domenica 14 aprile 2013

Papa Francesco: "Annunciare, testimoniare, adorare...."



tweet domenicali di Papa Francesco:
 "Ricordiamolo bene tutti: non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita" (14 aprile 2013)
Secondo tweet: "Adorare Dio vuole dire imparare a stare con Lui, spogliarci dei nostri idoli nascosti, metterlo al centro della nostra vita".

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San Paolo fuori le Mura. Papa Francesco: "Ricordiamolo bene tutti: non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita. Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca e rendere gloria a Dio! L’incoerenza dei fedeli e dei Pastori tra quello che dicono e quello che fanno, tra la parola e il modo di vivere mina la credibilità della Chiesa"
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, Français, English, Español, Português] 
Il Papa riflette su tre verbi:  annunciare, testimoniare, adorare.... e sottolinea: "Diceva san Francesco, predicate il Vangelo e se fosse necessario anche con le parole".
Il segno (…) indica aggiunte pronunciate dal Santo Padre a braccio. Il testo italiano è quello ufficiale.
Alle ore 17.30 di oggi, III Domenica di Pasqua, nella Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura, il Santo Padre Francesco celebra la Santa Messa in occasione della prima visita alla Basilica Ostiense.Al suo arrivo il Papa si è recato al Sepolcro di San Paolo e vi sosta in preghiera. Prima della celebrazione eucaristica, il Card. James Michael Harvey Arciprete della Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura, ha rivolto al Papa un indirizzo di saluto.Concelebrano con il Santo Padre il Cardinale Arciprete James Michael Harvey, i Cardinali Andrea Cordero Lanza di Montezemolo e Francesco Monterisi, Arcipreti emeriti, e Dom Edmund Power, O.S.B., Padre Abate dell’Abbazia di San Paolo.Al termine della Santa Messa il Papa si reca nella Cappella del Crocifisso per venerare l’icona della Madonna Theotokos Hodigitria (XIII secolo), davanti alla quale il 22 aprile 1541 Sant’Ignazio di Loyola e i suoi primi compagni fecero la loro professione religiosa solenne, evento fondamentale per la nascente Compagnia di Gesù.
Cari fratelli e sorelle!
È per me una gioia celebrare l’Eucaristia con voi in questa Basilica. Saluto l’Arciprete, il Cardinale James Harvey, e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto; con lui saluto e ringrazio le varie Istituzioni che fanno parte di questa Basilica, e tutti voi. Siamo sulla tomba di san Paolo, un umile e grande Apostolo del Signore, che lo ha annunciato con la parola, lo ha testimoniato col martirio e lo ha adorato con tutto il cuore. Sono proprio questi i tre verbi sui quali vorrei riflettere alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato: annunciare, testimoniare, adorare. Nella Prima Lettura colpisce la forza di Pietro e degli altri Apostoli.

Al comando di tacere, di non insegnare più nel nome di Gesù, di non annunciare più il suo Messaggio, essi rispondono con chiarezza: «Bisogna obbedire a Dio, invece che agli uomini». E non li ferma nemmeno l’essere flagellati, il subire oltraggi, il venire incarcerati. Pietro e gli Apostoli annunciano con coraggio, con parresia, quello che hanno ricevuto, il Vangelo di Gesù. E noi? Siamo capaci di portare la Parola di Dio nei nostri ambienti di vita? Sappiamo parlare di Cristo, di ciò che rappresenta per noi, in famiglia, con le persone che fanno parte della nostra vita quotidiana? La fede nasce dall’ascolto, e si rafforza nell’annuncio.
Ma facciamo un passo avanti: l’annuncio di Pietro e degli Apostoli non è fatto solo di parole, ma la fedeltà a Cristo tocca la loro vita, che viene cambiata, riceve una direzione nuova, ed è proprio con la loro vita che essi rendono testimonianza alla fede e all’annuncio di Cristo. Nel Vangelo, Gesù chiede a Pietro per tre volte di pascere il suo gregge e di pascerlo con il suo amore, e gli profetizza: «Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). E’ una parola rivolta anzitutto a noi Pastori: non si può pascere il gregge di Dio se non si accetta di essere portati dalla volontà di Dio anche dove non vorremmo, se non si è disposti a testimoniare Cristo con il dono di noi stessi, senza riserve, senza calcoli, a volte anche a prezzo della nostra vita. Ma questo vale per tutti: il Vangelo va annunciato e va testimoniato. Ciascuno dovrebbe chiedersi: Come testimonio io Cristo con la mia fede? Ho il coraggio di Pietro e degli altri Apostoli di pensare, scegliere e vivere da cristiano, obbedendo a Dio? Certo la testimonianza della fede ha tante forme, come in un grande affresco c’è la varietà dei colori e delle sfumature; tutte però sono importanti, anche quelle che non emergono. Nel grande disegno di Dio ogni dettaglio è importante, anche la tua, la mia piccola e umile testimonianza, anche quella nascosta di chi vive con semplicità la sua fede nella quotidianità dei rapporti di famiglia, di lavoro, di amicizia. Ci sono i santi di tutti i giorni, i santi “nascosti”, una sorta di “classe media della santità” (...) di cui tutti possiamo fare parte. Ma in varie parti del mondo c’è anche chi soffre, come Pietro e gli Apostoli, a causa del Vangelo; c’è chi dona la sua vita per rimanere fedele a Cristo con una testimonianza segnata dal prezzo del sangue. Ricordiamolo bene tutti: non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita. Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca e rendere gloria a Dio! (...)L’incoerenza dei fedeli e dei Pastori tra quello che dicono e quello che fanno, tra la parola e il modo di vivere mina la credibilità della Chiesa. Ma tutto questo è possibile soltanto se riconosciamo Gesù Cristo, perché è Lui che ci ha chiamati, ci ha invitati a percorrere la sua strada, ci ha scelti. Annunciare e testimoniare è possibile solo se siamo vicini a Lui, proprio come Pietro, Giovanni e gli altri discepoli nel brano del Vangelo di oggi sono attorno a Gesù Risorto; c’è una vicinanza quotidiana con Lui, ed essi sanno bene chi è, lo conoscono. L’Evangelista sottolinea che «nessuno osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore» (Gv 21,12). Questo è un punto importante per noi: vivere un rapporto intenso con Gesù, un’intimità di dialogo e di vita, così da riconoscerlo come “il Signore”, da adorarlo. Il brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato ci parla dell’adorazione: le miriadi di angeli, tutte le creature, gli esseri viventi, gli anziani, si prostrano in adorazione davanti al Trono di Dio e all’Agnello immolato, che è Cristo, a cui va la lode, l’onore e la gloria (cfr Ap 5,11-14). Vorrei che ci ponessimo tutti una domanda: Tu, io, adoriamo il Signore? Andiamo da Dio solo per chiedere, per ringraziare, o andiamo da Lui anche per adorarlo? Che cosa vuol dire allora adorare Dio? Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte. Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti. Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che solo Lui guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, della nostra storia. Questo ha una conseguenza nella nostra vita: spogliarci dei tanti idoli piccoli o grandi che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; possono essere l’ambizione, (...) il carriersmo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri. Questa sera vorrei che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore? Adorare è spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita.
