martedì 5 novembre 2013

Storia (breve) del rito del matrimonio


Perché la Chiesa ha fatto del matrimonio un sacramento?

La civiltà cattolica ha un concetto così alto dell'unione tra un uomo e una donna da affidarla a Dio e riconoscerla come sacra. 

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Correva l’anno 1215. Papa Innocenzo III convocava a Roma il Concilio Lateranense IV. Ciò che maggiormente destò l’attenzione dei cronisti del tempo, impegnati a riportare quanto ivi avveniva, furono aspetti di stretta attualità politica. Grande risonanza venne dedicata, pertanto, alla presenza storica di influenti personalità laiche durante le riunioni conciliari, oppure alla proposta di dar luogo all’ennesima crociata in Terra Santa. Poca curiosità venne invece catalizzata da un aspetto che, prendendo forma nel corso di quel Concilio, era destinato a tracciare un segno indelebile nella storia della nostra civiltà. Si tratta della regolamentazione liturgica e giuridica del matrimonio.
Fu quella, infatti, a dispetto della scarsa lungimiranza di quanti descrissero l’avvenimento in diretta, l’occasione in cui la Chiesa cattolica ebbe modo di vestire con un abito formale un contenuto, qual è il vincolo del matrimonio, dal profondo significato. Il quale affonda le proprie radici spirituali nel libro della Genesi, laddove si fa riferimento al fatto che “l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Genesi 2,24). Concetti che nei Vangeli trovano eco nelle parole di Gesù, il quale ribadisce: “Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,6).
È per questo, per l’importanza che il matrimonio assume fin dagli albori della civiltà cristiana, che Innocenzo III decise di regolamentarlo e di collocarlo in un dignitoso orizzonte sacramentale, finanche inserendolo nel diritto canonico e rendendolo una cerimonia religiosa. Fino ad allora, il matrimonio ricalcava la tradizione romana: era un patto privato, un mero contratto stipulato tra gli interessati e le rispettive famiglie, che poi in un secondo momento poteva essere benedetto da un sacerdote. Il Concilio Lateranense IV provvide invece a fissare una serie di paletti fondamentali. In primo luogo, onde evitare matrimoni clandestini, venne imposto l’uso delle pubblicazioni.
L’indissolubilità del matrimonio venne inoltre ribadita, al fine di contrastare i divorzi e con essi le unioni di comodo. Fu richiesto, così da assecondare la libera volontà di chi si accosta al sacramento, il consenso pubblico degli sposi, da dichiarare a viva voce. Per evitare il diffuso costume del matrimonio di bambini, fu poi imposta un’età minima per gli sposi. Infine, furono regolamentate le cause di nullità del matrimonio, in caso di violenza sulla persona, rapimento, non consumazione, etc.
Soltanto due secoli più tardi, tuttavia, il matrimonio venne espressamente dichiarato un sacramento. L’occasione fu un altro Concilio, quello di Firenze del 1439. Nella bolla di unione con gli Armeni si legge: “Settimo è il sacramento del matrimonio, simbolo dell’unione di Cristo e della Chiesa(1), secondo l’Apostolo, che dice: Questo sacramento è grande; lo dico in riferimento al Cristo e alla Chiesa. Causa efficiente del sacramento è regolarmente il mutuo consenso, espresso verbalmente di persona. Triplice è lo scopo del matrimonio: primo, ricevere la prole ed educarla al culto di Dio; secondo, la fedeltà, che un coniuge deve conservare verso l’altro; terzo, l’indissolubilità del matrimonio, perché essa significa l’unione indissolubile di Cristo e della Chiesa”.
Chi provò a negare la natura sacramentale del matrimonio fu il monaco tedesco Martin Lutero, artefice della riforma protestante. Egli, scagliandosi contro una verità fondamentale della Chiesa cattolica, sosteneva che il matrimonio fosse stato istituito non in rapporto al problema della salvezza, ma in rapporto all’ordine naturale dei rapporti umani e, quindi, non era da considerarsi sacramento. Per queste ragioni, Lutero reinserì il matrimonio nel diritto civile, ammettendo anche casi di divorzio.
La novità introdotta da Lutero scosse l’Europa, molte influenti personalità del Nord Europa interpretarono simili input come un esonero dall’impegno d’amore al cospetto di Dio, tale da giustificare un uso prettamente utilitaristico del matrimonio. La Chiesa, quindi, durante il Concilio di Trento, aperto nel 1545 proprio per reagire alle dottrine calviniste e al luteranesimo, decise di rafforzare la regolamentazione di questo sacramento. Le prescrizioni sancite a Trento si radicarono nei Paesi cattolici e salvarono il sacramento dalla minaccia luterana.
I problemi, tuttavia, non finirono con i venti riformisti del ‘500. Nei secoli successivi, la Chiesa si trovò innanzi a nuove e importanti sfide. Sin dalla cosiddetta “epoca dei Lumi”, il diffondersi di culture materialistiche, del conseguente individualismo rischiarono di tracciare un insanabile solco tra l’uomo e la sua dimensione spirituale cristiana. Istituzioni tradizionali come la famiglia furono sottoposte a una graduale raffica di delegittimazione culturale. Una pietra miliare, tesa a ristabilire la verità cristiana riguardo i temi della famiglia e del matrimonio, fu l’Arcanum Divinae, quarta enciclica scritta da papa Leone XIII. Il documento, pubblicato nel febbraio 1880, esalta la dignità del matrimonio quale sacramento elevato da Gesù, riafferma gli scopi e la disciplina del matrimonio cristiano, condanna il matrimonio civile e il divorzio, riafferma l’esclusivo potere legislativo e giudiziario della Chiesa in tale materia.
In continuità con il Magistero, la costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II attinge a piene mani dall’Arcanun Divinae. Si legge, infatti, che “l’intima comunione di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale”, che “Dio stesso è l’autore del matrimonio” e che “per la sua stessa natura l’istituto del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento” (2).
F. Cenci
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NOTE
(1) Sant’Agostino scrive che Cristo sposo e la Chiesa sua sposa, “vivendo l’uno unito all’altro non sono separati da alcun divorzio per tutta l’eternità”, De nuptiis et concupiscientia.
(2) Gaudium et Spes, pag. 48.

