Genitorialità impazzita, pagano i bambini
Due vicende apparentemente differenti, ma che trovano il loro minimo comun denominatore nei bambini e nel loro futuro educativo. Il primo caso si svolge tra l’Italia e l’Ucraina e ne avevamo già dato notizia il luglio scorso con un articolo di Roberto Dal Bosco (Maternità surrogata: il mercato tra Italia e Ucraina). Una coppia vola a Kiev per avere un figlio tramite la pratica dell’utero in affitto, pratica da noi vietata dalla legge 40 del 2004. La cosiddetta maternità surrogata, lo ricordiamo, prevede che una donna esterna alla coppia “offra” il proprio utero per la gestazione e, nella maggior parte, dei casi il proprio ovocita che verrà fecondato dal maschio della coppia richiedente.
I due dunque pagano parecchie decine di migliaia di euro e così dopo nove mesi ottengono il figlio desiderato. Facciamo un passo avanti: si scoprirà successivamente che anche lo spermatozoo utilizzato per il concepimento non proviene molto probabilmente dal maschio della coppia. La notizia coglierà di sorpresa anche i due aspiranti genitori. Insomma quest’ultimi biologicamente con il bambino non c’entrano nulla.
La coppia dunque torna in Italia e dopo un anno e mezzo si scopre l’imbroglio e i due vengono denunciati per alterazione di stato: figurano come genitori ma per il nostro ordinamento non possono esserlo. Infatti il bambino, per la nostra legislazione, può risultare loro figlio solo se figlio biologico (legittimo o naturale riconosciuto) o se adottato. Non solo, ma a differenza di altri casi analoghi accaduti a Varese, Catania e Trieste, il bambino viene sottratto alla loro potestà e viene affidato ad una struttura protetta. Questo proprio perché nessuno dei due, nemmeno l’uomo, è genitore biologico del figlio. Insomma agli occhi della legge questi due signori millantano una genitorialità che non esiste né in punta di diritto né sotto il profilo genetico. La coppia protesta e afferma che ormai il piccolo dopo un anno e mezzo si è affezionato a loro. Questo a dimostrazione che una volta rotto il vaso è quasi impossibile mettere insieme i cocci. L’ultima udienza del 22 ottobre rimanda il tutto al 14 gennaio del 2014. Staremo a vedere.
I difensori della legge 40 che vieta tutto questo papocchio esultano, dicendo che una volta tanto la legge tiene e i giudici, sempre una volta tanto, applicano correttamente la normativa e non la contraddicono. Tutti contenti quindi? No, e non solo perché il primo pensiero deve andare a questo piccolo, frutto degli esperimenti alchemici sulla vita ed ora, per la seconda volta, vittima dell’egoismo degli uomini. Ma anche perché si fa festa alla legge 40 ignorando che questo stesso festeggiato sarà causa, prima o poi, dell’accoglimento nel nostro ordinamento giuridico della pratica dell’utero in affitto.
Il paradosso si può spiegare così. Simili vicende giurisprudenziali offrono la sponda a quanti affermano che la libertà delle coppie di avere un figlio è fortemente limitata dalla legge 40. Quante coppie – si domanda – sono costrette a volare all’estero per ottenere quello che qui in Italia è vietato? Che la legge cambi perché – ed è qui il passaggio fondamentale – la legge 40 ha riconosciuto sì il “diritto al figlio” artificiale ma non in modo pieno. Dunque il peccato originale è già tutto nella legge del 2004: concedendo che un figlio possa venire concepito fuori dal corpo della donna appare illiberale limitare tutte le altre pratiche che sono alla fine un corollario di questo primo principio sancito dalla legge. D’altronde che differenza c’è se il concepito si sviluppa solo per una manciata di ore in un vetrino per poi procedere all’impianto o per nove mesi in utero di una terza donna? Non è sempre un luogo diverso dal ventre della donna ricevente? Che differenza c’è se il figlio è geneticamente di entrambi oppure no? Al centro della legge 40 non c’è quasi esclusivamente l’interesse della coppia? Se così non fosse si dovrebbe vietare in radice qualsiasi pratica di fecondazione artificiale dato che questa attenta alla vita del nascituro in modo importante esponendolo ad un elevatissimo rischio di morte.
