di Costanza Miriano
Sto affrontando una piena adolescenza di un figlio, e una precoce preadolescenza di un altro. Il mio equilibrio psichico ne è minato, e più che distribuire consigli, ne vorrei ricevere. Insomma, più che scriverlo, questo articolo, io vorrei tanto leggerlo. Sarebbe bello che qualcuno mi potesse fornire una ricetta – possibilmente veloce e sicura – che garantisca la crescita armoniosa dei miei figli, soprattutto la loro crescita nella fede. Sarebbe bello, ma purtroppo questa ricetta non c’è.
Non c’è niente e nessuno che possa garantirci il controllo totale sul futuro dei figli, né assicurarci la loro riuscita (se ci fosse una polizza la pagherei qualsiasi cifra…). Non c’è perché educare significa anche correre il rischio che le nostre proposte non vengano accolte, che il figlio decida di prendersi la sua parte di eredità per andare a spenderla in giro. Il suo no temporaneo è quasi una certezza: d’altra parte tutti dobbiamo attraversare la nostra Babilonia.
Educare significa a un certo punto dunque soprattutto restare a casa, nel caso che il figlio decida di tornare. Restare, cioè rimanere fermi su quello che si è cercato di insegnare, non inseguire i figli per proteggerli dai pericoli né tanto meno assecondarli in tutto per ingraziarseli.
Bene, adesso, detto tutto quello che i genitori non sono in grado di fare, prima di causare una crisi isterica alle eventuali altre madri di figli adolescenti che stiano leggendo (noi madri siamo deboli di nervi, d’altra parte avere in casa un coso alto quasi due metri che cambia umore ogni mezz’ora, dice due parole al giorno, salvo poi essere colto dall’unico attacco di loquacità nell’istante in cui scolate la pasta e rispondete al telefono e apparecchiate, non aiuta la stabilità mentale) vorrei dire che per la mia modesta, parziale esperienza le cose non sono poi così complicate. La ricetta segreta non la possiamo dire semplicemente perché non esiste, ma questo è un bene. A trasmettere contenuti di vita cristiana non servono tecniche di comunicazione, marketing, product placement. Se i genitori vivono da cristiani insegneranno ai figli a fare lo stesso, prima o poi. Quindi il punto come sempre è la nostra conversione, la nostra crescita. I figli vedono tutto, e ascoltano con gli occhi. Tutto ciò vale fino a che i bambini sono piccoli, diciamo fino ai dodici anni, che è l’età entro la quale i bambini non dovrebbero mettere in discussione seria e profonda le cose che dicono i genitori (capito, figlio numero due? Deponi il tuo acume critico e annuisci, dammi ragione una volta tanto).
Poi arriva una fase in cui il gruppo diventa fondamentale per i ragazzi, più della famiglia stessa. È quella fase in cui i genitori, proprio come è successo a Maria e Giuseppe, credono che il loro figlio sia al sicuro col resto della carovana, e invece lui è sparito. E adesso non stare a guardare che Gesù era un ragazzetto a modo, e non se ne era andato in giro a fare danni, ma stava insegnando ai dottori del tempio: rimane il fatto che i genitori non lo trovavano più, il ragazzo era sfuggito al loro controllo, proprio come capita a tutti i genitori di figli che stanno diventando adulti.
Cosa fare dunque quando il gruppo sembra portare il figlio in una direzione opposta alla nostra? Innanzitutto non inseguirlo con la felpa o il panino incartato con l’alluminio come vorrebbe fare qualche mamma che conosco molto molto da vicino, ehm… Non risolvere tutto con i divieti. Non andare nel panico, soprattutto. Vigilare con discrezione, seguire a distanza, mettere dei limiti ma non togliere ogni libertà. E trovare un equilibrio è una specie di guerra.
Io direi che ci sono due fronti. Su quello interno i genitori devono lavorare soprattutto a rafforzare la loro alleanza, e la loro gioia di stare insieme. I ragazzi soprattutto a questa età sono sensibilissimi alla bellezza, alla gioia, e all’autenticità. Sentono puzza di falso lontano un miglio. Se vedono invece che i genitori si divertono nell’essere insieme, che cercano davvero di volersi bene sapranno che quella è la via della felicità. Se vedono che il babbo e la mamma cercano Cristo nel loro matrimonio, senza fare troppi proclami, ma concretamente, e lo fanno divertendosi, vedranno che quella è la via della bellezza. Se vedono che i genitori non si mettono a litigare scambiandosi accuse reciproche per stabilire di chi è la responsabilità degli eventuali problemi – l’adolescenza dei figli è la prova più grande per la coppia, e dare la colpa all’altro è sempre la scorciatoia – vedranno l’alleanza del babbo e della mamma confermata, rafforzata, arricchita (il demonio tenta continuamente di attaccare quelli che sanno amarsi, si arrabbia un sacco con loro).