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L’anno accademico dello Studio Rotale inaugurato da una prolusione del cardinale Versaldi. Il bene dei coniugi oltre le abitudini del tempo

Non può essere certamente la cultura individualista, tipica della società post-moderna, a decidere della validità o meno del matrimonio canonico: la tendenza al «bene dei coniugi», che esprimono il loro consenso a stabilire la comunità di tutta la vita, resta elemento costitutivo del matrimonio canonico.
Non a caso la commissione per la revisione del Codex iuris canonici ha ribadito che il patto matrimoniale «è per sua natura ordinato al bene dei coniugi». Lo ha ribadito il cardinale Giuseppe Versaldi, presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede e docente di antropologia presso lo Studio Rotale, inaugurando, nel pomeriggio di lunedì 4 novembre, l’anno accademico dello stesso Studio e il corso di prassi canonica super rato.
Una precisazione importante quella fatta dal porporato, poiché «la dottrina e la giurisprudenza della Rota romana, pur acquisendo il nuovo dato codiciale — ha notato — non sono ancora uniformi nella sua sistematizzazione entro le tradizionali categorie di essenza e proprietà essenziali del matrimonio così come pure laboriosa risulta la convergenza circa il contenuto specifico del bonum coniugum». Tuttavia, pur nella diversità di alcune opinioni rilevabili nelle sentenze rotali, alcuni punti sono stati ormai fissati: «Oggetto del consenso sono le persone che si donano in una mutua relazione espressa nel consenso inteso come atto di volontà di oblazione per voler obbligarsi al bene del coniuge per formare una nuova realtà di comunione tra le persone nella loro totalità psico-fisica e spirituale». Tale realtà nuova si costituisce come vincolo di giustizia «che tende al bene dei coniugi come elemento essenziale».
Ed è una precisazione significativa in un tempo come quello attuale. La maggioranza dei sociologi concorda nel caratterizzare questi ultimi decenni, definiti “della post-modernità”, con il fallimento delle utopie volte a costruire una società più giusta e solidale, e con l’affermazione di una cultura decisamente indirizzata verso la ricerca delle libertà individuali, messe in pericolo dagli assetti istituzionali considerati sostanzialmente costrittivi delle autonomie soggettive. «In altri termini — ha spiegato il porporato — si è affermata una cultura tutta basata sull’autoespressione e la realizzazione del sé». Il cardinale l’ha definito «ipertrofia del sé». È chiaro che si tratta di una visione riduttiva, applicata al matrimonio, dalla quale conseguono alcune distorsioni così riassunte nella prolusione: «L’amore è inteso non tanto come donazione di sé, bensì come realizzazione di sé in cui la persona amata non è più il soggetto a cui dedicare le proprie cure e attenzioni uscendo da se stessi, ma, al contrario, è lo strumento che serve a realizzare la gratificazione di sé; da qui la riserva mentale circa la stessa durata dell’amore che non ha più senso se la persona amata non realizza le attese gratificazioni. L’amore è ridotto alla sua componente emotiva ed istintiva in cui prevale la spinta sessuale (eros) senza più integrazione con la componente volitiva con assunzione di responsabilità e di doveri nei confronti della persona amata (agape). Diventa estranea all’amore coniugale l’idea di uno sforzo e di un sacrificio per superare le difficoltà e migliorare la comunione con la persona amata accettando anche il cambiamento di sé; da qui anche la giustificazione delle infedeltà coniugali. Anche il progetto di un amore fecondo è condizionato dalla stessa tendenza narcisistica, nel senso sia di escludere la prole se non è gratificante per i genitori sia nel volerla a ogni costo snaturando lo stesso processo procreativo».
