mercoledì 18 settembre 2013

Scola:" Io dico sì allo ius soli”



“Inevitabile la mescolanza dei popoli per questo io dico sì allo ius soli” 
intervista ad Angelo Scola a cura di Carlo Annovazzi e Zita Dazzi
in “la Repubblica” del 18 settembre 2013
Cardinale Angelo Scola, nella sua Lettera pastorale definisce «un balbettio» la voce di Milano.
A due anni dal suo arrivo, che città è Milano?
«Oggi c’è chi afferma che saremmo di fronte al termine del processo di secolarizzazione. I tentativi
che si sono succeduti, a partire dalla modernità, di trovare un significato comune per tutti non sono
riusciti. Siamo alla ricerca di un nuovo senso. Potremmo dire di un nuovo umanesimo che deve
ancora vedere la luce. La parola balbettio la uso positivamente, come una promessa ».
E questo umanesimo può partire da Milano?
«A Milano, e nell’area metropolitana lombarda, ci sono germogli promettenti di un nuovo
umanesimo. Il tessuto sociale documenta, in molte forme, tentativi di risposta alla ricerca di senso e
di speranza per la vita, luoghi di costruzione della vita buona e di buon governo. Anzi, quest’estate
davanti allo Shard (la Scheggia), il grattacielo-simbolo di Londra, mi veniva in mente il più alto dei
grattacieli di Milano, che in forme moderne ripropone, con la sua freccia, una guglia del nostro
Duomo. E pensavo: se l’emblema della Londra contemporanea registra la figura dell’umanità di
oggi, che sembra un agglomerato di schegge di verità, quello di Milano con la sua guglia lanciata
verso il cielo, verso Dio, può diventare simbolo della costruzione del nuovo umanesimo che ci
attende».
Perché allora l’allarme di un “ateismo anonimo”?
«Io vedo un Duomo pieno di gente, così anche le parrocchie. Milano non è Parigi, Londra o
Berlino. C’è ancora un cattolicesimo di popolo. Siamo allora al riparo a differenza del resto
d’Europa? No, perché c’è una sorta di “ateismo anonimo” nel senso che molti cristiani hanno perso
la percezione della presenza concreta di Dio nel quotidiano».
Lei ha coniato la definizione di “meticciato” e parla spesso della nostra società plurale. Oggi è
più che mai attuale il tema del diritto di cittadinanza per i bambini figli di immigrati ma nati
in Italia. Che ne pensa?
«Io istintivamente sono a favore dello ius soli, però anche questo va studiato e regolamentato con
grande attenzione e realismo, perché in una situazione come quella attuale, non si può sancire
meccanicamente il diritto per chiunque venga in Italia, anche per poco tempo, di fare un figlio,
fargli ottenere la cittadinanza, e poi andarsene».
Ma proprio qui nella diocesi lombarda c’è chi chiede leggi più restrittive sull’immigrazione e
chi ritira i figli da scuola per la presenza degli stranieri.
«Il mescolamento dei popoli è un processo. E i processi non ci chiedono il permesso di capitare:
avvengono. Saggezza chiede che cerchiamo di orientarli al meglio, puntando all’integrazione. È di
capitale importanza però distinguere i ruoli. La Chiesa è chiamata a fare una cosa, la società civile è
chiamata a farne altre, la politica altre ancora. Quando il Papa va a Lampedusa, testimonia che la
Chiesa deve farsi carico del bisogno nella sua immediatezza. Arriva da noi gente che sta male: la si
accoglie, la si aiuta. Poi però la politica deve fare la sua parte. Sull’immigrazione è necessaria una
politica capace di interpretare e di gestire le istanze che nascono dalla società civile, compresa la
paura della gente».
Come sta vivendo i primi mesi dopo l’arrivo di papa Francesco? Dialoga con i non credenti,
come nella lettera inviata a Eugenio Scalfari e a Repubblica. Vuole aprire i conventi ai
rifugiati...
«Il Papa, con la sua personalità e il suo stile, ha testimoniato con forza e freschezza l’essenza del
fatto cristiano. Senza dubbio papa Francesco rappresenta per tutta la Chiesa — e in particolare per
noi europei, stanchi e affaticati perché abbiamo portato sulle spalle il peso della complessità
moderna — una provocazione salutare, una scossa, uno shock benefico. Dobbiamo tutti seguirlo. La
vivacità dello stile personale e la sapienza di papa Francesco ci invitano a semplificare, ad evitare il
rischio di troppa organizzazione. Mi viene in mente Michelangelo e penso al metodo con cui creava
i suoi capolavori: di fronte al blocco di marmo vedeva la forma della statua e per lui scolpire era
anzitutto tirar via».
Lei invita la Chiesa a «non richiudersi nei recinti» e a dialogare con il mondo, cercando un
«confronto leale» anche con chi la pensa diversamente.
«Se voglio capire le ragioni di uno che non crede, devo ascoltarlo e confrontarmi, ed anche lui deve
ascoltare e confrontarsi con le mie ragioni. Questo non solo è inevitabile, ma è anche l’aspetto
affascinante di una società plurale. Visioni diverse si confrontano e talora si scontrano per arrivare
ad un riconoscimento reciproco. Occorre superare il limite umano che si radica nel pregiudizio: se
non lo faccio non sono capace di autentica critica».
Oggi il lavoro è un problema drammatico a Milano come in Italia. Come si esce da questa crisi
economica?
«Non si capisce questa crisi economico-finanziaria se non inserendola nel travaglio dell’epoca in
cui stiamo vivendo. La finanza ha potuto prendere certe strade proprio a causa di quella
“scheggiatura” culturale di cui ho parlato. Se ci fosse stato un umanesimo unitario di riferimento,
pur nella pluralità, forse certi eccessi sarebbero stati impediti. A questo punto dobbiamo avere
l’umiltà e il coraggio di cambiare. La prima cosa, la più urgente, è condividere il bisogno dei
giovani che non trovano lavoro e dei quarantenni e cinquantenni che lo perdono. Qui a Milano la
Chiesa sta dando un contributo con il Fondo Famiglia Lavoro ».
Torniamo a Milano. L’Expo può rappresentare un’occasione di rilancio?
«L’Expo è un catalizzatore, cioè un potenziale fattore di unità. Il suo tema, “Nutrire il pianeta”, è
bello, ha a che fare con tutti e tre gli aspetti della vita dell’uomo: affetti, lavoro, riposo. Inoltre a noi
cristiani questo tema sta particolarmente a cuore perché il centro della nostra vita quotidiana è
l’Eucaristia, cioè mangiare il corpo di Cristo. Io credo che se lavoreremo bene, Milano farà sentire
la sua voce in tutto il mondo mostrando il suo contributo a quel nuovo umanesimo di cui
parlavamo».