Poi c’è il fronte esterno. Lì i ragazzi che cercano di vivere cristianamente non solo non vengono incoraggiati dal gruppo, ma vengono fatti oggetto di sarcasmo. Chi non si mostra libero da ogni vincolo o costrizione, soprattutto sul tema della vita sessuale, diventa il bersaglio ideale delle prese in giro del gruppo. Il 90% dei ragazzi si rovina proprio così, per le critiche, le battutine, il sarcasmo degli “amici”: le virgolette sono dovute al fatto che i veri amici dovrebbero saper accogliere le differenze, ma non è questo il caso dell’adolescenza.
Il fatto è che tutti hanno bisogno di essere amati, e questo a quell’età si traduce con il bisogno di conferme dal gruppo dei coetanei. Come fare, dunque?
L’ideale sarebbe essere così furbi, e anche fortunati (o più precisamente assistiti dalla Provvidenza) da fare invaghire i ragazzi di un gruppo di coetanei che siano compagni di fede, compagni di cammino: il bisogno di comunità è una cosa buona e giusta, e se i ragazzi hanno solo una opzione di comunità, magari quella dei compagni di scuola cresciuti in famiglie estranee ai nostri valori, è inevitabile che cerchino di conformarsi agli altri.
Io non credo però che questo si possa imporre ai ragazzi, la loro libertà su quello che riguarda gli amici, a una certa età, deve avere l’ultima parola. Se quindi non si è tanto fortunati da trovare un gruppo che attragga i ragazzi, bisogna fare un lavoro di controformazione che contrasti con quella ricevuta a scuola (la scuola pubblica è una fucina di relativismo), e con quella del gruppo. Bisogna con pazienza, tempo, dedizione, mostrare le contraddizioni e le debolezze e i limiti della proposta culturale che viene ricevuta dai ragazzi. Bisogna metterli a contatto con persone credenti di valore, che siano affascinanti, che possano rapire il loro cuore, sedurli, conquistarli. Quando avranno assaporato la grandezza di certe persone, la loro stoffa, la qualità, saranno poi anche in gradi di farsi una risata per le prese in giro degli altri, di rispondere con un’alzata di spalle.
Infine, una cosa importantissima che a volte i genitori – e se posso soprattutto le mamme, a volte ossessionate dalla riuscita del figlio – tendono a dimenticare, quando il figlio dà i primi segni di ribellione: perché la proposta della famiglia, soprattutto se alternativa a quella del gruppo, continui a sembrare attraente, è necessario che il ragazzo si senta fondamentalmente approvato. Deve vedere nello sguardo dei genitori che lui per loro è cosa buona, che la sua vita vale la pena di essere vissuta. Non può essere continuamente sgridato, né criticato, né ricevere solo ordini. Non può essere paragonato ai fratelli o ai figli degli amici. Deve essere guardato con speranza, con occhi pieni di amore, che sappiano guardare lontano, oltre quel mucchio di calzini abbandonati a terra, oltre quelle cartacce buttate, oltre quei giochi mezzi scassati, oltre i quaderni disordinati, oltre i musi, i silenzi, i cattivi umori. D’altra parte anche noi non siamo amati allo stesso modo da Dio?
fonte> IL TIMONE
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Scuole come campi di rieducazione al gender
Nei giorni scorsi tanti articoli della stampa nazionale hanno dato conto di che cosa è vietato nelle scuole torinesi: promuovere incontri per i genitori, anche privati, sui temi dell’ideologia di genere e dell’omofobia, cui un istituto cattolico, il Faà di Bruno, ha dovuto rinunciare dopo aggressioni e minacce della lobby gay. Non è meno istruttivo vedere che cosa è permesso, anzi è obbligatorio.
