martedì 16 aprile 2013

Con uno sguardo di amore e di verità


Cresce in Italia il numero delle persone che si rivolgono ai centri di ascolto e ai servizi socio-assistenziali gestiti dalle Caritas diocesane; cresce il numero di quanti lamentano «patologie socio-sanitarie di non facile risoluzione»; aumentano «gli anziani e le persone in età matura che si affacciano ai servizi Caritas»; aumentano in percentuale le situazioni di povertà estrema, che «coesistono tuttavia con una vita apparentemente normale, magari vissuta all’interno di un’abitazione di proprietà».
È questo il quadro, allarmante, della situazione economico-sociale del Paese, tratteggiato dal presidente di Caritas Italiana, il vescovo Giuseppe Merisi. Il presule ha aperto questa mattina a Montesilvano, in provincia di Pescara, il trentaseiesimo Convegno nazionale delle Caritas diocesane, che si concluderà il 18 aprile, sul tema «Educare alla fede per essere testimoni di umanità. “La fede che si rende operosa per mezzo della carità” (Galati 5, 6)». Un’occasione per verificare anche il «modo d’intendere il servizio delle Caritas», la capacità di essere «testimoni veraci del Vangelo», affinché «non sia dato per carità ciò che è dovuto per giustizia» (Atti degli apostoli, 8)
In Italia — ha detto monsignor Merisi nel suo intervento — «la fragilità occupazionale è evidente: cassa integrazione, occupazioni saltuarie, o disoccupazione spesso giovanile, lavoro nero, rendono difficile per molte famiglie coprire le necessità, anche più elementari, del quotidiano», «si assiste ad una “normalizzazione sociale” nel profilo dell’utenza Caritas», nel senso che si trovano in difficoltà persone che non sono sulla strada o immediatamente percepibili come “poveri” e «la Chiesa è chiamata a moltiplicare gli sforzi», cosa che, attraverso le Caritas, è stato fatto, come dimostrano gli interventi a seguito di eventi che hanno aggravato la crisi, come il terremoto in Abruzzo, nel 2009, e in Emilia, Lombardia e Veneto nel 2012. Sono accadimenti, ha detto il vescovo Merisi, «che hanno chiesto alle nostre chiese, a quella italiana, a quelle diocesane e alle nostre Caritas, presenza, passione di condivisione e di solidarietà, capacità di raccordo tra emergenza e ricostruzione, ricostruzione di edifici e di tessuto comunitario, ecclesiale e sociale, chiamando in causa istituzioni e volontariato, Caritas, parrocchie e diocesi, gruppi giovanili, associazioni e luoghi di aggregazione».
Di fronte a un tale impegno, sempre più complesso e capillare, le Caritas sono chiamate ad approfondire le radici e l’essenza del servizio della carità. Il presidente della Caritas ha ricordato a questo proposito il motuproprio di Benedetto XVI Intima ecclesiae natura, che appunto riporta alla radice teologica della carità, «ancorandola saldamente all’azione pastorale della Chiesa». Monsignor Merisi ha ribadito la necessità, già segnata dalla Conferenza episcopale italiana (Cei), che il motuproprio «venga presentato in ogni diocesi, anche tenendo conto di qualche indicazione che la Cei e la Caritas potranno offrire dal punto di vista canonico e operativo», tenendo presente «che l’attività caritativa non deve limitarsi alla raccolta e alla distribuzione dei fondi e dei beni», dovendo favorire invece anche «l’educazione alla condivisione, al rispetto e all’amore, secondo la logica del Vangelo di Cristo». Si tratta, in fondo, ha spiegato il presidente di Caritas Italiana, «di riflettere sul rapporto fra la fede e la carità, come opportunamente richiamato nel messaggio del Papa per la Quaresima di questo anno (“priorità della fede - primato della carità”)». E da quel rapporto «far discendere indicazioni pastorali sulla responsabilità dei vescovi e delle Conferenze episcopali, sul coordinamento possibile delle iniziative, sulla credibilità evangelica della testimonianza nel servizio della carità».