*

Il card. Scola: "Non c'è niente o nessuno che possa o debba essere estraneo ai cristiani"

Il cardinale Angelo Scola prosegue in questi giorni gli incontri di presentazione al clero - in programma in tutte le zone pastorali dell’arcidiocesi di Milano - della sua Lettera pastorale "Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all'umano". “Non c’é niente e nessuno che possa o debba essere estraneo ai seguaci di Cristo” - scrive Scola nel testo - tutto e tutti possiamo incontrare, a tutto e a tutti siamo invitati". Sulla genesi di questo documento, che trae ispirazione anche dal magistero di Papa Francesco, Fabio Colagrande ha intervistato lo stesso arcivescovo di Milano.

R. – Dall’ottobre dell’anno scorso, il Consiglio episcopale milanese aveva avuto questa idea, perché ci siamo resi conto di avere delle parrocchie, dei gruppi, dei movimenti molto vitali che però, facendo molte iniziative, spesso si auto-occupano e invitano troppo poco i nostri fratelli “uomini” e quindi non sono capaci talora di riprendere l’espressione di Gesù: “Venite e vedete”, e questo implica un andare loro incontro. E certamente, però, Papa Francesco ha rimarcato in maniera straordinaria questa necessità. Quindi noi siamo molto contenti di poter fare eco nella nostra diocesi a tutti i gesti che lui sta proponendo in questo senso.