Il 24 ottobre 2013 è stata pubblicata sul sitowww.direfarenondiscriminare.com, gestito dalla Compagnia 3001, lacronaca di uno dei tanti simpatici eventi allestiti da questa organizzazione nelle scuole piemontesi, questa volta per gli alunni della II B della Scuola Media Antonio Gramsci, Plesso Gobetti di Settimo Torinese, cintura di Torino. Seconda media: cioè, dodicenni. Certo, uno potrebbe pensare che tra Gramsci e Gobetti sia difficile immaginare qualche cosa che assomigli vagamente a un’educazione rispettosa offerta agli alunni cattolici. Ma qui si va molto oltre.
Il sito ci informa – e ci documenta – che «la classe ha voluto allestire una riflessione teatrale come restituzione al tema trattato nel primo incontro relativo alla discriminazione in base all’orientamento sessuale». Le chiamano proprio così: «restituzioni».
Vediamo dunque che cosa «restituiscono» i bambini dopo avere ascoltato una lezione di indottrinamento sul gender. Una bambina attacca: «Amava indossare i pantaloni rosa… era un ragazzo di 15 anni… si è suicidato». Gli altri dodicenni elencano varie discriminazioni, fino a che due bambini esclamano: «Mi chiamano frocio» - «Mi dicono che sono lesbica». E tutti i dodicenni gridano insieme: «basta».
Scena seconda: il Parlamento della Repubblica Italiana. Un bambino interpreta il parlamentare che propone: «Dichiaro aperta la seduta. “In base all’articolo 3 della nostra Costituzione io propongo di riconoscere giuridicamente le unioni civili tra persone dello stesso sesso”. Seguiamo l’esempio dei nostri vicini europei (Francia, Spagna, Regno Unito)…». Applausi. Un’altra piccola parlamentare interviene a favore: «Sono d’accordo! Dobbiamo combattere ogni forma di discriminazione… Tutti devono sentirsi tutelati dalla nostra Costituzione, nessuno può venire escluso perché sceglie di amare una persona del suo stesso sesso». E c’è anche la bambina che fa la parte della parlamentare cattiva: «Io, invece, non sono d’accordo! L’unico matrimonio possibile è quello eterosessuale e l’unica famiglia degna di tale nome è formata da mamma e papà, non da papà e papà o mamma e mamma… e poi cari colleghi pensiamo alle cose serie… l’economia per esempio. Stiamo solo perdendo tempo…».
Un’altra parlamentare buona: «Non è accettabile che, in un paese che si dichiara moderno, le coppie gay non vedano riconosciuti pienamente i loro diritti… il loro amore è forse di serie B? Chi siamo noi per decidere cosa è giusto e cosa non lo è ?». Per fortuna ci è risparmiata la consueta citazione manipolatrice di Papa Francesco, ma forse è implicita. Segue un parlamentare maschio cattivo, sempre interpretato da uno dei dodicenni: «E già, magari, ora approviamo anche una legge che permetta ai gay di adottare dei figli… È un’unione contro natura… ma cosa state dicendo?!! Non sono d’accordo!».
Alla fine si vota. I parlamentari contrari si chiamano – che bei nomi – Paura, Disprezzo, Pregiudizio, Disparità, Diversità ed Esclusione. Ma perdono: almeno in una scuola media è giusto fare interpretare dai ragazzini spettacoli dove vincono i buoni. Interviene il Presidente della Repubblica – beninteso, una bambina – la quale proclama: «Sono orgogliosa di essere il Presidente di un Paese come l’Italia che ha dimostrato di essere uno Stato civile, rispettoso e garante dei diritti di tutti, senza nessuna distinzione. Oggi l’Italia ha mantenuto una promessa: quella dell’eguaglianza… Dichiaro valida la legge che riconosce giuridicamente le unioni civili tra le persone dello stesso sesso!».
I bambini si scatenano. C’è chi dice «Il mio cane può amarmi» e chi «Io posso amare il mio gatto». In attesa di nuovi spettacoli che esplorino queste ulteriori interessanti frontiere – perché fermarsi alle persone dello stesso sesso, chi siamo noi per giudicare chi preferisce i cani e i gatti? – al segnale della professoressa tutte le ragazzine gridano «Sonia può amarmi» e i ragazzini «Fabio può amarmi». E tutti i dodicenni finiscono cantando «A te povero egoista che vivi senza amore - Auguro che il nostro sentire arrivi fino al cuore».
