martedì 10 settembre 2013

Siamo stati liberati perchè restassimo liberi



Intervista a Gustavo Gutiérrez. Siamo stati liberati per restare liberi

(Ugo Sartorio) Parto da Seveso nel primo pomeriggio di sabato 7 settembre, direzione Mantova, portando con me in macchina Gustavo Gutiérrez, il teologo peruviano padre della teologia della liberazione, per un dialogo, previsto per il giorno dopo — nella città di Virgilio e nel contesto della diciassettesima edizione del Festivaletteratura — con l’arcivescovo Ludwig Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: i due hanno scritto insieme un libro singolare, dal titolo Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della Chiesa (Padova-Bologna, Edizioni Messaggero — Editrice Missionaria Italiana, 2013, pagine 192). Visto il grande caldo, a un certo punto decidiamo di fermarci in autogrill per bere qualcosa e, mentre stiamo uscendo per ritornare nel piazzale padre Gutiérrez mi chiede se è possibile acquistare due pile ministilo, «tripla A» specifica. Ha le idee chiare, penso. Siamo davanti alla commessa, alla quale giro gentilmente la domanda, e subito lei mette sul tavolo una confezione, la più piccola, di quattro pile. Gutiérrez, dietro di me, interviene dicendo: «Grazie signora, ma me ne servono solo due». Faccio finta di niente, pago, e mentre spingiamo insieme la porta per uscire commento: «Caro padre, questo è il mondo dell’opulenza e dello scarto», e lui strizza l’occhio come per farmi capire che conosce molto meglio di me quello di cui sto parlando. Ho appena concluso una lunga intervista nella quale mi ha parlato a cuore aperto, ma credo lo faccia con tutti. Eccola. 
La teologia della liberazione ha ormai più di quarant’anni, anzi quasi mezzo secolo. È una teologia matura, ancora troppo giovane oppure mostra già qualche ruga?
Per essere esatti quarantacinque anni con questo nome, che è stato formulato nel 1968. Possiamo dire che è giovane, perché è aperta a cambiamenti e sfide, ma sono anche convinto che nessuna teologia è eterna. La teologia è soltanto una comprensione di un momento storico, lungo, ma sempre un momento. Credo che oggi la teologia della liberazione sia piena di risorse e non abbia perso di mordente, non fosse altro per il fatto che il tema della povertà è sempre lì, sempre più urgente. La povertà è un tema biblico, eterno.
Ma non c’è il rischio che parlando di poveri e di povertà si costruisca una “poverologia” — improbabile neologismo — piuttosto che una teologia?
Non vedo questo rischio. Bisogna chiarire che il termine povertà è complesso, poiché c’è la povertà reale, che riguarda la situazione di chi non conta niente, di chi è insignificante, per ragioni economiche ma anche per cultura, lingua, colore della pelle, o perché appartenente al mondo femminile che è tra i più penalizzati. Noi siamo chiari nell’affermare che la povertà non è mai una sola e soprattutto che non è mai buona.
Che cosa predica la Chiesa quando, partendo dal vangelo, chiede ai cristiani di essere poveri?
È un punto molto importante. Dopo Medellín (1968) è stata fatta, dalla teologia della liberazione, una distinzione. C’è prima di tutto, lo ripeto, la povertà reale o materiale, io preferisco dire reale; poi la povertà spirituale, come diceva Hannah Arendt quella di chi non ha diritto di avere diritti; infine la povertà come solidarietà con i poveri e contro la povertà. La povertà spirituale è una metafora, nel senso che si prende la parola povertà, che appartiene a un preciso contesto semantico, e la si trasferisce in un altro. Povertà spirituale, espressione che è stata compresa nella storia in maniera strana e riduttiva, significa precisamente mettere la propria vita nelle mani di Dio, riconoscere la propria condizione di bisogno e piccolezza. Da ultima c’è la povertà come condivisione, di cui il vescovo Romero, da tutti conosciuto, è un grande esempio: egli non era certamente povero, nel senso di insignificante, ma è entrato in solidarietà con i poveri contro la povertà.
Molti pensano che Romero sia un martire...
Quello di Romero è un caso relativamente chiaro di martirio classico, anche se il concetto di martirio oggi va rivisto e aggiornato. Si sta lavorando con impegno alla causa di beatificazione, e se Romero è veramente martire l’iter dovrebbe essere breve.
Sono giorni tremendi. Abbiamo davanti a noi lo spettro della guerra in Siria che potrebbe aggravarsi rischiando di far esplodere una situazione internazionale già molto tesa. Papa Francesco è intervenuto, con forza, a sostegno della pace.
