte che è la fede,
anche se piccola come un granellino di senape, che sposta le montagne, che sconfigge
l’inimicizia, che guarisce le malattie e che libera gli uomini dalle catene pesanti del
male.
In questa  luce evangelica,  care  sorelle e cari fratelli, possiamo  leggere anche la
vicenda della Comunità di Sant’Egidio: una storia di quarantacinque anni di ascolto
della Parola di Dio che ha portato frutti buoni sia personali che comuni alla Chiesa e al


mondo. Anche la Comunità questa sera, come fecero allora i primi discepoli al termine
del giorno, torna dal Signore, e può sentire rivolte anche a sé le parole finali del brano
evangelico: “Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano
molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. A queste si possono
aggiungere  quelle  che  chiudono  il  brano  di  Luca  al  momento  del  ritorno  dei  72
discepoli: erano pieni di gioia per quanto avevano operato, sottolinea compiaciuto
l’evangelista. Ma Gesù, senza voler correggere, aggiunge: “Gioite piuttosto che i vostri
nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,17). La gioia dei discepoli, infatti, prima ancora che
per  le  opere  compiute  è  per  essere  partecipi  della  famiglia  di  Dio.  E’  a  questa
prospettiva che allude il brano della Lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato: “Voi vi
siete accostati al monte di Sion, alla celeste Gerusalemme e a miriadi di angeli,
all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli”. Sì, tutti noi ci
siamo accostati a quell’assemblea festosa che ci avvicina alle “migliaia di angeli”; sì,
partecipiamo, ciascuno nel suo modo, alle migliaia di fratelli e sorelle che, come angeli
mandati da Dio, spendono la propria vita per consolare e aiutare i più deboli, per
rendere questo nostro mondo più giusto, più solidale, più pacifico. E così accade da
quarantacinque anni. Sì, tutti possiamo essere partecipi dello spirito di questa festosa
assemblea.
La sua storia di amore e di appartenenza al Signore è iniziata nel pomeriggio del 7
febbraio del 1968, quando un piccolo gruppo di studenti liceali con Andrea Riccardi
iniziò a raccogliersi attorno al Vangelo e a spendere la propria vita al servizio dei più
poveri, con la profonda intuizione che era questa la via per cambiare se stessi e il
mondo. E, seppure nessuno poteva allora immaginare quel che questa sera stiamo
celebrando, tuttavia in quel primo seme c’era già l’intera pianta della Comunità che
oggi vediamo estendere i suoi rami nel cuore di tanti popoli del mondo. Il Concilio era
terminato da poco più di due anni e, con quel piccolo germoglio, apparivano i frutti di
una nuova primavera nella Chiesa. Il legame con il Concilio, ancor prima che letterale,
era  spirituale  e  si  legava  al  bisogno  di  una  nuova  linfa,  di  nuove  energie  per
comunicare con più efficacia il Vangelo agli uomini e alle donne di allora. Furono belle
le parole rivolte ai giovani al termine del Concilio: “vi esortiamo ad ampliare i vostri
cuori secondo le dimensioni del mondo… Lottate contro ogni egoismo.
Rifiutate di dar libero corso agli istinti della violenza e dell’odio, che generano le
guerre  e  il  loro  triste  corte  di  miserie.  Siate  generosi,  puri,  rispettosi,  sinceri.  E
costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!” Quello slancio di fede
fu raccolto dalla Comunità che iniziò a percorrere prima le vie di Roma e poi quelle del
mondo, forte solo del Vangelo e della sua forza di cambiamento. “Nelle Sante Scritture
– sottolineava il Concilio – è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e
vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza nella fede, cibo per l’anima,
sorgente pura e perenne della vita spirituale”.
In effetti, la Parola di Dio, è stato come quel bastone, di cui parla il Vangelo, che ha
sostenuto la Comunità nel corso di questi anni. Non è stato riposto in un angolo,
magari con la convinzione di poter camminare senza sostegno, senza l’aiuto continuo
del Signore.