Cari fratelli e sorelle, il Signore ci chiama ogni giorno a seguirlo con coraggio e fedeltà; ci ha fatto il grande dono di sceglierci come suoi discepoli; ci invia ad annunciarlo con gioia come il Risorto, ma ci chiede di farlo con la parola e con la testimonianza della nostra vita, nella quotidianità. Il Signore è l’unico, l’unico Dio della nostra vita e ci invita a spogliarci dei tanti idoli e ad adorare Lui solo. Annunciare, testimoniare, adorare ... (...) La Beata Vergine Maria e l’Apostolo Paolo ci aiutino in questo cammino e intercedano per noi.Così sia.

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Nel Regina Coeli del 14 aprile e nell’omelia celebrata nella Messa per la sua prima visita a San Paolo fuori le Mura Papa Francesco ha proposto una riflessione sulla persecuzione dei cristiani, e sul modo in cui il cristiano deve rispondere a un mondo che ancora oggi tanto spesso lo perseguita. Ne è emersa una vera e propria spiritualità della persecuzione, molto appropriata per il tempo presente.
La liturgia della Terza Domenica di Pasqua propone una pagina degli Atti degli Apostoli. Questa lettura – ha commentato il Papa nel Regina Coeli – riferisce che «la prima predicazione degli Apostoli a Gerusalemme riempì la città della notizia che Gesù era veramente risorto, secondo le Scritture, ed era il Messia annunciato dai Profeti. I sommi sacerdoti e i capi della città cercarono di stroncare sul nascere la comunità dei credenti in Cristo e fecero imprigionare gli Apostoli, ordinando loro di non insegnare più nel suo nome». Ma Pietro e gli altri Apostoli rispondono: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù… lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore… E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo» (At 5,29-32). Allora le autorità di Gerusalemme fecero flagellare gli Apostoli e «comandarono loro nuovamente di non parlare più nel nome di Gesù».
Per quanto la flagellazione sia una pena crudele, gli Apostoli se ne vanno forti e sereni, «lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (v. 41). Qui davvero – ha aggiunto Papa Francesco a San Paolo fuori le Mura – «colpisce la forza di Pietro e degli altri Apostoli»: «non li ferma nemmeno l’essere flagellati, il subire oltraggi, il venire incarcerati». La prima riflessione di Papa Francesco è che questa pagina è molto attuale. Le persecuzioni non sono solo un fatto dei primi secoli. Ci sono ancora oggi.
I «cristiani che soffrono persecuzione – ha detto il Pontefice aggiungendo a braccio durante il Regina Coeli qualche parola al testo scritto – sono tanti, tanti, e in tanti Paesi». Per la seconda volta nel corso di questa settimana, Francesco ha voluto ricordare al mondo il dramma dei cristiani perseguitati.
Il 6 aprile nella Messa a Santa Marta il Papa aveva posto la domanda: «Come va, la nostra fede? È forte? O alle volte è un po’ all’acqua di rose?». Quando arrivano difficoltà e persecuzioni «siamo coraggiosi come Pietro o un po’ tiepidi?». Pietro – ha osservato il Papa – non ha taciuto la fede, non è sceso a compromessi, perché «la fede non si negozia». Sempre «c’è stata, nella storia del popolo di Dio, questa tentazione: tagliare un pezzo alla fede», la tentazione di essere un po’ «come fanno tutti», quella di «non essere tanto, tanto rigidi». «Ma quando incominciamo a tagliare la fede, a negoziare la fede, un po’ a venderla al migliore offerente incominciamo la strada dell’apostasia, della non-fedeltà al Signore».
Già a Santa Marta il Pontefice aveva ricordato che «per trovare i martiri non è necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso, in tanti Paesi. I cristiani sono perseguitati per la fede. In alcuni Paesi non possono portare la croce: sono puniti se lo fanno. Oggi, nel secolo XXI, la nostra Chiesa è una Chiesa dei martiri». La seconda riflessione di Papa Francesco riguarda l'atteggiamento appropriato di fronte alle persecuzioni, ieri come oggi. «Dove trovavano i primi discepoli – si è chiesto al Regina Coeli – la forza per questa loro testimonianza? Non solo: da dove venivano loro la gioia e il coraggio dell’annuncio, malgrado gli ostacoli e le violenze?». Quelli che si trovano in questa drammatica situazione sono uomini semplici.
«Non dimentichiamo che gli Apostoli erano persone semplici, non erano scribi, dottori della legge, né appartenenti alla classe sacerdotale. Come hanno potuto, con i loro limiti e avversati dalle autorità, riempire Gerusalemme con il loro insegnamento?». La risposta non può che essere di carattere spirituale. «È chiaro che solo la presenza con loro del Signore Risorto e l’azione dello Spirito Santo possono spiegare questo fatto. La loro fede si basava su un’esperienza così forte e personale di Cristo morto e risorto, che non avevano paura di nulla e di nessuno, e addirittura vedevano le persecuzioni come un motivo di onore, che permetteva loro di seguire le orme di Gesù e di assomigliare a Lui, testimoniandolo con la vita».