Naturalmente, è prevista la possibilità che i ragazzi delle scuole non se la sentano subito di recitare. Niente paura, sono previsti spettacoli di «tecnologia filosofica» interpretati da adulti con tanto di baci omosessuali,postati in video sul sito tanto perché nessuno possa dire che non era stato avvertito.
Non è un racconto satirico. Succede davvero. A Torino, a bambini di dodici anni. Anche in altre scuole: per esempio alla statale Meucci, in tre classi di seconda media, sono stati proposti uno spettacolo e una discussione sul genere, spiegando che «se il vostro compagno [maschio] domani venisse a scuola vestito di fuxia e paiettes [sic]» nessuno dovrebbe particolarmente stupirsi. Qualche genitore ha protestato, ma è stato messo a tacere o in ridicolo.
Siamo chiari, visto che oggi si dà dell’«omofobo» molto facilmente e gratuitamente. È giusto combattere ogni forma di bullismo nelle scuole, spiegare ai bambini che è odioso insultare, prendere in giro, picchiare i compagni percepiti come «diversi», si tratti di maschietti che sembrano effeminati, di bambine che sembrano mascoline, d’immigrati, di rom. O magari – succede – di cattolici o di musulmani devoti – a Torino ormai in molte scuole i secondi sono più numerosi dei primi – in classi dove nessuno è religioso. Tutt’altra cosa è indottrinare all’ideologia di genere, far mettere in scena da bambini una seduta del Parlamento a proposito di una legge tuttora in discussione, servirsi dei dodicenni per insultare come incivili o vittime di pregiudizi i parlamentari che su quella legge hanno opinioni diverse dagli autori del copione.
E tutto questo succede in scuole pubbliche, a spese dei contribuenti. A Torino come in mezza Italia. Continuerà a succedere, se non fermiamo in tempo questo treno impazzito che corre verso un burrone. E continuerà anche a succedere che, se invece qualche cattolico vuole esporre, civilmente e privatamente, idee diverse, come si è visto nel caso Faà di Bruno, intervengono i Comuni minacciando sanzioni. Con l’applauso anche di cattolici impauriti o complici.
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Chiara Atzori: «Quante bugie su gay e terapie riparative»
Qualche volta basta la parola. È stato sufficiente leggere il nome di Chiara Atzori tra i relatori di un ciclo d’incontri privati per i genitori della scuola cattolica Faà di Bruno di Torino per scatenare la violenta aggressione degli attivisti Lgbt, che ha indotto l’istituto a sospendere l’incontro e l’Arcidiocesi di Torino a protestare energicamente per il tentativo d’imporre su queste materie un pensiero unico, censurando in modo preventivo chiunque proponga idee diverse da quelle della lobby gay. La dottoressa Atzori è di professione infettivologa: è stata subito accusata di considerare l’omosessualità una malattia infettiva, ridicolizzata e insultata. A differenza degli attivisti gay, abbiamo chiesto notizie sulla sua posizione non a qualche sito Internet Lgbt, ma direttamente alla dottoressa Atzori.
Dottoressa, Lei lavora come infettivologa e tiene conferenze sull’omosessualità. Significa che considera l’omosessualità una malattia infettiva?
L’accusa è talmente ridicola che non meriterebbe risposta. Sì, da vent’anni lavoro come infettivologa, e non sento il bisogno di scusarmene. Sono specialista di Aids e di altre malattie sessualmente trasmesse, che sono purtroppo tragicamente diffuse anche nella comunità omosessuale. Le ho studiate sul campo, anche negli Stati Uniti e in Africa, e ho partecipato a numerosi convegni internazionali. Ho molti pazienti omosessuali, che mi onorano della loro stima e spesso della loro amicizia. Non ho mai affermato che l’omosessualità sia una malattia.
L’accusa è talmente ridicola che non meriterebbe risposta. Sì, da vent’anni lavoro come infettivologa, e non sento il bisogno di scusarmene. Sono specialista di Aids e di altre malattie sessualmente trasmesse, che sono purtroppo tragicamente diffuse anche nella comunità omosessuale. Le ho studiate sul campo, anche negli Stati Uniti e in Africa, e ho partecipato a numerosi convegni internazionali. Ho molti pazienti omosessuali, che mi onorano della loro stima e spesso della loro amicizia. Non ho mai affermato che l’omosessualità sia una malattia.
