giovedì 19 settembre 2013

Tradizione a confronto con la modernità



Intervista con l’arcivescovo presidente del Consiglio episcopale latinoamericano. 

(Felipe J. Monroy) La Chiesa in America Latina è sempre una grande ricchezza per la cultura cristiana mondiale, ma non è estranea ai fenomeni globali. Deve affrontare sfide enormi per dimostrare che il suo messaggio continua a essere attuale ed è essenziale per recuperare il significato trascendente dell’essere umano. In quest’ottica, l’arcivescovo di Tlalnepantla (Messico) e presidente del Consiglio episcopale latinoamericano, Carlos Aguiar Retes, anticipa che il cambiamento che la Chiesa sta vivendo sarà pure complesso, ma è imprescindibile per dare una risposta a situazioni come la perdita di fedeli, il calo delle vocazioni e l’esigenza sempre più grande dell’apertura ai fenomeni sociali che la gente sta chiedendo al cattolicesimo.
Quale significato hanno oggi, per la Chiesa nel continente, la missione e il discepolato nati dalla Conferenza di Aparecida? 
Credo che molti operatori pastorali siano consapevoli che è questa la rotta da seguire. Stiamo compiendo uno sforzo di transizione che implica un rinnovamento pastorale. Dobbiamo passare da una Chiesa che funziona all’interno di un mercato religioso a una Chiesa comunità di discepoli di Cristo. Possiamo essere una comunità di discepoli di Cristo. È un fenomeno a cui stiamo assistendo soprattutto nelle aree urbane. La gente ora va dove vuole, va dove sta meglio, dove le vengono offerti i servizi migliori, dove c’è il coro migliore, la catechesi migliore, dove è più bello celebrare un matrimonio, insomma. Non c’è identità parrocchiale, perché è un supermercato religioso. È un consumo religioso. Per questo le chiese offrono i propri servizi religiosi al miglior offerente, su richiesta dei propri clienti, per assistere i fedeli. Come le piccole imprese che entrano nel mercato, così ci sono altre chiese che si mettono a competere, e competono meglio, con quella transnazionale. È questo l’assurdo panorama. Credo che occorra passare dalla mera tradizione a una cultura cristiana. È un passo enorme, ma credo che sia questo il cammino da seguire; d’altronde così è nata la Chiesa. La grande difficoltà per l’America Latina è stata la garanzia che le offriva uno Stato cattolico. Nei vicereami si era prodotto il fenomeno di un’evangelizzazione dal significato socio-culturale, alimentato in gran parte dalle pratiche religiose, che ora però non bastano più. Aparecida è un grande faro che tra l’altro coincide con questo grande tema. 
Aparecida costituisce ora un valore universale visto che il Papa è latinoamericano? 
È vero che nel Papa, nella sua visione e nel modo in cui sta svolgendo il suo ministero, la presenza di Aparecida si disegna pienamente. È il disegno del tipo di Chiesa che si deve realizzare, senza ricette pratiche. Inoltre, come abbiamo visto nell’ultimo sinodo, molte Chiese, quasi tutte in Asia e in Oceania, stanno seguendo la linea tracciata da Aparecida. Alcune piccole esperienze che stanno sostenendo la Chiesa in Europa sono positive perché seguono questo modello. La Francia ha optato per la formazione, per la piccola comunità, per la rivitalizzazione, e ciò, forse, a discapito delle grandi potenzialità della religiosità popolare. Ma per com’è la Chiesa attualmente, questa presenza è importante. Si sta esprimendo in diverse parti del mondo. Spero che essa appaia con molta più forza. Che prima si delinei, se non nel modo, almeno in un linguaggio per il mondo, per tutti i continenti, per rivitalizzare la Chiesa nel suo senso di spiritualità della sua sequela di Cristo e nel suo senso d’integrazione delle piccole comunità. Benedetto XVI ha detto chiaramente che la Chiesa ha bisogno proprio di questo: del discepolato. Ma non è stato così semplice per diversi ambiti dell’episcopato latinoamericano. Ci è costato un po’ di lavoro.
In tale cammino di rivitalizzazione, la Chiesa è pronta ad affrontare queste resistenze? 
Sì, credo che sia questa la grande ricchezza della Chiesa in America Latina. In particolare, sono i suoi operatori pastorali, principalmente laici, ad avvicinarsi alla Chiesa e ad avere le prime soddisfazioni nel lavorare in essa. La difficoltà consiste nel fatto che ci sono molti sacerdoti che si rifiutano di rivedere il proprio ministero. Non riescono a capire che ciò che fanno in modo isolato, senza comunione, non è efficace. E gli altri che contestano sono quelli che hanno avuto esperienze negative, di rifiuto, di emarginazione o di non attenzione pastorale nel momento in cui speravano che la Chiesa desse una risposta alle loro situazioni esistenziali e di fede. È indubbio, ci sono molte ferite nel popolo di Dio. Ma credo che una volta avviato un nuovo dinamismo nella parrocchia, queste ferite inizieranno a guarire. Quando il sacerdote scopre quest’altra via vede anche come la gente risponde. È questa la differenza tra l’America Latina e l’Europa. In Europa, in generale, la società è divisa e c’è una grande maggioranza che è indifferente alla fede e la mette in discussione; mentre in America Latina forse i fedeli sono feriti dalla società, dalla Chiesa stessa, ma continuano a essere credenti. È questa l’opportunità storica che ancora abbiamo.
Che cosa le ha lasciato l’esperienza della Giornata mondiale della gioventù (Gmg) di Rio de Janeiro?
La Gmg ha espresso il vigore della fede e quanto sia ancora attuale nel mondo di oggi. Soprattutto i giovani nati e cresciuti in un mondo globale, multiculturale e dalla grande mobilità umana, hanno reso testimonianza dell’importanza della fede nella loro vita, della gioia e dell’entusiasmo che suscita il condividere la propria sequela di Cristo. Quanti di noi vi hanno partecipato sono cresciuti nella ferma speranza di un rinnovamento della Chiesa per il bene dell’umanità. Artefice particolarmente significativo è stato Papa Francesco, che ha conquistato i giovani con la sua semplicità e con i gesti di generosa dedizione verso i più sofferenti. Papa Francesco è veramente una benedizione per la Chiesa del XXIsecolo. 
Che cosa pensano i membri della Curia vaticana della testimonianza dell’America Latina nella Chiesa universale, tenendo conto di quanto accaduto a Rio? 
Si sono rallegrati nel Signore vedendo la qualità cristiana di tanti giovani. È stato come ricevere un balsamo fresco e dal piacevolissimo aroma che ha inondato di gioia i cuori. La presenza giovanile è stata universale e la fraternità e la solidarietà mostrate dinanzi all’avversità del clima e delle tante persone che si sono ammalate, ha accresciuto la gioia e l’allegria di condividere la fede. Bisogna riconoscere il generoso atteggiamento di servizio dei giovani volontari brasiliani, che hanno coordinato la Gmg. La Chiesa in Brasile ha mostrato al mondo la sua vitalità, il suo spirito d’iniziativa e la sua creatività in modo splendido. Noi vescovi ci aspettiamo molti frutti dalla Gmg. Abbiamo constatato che la nuova evangelizzazione è già una realtà in America Latina.
L'Osservatore Romano