martedì 12 novembre 2013

Per sintetizzare il futuro



A confronto con il pensiero di Serguei Averintsev. 

Verbo di Dio e parola dell’uomo. Interverranno il metropolita Hilarion Alfeyev, presidente del Dipartimento delle relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca, e il cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura, alla presentazione — il 12 novembre a Roma, presso il Centro russo di scienza e cultura — del volume bilingue (italo-russo) di Serguei Averintsev Verbo di Dio e parola dell’uomo curato da Pierluca Azzaro (Mosca-Roma, Patriarcato di Mosca - Accademia Sapientia et Scientia, 2013). Uno dei relatori ha sintetizzato il suo intervento per il nostro giornale.
(Adriano Roccucci) Tornare a riflettere sull’arcipelago vasto, raffinato, ricco di temi e di suggestioni, dell’attività di Serguei Averintsev, costituisce un appuntamento importante per la cultura nell’età della globalizzazione. Infatti il suo percorso di intellettuale cristiano ortodosso, di studioso e di testimone di un’epoca di transizioni, la seconda metà del Novecento, si è snodato lungo linee di confine, sulle quali si sono realizzati incontri tra mondi, tra culture, tra uomini, tra popoli. Dalla sua elaborazione culturale proviene un contributo prezioso all’opera sempre più necessaria di ripensamento della cultura umanistica nel nostro tempo.
La sua è stata la vicenda di un intellettuale al confine tra universi culturali e tra temporalità diverse della storia. Erede, grazie all’ambiente familiare, della tradizione dell’intelligencija russa prerivoluzionaria, l’ha interpretata nel tempo del conformismo sovietico, quando non ha nascosto la sua adesione al cristianesimo, per essere poi intellettuale europeo in una Russia in cerca di sé dopo il crollo del comunismo e voce della cultura russa in un’Europa che ripensava il suo profilo e la sua collocazione nel mondo dopo la fine dell’equilibrio bipolare. Averintsev è stato uomo e intellettuale di frontiera, interprete della grande tradizione bizantino-russa che, spesso misconosciuta, ha attraversato la vicenda del cristianesimo come anche quella dell’Europa, alimentandone nel profondo le correnti culturali e spirituali.
L’amore per la frontiera culturale, con le sue dinamiche antinomiche di incontro e di dialettica, di alterità e di sintesi, di contaminazioni meticce e di sussulti identitari, risponde a un tratto profondo della cultura russa. Averintsev lo riconduceva all’eredità bizantina, la cui cultura «di frontiera» è stata oggetto di suoi studi fondamentali.
L’indagine degli universi culturali e la comprensione dell’alterità emergono come una cifra complessiva dell’impegno intellettuale di Averintsev. La riflessione sull’alterità è stata accompagnata dalla consapevolezza, maturata nel tempo, di una non radicale eterogeneità delle culture e di una loro possibilità di comunicazione. La convinzione dello studioso russo è che ogni cultura particolare sia portatrice di un contenuto di valore universale. Il panorama di incontro, di dialogo e di sintesi fra le culture tracciato dalle sue ricerche non è tuttavia confuso e indistinto. La sintesi e l’incontro possono essere individuati solo nella chiarezza della distinzione fra i vari segmenti culturali.
«Una potenzialità di intuizione finissima dell’alterità è insita nel temperamento stesso della cultura russa»: Averintsev è stato un interprete di questo carattere che egli attribuiva al suo universo culturale. Dai suoi studi emerge un metodo per l’indagine dei mondi altri, valido non solo per la cultura russa. La conoscenza e la comprensione dell’altro sono alla base della cultura umanistica, che è dialogica per sua natura. Tale attitudine al dialogo ha le sue fonti nell’incontro di Atene e Gerusalemme, con cui secondo lo studioso russo occorre «sintetizzare il futuro».
Tale richiamo Ad fontes! costituisce la cifra del volume appena pubblicato di Averintsev, curato da Pierluca Azzaro, Verbo di Dio e parola dell’uomo. Discorsi romani, che opportunamente ripropone all’attenzione del dibattito culturale il pensiero dello studioso russo a quasi dieci anni dalla sua scomparsa. Il dialogo per questo fine intellettuale ortodosso è alla base della stessa esperienza religiosa cristiana e dell’antropologia umana, finanche della cosmologia, come si può leggere nel primo saggio: «Il Creatore fa esistere l’universo interpellando le cose, rivolgendosi ad esse, e, oseremmo dire, conversando, rivolgendo la parola ad esse: e le cose cominciavano ad esistere, perché essere significa trovarsi all’interno di un conversare, trovarsi in comunione».
In una voce enciclopedica, pubblicata nei primi anni Settanta del XX secolo, dedicata al termine Simvol (“simbolo”), con un approccio ermeneutico discordante da quello dominante nel clima culturale sovietico, Averintsev ha sottolineato come l’interpretazione dei simboli, insita a ogni analisi di un testo, sia «priva della possibilità di far propria la precisione formale delle cosiddette scienze esatte». A suo parere è proprio l’interpretazione del senso simbolico dei testi a costituire nell’ambito delle scienze umane «l’elemento umano nel senso proprio della parola, cioè l’interrogativo sull’humanum, sull’essenza dell’uomo». Egli colloca la differenza tra scienze naturali e scienze umane sul versante della simbologia, intesa come ricerca della comprensione del senso, in cui secondo lo studioso russo consiste l’essenza stessa delle scienze umane: «Se le scienze esatte si possono contrassegnare come una forma monologica di sapere (l’intelletto contempla una cosa e si pronuncia su di essa), l’interpretazione dei simboli è in modo sostanziale una forma dialogica di sapere: il senso del simbolo esiste realmente solo all’interno di una relazione umana, all’interno di una situazione di dialogo, al di fuori della quale si può solo osservare la forma vuota del simbolo. Studiando un simbolo, noi non solo lo esaminiamo e lo analizziamo come un oggetto, ma allo stesso tempo permettiamo al suo creatore di rivolgersi a noi, di essere un partner del nostro lavoro intellettivo. Se una cosa consente solo che noi la esaminiamo, un simbolo anch’egli “guarda” noi».
Le osservazioni di Averintsev sono state riprese dal grande teorico della letteratura Michail Michajlovič Bachtin, il quale ha insistito sul carattere di soggetto, di persona, che ha l’oggetto di studio delle scienze umane, le quali pertanto richiedono un approccio metodologico differente da quelle naturali. Per quest’ultime, infatti, l’essenziale è l’esattezza, mentre per quelle umane è la profondità; per esse il criterio «non è l’esattezza della conoscenza, ma la profondità della penetrazione». La metodologia propria delle scienze umane è fondata su un’esattezza che consiste nel «superamento dell’alterità dell’altrui senza trasformarlo in qualcosa di puramente proprio (sostituzioni di vario tipo, modernizzazione, mancato riconoscimento dell’altrui, ecc.)».
Alla radice delle scienze umane è, quindi, la comprensione dell’alterità, che costituisce un nodo decisivo per il dialogo tra universi culturali. Il paradigma dell’impegno intellettuale di Averintsev è di «non ignorare i tratti di diversità in presenza di somiglianze esteriori, mentre nella diversità di continuare a vedere la somiglianza». La sua è una grande scuola di comprensione dell’alterità e di dialogo tra universi culturali.
L'Osservatore Romano