Quindi queste vicende processuali non sono segnali di vittoria per i pro-life, ma colpi di ariete all’impianto di una legge che di suo è sempre stato marcio.
Seconda vicenda. Una bambina di tre anni è stata affidata in modo temporaneo ad una coppia omosessuale di mezz’età. I due uomini già conoscevano la piccola. Il Tribunale dei minori di Bologna ha interpretato davvero in modo curioso la disciplina normativa sull’affido. La legge 149 del 2001 che ha novellato l’istituto dell’affido dispone così all’art. 2: “Il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, […] è affidato ad una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l'educazione, l'istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno. Ove non sia possibile l'affidamento nei termini di cui al comma 1, è consentito l'inserimento del minore in una comunità di tipo familiare o, in mancanza, in un istituto di assistenza pubblico o privato”. In buona sostanza il giudice, dietro consiglio dei servizi sociali, ha pensato che la coppia gay o deve essere considerata “una comunità di tipo familiare” oppure una “famiglia” vera e propria.
Partiamo dalla prima ipotesi: le “comunità di tipo familiare” sono ad esempio le cosiddette “casa famiglia”, cioè strutture destinate all’accoglienza di minori, anziani e soggetti problematici. E’ una realtà ben disciplinata da un decreto ministeriale del Ministro per la Solidarietà Sociale del 21 maggio 2001. In esso non si fa riferimento nemmeno per inciso al fatto che due persone omosessuali possano costituire una “comunità di tipo familiare”. Insomma la “comunità di tipo familiare” per legge non può essere identificata in una coppia gay.
Se poi per ipotesi il magistrato ha pensato di qualificare la coppia gay come “famiglia”,basterebbe il dettato costituzionale all’art. 29 per ricordare al signor giudice che allo stato attuale l’unica famiglia esistente dal punto di vista giuridico è quella formata da un uomo e una donna uniti in matrimonio.
Sorvoliamo poi sul fatto che gli affidatari devono essere in grado di fornire una sana educazione al bambino: d’altronde lo scorso gennaio la Corte di Cassazione stabilì che “sostenere che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale è un mero pregiudizio”. In realtà la Corte non diceva che due persone omosessuali sono sempre in grado di crescere un figlio, ma voleva che la prova contraria venisse da chi si opponeva all’affido, altrimenti saremmo scaduti in un mero pregiudizio. Ma la sostanza sta nel fatto che la Suprema corte non si era mostrata contraria all’affido di minore ad una coppia omosessuale.
Infine, a termini di legge, la precedenza nell’affido deve essere a favore di famiglie che hanno già figli minori, poi di famiglie senza figli e infine di persone singole. Possibile che non abbiano trovato nessuno in grado di prendersi cura di questa bambina tra tutte queste categorie di persone e che la scelta ultima sia caduta su questa coppia omosessuale?
Tutte queste riserve sono state fatte proprie dalla Procura minorile di Bologna la quale già si era dichiarata contraria all’affido ai due uomini della piccola e forse quindi deciderà di impugnare il provvedimento.
La vicenda, superfluo a dirsi, aiuterà non poco gli attivisti gay ad ottenere il “matrimonio” omosessuale: i giudici hanno già deciso che un bambino può essere educato da due persone dello stesso sesso, cosa aspettiamo allora a concedere loro il matrimonio, il ricorso alla Fivet e l’adozione? Abbiamo già un legame simil genitoriale: è necessario perciò tutelare con un vincolo solido, cioè giuridico, questi bambini che sono già inseriti in un ambiente omosessuale.
Due vicende che come dicevamo all’inizio paiono diverse ed invece sono accomunate da più aspetti. Il primo: il bambino è per paradosso il grande assente in queste storie. Dietro allo sbandierato “interesse per il bambino” si cela invece l’interesse esclusivo degli adulti. Spingersi fino a richiedere un bambino “per procura” tramite l’intervento di una terza donna è segno che il desiderio del figlio, in sé nobilissimo, è diventato pretesa. Affidare una bambina poi ad una coppia gay esaudisce i desideri della coppia, ma non soddisfa di certo, ci dicono gli studi scientifici, i bisogni del minore.