A ciò va aggiunta la tendenza a pensare che a sbagliare sia la Chiesa; e così il magistero della Chiesa diventa «minoritario». Dunque a essere mutato è il contesto culturale, «inteso soprattutto come comune modo di pensare». Un fattore, ha detto il cardinale, del quale bisogna comunque tener conto «nel dovuto modo» anche per quanto riguarda l’analisi del consenso matrimoniale e la sua conseguente validità canonica. Ma ciò non significa, ha precisato, «far venir meno i principi e i criteri di valutazione discendenti dal significato naturale e religioso del matrimonio come sacramento»; al contrario vuol dire «sforzarsi di meglio intendere proprio quella volontà degli sposi da cui nasce il matrimonio come scelta libera e responsabile da capire e rispettare». Questo è di fondamentale importanza, soprattutto in un periodo contrassegnato dal fallimento di tanti matrimoni.
Ecco allora una prima conclusione: «L’influsso dell’ambiente esterno e della cultura contraria al significato cristiano del matrimonio non può mai da solo rendere una persona incapace di contrarre valido matrimonio». Resta tuttavia legittima una domanda: quale può essere l’influsso delle emozioni nell’assunzione delle decisioni? Una questione, ha fatto notare il cardinale Versaldi, ampiamente trattata dalla moderna psicologia, la quale ha riconosciuto che ogni emozione può influire sia sull’intelletto sia sulla volontà. E ciò avviene «con o anche senza la consapevolezza del soggetto medesimo». È nella natura umana; e di questo, perciò, «bisogna tener conto — ha affermato — per applicare i tradizionali, e sempre validi, criteri di valutazione giuridica in materia di validità del consenso matrimoniale. A ciò sono chiamati sia gli studiosi di diritto canonico sia gli operatori dei tribunali ecclesiastici, a cominciare dalla Rota romana, per il suo primato di autorevolezza come tribunale apostolico». Anzi può essere inteso come un dovere «ancora più pressante a motivo della precarietà in cui molti matrimoni si trovano e le conseguenze dei fallimenti sempre più frequenti, ma ancor più per i richiami di molti pastori, a cominciare dai Sommi Pontefici».
In proposito il cardinale ha citato le parole rivolte da Benedetto XVI al clero della Valle d’Aosta il 25 luglio 2005, quando, parlando dei divorziati risposati che non possono accedere alla comunione eucaristica, accennava alla mancanza di fede in molti sposi al momento delle nozze e si domandava «se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale», confessando: «Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito». E concludeva: «Ma data la situazione di sofferenza di queste persone, è da approfondire». Il suo successore, Papa Francesco, «in perfetta continuità, ha ripreso questo discorso parlando al clero romano e soprattutto indicendo addirittura il prossimo Sinodo sul tema della famiglia e del matrimonio».
Proprio per approfondire il discorso nel campo giuridico è utile porsi di fronte alla nuova realtà attuale «senza timore, ma anche senza tradire i principi del necessario discernimento». Il relatore, tornando al bonum coniugum nell’attuale cultura dominante, ha elencato i capi di nullità ai quali può essere ricondotta la valutazione dei consensi prestati dai contraenti che vivono in questa cultura contraria al matrimonio canonico. La simulazione innanzitutto. Rimane spesso difficile trovare la prova della simulazione. «Tale difficoltà — ha spiegato — è, a