Lei è stata dipinta come «la Nicolosi italiana», con riferimento allo psicoterapeuta statunitense dottor Joseph Nicolosi, sostenitore di una «terapia riparativa» per gli omosessuali che in Italia sarebbe «vietata» dall’Ordine degli Psicologi. È così?
Due precisazioni. Primo: non sono una psicoterapeuta. Secondo: il mio contatto con il dottor Nicolosi consiste nell’avere scritto dieci anni fa la prefazione all’edizione italiana di un suo libro. Nicolosi, però, non è un pazzo. Le sue teorie non sono certo condivise da tutti, ma è tuttora membro dell’American Psychiatric Association e invitato a parlare in convegni in tutto il mondo. L’Ordine degli Psicologi italiano, il cui presidente – candidato alle elezioni regionali pugliesi con la Lista di Vendola – è anch’egli non poco controverso per le sue posizioni militanti, non ha titolo a «vietare» alcunché e le sue raccomandazioni non hanno forza di legge.
Due precisazioni. Primo: non sono una psicoterapeuta. Secondo: il mio contatto con il dottor Nicolosi consiste nell’avere scritto dieci anni fa la prefazione all’edizione italiana di un suo libro. Nicolosi, però, non è un pazzo. Le sue teorie non sono certo condivise da tutti, ma è tuttora membro dell’American Psychiatric Association e invitato a parlare in convegni in tutto il mondo. L’Ordine degli Psicologi italiano, il cui presidente – candidato alle elezioni regionali pugliesi con la Lista di Vendola – è anch’egli non poco controverso per le sue posizioni militanti, non ha titolo a «vietare» alcunché e le sue raccomandazioni non hanno forza di legge.
Ma davvero questa «terapia riparativa» consiste nel «guarire» i gay dall’omosessualità intesa come malattia?
Altre sciocchezze. La terapia riparativa non è proposta ai gay, che per definizione sono gli omosessuali contenti e soddisfatti della loro condizione. È nata per un altro tipo di persone: coloro che sperimentano in sé un orientamento omosessuale indesiderato, che vivono con disagio e incertezza. Queste persone sono più numerose di quanto si creda, e gli psicologi che piacciono al presidente dell’Ordine italiano propongono loro la terapia Gat - «terapia affermativa gay» - la quale parte dalla premessa che il loro disagio nasca dall’interiorizzazione dell’omofobia presente nella società, e cerca di guidarli a superarlo vivendo positivamente la propria omosessualità. È certamente possibile che per qualcuno le cose stiano così, ma quella che non mi convince è l’affermazione dogmatica che dev’essere così per tutti, che tutte le persone incerte sulla loro identità sessuale sarebbero gioiosamente omosessuali se solo la società non fosse omofoba. L’alternativa alla Gat è la terapia riparativa, dove la parola «riparativa» non implica che in queste persone ci sia una qualche malattia da «riparare». La parola viene dal linguaggio psicanalitico, e ipotizza che l’omosessualità non desiderata sia un tentativo («sintomo riparativo» in psicanalisi) messo in atto dalla persona per ritrovare la propria identità sessuale dalla quale si è, per i motivi più variegati, inconsapevolmente distaccata. Può darsi che l’ipotesi non sia confermata. La terapia riparativa intende semplicemente esplorarla, su richiesta – lo ripeto ancora una volta – di queste persone che vivono una situazione d’incertezza.
Altre sciocchezze. La terapia riparativa non è proposta ai gay, che per definizione sono gli omosessuali contenti e soddisfatti della loro condizione. È nata per un altro tipo di persone: coloro che sperimentano in sé un orientamento omosessuale indesiderato, che vivono con disagio e incertezza. Queste persone sono più numerose di quanto si creda, e gli psicologi che piacciono al presidente dell’Ordine italiano propongono loro la terapia Gat - «terapia affermativa gay» - la quale parte dalla premessa che il loro disagio nasca dall’interiorizzazione dell’omofobia presente nella società, e cerca di guidarli a superarlo vivendo positivamente la propria omosessualità. È certamente possibile che per qualcuno le cose stiano così, ma quella che non mi convince è l’affermazione dogmatica che dev’essere così per tutti, che tutte le persone incerte sulla loro identità sessuale sarebbero gioiosamente omosessuali se solo la società non fosse omofoba. L’alternativa alla Gat è la terapia riparativa, dove la parola «riparativa» non implica che in queste persone ci sia una qualche malattia da «riparare». La parola viene dal linguaggio psicanalitico, e ipotizza che l’omosessualità non desiderata sia un tentativo («sintomo riparativo» in psicanalisi) messo in atto dalla persona per ritrovare la propria identità sessuale dalla quale si è, per i motivi più variegati, inconsapevolmente distaccata. Può darsi che l’ipotesi non sia confermata. La terapia riparativa intende semplicemente esplorarla, su richiesta – lo ripeto ancora una volta – di queste persone che vivono una situazione d’incertezza.