In secondo luogo il bambino è un pacco postale: in deposito nove mesi nell’utero di una donna, recapitato poi in Italia e poi tolto ai destinatari perché l’indirizzo era sbagliato. Un pacco poi affidato al miglior offerente sul piano ideologico. La mossa di affidarlo alle cure di due persone omosessuali è infatti politicamente assai vincente: è nel trend di oggi appoggiare incondizionatamente la cause dei gay, anche se lo scotto lo pagheranno i bambini. A riprova di questo il Tg2 di ieri delle 13 ha definito la vicenda come “una storia a lieto fine”. Il minore così da soggetto di diritto è diventato oggetto di strumentalizzazione ideologica e di propaganda filo-omosessualista.
In terzo luogo le due vicende trovano un punto di saldatura comune nel fatto che la famiglia naturale è ormai un reperto antropologico del giurassico. Un bambino oggi può dire che ha come genitori non un maschio e una femmina tra loro sposati che lo hanno messo al mondo, ma due che hanno cliccato su un sito di una clinica per la fecondazione artificiale o due persone dello stesso sesso. Il piccolo poi apprenderà a distinguere tra genitorialità biologica, di secondo piano, e genitorialità legale-giurisprudenziale, di primo livello. Cioè imparerà a raccontare agli amichetti che è nato sì da X e Y, posto mai che lo sappia, ma poi i “veri genitori” sono altri e se l’interlocutore, piccolo o grande che sia, avrà la pazienza di ascoltare la spiegazione del fanciullo che si snoderà tra provette, viaggi all’estero, certificati di nascita fasulli, analisi del DNA, sentenze dei tribunali e articoli di leggi, alla fine scoprirà chi davvero sono papà e mamma.
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Bergoglio: rispetto per i gay, ma la famiglia è altra cosa
Tutte le volte che chi scrive, e tanti altri amici, manifesta in pubblico la sua opposizione alla legge liberticida sull’omofobia e ai progetti di legge sul «matrimonio» omosessuale, si alza sempre la manina di un oppositore che ci accusa di essere «contro il Papa», citando – non sempre con le parole esatte – la sua famosa frase, nell’intervista sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, secondo cui se una persona omosessuale «cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». A prescindere da qualunque valutazione e opinione sulla modalità di comunicazione e i rischi delle interviste, l’affermazione è coerente con il «Catechismo della Chiesa Cattolica», che del resto Papa Francesco aveva richiamato – come fa spesso – nella frase seguente di quello stesso dialogo con i giornalisti.
Alle persone in quanto persone, comprese quelle omosessuali, si applica l’evangelico «Non giudicate per non essere giudicati» (Mt 7,1), che non è certo un’invenzione di Papa Francesco. Lo stesso Gesù che invita a non giudicare, di fronte a chi si macchia di peccati che scandalizzano anche i bambini, esclama: «È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli» (Lc 17, 1). Certamente Gesù non è in contraddizione con se stesso. Non lo è la Chiesa e non lo è il Papa, quando da una parte invita a non giudicare le persone omosessuali come persone, dall’altra richiama al «Catechismo», il quale insegna che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» e «in nessun caso possono essere approvati» o fondare riconoscimenti giuridici (n. 2357). E si tratta dello stesso «Catechismo» che al n. 2358 ammonisce che le persone omosessuali «devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione».
Contraddizione? No. Qui c’è, al contrario, l’essenza stessa dell’annuncio cristiano, che da una parte applica il «Non giudicate» del Vangelo alle persone in quanto tali, dall’altra giudica gli atti e le loro conseguenze sociali. La Chiesa accoglie con compassione e delicatezza la donna che ha abortito, ma condanna l’aborto. Accoglie nella comunità – lo ha spiegato tante volte Benedetto XVI – i divorziati risposati, ma condanna il divorzio. È la gloria e la grandezza, ma anche il carattere esigente e difficile, del cristianesimo.