Il Papa è stato chiaro su questo punto. La guerra peggiora solo le cose. Comprendo la sofferenza di tanta gente in Siria, ma la via delle armi non è la soluzione. Aggiungo una cosa. Certamente il Papa è per la pace, ma è anche per la giustizia, e le due cose, come dice chiaramente la Bibbia, vanno sempre tenute insieme. Parlare di pace è possibile solo costruendo al contempo la giustizia. Va notato che nella lettera scritta a Putin in quanto presidente delg20 egli parla diffusamente di povertà economica, di ingiustizia globale, di Paesi in difficoltà, della pesante crisi economica e finanziaria che va a pesare sui più deboli, ancora una volta gli insignificanti, quelli che non possono decidere della propria vita.
Dov’era quando Bergoglio si è presentato sul balcone della basilica di San Pietro subito dopo l’elezione?
Stavo a Lima e come molti ho aspettato davanti alla televisione. Che sorpresa! È stato incredibile! Quel «buonasera» ha stupito tutti, quella calma e semplicità di fronte alla folla ha emozionato i cuori e fatto sperare subito in una Chiesa vicina alla gente.
Un Papa che viene dall’America latina è una novità assoluta. Significa qualcosa in particolare?
Certamente è un fatto, ma si può venire dall’America latina senza avere le attitudini di Bergoglio, che è stato un pastore illuminato, con lunga esperienza di governo nel suo ordine e nella Chiesa argentina. Dopo l’elezione alcuni l’hanno paragonato a Giovanni XXIII, e si può dire che è un Papa davvero profetico nel senso che parla dei poveri, non si dimentica mai dei poveri. Nella Bibbia i profeti parlano di molte cose, ma l’unico argomento di cui tutti parlano è quello della povertà e dei poveri. Papa Francesco ha già ripetuto più volte di volere una Chiesa povera per i poveri.
Quando incontrerà Papa Francesco, cosa gli dirà?
Grazie per la sua testimonianza.
Per la teologia della liberazione le due istruzioni vaticane del 1984 (Libertatis nuntius) e del 1986 (Libertatis conscientia), sono sembrate determinare una fase critica durata a lungo. A che punto siamo, oggi?
A volte questi testi non sono stati letti bene. Per esempio, nella prima istruzione si afferma che successivamente sarebbe stato elaborato un documento più positivo. Una maniera per dire che quello era un testo negativo, che guardava unicamente agli errori. Il dovere del Magistero è di fare osservazioni, anche se nel primo documento si parla della teologia della liberazione in modo troppo generico. La teologia della liberazione è fatta di nomi e di persone, non di idee staccate dal loro contesto. La seconda istruzione vaticana cerca di comprendere meglio il senso di questa teologia. Ma tutto ciò, ormai, appartiene al passato, perché oggi la teologia della liberazione è più conosciuta e quindi più apprezzata di ieri.
Lei conosce molto bene la teologia europea. Nella logica dello scambio dei doni, che cosa può portare all’Europa il pensiero della teologia della liberazione?
Una maggiore consapevolezza della grande sfida rappresentata dalla povertà inumana e antievangelica, come dicono i vescovi latinoamericani. Non solo come questione economica o sociale, ma umana. La povertà, in ultima analisi, significa morte, morte fisica e culturale. E noi cristiani, come testimoni della vita, dobbiamo essere testimoni della vittoria sulla morte. Questo l’ha detto bene il preposito emerito dei gesuiti, Peter Hans Kolvenbach, affermando che la povertà è contraria al dono della creazione, poiché la creazione è vita e la povertà è contro la vita. Naturalmente questo non è l’unico punto significativo della teologia, ma si tratta di una sfida molto importante. È chiaro che il tema della povertà è sempre stato presente nella Chiesa, però la comprensione è cambiata, perché per lungo tempo non solo la Chiesa, ma l’umanità stessa ha accettato la povertà quasi come una fatalità. Oggi abbiamo maggiore consapevolezza delle cause della povertà, e sappiamo che è una creazione degli uomini. Probabilmente lei conosce la frase di Helder Câmara che dice: «Se do un pane a una persona affamata, la gente dice che sono un santo. Se chiedo perché questa persona ha fame, mi dicono che sono un comunista». Una boutade, chiaro, che ci ricorda però la necessità e l’urgenza di agire contro le cause della povertà.
C’è un altro ambito importante che è quello della spiritualità, nel senso che la teologia è legata a doppio filo alla spiritualità, anzi nasce da una spiritualità, come lei ha scritto molte volte.