Questo insegnamento, però, è più profondo di quello che sembra. «Questa storia della prima comunità cristiana ci dice una cosa molto importante, che vale per la Chiesa di tutti i tempi, anche per noi: quando una persona conosce veramente Gesù Cristo e crede in Lui, sperimenta la sua presenza nella vita e la forza della sua Risurrezione, e non può fare a meno di comunicare questa esperienza. E se incontra incomprensioni o avversità, si comporta come Gesù nella sua Passione: risponde con l’amore e con la forza della verità». Chi ha davvero incontrato Gesù non prende neppure in considerazione l'idea di rinunciare, di tirarsi indietro. Annuncia «con franchezza e coraggio la Risurrezione del Signore».
A Pietro – ha ricordato il Pontefice a San Paolo fuori le Mura – era stato profetizzato da Gesù che qualcuno un giorno lo avrebbe portato «dove non voleva», al martirio. È una parola «rivolta anzitutto a noi Pastori: non si può pascere il gregge di Dio se non si accetta di essere portati dalla volontà di Dio anche dove non vorremmo, se non si è disposti a testimoniare Cristo con il dono di noi stessi, senza riserve, senza calcoli, a volte anche a prezzo della nostra vita». Ma questo non vale solo per i vescovi e i sacerdoti. Vale «per tutti: il Vangelo va annunciato e testimoniato. Ciascuno dovrebbe chiedersi: Come testimonio io Cristo con la mia fede? Ho il coraggio di Pietro e degli altri Apostoli di pensare, scegliere e vivere da cristiano, obbedendo a Dio?».
Questo non significa che tutti siano chiamati al martirio. «La testimonianza della fede ha tante forme, come in un grande affresco c’è la varietà dei colori e delle sfumature; tutte però sono importanti, anche quelle che non emergono. Nel grande disegno di Dio ogni dettaglio è importante, anche la tua, la mia piccola e umile testimonianza, anche quella nascosta di chi vive con semplicità la sua fede nella quotidianità dei rapporti di famiglia, di lavoro, di amicizia». Ci sono, ha detto il Papa, «i santi di tutti i giorni, i santi “nascosti”, una sorta di “classe media della santità”», « di cui tutti possiamo fare parte». E c’è la «testimonianza segnata dal prezzo del sangue» dei martiri. Sono due forme di testimonianza molto diverse, ma che hanno in comune la coerenza della vita.
«Ricordiamolo bene tutti – ha ammonito il Pontefice –: non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita. Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca e rendere gloria a Dio!». Predica in modo efficace solo chi predica con la vita. «L’incoerenza dei fedeli e dei Pastori tra quello che dicono e quello che fanno, tra la parola e il modo di vivere mina la credibilità della Chiesa». La coerenza non nasce mai solo da una nostra decisione. Nasce dalla preghiera di adorazione che tutti dobbiamo a Dio. «Vorrei – ha detto il Papa – che ci ponessimo tutti una domanda: Tu, io, adoriamo il Signore? Andiamo da Dio solo per chiedere, per ringraziare, o andiamo da Lui anche per adorarlo?».
Ma che cosa vuol dire adorare Dio? «Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte. Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti. Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia».
Ai martiri antichi era chiesto di adorare gli idoli. Rifiutavano per coerenza con il loro cristianesimo, ed erano uccisi. Anche noi viviamo in un mondo che ci propone «tanti idoli piccoli o grandi», che purtroppo spesso accettiamo di adorare e «nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; possono essere l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri».
Vorrei – ha concluso Papa Francesco – «che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato io a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore? Adorare è spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita». Il martire è chi, qualunque sia il rischio, rifiuta di adorare gli idoli e continua a testimoniare. Così, ultimamente, si sconfiggono i persecutori. (M Introvigne)


FRANCESE
Chers frères et soeurs !
C’est une joie pour moi de célébrer l’Eucharistie avec vous dans cette Basilique. Je salue l’Archiprêtre, le Cardinal James Harvey, et je le remercie pour les paroles qu’il m’a adressées ; je salue et remercie également les différentes institutions qui font partie de cette Basilique, ainsi que vous tous. Nous sommes sur la tombe de Saint Paul, un humble et grand Apôtre du Seigneur, qui l’a annoncé par la parole, lui a rendu témoignage par le martyre et l’a adoré de tout son coeur. Voilà justement les trois verbes sur lesquels je voudrais réfléchir à la lumière de la Parole de Dieu que nous avons écoutée : annoncer, témoigner, adorer.
Dans la première lecture, la force de Pierre et des autres Apôtres impressionne. À l’injonction de se taire, de ne plus enseigner au nom de Jésus, de ne plus annoncer son Message, ils répondent avec clarté : « Il faut obéir à Dieu plutôt qu’aux hommes ». Et le fait d’être flagellés, de subir des outrages et d’être emprisonnés ne les freine pas non plus. Pierre et les Apôtres annoncent avec courage, en toute vérité, ce qu’ils ont reçu, l’Évangile de Jésus. Et nous ? Sommes-nous capables de porter la Parole de Dieu dans nos milieux de vie ? Savons-nous parler du Christ, de ce qu’il représente pour nous, en famille, avec les personnes qui partagent notre vie quotidienne ? La foi naît de l’écoute, et se raffermit dans l’annonce.