mio parere, esattamente il risultato della mutata realtà culturale di cui gli sposi oggi sono imbevuti: per formulare un atto di volontà cosciente ed esplicito (anche se non manifestato esternamente) contrario al bonum coniugum dovrebbe prevalere nel soggetto l’ammissione di volere un bene diverso da quello proposto dalla Chiesa, mentre l’insidia propria della mentalità corrente è quella di volere il vero bene del matrimonio secondo l’idea che il soggetto si fa da sé, indipendentemente dalla Chiesa come istituzione che imporrebbe qualcosa che non corrisponde alla realizzazione del proprio progetto matrimoniale», come vorrebbe la prevalente concezione individualistica della cultura attuale. È necessario uno sforzo teso a individuare, «secondo verità, la libera e sovrana volontà del nubente in mancanza di una esplicita confessione di simulazione», avvalendosi «delle prove indiziarie e indirette che possono essere trovate anche nel mutato contesto culturale odierno come prova remota e indiretta. Tale prova — ha spiegato — non è ovviamente da presumere, ma da dimostrare nei singoli casi, che però, a differenza del passato non sono più l’eccezione, bensì una condizione piuttosto diffusa».
Altra ipotesi da considerare è quella che l’influsso della mentalità contraria al matrimonio cristiano possa manifestarsi come errore che determina la volontà degli sposi. Si tratta dell’errore di chi contrae perché ritiene il matrimonio dissolubile. «In siffatta ipotesi — ha precisato il cardinale — a differenza della simulazione, non c’è consapevolezza della contraddizione tra l’intenzione soggettiva del nubente e il significato oggettivo del matrimonio canonico». Ferma restando la possibile incidenza dell’ambiente esterno, «anche in questi casi, comunque, è necessaria la prova in ogni singolo caso della presenza oggettiva di questo errore invincibile che vizia l’atto del consenso. Ma nel contempo non è irrealistico pensare che, rispetto al passato, dalla eccezione si è giunti a una più alta percentuale di casi da valutare con prudenza, ma anche con il coraggio di chi cerca la verità, senza far prevalere gli schemi astratti sulla ricerca della conoscenza della realtà, anche se è negativa rispetto alle attese e diversa rispetto al passato».
 Infine l’ipotesi di un consenso posto sotto condizione sul futuro che, con il nuovo canone 1102 § 1, rende nullo il matrimonio. In questo caso bisogna dimostrare, secondo i criteri tradizionali, la motivazione e l’apposizione di tale condizione da parte del nubente; ma non si può negare, ha avvertito il porporato, che si possa «determinare anche questa ipotesi che verrebbe a sovrapporsi ai precedenti capi di nullità».
Circa il ruolo dei tribunali ecclesiastici il cardinale Versaldi ha ricordato che non possono essere considerati «semplici notai del fallimento di un matrimonio» e «ancor meno dispensatori di nullità». Al contrario essi «devono accertare la verità circa la validità del consenso secondo i principi generali derivanti dalla dottrina e morale cristiana tradotti nelle tradizionali categorie canoniche, ma anche sempre disposti ad adattare queste ultime alla realtà continuamente cangiante del mondo in cui viviamo».
A conclusione della prolusione il porporato ha sottolineato la lungimiranza di Papa Francesco nel dedicare il prossimo Sinodo dei vescovi alla famiglia. La tornata inaugurale è proseguita con la consegna delle insegne di Cavaliere della Legion d’onore a monsignor Maurice Monier, prelato uditore, da parte dell’ambasciatore di Francia presso la Santa Sede Bruno Joubert. Infine il giuramento degli studenti.

L'Osservatore Romano