Ne sono pienamente convinto, e devo dire che su questo punto mi sono ispirato a padre Marie-Dominique Chenu, un caro amico durante i miei anni di studio della teologia. Credo che abbia ragione quando dice che le più importanti radici della teologia si trovano nella spiritualità, nella sequela Christi. Essere cristiano è prima di tutto essere discepolo, e solo dopo è possibile fare teologia. Nella teologia della liberazione noi diciamo che il primo atto della teologia è la pratica, e questa va intesa innanzitutto come sequela di Gesù Cristo. La teologia viene dopo, per riflettere su questa esperienza. Una teologia che non avesse radici nella spiritualità, non sarebbe buona, perché la teologia non è una metafisica religiosa bensì una riflessione sulla vita vissuta. È la vita umana concreta letta alla luce del messaggio cristiano, altrimenti non è teologia.
Una curiosità, quali libri legge volentieri? Oltre a quelli di teologia, naturalmente.
Letteratura, spagnola soprattutto. O poesia. Ho scritto su un autore e poeta peruviano che ho conosciuto bene, José María Arguedas, grande scrittore di cultura india.
La poesia e la letteratura hanno a che fare con la teologia?
Certamente. La poesia è il linguaggio dell’amore, e Dio è amore. Questo è il linguaggio di Dio.
Quindi, un teologo dovrebbe essere anche un po’ poeta.
Sì, ma questa è una grazia, e non è di tutti. Nella storia del cristianesimo è il caso di san Giovanni della Croce, ma non c’è soltanto lui. La poesia è molto importante, e allo stesso tempo la letteratura è un’espressione della vita quotidiana della gente. Parlo della buona letteratura, chiaramente. Non tutto ciò che viene scritto vale. Ma è nostro compito conoscere la realtà, anche le piccole realtà.
Albino Luciani, il Papa che durò solo 33 giorni, una volta disse: «Se non mi fossi fatto prete, avrei fatto il giornalista». Se lei non si fosse fatto prete, che cosa avrebbe fatto nella vita?
La mia idea era di fare il medico psichiatra. Ero però un laico molto impegnato nei gruppi parrocchiali, per cui a un certo punto ho deciso di cambiare vita. Non è stato solo un cambio di professione, ma proprio di vita. E non è stato facile, perché ero molto contento dei miei studi di medicina.
A quanti anni è avvenuto il cambiamento?
A 24 anni e mezzo. E a quel tempo la mia era considerata una vocazione “tardiva”. Me lo disse apertamente il vescovo di Lima, cardinale Juan Gualberto Guevara: «Quanti anni hai?». «24», risposi. «Un po’ tardi, no?».
Uno degli ultimi libri di Edward Schillebeeckx è intitolato Sono un teologo felice.
Lei è un teologo felice?
Sì, molto, ma sono stato anche felice di leggere quel libro, ricco di ottimismo. Appena terminata la lettura ho telefonato immediatamente a Edward ringraziandolo.
Una delle grandi opere teologiche collettive europee, anche se per lo più di area tedesca, è Mysterium salutis, per cui la teologia tratterebbe della salvezza. In America latina l’opera collettiva più significativa, nella quale lei ha curato la voce «povero», è invece titolata Mysterium liberationis, per cui la teologia tratterebbe della liberazione. Che differenza c’è tra salvezza e liberazione?
Non c’è differenza. Le parole ebree e greche che noi traduciamo con salvezza e redenzione si possono tradurre con liberazione. Dico questo all’inizio del mio libro Teologia della liberazione(1971), che è un libro sulla salvezza perché è un libro sulla liberazione.
Liberazione, in che senso?
La teologia della liberazione non è teologia della liberazione sociale, anche se la liberazione ha un aspetto sociale; c’è anche una liberazione personale, che riguarda la mentalità, e poi c’è la liberazione dal peccato. Questo insieme si chiama salvezza, che è quindi salvezza non soltanto dal peccato. Che la liberazione di Cristo non è unicamente questo lo dice la lettera ai Galati, al capitolo quinto, dove all’inizio leggiamo: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi», e non si tratta di un pleonasmo. La teologia della liberazione cerca la libertà delle persone, dell’umanità, libertà dall’ingiustizia, dalla mentalità sbagliata e infine dal peccato. Nel documento di Aparecida (2007), ad esempio, c’è un testo molto interessante nel quale si afferma che dobbiamo eliminare la mentalità machista, cioè maschilista. Noi dobbiamo, allora, non solo liberare l’uomo dall’oppressione sociale ed economica, ma liberarlo delle idee sbagliate che si traducono in mentalità rozza e violenta. E liberarlo dal peccato, che è non amare. Quanto detto è a fondamento dell’opzione preferenziale per i poveri, dove il termine “poveri” ha un significato complesso. Tale opzione intende affermare l’universalità dell’amore di Dio, un Dio che ama tutti, non solo i poveri — dire infatti che si amano solo i poveri e che solo i poveri sono importanti non è cristiano, così come dire che si amano tutte le persone in modo uguale non è cristiano — ma mette i poveri al primo posto, perché così è il Dio dei cristiani.
L'Osservatore Romano