L’ascolto quotidiano della Bibbia, nella preghiera comune della sera, è stato il vero
bastone che ha sostenuto il cammino della Comunità sulle vie del mondo. Gregorio
Magno diceva che le Sante Scritture crescono con chi le legge. E’ stata l’esperienza
anche  della  Comunità  di  Sant’Egidio.  La  Parola  di  Dio  ha  suscitato  energie
straordinarie di amore e di pace. E credo sia giusto ricordare questa sera che nel
1973, esattamente quaranta anni fa, iniziava la preghiera quotidiana nella piccola
Chiesa di Sant’Egidio. Finalmente la Comunità trovò la sua casa, il luogo stabile ove
ascoltare con continuità la Parola di Dio e crescere con maggiore solidità nell’amore.
E’ stato da questa casa – la chiesa di sant’Egidio – che la Comunità ha preso il nome.
Fu un momento importante. Quella piccola chiesa, che ora custodisce l’icona del Volto
del Signore, è il santuario che ha visto la Comunità radunarsi attorno alla Parola di Dio,
crescere nella vita fraterna e aprirsi con generosità al servizio di tutti, particolarmente
ai più poveri. In effetti, la Parola di Dio, ascoltata ogni sera in quella piccola Chiesa,
divenne la vera protagonista di un nuovo slancio: mentre cresceva la fraternità si sentì
ancor più forte la spinta a percorrere le nuove vie che il Signore indicava. Quei due
sandali  di  cui  parla  il  Vangelo,  assieme  ai  discepoli  inviati  due  a  due,  possiamo
paragonarli all’amore fraterno che è chiamato a camminare per le vie del mondo per
comunicare il Vangelo dell’amore.
In quell’anno la Comunità per la prima volta uscì da Roma per recarsi a Napoli, colpita
dal colera, per essere accanto a chi soffriva ed aveva bisogno di aiuto. Bisognava
prendere il bastone del Vangelo e calzare i sandali dell’amore e incamminarsi verso
quei deboli che il Signore chiama suoi “fratelli”. In quello stesso anno – come in una
veloce primavera – la Comunità iniziò anche il servizio agli anziani.
La Parola di Dio aprì gli occhi per scoprire, nelle pieghe della città, un popolo vasto di
uomini e donne avanti negli anni, ma nascosto nell’abbandono e nella solitudine. E
iniziò la tessitura di quel singolare rapporto che ancora oggi lega giovani e anziani in
una nuova famiglia. Benedetto XVI, visitando nel mese di dicembre scorso la casa per
gli anziani al Gianicolo, lo sottolineava : “Mediante la solidarietà tra giovani e anziani,
la  Comunità  di  Sant’Egidio  ha  aiutato  a  far  comprendere  come  la  Chiesa  si
effettivamente famiglia di tutte le generazioni, in cui ognuno deve sentirsi a casa e
dove non regna la logica del profitto e dell’avere, ma quella della gratuità dell’amore”.
Care sorelle e cari fratelli, quel bastone e quei sandali da allora non sono rimasti mai
più fermi: sono andati e sono tornati, così come accadde nella prima missione dei
discepoli. Sì, il bastone e i sandali hanno sostenuto e accompagnato la Comunità
facendole scoprire e percorrere tanti sentieri di amore e di solidarietà, sentieri riempiti
di amicizia e di dialogo, tessendo una tela di fraternità universale larga e forte. Ogni
volta la Comunità ha potuto sperimentare la straordinaria forza della Parola di Dio che
allarga  la  mente  e  il  cuore  perché  l’amore  giunga  sin  nei  luoghi  più  dolenti
dell’umanità.
Il Beato Giovanni Paolo II, che sentiamo guardarci dal cielo, con la comprensione
amica e sapiente che egli ha avuto della Comunità, disse che la Comunità non si era
posto nessun confine se non quello dell’amore. Con quei sandali – anche a costo di
consumarli e magari di sporcarli di polvere per l’audacia che solo l’amore giustifica – la
Comunità ha percorso molte strade del mondo con la tenacia dell’amore, poggiandosi

non sulle proprie capacità ma sulla forza della Parola di Dio. E, riprendendo le parole

conclusive  del  Vangelo  secondo  Marco,  possiamo  applicarle  alla  storia  di  questi
quarantacinque  anni:  “Allora  essi  partirono  e  predicarono  dappertutto,  mentre  il
Signore  operava  insieme  con  loro  e  confermava  la  parola  con  i  prodigi  che
l’accompagnavano”(Mc 16, 20)
In questo tempo difficile di inizio millennio, mentre il mondo con fatica muove i suoi
passi, ed è facile essere presi dalla rassegnazione alla forza del male, la Comunità è
chiamata a restare un luogo santo che aiuta a sperare in un mondo nuovo ove i
conflitti cedono il passo alla pace, la solitudine alla comunione, l’odio e la violenza
all’amore e alla mitezza. Il Signore, buono e grande nell’amore, che sta all’origine
della Comunità di Sant’Egidio, continui a proteggerla e ad accompagnarla con la orza
del suo Spirito lungo le vie del mondo. Amen.