Va ringraziato dunque il vaticanista Sandro Magister per avere attirato l’attenzione, in relazione a polemiche recenti, su una lettera che il cardinale Bergoglio indirizzò il 5 luglio 2010 – tre anni fa – al dottor Justo Carbajales, Direttore del Dipartimento dei Laici della Conferenza Episcopale Argentina, il quale aveva organizzato per il 13 luglio una Marcia per la Vita e la Famiglia che voleva opporsi alla legge sul «matrimonio» omosessuale, poi sventuratamente approvata dal Parlamento argentino. Magister fornisce un link al testo pubblicato dall’agenzia dei vescovi argentini in lingua spagnola. Il testo non è mai stato tradotto in italiano, e ne propongo quindi la traduzione integrale:
«Caro Justo,
La Commissione Episcopale per i Laici della Conferenza Episcopale Argentina, nell’esercizio della libertà propria di tutti i cittadini, ha preso l’iniziativa di organizzare una manifestazione contro la possibile approvazione di una legge sul matrimonio fra persone dello stesso sesso, riaffermando nel contempo la necessità che ai bambini sia riconosciuto il diritto ad avere un padre e una madre, necessari per la loro crescita ed educazione. Con questa lettera dedidero dare il mio appoggio a questa espressione di responsabilità del laicato.
So, perché me lo avete detto, che non sarà un evento contro nessuno, perché non vogliamo giudicare quanti pensano e sentono in modo diverso. Senza dubbio, più che mai, di fronte al bicentenario [dell’Argentina] e con la certezza di costruire una nazione che deve includere la pluralità e la diversità dei suoi cittadini, sosteniamo chiaramente che non si può considerare uguale quello che è diverso e che in una convivenza sociale è necessario accettare le differenze.
Non si tratta di una questione di semplice terminologia o di convenzioni formali relative a una relazione privata, ma di un vincolo di natura antropologica. L’essenza dell’essere umano tende all’unione dell’uomo e della donna come realizzazione reciproca, come attenzione e cura, come cammino naturale verso la procreazione. Questo conferisce al matrimonio la sua elevatezza sociale e il suo carattere pubblico. Il matrimonio precede lo Stato ed è la base della famiglia, che è cellula della società precedente a ogni legislazione e precedente perfino alla Chiesa. Da questo deriva che l’approvazione del progetto di legge in discussione significherebbe un reale e grave regresso antropologico.
No, il matrimonio di un uomo e di una donna non è la stessa cosa dell’unione di due persone dello stesso sesso. Distinguere non è discriminare, al contrario è rispettare. Differenziare per discernere è valutare in modo propio, non è discrimimare. In un’epoca in cui si insiste tanto sulla ricchezza del pluralismo e della diversità culturale e sociale, è davvero contraddittorio minimizzare le differenze umane fondamentali. Un padre e una madre non sono la stessa cosa. Non possiamo insegnare alle future generazioni che è la stessa cosa prepararsi a un progetto di famiglia assumendo l’impegno di una relazione stabile tra uomo e donna e convivere con una persona dello stesso sesso. Stiamo attenti a che, cercando di mettere davanti un preteso diritto degli adulti che lo nasconde, non ci capiti di lasciare da parte il diritto prioritario dei bambini – gli unici che devono essere privilegiati – a fruire di modelli di padre e di madre, ad avere un papà e una mamma.
Ti affido un incarico: da parte vostra, nel linguaggio ma anche nel cuore, non ci siano aggressività e violenza contro nessun fratello. I cristiani si comportano come servitori di una verità, non come suoi padroni. Prego il Signore che con la sua mansuetudine – quella mansuetudine che chiede a tutti noi – vi accompagni nell’evento. Ti chiedo per favore di pregare e far pregare per me. Che Gesù ti benedica e che la Vergine Santa ti custodisca».
La Commissione Episcopale per i Laici della Conferenza Episcopale Argentina, nell’esercizio della libertà propria di tutti i cittadini, ha preso l’iniziativa di organizzare una manifestazione contro la possibile approvazione di una legge sul matrimonio fra persone dello stesso sesso, riaffermando nel contempo la necessità che ai bambini sia riconosciuto il diritto ad avere un padre e una madre, necessari per la loro crescita ed educazione. Con questa lettera dedidero dare il mio appoggio a questa espressione di responsabilità del laicato.
So, perché me lo avete detto, che non sarà un evento contro nessuno, perché non vogliamo giudicare quanti pensano e sentono in modo diverso. Senza dubbio, più che mai, di fronte al bicentenario [dell’Argentina] e con la certezza di costruire una nazione che deve includere la pluralità e la diversità dei suoi cittadini, sosteniamo chiaramente che non si può considerare uguale quello che è diverso e che in una convivenza sociale è necessario accettare le differenze.