Mais faisons un pas en avant : l’annonce de Pierre et des Apôtres n’est pas faite seulement de paroles, mais la fidélité au Christ touche leur vie, qui est changée, qui reçoit une nouvelle direction, et c’est justement par leur vie qu’ils rendent témoignage à la foi et à l’annonce du Christ. Dans l’Évangile, Jésus demande à Pierre par trois fois de paître son troupeau et de le paître par son amour, et il lui prophétise : « Quand tu seras vieux, tu étendras les mains, et c’est un autre qui te mettra ta ceinture, pour t’emmener là où tu ne voudrais pas aller » (Jn 21, 18). C’est une parole adressée surtout à nous Pasteurs : nous ne pouvons pas paître le troupeau de Dieu si nous n’acceptons pas d’être conduits par la volonté de Dieu là aussi où nous ne voudrions pas, si nous ne sommes pas prêts à témoigner du Christ par le don de nous-mêmes, sans réserve, sans calculs, quelquefois au prix de notre vie. Mais cela vaut pour tous : l’Évangile doit être annoncé et il doit être témoigné. Chacun de nous devrait se demander : Comment moi, je témoigne du Christ par ma foi ? Ai-je le courage de Pierre et des autres Apôtres de penser, de choisir et de vivre en chrétien, dans l’obéissance à Dieu ? Le témoignage de la foi a certainement plusieurs formes, comme dans une grande fresque, où il y a une variété de couleurs et de nuances ; toutes cependant sont importantes, mêmes celles qui n’apparaissent pas. Dans le grand dessein de Dieu, chaque détail est important, même ton témoignage et le mien, humbles et petits, même le témoignage caché de celui qui vit avec simplicité sa foi dans le quotidien des relations de famille, de travail, d’amitié. Il y a les saints de tous les jours, les saints « cachés », une sorte de « classe moyenne de la sainteté » dont nous pouvons tous faire partie. Mais en diverses parties du monde, il y a aussi des personnes qui souffrent, comme Pierre et les Apôtres, à cause de l’Évangile ; il y a des personnes qui donnent leur vie pour rester fidèles au Christ par un témoignage marqué par le prix du sang. Souvenons-nous en bien tous : on ne peut pas annoncer l’Évangile de Jésus sans le témoignage concret de la vie. Qui nous écoute et nous voit doit pouvoir lire à travers nos actions ce qu’il écoute de notre bouche et rendre gloire à Dieu ! L’incohérence entre ce que disent les fidèles et les pasteurs, et ce qu’ils font, entre leur parole et leur façon de vivre mine la crédibilité de l’Église.
Mais tout cela est possible seulement si nous reconnaissons Jésus Christ, car c’est lui qui nous a appelés, qui nous a invités à parcourir son chemin, qui nous a choisis. Il est possible d’annoncer et de témoigner seulement si nous sommes proches de lui, exactement comme Pierre, Jean et les autres disciples, dans le passage de l’Évangile d’aujourd’hui, sont autour de Jésus ressuscité; il y a une proximité quotidienne avec lui, et ils savent bien qui il est, ils le connaissent. L’évangéliste souligne que « personne n’osait lui demander : “qui es-tu ?” Ils savaient que c’était le Seigneur » (Jn 21, 12). C’est un point important pour nous : vivre une relation intense avec Jésus, une intimité de dialogue et de vie, pour ainsi le reconnaître comme “le Seigneur”, pour l’adorer. Le passage de l’Apocalypse que nous avons écouté nous parle de l’adoration : la multitude d’anges, toutes les créatures, les êtres vivants, les anciens, se prosternent en adoration devant le Trône de Dieu et l’Agneau immolé, qui est le Christ, à qui vont la louange, l’honneur et la gloire (cf. Ap 5, 11-14). Je voudrais que nous nous posions tous cette question : Toi, moi, adorons-nous le Seigneur ? Allons-nous à Dieu seulement pour demander, pour remercier, ou allons-nous à lui aussi pour l’adorer ? Que veut dire alors adorer Dieu ? Cela signifie apprendre à rester avec lui, à nous arrêter pour dialoguer avec lui, en sentant que sa présence est la plus vraie, la meilleure, la plus importante de toutes. Chacun de nous, dans sa propre vie, de manière inconsciente et peut-être parfois sans s’en rendre compte, a un ordre bien précis des choses qu’il retient plus ou moins importantes. Adorer le Seigneur veut dire lui donner la place qu’il doit avoir ; adorer le Seigneur veut dire affirmer, croire, non pas simplement en paroles, que lui seul guide vraiment notre vie ; adorer le Seigneur veut dire que devant lui nous sommes convaincus qu’il est le seul Dieu, le Dieu de notre vie, de notre histoire. Cela a une conséquence dans notre vie : se dépouiller de beaucoup d’idoles petites et grandes que nous avons, et dans lesquelles nous nous réfugions, dans lesquelles nous cherchons et plaçons bien des fois notre sécurité. Ce sont des idoles que nous tenons souvent cachées ; elles peuvent être l’ambition, le goût du succès, le fait de se mettre soi-même au centre, la tendance à dominer les autres, la prétention d’être les seuls maîtres de notre vie, quelques péchés auxquels nous sommes attachés, et beaucoup d’autres. Ce soir, je voudrais qu’une question résonne dans le coeur de chacun et que nous y répondions avec sincérité : ai-je pensé à cette idole cachée que j’ai dans ma vie et qui m’empêche d’adorer le Seigneur ? Adorer c’est se dépouiller de nos idoles mêmes les plus cachées, et choisir le Seigneur comme le centre, comme la voie royale de notre vie.
Chers frères et soeurs, le Seigneur nous appelle chaque jour à le suivre avec courage et fidélité ; il nous a fait le grand don de nous choisir comme ses disciples ; il nous invite à l’annoncer avec joie comme le Ressuscité, mais il nous demande de le faire par la parole et par le témoignage de notre vie, dans le quotidien. Le Seigneur est l’unique, l’unique Dieu de notre vie et il nous invite à nous dépouiller des nombreuses idoles et à l’adorer lui seul. Puissent la Bienheureuse Vierge Marie et l’Apôtre Paul nous aider sur ce chemin et intercéder pour nous.
INGLESE
Dear Brothers and Sisters!