In questo contesto, ha aggiunto monsignor Merisi, «citiamo volentieri i primi passi di Papa Francesco con il caloroso invito a camminare verso le periferie umane, spirituali e geografiche di questo tempo. I suoi gesti di Papa sono apparsi immediatamente essi stessi come Magistero vissuto: ci indicano uno stile di Chiesa semplice, povera e aperta agli altri, che non ostenta né potere né ricchezza, una ortoprassi coerente di gesti di umanità e di fraternità, che attraversano la quotidianità del vissuto ecclesiale e che danno una forma al suo agire mostrando, appunto, che la carità è l’intima natura della Chiesa».
Da qui, dunque, l’invito «a guardare con occhio di amore e di verità» alla vita della Chiesa «e alla vita del mondo che ci circonda e in cui siamo, dobbiamo, essere vitalmente inseriti». In fondo, ha concluso monsignor Merisi, «quando Papa Francesco parla di misericordia, quando dice di combattere il male con il bene, quando dice di uscire fuori verso tutte le periferie, ci invita a sentirci radicati nella Chiesa secondo logica di comunione», per costituire «quel faro, quel luogo di accoglienza e di fraternità che può dare speranza in tempi di chiusura vicendevole, che può coniugare amore e verità, che può orientare la libertà responsabile verso destini di giustizia e di solidarietà verso gli altri, che è il presupposto per aprirsi verso i poveri, gli ultimi, gli emarginati».
Nella prima giornata dei lavori è intervenuto l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, che si è soffermato sul fondamento evangelico della chiamata ad educare alla fede, a partire, in particolare, dal vangelo di Marco, di cui il cardinale Carlo Maria Martini mise in evidenza la peculiarità di itinerario catecumenale, per i membri delle primitive comunità cristiane. Un itinerario che, per l’arcivescovo, è allo stesso tempo performativo, tale cioè da indurre l’ascoltatore a decidere della sua stessa vita davanti a Gesù, il Figlio di Dio. «Dall’incontro con questo racconto — ha detto monsignor Forte — non si esce indenni: chi ne fa una lettura di fede, ne è segnato in maniera profonda. In esso tutto nasce dall’amore del Dio che si rivela e da cui il narratore è stato toccato e trasformato e tutto ha per scopo di suscitare nei cuori questo amore. Si può dedurre da questo che nell’educazione alla fede tutto nasca dall’amore e tenda all’amore». È per amore «che Dio si è rivelato agli uomini col desiderio di farli partecipi della Sua vita. È per amore che chi crede, al pari degli evangelisti, vorrebbe trasmettere il dono ricevuto agli altri, introducendoli nell’esperienza della carità di Dio. È per un profondo bisogno di amore che ci si mette alla ricerca del Volto divino. Alle sorgenti di ogni educazione alla fede — ha continuato l’arcivescovo Forte — c’è l’amore. Non di rado si tratta di un amore ferito, come, ad esempio, dei genitori credenti che vedono i loro figli allontanarsi dalla vita di fede o quello di chi ha responsabilità pastorali e sperimenta quanto sia difficile a volte trasmettere il dono della fede agli altri, specialmente ai giovani, nella complessità del tempo che viviamo. Il desiderio di comunicare la bellezza della fede sfida, però, quest’amore ferito e lo spinge a non arrendersi». Spesso, chi si allontana da Dio «lo fa perché non ha mai veramente sperimentato la grandezza del Suo dono. Non si esagera nel pensare che tante volte l’amore divino è più ignorato che consapevolmente rifiutato. Educare alla fede vorrà dire, allora, far conoscere quest’amore in maniera credibile, e cioè con la testimonianza della parola e della vita, in modo tale da attrarre ad esso e comunicarlo con l’eloquenza silenziosa di chi ne fa esperienza e ne irradia la bellezza in maniera convincente e contagiosa». L'Osservatore Romano, 16 aprile 2013