Perché, allora, gli attivisti Lgbt ce l’hanno con Lei più che con altri?
Forse perché rompo un falso consenso secondo cui l’orientamento omosessuale è sempre per definizione bello, buono e felice, secondo cui esistono solo gay allegri e militanti e non anche persone incerte e a disagio. Questo falso consenso oggi cerca di esercitare un’egemonia su tutta la cultura. Mi sono sempre appassionata all’egemonia per una ragione di famiglia: Antonio Gramsci, il teorico comunista italiano dell’egemonia, era un mio pro-prozio. Ma mi consenta di dire che perfino Gramsci era più democratico e tollerante delle lobby Lgbt di oggi.
Forse perché rompo un falso consenso secondo cui l’orientamento omosessuale è sempre per definizione bello, buono e felice, secondo cui esistono solo gay allegri e militanti e non anche persone incerte e a disagio. Questo falso consenso oggi cerca di esercitare un’egemonia su tutta la cultura. Mi sono sempre appassionata all’egemonia per una ragione di famiglia: Antonio Gramsci, il teorico comunista italiano dell’egemonia, era un mio pro-prozio. Ma mi consenta di dire che perfino Gramsci era più democratico e tollerante delle lobby Lgbt di oggi.
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La Camera dei Deputati nella seduta del 20 ottobre 2013 ha convertito il Decreto-legge 12 settembre 2013, n. 104, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 214 del 12 settembre 2013, recante «Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca». Ciò è avvenuto con i voti favorevoli di Pd e Pdl, il parere contrario di Lega Nord e Fratelli d’Italia e l’astensione di Sel e Movimento Cinque Stelle. La parola spetterà ora al Senato.
Alcune modifiche apportate in sede di conversione alla Camerameritano di essere pubblicamente denunciate. Ci riferiamo, in particolare, al primo comma dell’art.16, intitolato «formazione del personale scolastico». Tale disposizione prevede, infatti, che «al fine di migliorare il rendimento della didattica, particolarmente nelle zone in cui i risultati dei test di valutazione sono meno soddisfacenti ed è maggiore il rischio socio-educativo, e potenziare le capacità organizzative del personale scolastico, per l’anno 2014 è autorizzata la spesa di euro 10 milioni, oltre alle risorse previste nell’ambito di finanziamenti di programmi europei e internazionali, per attività di formazione obbligatoria del personale scolastico».
Tale attività di formazione viene particolarmente disciplinata per alcuni ambiti. Si tratta di «rafforzare le conoscenze e le competenze di ciascun alunno, necessarie ad aumentare l’attesa di successo formativo, anche attraverso la diffusione di innovazioni didattiche e metodologiche, e per migliorare gli esiti nelle valutazioni nazionali invalsi e degli apprendimenti, in particolare nelle scuole in cui tali esiti presentano maggiori criticità» (lett. a). E fin qui nulla di male. Si tratta, poi, di «aumentare le competenze per potenziare i processi di integrazione a favore di alunni con disabilità e bisogni educativi speciali» (lett. b). Anche su questo punto, nulla quaestio. Si tratta, inoltre, di «potenziare le competenze nelle aree ad alto rischio socio-educativo e a forte concentrazione di immigrati, rafforzando in particolare le competenze relative all’integrazione scolastica, alla didattica interculturale, al bilinguismo e all’italiano come lingua 2» (lett. c). Anche su questo, nessun problema. Si tratta, ancora, di «aumentare le capacità nella gestione e programmazione dei sistemi scolastici (lett. e), e di «aumento delle competenze relativamente ai processi di digitalizzazione e di innovazione tecnologica» (lett. f), nonché di «aumentare le competenze per favorire i percorsi di alternanza scuola-lavoro, anche attraverso periodi di formazione presso enti pubblici ed imprese» (lett. g). Chi potrebbe non essere d’accordo?