It is a joy for me to celebrate Mass with you in this Basilica. I greet the Archpriest, Cardinal James Harvey, and I thank him for the words that he has addressed to me. Along with him, I greet and thank the various institutions that form part of this Basilica, and all of you. We are at the tomb of Saint Paul, a great yet humble Apostle of the Lord, who proclaimed him by word, bore witness to him by martyrdom and worshipped him with all his heart. These are the three key ideas on which I would like to reflect in the light of the word of God that we have heard: proclamation, witness, worship.
In the First Reading, what strikes us is the strength of Peter and the other Apostles. In response to the order to be silent, no longer to teach in the name of Jesus, no longer to proclaim his message, they respond clearly: “We must obey God, rather than men”. And they remain undeterred even when flogged, ill-treated and imprisoned. Peter and the Apostles proclaim courageously, fearlessly, what they have received: the Gospel of Jesus. And we? Are we capable of bringing the word of God into the environment in which we live? Do we know how to speak of Christ, of what he represents for us, in our families, among the people who form part of our daily lives? Faith is born from listening, and is strengthened by proclamation. But let us take a further step: the proclamation made by Peter and the Apostles does not merely consist of words: fidelity to Christ affects their whole lives, which are changed, given a new direction, and it is through their lives that they bear witness to the faith and to the proclamation of Christ. In today’s Gospel, Jesus asks Peter three times to feed his flock, to feed it with his love, and he prophesies to him: “When you are old, you will stretch out your hands, and another will gird you and carry you where you do not wish to go” (Jn 21:18). These words are addressed first and foremost to those of us who are pastors: we cannot feed God’s flock unless we let ourselves be carried by God’s will even where we would rather not go, unless we are prepared to bear witness to Christ with the gift of ourselves, unreservedly, not in a calculating way, sometimes even at the cost of our lives. But this also applies to everyone: we all have to proclaim and bear witness to the Gospel. We should all ask ourselves: How do I bear witness to Christ through my faith? Do I have the courage of Peter and the other Apostles, to think, to choose and to live as a Christian, obedient to God? To be sure, the testimony of faith comes in very many forms, just as in a great fresco, there is a variety of colours and shades; yet they are all important, even those which do not stand out. In God’s great plan, every detail is important, even yours, even my humble little witness, even the hidden witness of those who live their faith with simplicity in everyday family relationships, work relationships, friendships. There are the saints of every day, the “hidden” saints, a sort of “middle class of holiness” to which we can all belong. But in different parts of the world, there are also those who suffer, like Peter and the Apostles, on account of the Gospel; there are those who give their lives in order to remain faithful to Christ by means of a witness marked by the shedding of their blood. Let us all remember this: one cannot proclaim the Gospel of Jesus without the tangible witness of one’s life. Those who listen to us and observe us must be able to see in our actions what they hear from our lips, and so give glory to God! Inconsistency on the part of pastors and the faithful between what they say and what they do, between word and manner of life, is undermining the Church’s credibility.
But all this is possible only if we recognize Jesus Christ, because it is he who has called us, he who has invited us to travel his path, he who has chosen us. Proclamation and witness are only possible if we are close to him, just as Peter, John and the other disciples in today’s Gospel passage were gathered around the Risen Jesus; there is a daily closeness to him: they know very well who he is, they know him. The Evangelist stresses the fact that “no one dared ask him: ‘Who are you?’ – they knew it was the Lord” (Jn 21:12). This is important for us: living an intense relationship with Jesus, an intimacy of dialogue and of life, in such a way as to recognize him as “the Lord”, and to worship him. The passage that we heard from the Book of Revelation speaks to us of worship: the myriads of angels, all creatures, the living beings, the elders, prostrate themselves before the Throne of God and of the Lamb that was slain, namely Christ, to whom be praise, honour and glory (cf. Rev 5:11-14). I would like all of us to ask ourselves this question: You, I, do we worship the Lord? Do we turn to God only to ask him for things, to thank him, or do we also turn to him to worship him? What does it mean, then, to worship God? It means learning to be with him, it means that we stop trying to dialogue with him, and it means sensing that his presence is the most true, the most good, the most important thing of all. All of us, in our own lives, consciously and perhaps sometimes unconsciously, have a very clear order of priority concerning the things we consider important. Worshipping the Lord means giving him the place that he must have; worshipping the Lord means stating, believing – not only by our words – that he alone truly guides our lives; worshipping the Lord means that we are convinced before him that he is the only God, the God of our lives, the God of our history.
This has a consequence in our lives: we have to empty ourselves of the many small or great idols that we have and in which we take refuge, on which we often seek to base our security. They are idols that we sometimes keep well hidden; they can be ambition, a taste for success, placing ourselves at the centre, the tendency to dominate others, the claim to be the sole masters of our lives, some sins to which we are bound, and many others. This evening I would like a question to resound in the heart of each one of you, and I would like you to answer it honestly: Have I considered which idol lies hidden in my life that prevents me from worshipping the Lord? Worshipping is stripping ourselves of our idols, even the most hidden ones, and choosing the Lord as the centre, as the highway of our lives.
Dear brothers and sisters, each day the Lord calls us to follow him with courage and fidelity; he has made us the great gift of choosing us as his disciples; he sends us to proclaim him with joy as the Risen one, but he asks us to do so by word and by the witness of our lives, in daily life. The Lord is the only God of our lives, and he invites us to strip ourselves of our many idols and to worship him alone. May the Blessed Virgin Mary and Saint Paul help us on this journey and intercede for us.
SPAGNOLO
Queridos Hermanos y Hermanas
Me alegra celebrar la Eucaristía con ustedes en esta Basílica. Saludo al Arcipreste, el Cardenal James Harvey, y le agradezco las palabras que me ha dirigido; junto a él, saludo y doy las gracias a las diversas instituciones que forman parte de esta Basílica, y a todos vosotros. Estamos sobre la tumba de san Pablo, un humilde y gran Apóstol del Señor, que lo ha anunciado con la palabra, ha dado testimonio de él con el martirio y lo ha adorado con todo el corazón. Estos son precisamente los tres verbos sobre los que quisiera reflexionar a la luz de la Palabra de Dios que hemos escuchado: anunciar, dar testimonio, adorar.