Non si tratta di una questione di semplice terminologia o di convenzioni formali relative a una relazione privata, ma di un vincolo di natura antropologica. L’essenza dell’essere umano tende all’unione dell’uomo e della donna come realizzazione reciproca, come attenzione e cura, come cammino naturale verso la procreazione. Questo conferisce al matrimonio la sua elevatezza sociale e il suo carattere pubblico. Il matrimonio precede lo Stato ed è la base della famiglia, che è cellula della società precedente a ogni legislazione e precedente perfino alla Chiesa. Da questo deriva che l’approvazione del progetto di legge in discussione significherebbe un reale e grave regresso antropologico.
No, il matrimonio di un uomo e di una donna non è la stessa cosa dell’unione di due persone dello stesso sesso. Distinguere non è discriminare, al contrario è rispettare. Differenziare per discernere è valutare in modo propio, non è discrimimare. In un’epoca in cui si insiste tanto sulla ricchezza del pluralismo e della diversità culturale e sociale, è davvero contraddittorio minimizzare le differenze umane fondamentali. Un padre e una madre non sono la stessa cosa. Non possiamo insegnare alle future generazioni che è la stessa cosa prepararsi a un progetto di famiglia assumendo l’impegno di una relazione stabile tra uomo e donna e convivere con una persona dello stesso sesso. Stiamo attenti a che, cercando di mettere davanti un preteso diritto degli adulti che lo nasconde, non ci capiti di lasciare da parte il diritto prioritario dei bambini – gli unici che devono essere privilegiati – a fruire di modelli di padre e di madre, ad avere un papà e una mamma.
Ti affido un incarico: da parte vostra, nel linguaggio ma anche nel cuore, non ci siano aggressività e violenza contro nessun fratello. I cristiani si comportano come servitori di una verità, non come suoi padroni. Prego il Signore che con la sua mansuetudine – quella mansuetudine che chiede a tutti noi – vi accompagni nell’evento. Ti chiedo per favore di pregare e far pregare per me. Che Gesù ti benedica e che la Vergine Santa ti custodisca».
Fin qui la lettera dell’allora cardinale Bergoglio. Essa mostra con perfetta chiarezza il pensiero dell’attuale Pontefice, che è quello della Chiesa e del «Catechismo». Da una parte, «non vogliamo giudicare quanti pensano e sentono in modo diverso». Dall’altra, abbiamo il diritto e il dovere come cattolici e come cittadini di giudicare gli atti – non possiamo sostenere e insegnare che l’unione stabile dell’uomo e della donna «è la stessa cosa» rispetto allo stare insieme di due persone dello stesso sesso – e di giudicare le leggi, opponendoci fermamente a quelle che manifestano un «reale e grave regresso antropologico».
Il Papa c’insegna uno stile, che ancora una volta è quello richiamato dal «Catechismo»: «mansueto» nell’evitare toni urlati o volgari e nel non giudicare le persone in quanto tali, fermo nel difendere una verità in cui è in gioco l’essenziale della questione antropologica. È lo stile della nostra battaglia, e del nostro sì alla famiglia.
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Pedofilia a festival gay, parte la denuncia
I Giuristi per la Vita hanno inoltrato in data 13 novembre 2013 un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per il minorenni di Bologna, alla Questura di Bologna, all’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, ai Servizi Sociali ed al Sindaco del Comune di Bologna, in merito allo spettacolo coreografico intitolato “Victor”, che vedeva protagonisti un adulto e un bambino (si tratta del ballerino professionista Steven Michel e del tredicenne Viktor Caudron), andato in scena a Bologna venerdì 1 e sabato 2 novembre 2013 nell’ambito dell’undicesima edizione del festival gay-lesbico Gender Bender.
Nella presentazione dello spettacolo (scaricabile dal sito web) si legge: «Un uomo e un bambino danno vita a un duetto di corpi. Il primo ha già percorso un lungo cammino; il secondo vuole crescere il più in fretta possibile. Il risultato è una prova di potere giocata con armi impari. A fronteggiarsi sono la grandezza e l'onestà, la forza e l'innocenza, che in fondo non desiderano altro che incontrarsi a metà strada». Parimenti ha destato perplessità l’immagine fotografica, che si evince dallo stesso sito web, in cui l’uomo e il bimbo sono avvinghiati in un particolare abbraccio, quasi a “fondersi” in un unico corpo.