D. – Lei invita la Chiesa ambrosiana a mettersi al lavoro per edificare un nuovo umanesimo: che cosa intende?

R. – Il primo passo è spiegare in che senso parliamo del “campo che è il mondo”. Il campo, oggi, è l’articolazione di tutti i luoghi e degli aspetti in cui l’uomo vive, che sono ultimamente riconducibili alle tre dimensioni comuni a ogni esperienza umana, che sono quelle degli affetti, del lavoro e del riposo. Da questo punto di vista, non c’è nessuno lontano, e il Figlio di Dio si è incarnato proprio per essere la via, cioè per accompagnare gli uomini e le donne nel quotidiano, e la Chiesa cerca di dire, di proporre come si possano vivere bene, autenticamente questi aspetti quotidiani. Ovviamente, tutto questo ha poi anche una ricaduta sull’edificazione della città degli uomini e della vita civile. Il tema del nuovo umanesimo è legato ad una necessità che è imposta da questa epoca di passaggio. L’epoca moderna si è conclusa e ci troviamo di fronte a tante schegge che la modernità ci ha lasciato in eredità ma non abbiamo più un principio sintetico con cui rigenerare una unità a livello della persona e a livello della società. Allora, a noi sembra che tutti insieme – i cristiani, gli uomini delle religioni, i non credenti, gli uomini di buona volontà – debbano lavorare per trovare le vie di questo nuovo umanesimo, valorizzando tutto quello che la società plurale mette in campo. E i cristiani vogliono dare, in questo, il loro contributo: non una pretesa di egemonia, ma la proposta di come vedono la giustizia, la vita buona, di come vedono il buon governo e vogliono trovare soprattutto, a partire dall’Europa che ne ha un grande bisogno, una proposta di umanesimo nuovo.

D. – Lei fa un invito anche molto forte ai credenti, a non assumere più un atteggiamento difensivo, dietro a dei bastioni, o a non creare più recinti separati: cosa intende?

R. – Intendo dire che il grande lavoro che la Chiesa ha fatto dopo la Seconda Guerra mondiale, soprattutto dopo il Concilio, di abbattere i bastioni, di non considerare le comunità cristiane di varia natura come delle cittadelle, è in parte stato realizzato; ma abbiamo ancora dei bastioni di natura mentale. Per esempio, una certa concezione dei lontani: non c’è nessun lontano dall’esperienza elementare della vita degli uomini. Ogni giorno gli uomini hanno a che fare con gli affetti, con il lavoro, con il riposo. E quindi, abbiamo subito un terreno per comunicare con loro, per parlare con loro. Così come la sensibilità: pensiamo a quanto ha fatto il Magistero in questo campo, circa l’idea di giustizia sociale, l’idea di una democrazia sostanziale, l’idea della realizzazione di una solidarietà autentica, l’idea di partire dagli ultimi … Ecco. Tutto questo va giocato di più dentro la realtà di tutti i giorni.

D. – “Non c’è niente – lei scrive – che possa o debba essere estraneo ai seguaci di Cristo”: ovviamente, parliamo anche dell’impegno in campo politico …

R. – La politica non può essere realpolitik: c’è una base di realismo che bisogna sempre avere, però senza una forte visione ideale – e qui ritorna il tema del nuovo umanesimo – è impossibile proporre una politica che abbia respiro; e se una politica non ha respiro, non convince il popolo. E quando ci sono le prove, come in quest’epoca gravissima di travaglio e di contraddizione, la delusione del popolo – oltre ad essere un elemento di ingiustizia e di tristezza – può assumere anche toni pericolosi.
 Radio Vaticana