En la Primera Lectura llama la atención la fuerza de Pedro y los demás Apóstoles. Al mandato de permanecer en silencio, de no seguir enseñando en el nombre de Jesús, de no anunciar más su mensaje, ellos responden claramente: «Hay que obedecer a Dios antes que a los hombres». Y no los detiene ni siquiera el ser azotados, ultrajados y encarcelados. Pedro y los Apóstoles anuncian con audacia, con parresia, aquello que han recibido, el Evangelio de Jesús. Y nosotros, ¿somos capaces de llevar la Palabra de Dios a nuestros ambientes de vida? ¿Sabemos hablar de Cristo, de lo que representa para nosotros, en familia, con los que forman parte de nuestra vida cuotidiana? La fe nace de la escucha, y se refuerza con el anuncio. Pero demos un paso más: el anuncio de Pedro y de los Apóstoles no consiste sólo en palabras, sino que la fidelidad a Cristo entra en su vida, que queda transformada, recibe una nueva dirección, y es precisamente con su vida con la que dan testimonio de la fe y del anuncio de Cristo. En el Evangelio, Jesús pide a Pedro por tres veces que apaciente su grey, y que la apaciente con su amor, y le anuncia: «Cuando seas viejo, extenderás las manos, otro te ceñirá y te llevará adonde no quieras» (Jn 21,18). Esta es una palabra dirigida a nosotros, los Pastores: no se puede apacentar el rebaño de Dios si no se acepta ser llevados por la voluntad de Dios incluso donde no queremos, si no hay disponibilidad para dar testimonio de Cristo con la entrega de nosotros mismos, sin reservas, sin cálculos, a veces a costa incluso de nuestra vida. Pero esto vale para todos: el Evangelio ha de ser anunciado y testimoniado. Cada uno debería preguntarse: ¿Cómo doy yo testimonio de Cristo con mi fe? ¿Tengo el valor de Pedro y los otros Apóstoles de pensar, decidir y vivir como cristiano, obedeciendo a Dios? Es verdad que el testimonio de la fe tiene muchas formas, como en un gran mural hay variedad de colores y de matices; pero todos son importantes, incluso los que no destacan. En el gran designio de Dios, cada detalle es importante, también el pequeño y humilde testimonio tuyo y mío, también ese escondido de quien vive con sencillez su fe en lo cotidiano de las relaciones de familia, de trabajo, de amistad. Hay santos del cada día, los santos «ocultos», una especie de «clase media de la santidad», de la que todos podemos formar parte. Pero en diversas partes del mundo hay también quien sufre, como Pedro y los Apóstoles, a causa del Evangelio; hay quien entrega la propia vida por permanecer fiel a Cristo, con un testimonio marcado con el precio de su sangre. Recordémoslo bien todos: no se puede anunciar el Evangelio de Jesús sin el testimonio concreto de la vida. Quien nos escucha y nos ve, debe poder leer en nuestros actos eso mismo que oye en nuestros labios, y dar gloria a Dios. La incoherencia de los fieles y los Pastores entre lo que dicen y lo que hacen, entre la palabra y el modo de vivir, minan la credibilidad de la Iglesia.
Pero todo esto solamente es posible si reconocemos a Jesucristo, porque es él quien nos ha llamado, nos ha invitado a recorrer su camino, nos ha elegido. Anunciar y dar testimonio es posible únicamente si estamos junto a él, justamente como Pedro, Juan y los otros discípulos estaban en torno a Jesús resucitado, como dice el pasaje del Evangelio de hoy; hay una cercanía cotidiana con él, y ellos saben muy bien quién es, lo conocen. El Evangelista subraya que «ninguno de los discípulos se atrevía a preguntarle quién era, porque sabían bien que era el Señor» (Jn 21,12). Esto es un punto importante para nosotros: vivir una relación intensa con Jesús, una intimidad de diálogo y de vida, de tal manera que lo reconozcamos como «el Señor», lo adoremos. El pasaje del Apocalipsis que hemos escuchado nos habla de la adoración: miríadas de ángeles, todas las creaturas, los vivientes, los ancianos, se postran en adoración ante el Trono de Dios y el Cordero inmolado, que es Cristo, a quien se debe alabanza, honor y gloria (cf. Ap 5,11-14). Quisiera que nos hiciéramos todos una pregunta: Tú, yo, ¿adoramos al Señor? ¿Acudimos a Dios sólo para pedir, para agradecer, o nos dirigimos a él también para adorarlo? Pero, entonces, ¿qué quiere decir adorar a Dios? Significa aprender a estar con él, a pararse a dialogar con él, sintiendo que su presencia es la más verdadera, la más buena, la más importante de todas. Cada uno de nosotros, en la propia vida, de manera consciente y tal vez a veces sin darse cuenta, tiene un orden muy preciso de las cosas consideradas más o menos importantes. Adorar al Señor quiere decir darle a él el lugar que le corresponde; adorar al Señor quiere decir afirmar, creer – pero no simplemente de palabra – que únicamente él guía verdaderamente nuestra vida; adorar al Señor quiere decir que estamos convencidos ante él de que es el único Dios, el Dios de nuestra vida, de nuestra historia.
