martedì 5 novembre 2013

Quanto è triste la gioventù “empachada”, dice Jorge Mario Bergoglio




Come parla Jorge Mario Bergoglio. Quanto è triste la gioventù “empachada”

Terre d’America. Anticipiamo — nella traduzione dallo spagnolo di Mariana Gabriela Janún — un articolo che sarà pubblicato in rete sul sito di Alver Metalli «Terre d’America». L’autore è un giornalista, già alunno di Bergoglio quando questi insegnava Letteratura e Psicologia a Santa Fe negli anni 1964 e 1965.
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(Jorge Milia) Nella Giornata mondiale della gioventù in Brasile Papa Francesco ha usato diversi termini insoliti, adoperati nel linguaggio popolare corrente, parole che compaiono sulle labbra della gente comune. All’orecchio dell’argentino hanno una risonanza immediata ma in altri, penso a chi deve tradurli in testi ufficiali, presentano non poche difficoltà. Non perché siano parole difficili, ricercate per il vocabolario; al contrario, perché nel vocabolario consacrato non ci sono; eppure, chi le ascolta, le sente familiari, esistenti da sempre, quasi indispensabili per dire certe cose; con Natalia Ginzburg possiamo concordare che il linguaggio formale non riesce a esprimere del tutto certi concetti, li “annacqua”, e allora c’è bisogno di sintesi lessicali nuove.
L’originalità linguistica del Papa argentino non risiede soltanto nell’uso di espressioni che abbiamo già considerate, come hagan lio, se pasó de rosca, e altre ancora di questo stesso genere, ma nella profondità del messaggio che attraverso di esse riesce a veicolare. E questo colpisce tutti, anche gli argentini che di certi termini detengono per così dire il copyright.
Non c’è dubbio che davanti ai giovani Francesco offre il meglio di sé. La Gmg è stata una miniera di parole ed espressioni “nuove” o “rinnovate”. Si potrebbe quasi redigere un piccolo dizionario. Dall’oramai mondialmente diffuso primerear, al no balconear la vida piuttosto che ningunear.
In uno dei suoi passaggi più intensi Papa Bergoglio ha esclamato: «È molto triste vedere una gioventù “riempita”, ma debole». La parola in questione — “riempita” — nella maggior parte dei casi è stata rinchiusa in un forzoso virgolettato. L’espressione originale in spagnolo è empachados tradotta in tutti i dizionari di lingua spagnola con riferimento a quello che dovrebbe essere un mal di pancia acuto dovuto alla ingestione smodata di cibo-spazzatura; qualcosa in più di un imbarazzo di stomaco e un po’ meno di una indigestione.
Ma il nocciolo della questione non sta tanto nella definizione del quadro clinico quanto nell’atteggiamento verso il cibo. Un quasi sinonimo di empachados è il termine italiano “ingordigia” che, nel suo riferimento al peccato capitale della “gola”, forse descrive meglio cosa intendesse dire il Papa.
Ma rileggiamo il paragrafo completo nella traduzione ufficiale: «Oggi, farà bene a tutti chiedersi con sincerità, che ciascuno pensi nel suo cuore: in chi riponiamo la nostra fiducia? In noi stessi, nelle cose, o in Gesù? Tutti abbiamo spesso la tentazione di metterci al centro, di credere che siamo l’asse dell’universo, di credere che siamo solo noi a costruire la nostra vita o di pensare che essa sia resa felice dal possedere, dai soldi, dal potere. Ma tutti sappiamo che non è così! Certo l’avere, il denaro, il potere possono dare un momento di ebbrezza, l’illusione di essere felici, ma, alla fine, sono essi che ci possiedono e ci spingono ad avere sempre di più, a non essere mai sazi. E finiamo “riempiti”, ma non nutriti, ed è molto triste vedere una gioventù “riempita”, ma debole. La gioventù deve essere forte, nutrirsi della sua fede e non riempirsi di altre cose!».
Cosa ci riempie veramente? Tutto quello che consumiamo, (e non si riferisce soltanto a quello che alcuni chiamano cibo-spazzatura, ma al consumismo tout court) ingrassa ma non rende più forti, appesantisce senza dare maggiori energie per vivere. E rende sempre più insoddisfatti perché «nulla basta all’animo umano». Sono esattamente i sintomi dell’empachado, di quello che ha mangiato a dismisura, più di quanto il suo corpo ne avesse bisogno: appesantito e spento.
L'Osservatore Romano