di Gianfranco Ravasi
in “Il Sole 24 Ore” del 10 novembre 2013
«Trovo che amara più della morte è la donna: essa è tutta lacci, una rete il suo cuore, catene le sue
braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge, ma chi fallisce ne resta catturato». L'acida misoginia del
Qohelet-Ecclesiaste (7,26) non è che la spia accesa e rovente di un contesto socio-culturale
patriarcale e maschilista che assedia le Scritture sacre ebraiche e che conferma quanto la parola
divina sia "incarnata" ed esiga, perciò, una sana ermeneutica per evitare di precipitare nella
soffocante palude del fondamentalismo. Queste coordinate così rigide sono state spezzate
dall'irruzione del cristianesimo? Le Scritture sacre greche cristiane segnano al riguardo una svolta
radicale? A rispondere al quesito si sono dedicati vari esegeti e teologi, soprattutto quando le
discipline sacre – per secoli appannaggio del ceto maschile – hanno registrato la cospicua presenza
di donne, a tal punto da dare origine a una teologia femminista militante, pronta a ritrascrivere la
his-story sacra in una her-story della salvezza.
Agli interrogativi sopra evocati risponde anche un apprezzato teologo domenicano, docente nella
canadese Carleton University di Ottawa, Michel Gourgues. Il titolo rimanda a un lapidario asserto
paolino: «Non c'è più giudeo né greco, non c'è più schiavo né libero, non c'è più né maschio né
femmina perché voi tutti siete uno solo in Cristo» (Galati 3,28). Studiato anche nel suo contesto
letterario, l'assioma rivela la sua qualità di memoria della primigenia tradizione gesuanica su questo
tema. Il Gesù storico, infatti, è indubbiamente in distonia con l'eredità giudaica e Gourgues si
premura di allestire nel primo capitolo del suo saggio il dossier di un tale atteggiamento inedito «in
opere e in parole», rubricandolo sotto l'appello che Gesù rivolge a due donne: «Coraggio, figlia
mia!» (Marco 5,34.41).
Anche il Jesus remembered, ossia il Cristo descritto dagli evangelisti (per usare una locuzione
dell'esegeta americano James D. G. Dunn), manifesta questa apertura, sia pure con qualche ombra,
come quando il più "femminista" degli evangelisti, Luca, ricorda che Gesù era accompagnato da
varie donne – tra le quali anche un'aristocratica come Giovanna moglie di Cuza sovrintendente alle
finanze del re Erode Antipa – e che esse «servivano coi loro beni» sia lui sia gli apostoli (Luca 8,1-
3). In realtà, questo verbo del servizio, che è ripreso anche nel caso della suocera di Pietro (Marco
1,37) e in quello di Marta, la sorella di Lazzaro e Maria, amici di Gesù (Luca 10,40), riflette una
prassi normale nell'orizzonte storico di allora (e non solo…), ma è pure applicato ai maschi
discepoli ai quali si ricorda che, per essere primi nel regno di Dio, bisogna "servire" come ha fatto
lo stesso Cristo (Marco 9,35; 10,42-45). Il verbo, in greco, è diakonéo e avrà nel linguaggio
neotestamentario una connotazione spirituale ulteriore (donde il nostro "diacono").
Tuttavia, il realismo dell'Incarnazione, ossia di una religione come quella cristiana che non è
esoterica e alienante, mitica e misticoide, costringe anche a segnalare gli impacci, i ripiegamenti, i
condizionamenti sociali e culturali. Proprio per questo Gourgues al titolo solare del suo saggio Ni
homme ni femme aggiunge un sottotitolo emblematico: «L'atteggiamento del primo cristianesimo
riguardo alla donna. Evoluzioni e regressioni». Il capitolo quarto è appunto riservato ai «rischi
dell'inculturazione» che trasforma il percorso certamente "progressivo" della prima cristianità in un
itinerario sinusoidale con avancées et reculs, per usare le parole dello studioso canadese. Il sale del
messaggio evangelico così saporoso può, infatti, insipidirsi o almeno attenuarsi di gusto nel
confronto con le situazioni contingenti. È ciò che appare, ad esempio, in una serie di testi
neotestamentari paolini, considerati da molti esegeti come secondari, frutto cioè dell'orizzonte
teologico-pastorale legato all'Apostolo. Il cristianesimo, d'altronde, proprio per evitare la deriva
settaria isolazionista, doveva confrontarsi con la legislazione, i costumi, le tradizioni dell'ambiente
in cui si stava ramificando, ambiti nei quali risultava normale la "sottomissione" della donna al
marito (si leggano Colossesi 3,18-19; Efesini 5,21-24; Tito 2,4-5, testi nei quali è reiterato il verbo
tecnico giuridico dell'hypotássomai, l'"essere sottomessi"). Più pesante risulta, però, il monito che è
registrato in un altro di tali scritti deuteropaolini, la Prima Lettera a Timoteo. All'interno di un'esortazione esplicitamente destinata alle donne cristiane, con una nota persino sul loro
abbigliamento, si legge un paragrafo sconcertante per il lettore moderno credente o no: «La donna
impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare
sull'uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi
Eva; e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò
sedurre. Ora lei sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e
nella santificazione, con saggezza» (1 Timoteo 2, 11-15).
Ovviamente non possiamo ora identificare le componenti culturali – soprattutto giudaiche – sottese
a questo passo che ebbero poi incidenze in molte scelte pastorali. Gourgues esegue questa
operazione con rigore e senza indulgenze apologetiche, considerando questo testo come «il punto
estremo di un irrigidirsi (durcissement) progressivo dell'atteggiamento cristiano nei confronti della
donna». Un approdo non definitivo, però, proprio perché lo stesso Gourgues identifica almeno tre
tappe in un processo generale che è più complesso: l'affermazione dello specifico cristiano, libero e
liberante rispetto al modello socio-culturale contingente, il riferimento dello specifico cristiano a
quel modello nella concretezza delle situazioni e, infine, la scelta presente proprio nel testo della
Prima Lettera a Timoteo, che presuppone l'adozione di quel modello socio-culturale e lo sforzo
(teologicamente faticoso) di giustificarlo.
Michel Gourgues, Ni homme ni femme, Cerf, Paris-Médiaspaul, Montréal, pagg. 162, € 16,00.