Esto tiene una consecuencia en nuestra vida: despojarnos de tantos ídolos, pequeños o grandes, que tenemos, y en los cuales nos refugiamos, en los cuales buscamos y tantas veces ponemos nuestra seguridad. Son ídolos que a menudo mantenemos bien escondidos; pueden ser la ambición, el gusto del éxito, el poner en el centro a uno mismo, la tendencia a estar por encima de los otros, la pretensión de ser los únicos amos de nuestra vida, algún pecado al que estamos apegados, y muchos otros. Esta tarde quisiera que resonase una pregunta en el corazón de cada uno, y que respondiéramos a ella con sinceridad: ¿He pensado en qué ídolo oculto tengo en mi vida que me impide adorar al Señor? Adorar es despojarse de nuestros ídolos, también de esos más recónditos, y escoger al Señor como centro, como vía maestra de nuestra vida. Queridos hermanos y hermanas, el Señor nos llama cada día a seguirlo con valentía y fidelidad; nos ha concedido el gran don de elegirnos como discípulos suyos; nos envía a proclamarlo con gozo como el Resucitado, pero nos pide que lo hagamos con la palabra y el testimonio de nuestra vida en lo cotidiano. El Señor es el único, el único Dios de nuestra vida, y nos invita a despojarnos de tantos ídolos y a adorarle sólo a él. Que la Santísima Virgen María y el Apóstol Pablo nos ayuden en este camino, e intercedan por nosotros.
PORTOGHESE
Amados irmãos e irmãs!
É uma alegria para mim celebrar a Eucaristia convosco nesta Basílica. Saúdo o Arcipreste, Cardeal James Harvey, e agradeço-lhe as palavras que me dirigiu; juntamente com ele, saúdo e agradeço às várias Instituições, que fazem parte desta Basílica, e a todos vós. Encontramo-nos sobre o túmulo de São Paulo, um Apóstolo humilde e grande do Senhor, que O anunciou com a palavra, testemunhou com o martírio e adorou com todo o coração. É precisamente sobre estes três verbos que queria reflectir à luz da Palavra de Deus que escutámos: anunciar, testemunhar, adorar. Na primeira Leitura, impressiona a força de Pedro e dos outros Apóstolos. À ordem de não falar nem ensinar no nome de Jesus, de não anunciar mais a sua Mensagem, respondem com clareza: «Importa mais obedecer a Deus do que aos homens». E nem o facto de serem flagelados, ultrajados, encarcerados os deteve. Pedro e os Apóstolos anunciam, com coragem e desassombro, aquilo que receberam: o Evangelho de Jesus. E nós? Somos nós capazes de levar a Palavra de Deus aos nossos ambientes de vida? Sabemos falar de Cristo, do que Ele significa para nós, em família, com as pessoas que fazem parte da nossa vida diária? A fé nasce da escuta, e fortalece-se no anúncio.
Mas, façamos mais um passo: o anúncio de Pedro e dos Apóstolos não é feito apenas com palavras, mas a fidelidade a Cristo toca a sua vida, que se modifica, recebe uma nova direcção, e é precisamente com a sua vida que dão testemunho da fé e anunciam Cristo. No Evangelho, Jesus pede por três vezes a Pedro que apascente o seu rebanho, e o faça com todo o seu amor, profetizando-lhe: «Quando fores velho, estenderás as mãos e outro te há-de atar o cinto e levará para onde não queres» (Jo 21, 18). Trata-se de uma palavra dirigida primariamente a nós, Pastores: não se pode apascentar o rebanho de Deus, se não se aceita ser conduzido pela vontade de Deus mesmo para onde não queremos, se não estamos prontos a testemunhar Cristo com o dom de nós mesmos, sem reservas nem cálculos, por vezes à custa da nossa própria vida. Mas isto vale para todos: tem-se de anunciar e testemunhar o Evangelho. Cada um deveria interrogarse: Como testemunho Cristo com a minha fé? Tenho a coragem de Pedro e dos outros Apóstolos para pensar, decidir e viver como cristão, obedecendo a Deus? É certo que o testemunho da fé se reveste de muitas formas, como sucede num grande afresco que apresenta uma grande variedade de cores e tonalidades; todas, porém, são importantes, mesmo aquelas que não sobressaem. No grande desígnio de Deus, cada detalhe é importante, incluindo o teu, o meu pequeno e humilde testemunho, mesmo o testemunho oculto de quem vive a sua fé, com simplicidade, nas suas relações diárias de família, de trabalho, de amizade. Existem os santos de todos os dias, os santos «escondidos», uma espécie de «classe média da santidade», da qual todos podemos fazer parte. Mas há também, em diversas partes do mundo, quem sofra – como Pedro e os Apóstolos – por causa do Evangelho; há quem dê a própria vida para permanecer fiel a Cristo, com um testemunho que lhe custa o preço do sangue. Recordemo-lo bem todos nós: não se pode anunciar o Evangelho de Jesus sem o testemunho concreto da vida. Quem nos ouve e vê, deve poder ler nas nossas acções aquilo que ouve da nossa boca, e dar glória a Deus! A incoerência dos fiéis e dos Pastores entre aquilo que dizem e o que fazem, entre a palavra e a maneira de viver mina a credibilidade da Igreja.
Mas tudo isto só é possível, se reconhecermos Jesus Cristo; pois foi Ele que nos chamou, nos convidou a seguir o seu caminho, nos escolheu. Só é possível anunciar e dar testemunho, se estivermos unidos a Ele, precisamente como, no texto do Evangelho de hoje, estão ao redor de Jesus ressuscitado Pedro, João e os outros discípulos; vivem uma intimidade diária com Ele, pelo que sabem bem quem é, conhecem-No. O Evangelista sublinha que «nenhum dos discípulos se atrevia a perguntar-Lhe: “Quem és tu?”, porque bem sabiam que era o Senhor» (Jo 21, 12). Está aqui um dado importante para nós: temos de viver num relacionamento intenso com Jesus, numa intimidade tal, feita de diálogo e de vida, que O reconheçamos como «o Senhor» e O adoremos. A passagem que ouvimos do Apocalipse, fala-nos da adoração: as miríades de anjos, todas as criaturas, os seres vivos, os anciãos prostram-se em adoração diante do trono de Deus e do Cordeiro imolado, que é Cristo e para quem é dirigido o louvor, a honra e a glória (cf. Ap 5, 11- 14). Gostaria que todos se interrogassem: Tu, eu, adoramos o Senhor? Vamos ter com Deus só para pedir, para agradecer, ou vamos até Ele também para O adorar? Mas então que significa adorar a Deus? Significa aprender a estar com Ele, demorar-se em diálogo com Ele, sentindo a sua presença como a mais verdadeira, a melhor, a mais importante de todas. Cada um de nós possui na própria vida, de forma mais ou menos consciente, uma ordem bem definida das coisas que são consideradas mais ou menos importantes. Adorar o Senhor quer dizer dar-Lhe o lugar que Ele deve ter; adorar o Senhor significa afirmar, crer – e não apenas por palavras – que só Ele guia verdadeiramente a nossa vida; adorar o Senhor quer dizer que estamos diante d’Ele convencidos de que é o único Deus, o Deus da nossa vida, da nossa história.