Su un punto, invece, qualcosa da ridire c’è eccome. Si tratta dell’attività formativa finalizzata «all’aumento delle competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere» (lett. d). Di tale formazione, invero, non se ne sentiva assolutamente il bisogno. Anzi. Rischia di apparire, nella sua ambigua formulazione, un subdolo tentativo di introdurre l’ideologia del gender in quella delicatissima funzione che è l’educazione scolastica.
Non si può dimenticare, infatti, che proprio nelle scuole è già approdato il noto documento denominato Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013-2015), redatto dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, ente governativo istituito all’interno del Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tale documento contiene le linee guida per l’applicazione dei princìpi contenuti nella Raccomandazione CM/REC (2010) 5 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, volta a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere. Ebbene, ogni volta che in quell’atto si fa menzione del «rispetto delle diversità» ci si riferisce anche alle «comunità LGBT». Se la nuova formulazione dell’art.16 del Decreto Legge 104/2013 rappresenta l’emanazione normativa dei principi indicati nel citato documento dell’UNAR e ispirati all’ideologia gender, sarebbe davvero grave.
Non si possono, infatti, accettare forme di indottrinamento dei giovani attraverso programmi governativi, anche perché essa si porrebbero in netta contraddizione, tra l’altro, con l’art. 26, terzo comma, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, il quale sancisce testualmente che «i genitori hanno un diritto prioritario nella scelta del tipo di formazione che deve essere data ai loro figli». Ciò che, poi, sarebbe ancora più intollerabile è che una simile propaganda si realizzi con denari pubblici, e quindi a carico del contribuente. Peraltro, nell’odierna situazione di crisi, le condizioni degli istituti scolastici, in cronica penuria di risorse finanziarie, meriterebbero ben altri investimenti pubblici.
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Sopraffazione gay, si è superato qualsiasi limite
E’ agghiacciante ciò che accade alla scuola media Gramsci di Torino, ma purtroppo non è un caso isolato. Sempre a Torino c’è stata la pesante intimidazione dei gruppi gay che ha costretto la scuola cattolica Faà di Bruno a sospendere un ciclo di incontri riservati ai genitori su famiglia e ideologia di genere. A Venezia invece, apprendiamo che esiste il progetto “A proposito di genere…” dedicato alle scuole materne e primarie, dove gli insegnanti – dopo sei lezioni di “rieducazione” sull’argomento - saranno affiancati in aula da un tutor che li assisterà nel proporre ai bambini il superamento degli stereotipi di genere.
Ma iniziative del genere volte a superare i cosiddetti “stereotipi di genere” ve ne sono ormai in tutta Italia. “Stereotipi di genere”, ovviamente, indica l’antica credenza secondo cui in natura esistono soltanto due sessi e non un numero imprecisato di generi che poi ognuno “indossa” a suo piacimento, anche passando da uno all’altro se ne ha voglia.
C’è insomma una voglia di “Corea del Nord”, di campi di rieducazione sul modello della Cina maoista, che sta invadendo l’Italia, grazie anche ai nostri governanti che – come dimostra l’articolo di Gianfranco Amato nel Focus odierno – hanno pensato bene di pagare tutto ciò con i soldi delle nostre tasse.
Per i lettori più attenti della Nuova BQ non si tratta di una sorpresa: già nel maggio scorso avevamo dato notizia di una “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale”, a forte orientamento omosessualista, spiegando che la scuola sarebbe stato il terreno principale per imporre questa nuova ideologia. Avevamo anche spiegato che esiste già da anni una rete degli enti locali, chiamata Ready, che funge da coordinamento per promuovere a livello locale quei cambiamenti che poi – si calcola – imporrà ai parlamentari di adeguare la legislazione nazionale.
E’ brutto dire “l’avevamo detto” ma in questo caso è più che giustificato. Ora però sta arrivando l’ondata di piena, con tanto di aggressione e minacce a chi vuole continuare a sostenere che in natura esistono solo maschio e femmina e che l’unica famiglia possibile è quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Non è questo un pensiero omofobo, ma una legittima convinzione che trova riscontro peraltro anche nella nostra Costituzione.