Secondo programma, la citata kermesse Gender Bender intendeva promuovere le relazioni omosessuali e l’ideologia del gender. La coreografia in questione aveva come protagonisti un uomo adulto e un bambino dello stesso sesso. In questo contesto, le immagini proposte già di per sé non potevano non essere lette come strumento di propaganda di pratiche pedofile. Appare quindi logico ipotizzare la ravvisabilità degli estremi della fattispecie di apologia e istigazione pubblica alla pedofilia, celate da pretesa libertà di espressione artistica. La documentazione reperita sull’esibizione era comunque sufficientemente rappresentativa della sua natura, sia per le movenze allusive di un’attrazione sessuale tra l’adulto e il bambino, sia per l’”abbigliamento” dei due ballerini. In un passaggio particolare l’adulto è a tergo del piccolo, mentre il bimbo tiene gli occhi chiusi. Né appaiono meno evocative le immagini fotografiche sul sito web .
Al riguardo è bene da subito sottolineare come il legislatore italiano abbia avvertito l’urgenza di rafforzare la tutela dei minori, in un contesto culturale e mediatico nazionale e internazionale caratterizzato dalla massiccia azione degli “apologeti” della pedofilia. Con la legge 1 ottobre 2012, n. 172, infatti, è stata ratificata la “Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale”, detta anche “Convenzione di Lanzarote”.
In ossequio all'art. 4 della Convenzione citata, è stata creata una nuova fattispecie criminosa, quella prevista dall’art. 414 bis c. p. (istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia), in base alla quale, tra l’altro, «non possono essere invocate, a propria scusa, ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume».
La fattispecie richiama l’art. 609 quater «atti sessuali con minorenne» e dunque sanziona espressamente l'istigazione pubblica e l'apologia della pedofilia.
Orbene nel nostro ordinamento esisteva già una norma che puniva coloro che si rendessero responsabili di istigare pubblicamente alla commissione di delitti. La Corte Costituzionale e la Suprema Corte ritengono tendenzialmente che l’art. 414 c. p. (istigazione a delinquere) sia da considerarsi come reato di pericolo concreto, con ciò bilanciandolo con il diritto di manifestazione del pensiero. «L’apologia punibile ai sensi dell’art. 414 c. p. ultimo comma, del codice penale non è dunque, la manifestazione del pensiero pura e semplice, ma quella che per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti» (Corte Cost., 4 maggio 1970, n. 65). Il nuovo titolo di reato crea un bene giuridico diverso e più specifico rispetto a quello della più generica norma di cui sopra, che vede giustamente evidenziata e chiarita se non anticipata la soglia di punibilità, anche in ragione dell’uso penetrante e insidioso dei più moderni sistemi comunicativi.
Inoltre, va rilevato come per la medesima kermesse denominata “Il pelo nell’uovo” siano già intervenute le competenti autorità – ed in particolare la Direzione Territoriale del Lavoro di Bologna – al fine di garantire la salute fisica e salvaguardare la moralità della minore Olga Bercini, l’undicenne protagonista impegnata in una rivisitazione della celebre “Lolita” di Vladimir Nabokov. Stupisce come pari attenzione non sia stata prestata al bambino co-protagonista della coreografia “Victor”.
È necessario ricordare che lo Stato italiano, ratificando la Convenzione sui Diritti del Fanciullo approvata in sede Onu il 20 novembre 1989, con la L. 20 maggio 1991, n. 179, si è impegnato a proteggere il minore da qualsivoglia «lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale» (art. 32). Tali aspetti di tutela, sopra soltanto accennati, e ben noti alle Autorità competenti anche in relazione alle vigenti norme nazionali, valgono sia per il piccolo attore, sia per possibili spettatori minorenni.
Per questi motivi i Giuristi per la Vita hanno chiesto alla competente Autorità Giudiziaria di voler acquisire il video integrale dello spettacolo in questione, e ogni altra informazione e documentazione relativa, al fine di accertare se sia configurabile la fattispecie di cui all’art. 414 bis. c. p. (istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia), mentre tutte le altre Autorità pubbliche interessate sono state sollecitate a voler tempestivamente intervenire secondo le proprie competenze e i doveri ex lege loro incombenti, adottando i relativi provvedimenti del caso. Vedremo se qualcosa riuscirà a muoversi.
La nuova bq