Daqui deriva uma consequência para a nossa vida: despojar-nos dos numerosos ídolos, pequenos ou grandes, que temos e nos quais nos refugiamos, nos quais buscamos e muitas vezes depomos a nossa segurança. São ídolos que frequentemente conservamos bem escondidos; podem ser a ambição, o gosto do sucesso, o sobressair, a tendência a prevalecer sobre os outros, a pretensão de ser os únicos senhores da nossa vida, qualquer pecado ao qual estamos presos, e muitos outros. Há uma pergunta que eu queria que ressoasse, esta tarde, no coração de cada um de nós e que lhe respondêssemos com sinceridade: Já pensei qual possa ser o ídolo escondido na minha vida que me impede de adorar o Senhor? Adorar é despojarmo-nos dos nossos ídolos, mesmo os mais escondidos, e escolher o Senhor como centro, como via mestra da nossa vida. Amados irmãos e irmãs, todos os dias o Senhor nos chama a segui-Lo corajosa e fielmente; fez-nos o grande dom de nos escolher como seus discípulos; convida-nos a anunciá-Lo jubilosamente como o Ressuscitado, mas pede-nos para o fazermos, no dia a dia, com a palavra e o testemunho da nossa vida. O Senhor é o único, o único Deus da nossa vida e convida-nos a despojar-nos dos numerosos ídolos e a adorar só a Ele. Que a bem-aventurada Virgem Maria e o apóstolo Paulo nos ajudem neste caminho e intercedam por nós.

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San Paolo fuori le Mura. Indirizzo di saluto al Santo Padre del Card. James Michael Harvey, Arciprete della   Basilica Papale
Sala stampa Santa Sede  
Beatissimo Padre, 
Pietro e Paolo: "sono questi i Santi Apostoli che nella vita terrena hanno fecondato   con il loro sangue la Chiesa; hanno bevuto il calice del Signore e sono diventati gli   amici di Dio". Così si esprime la Chiesa Universale nella Solennità liturgica dei SS. Pietro e Paolo e oggi tutti noi radunati in questa splendida Basilica Papale uniamo le nostre voci in un inno di lode a Dio onnipotente e misericordioso, mentre il successore di Pietro fa' visita e venera la Tomba di San Paolo.
Tutti i componenti della realtà, che è la Basilica di San Paolo fuori le Mura, gioiscono nell'accogliere il nuovo Vescovo di Roma in questo momento solenne. Chi Le parla, insieme a tutto il Personale che in essa opera, Le porge i più vivi e sentiti auguri di benvenuto. A tali sentimenti si associano i due Em.mi Arcipreti Emeriti della Basilica, il Rev.mo Padre Abate, con la comunità Monastica Benedettina dell'antica omonima Abbazia con le Suore Missionarie del Sacratissimo Cuore diGesù che ad essa attendono. La salutano anche il Pontificio Oratorio San Paolo, retto dai Padri Giuseppini del Murialdo, insieme alla comunità delle Figlie di Cristo Re che vi hanno una scuola materna ed elementare. Sono presenti il Pontificio  Collegio Beda e la Cappellania dell'Università "Roma Tre" con i suoi professori e numerosi studenti cattolici che non si "lasciano rubare la speranza" in tale particolare ambiente. Infine, è rappresentato il più recente membro di questa famiglia paolina, e cioè l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù - segno della carità  cristiana verso i più piccoli. 
E' sulla fede dei due Apostoli e Martiri Pietro e Paolo, chiamati "le colonne della   Chiesa", che vanta la Sua origine la Chiesa di Roma, la quale fin dall'inizio ha voluto ricordare insieme, quasi a ricomporre in unità, la loro testimonianza. Vivendo e celebrando l'Anno della Fede, indetto dal suo illuminato Predecessore Papa Benedetto XVI, come non ricordare, che nel 1967, il Papa Paolo VI, volle indirne uno simile, proprio nel diciannovesimo centenario della loro suprema testimonianza. Per la loro intercessione e il loro esempio, pertanto, siamo ben coscienti che il rinnovamento della Chiesa passa soprattutto attraverso l'immagine offerta dalla vita quotidiana dei credenti  nell'essere testimoni coerenti di Cristo. 
Padre Santo, la Sua Visita odierna e le Sue Parole ci guideranno a riscoprire la gioia di credere, a ritrovare ancora forza ed entusiasmo nel comunicare la fede, ed essere sempre più illuminati dalla grazia dello Spirito Santo. Questo ci farà sentire figli   perdonati e amati da Dio Padre, amici di Cristo nella verità, innamorati del messaggio sempre nuovo, sempre attuale del Vangelo, sinceramente accoglienti verso tutti gli uomini, per essere tutti la grande Famiglia di Dio, ossia, un solo gregge   sotto un solo Pastore. 
Santità, mentre inizia il Suo Ministero Apostolico sia certo di poter contare sul nostro affettuoso e filiale sostegno e sulle nostre più fervide preghiere, in particolare davanti alla Tomba dell'Apostolo Paolo, titolare di questa Sua Basilica.

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La riforma di papa Francesco
Corriere della Sera - Rassegna "Fine Settimana"
(Alberto Melloni) Quello annunciato ieri da Papa Francesco è il passo più importante nella storia della Chiesa degli ultimi dieci secoli e nella cinquantennale vicenda della ricezione del Vaticano II. La scelta di otto rappresentanti del collegio episcopale con funzioni di consiglio (...)