Lo abbiamo detto pochi giorni fa, ma lo ripetiamo: si sta instaurando un clima di intolleranza e sopraffazione da parte dei movimenti gay contro chi rifiuta l’indottrinamento, che non può lasciare indifferenti le autorità. Non è possibile chiudere gli occhi davanti a quel che accade e avallare la legge del più forte, saltando a piè pari anche ciò che dice la nostra Costituzione, tanto adulata quando fa comodo quanto bellamente ignorata se la si invoca a tutela della famiglia naturale.
Né si può accettare che l’educazione dei figli venga espropriata ai genitori per favorire l’indottrinamento di stato. E’ una grave violazione della nostra Costituzione e uno scivolamento verso una dittatura gay che in realtà è già iniziata, e senza neanche il bisogno di una legge sull’omofobia. Anche i genitori devono farsi sentire, rifiutare che ai propri bambini fin dalle elementari venga imposta una ideologia contraria ai valori con cui crescono in famiglia.
Libertà di opinione, libertà religiosa, libertà di educazione: tutto viene calpestato pur di affermare una ideologia propugnata da una piccola minoranza, cui si accoda volentieri tutto il bel mondo del politicamente corretto. Cos’altro si deve aspettare prima di intervenire a tutela di cittadini e associazioni che non vogliono fare altro che testimoniare la bellezza della famiglia naturale ed esprimere pubblicamente le proprie convinzioni?
Ma iniziative del genere volte a superare i cosiddetti “stereotipi di genere” ve ne sono ormai in tutta Italia. “Stereotipi di genere”, ovviamente, indica l’antica credenza secondo cui in natura esistono soltanto due sessi e non un numero imprecisato di generi che poi ognuno “indossa” a suo piacimento, anche passando da uno all’altro se ne ha voglia.
C’è insomma una voglia di “Corea del Nord”, di campi di rieducazione sul modello della Cina maoista, che sta invadendo l’Italia, grazie anche ai nostri governanti che – come dimostra l’articolo di Gianfranco Amato nel Focus odierno – hanno pensato bene di pagare tutto ciò con i soldi delle nostre tasse.
Per i lettori più attenti della Nuova BQ non si tratta di una sorpresa: già nel maggio scorso avevamo dato notizia di una “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale”, a forte orientamento omosessualista, spiegando che la scuola sarebbe stato il terreno principale per imporre questa nuova ideologia. Avevamo anche spiegato che esiste già da anni una rete degli enti locali, chiamata Ready, che funge da coordinamento per promuovere a livello locale quei cambiamenti che poi – si calcola – imporrà ai parlamentari di adeguare la legislazione nazionale.
E’ brutto dire “l’avevamo detto” ma in questo caso è più che giustificato. Ora però sta arrivando l’ondata di piena, con tanto di aggressione e minacce a chi vuole continuare a sostenere che in natura esistono solo maschio e femmina e che l’unica famiglia possibile è quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Non è questo un pensiero omofobo, ma una legittima convinzione che trova riscontro peraltro anche nella nostra Costituzione.
Lo abbiamo detto pochi giorni fa, ma lo ripetiamo: si sta instaurando un clima di intolleranza e sopraffazione da parte dei movimenti gay contro chi rifiuta l’indottrinamento, che non può lasciare indifferenti le autorità. Non è possibile chiudere gli occhi davanti a quel che accade e avallare la legge del più forte, saltando a piè pari anche ciò che dice la nostra Costituzione, tanto adulata quando fa comodo quanto bellamente ignorata se la si invoca a tutela della famiglia naturale.
Né si può accettare che l’educazione dei figli venga espropriata ai genitori per favorire l’indottrinamento di stato. E’ una grave violazione della nostra Costituzione e uno scivolamento verso una dittatura gay che in realtà è già iniziata, e senza neanche il bisogno di una legge sull’omofobia. Anche i genitori devono farsi sentire, rifiutare che ai propri bambini fin dalle elementari venga imposta una ideologia contraria ai valori con cui crescono in famiglia.
Libertà di opinione, libertà religiosa, libertà di educazione: tutto viene calpestato pur di affermare una ideologia propugnata da una piccola minoranza, cui si accoda volentieri tutto il bel mondo del politicamente corretto. Cos’altro si deve aspettare prima di intervenire a tutela di cittadini e associazioni che non vogliono fare altro che testimoniare la bellezza della famiglia naturale ed esprimere pubblicamente le proprie convinzioni?