Osservatore Romano: Mandela ha lottato anche per il rispetto e il dialogo tra le religioni. Contro ogni discriminazione
Battezzato cristiano-metodista, Nelson Mandela ha lottato non solo contro l’apartheid delle etnie, ma anche contro ogni ingiustizia e prevaricazione commessa in nome della religione. È un aspetto, forse poco conosciuto, che emerge in molti dei messaggi di cordoglio e delle testimonianze con i cui i rappresentanti del mondo religioso ricordano in queste ore la figura del premio Nobel per la pace ed ex presidente sudafricano scomparso giovedì 5. «Madiba sapeva che le libertà si conquistano con il contributo di tutti i ceti sociali e di tutte le religioni, sia maggioritarie che minoritarie», ha dichiarato all’agenzia missionaria Misna il vescovo anglicano Jo Seoka, presidente del Consiglio sudafricano delle Chiese, organismo ecumenico sul quale Mandela ha fatto più volte affidamento. Non a caso, tra i leader di questa organizzazione ci sono state figure di spicco della lotta contro l’apartheid, come l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, il teologo riformato Beyers Naudé e il presidente dell’Apostolic Faith Mission International, Frank Chikane.
Mandela era cristiano metodista, anche se tale sua appartenenza non è mai stata enfatizzata. Anche perché, prosegue il presule anglicano, «Madiba aveva una visione ecumenica e, di più, è sempre stato consapevole della necessità di un dialogo tra i fedeli di tutte le religioni. Da presidente favorì in ogni modo gli incontri di carattere interconfessionale, impegnandosi affinché fosse garantita una rappresentanza non solo alle Chiese cristiane ma anche agli ebrei, ai musulmani, agli induisti, ai buddisti e ai seguaci dei credi tradizionali. Era convinto che la libertà, il rispetto dei diritti umani e la giustizia si potessero conquistare soltanto con il contributo di tutti».
Sulla spinta ecumenica di Mandela si sofferma anche l’arcivescovo cattolico di Cape Town e presidente della Southern African Catholic Bishops’ Conference, Stephen Brislin: «Per quanto ne so io Mandela non praticava alcuna particolare religione durante i suoi anni di vita adulta. In ogni caso, ha sempre mostrato un genuino rispetto per le persone di diverse fedi ed era consapevole del ruolo della religione e della fede nella società. Gli siamo grati perché ha portato la pace in Sud Africa. Abbiamo ancora tante sfide che ci attendono in futuro perché sia una pace vera e giusta e sia sradicata l’oppressione dalla povertà, dalla criminalità e dalla corruzione. Ma la sua visione ci ispira a proseguire per affrontare queste sfide».
La figura di Mandela è ricordata anche dal World Jewish Congress, il cui presidente Ronald S. Lauder, sottolinea come Madiba sia stato «uno di quei rari leader stimati non solo dal proprio popolo, ma universalmente, al di là di tutte le divisioni politiche e nazionali». Per Lauder, «Mandela sarà per sempre ricordato come uno dei leader politici più importanti del secolo scorso, non da ultimo perché è riuscito a riunificare le diverse comunità etniche e religiose del suo Paese d’origine». E Mervyn Smith, che è stato responsabile del congresso ebraico africano, ha messo in rilievo come fin da giovane Mandela avesse avuto strette relazioni con gli ebrei in Sud Africa, e durante il suo processo tra il 1956 e il 1961 fosse stato difeso da diversi avvocati ebrei. Non solo, le sue relazioni cordiali e le sue amicizie personali con membri della comunità ebraica sono continuate anche dopo la sua scarcerazione.
La stretta relazione che Mandela ha avuto con il World Council of Churches (Wcc) è ricordata anche nel messaggio del suo segretario generale Olav Fykse Tveit, il quale, oltre alla visita compiuta nella sede del Wcc a Ginevra nel 1990, richiama alla memoria le parole dell’intervento dell’allora presidente sudafricano all’ottava assemblea del Wcc di Harare, in Zimbabwe, nel dicembre 1998: «Devi essere stato in una prigione dell’apartheid in Sud Africa per apprezzare l’importanza della Chiesa. Hanno cercato di isolarci completamente dall’esterno. I nostri familiari potevano vederci solo una volta ogni sei mesi. L’unico collegamento erano le organizzazioni religiose, cristiani, musulmani, indù e membri della fede ebraica. Sono stati loro, uomini di fede, che ci hanno ispirato».
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Il Cammino Neocatecumenale del Sudafrica ricorda lo storico leader e auspica che la strada per la riconciliazione da lui intrapresa possa trovare nella Chiesa la sua realizzazione più vera e radicale
“La grandezza dell'uomo si misura in base a quel che cerca e all'insistenza con cui egli resta alla ricerca”, affermava Martin Heidegger. Nelson Mandela allora si può definire davvero un “grande”, visto che più della metà della sua vita è stata una ricerca continua degli ideali più alti, che non ha mai smesso di inseguire anche quando oltraggiato, carcerato, processato.
Per questo la sua morte, avvenuta lo scorso 5 dicembre, a 95 anni, ha suscitato un moto di commozione in tutto il mondo, specialmente nella sua Terra, il Sudafrica, per la quale ha sempre lottato per restituirle una dignità. La Chiesa sudafricana ha espresso subito il suo cordoglio per la scomparsa dello storico leader, definito “una guida per il Paese sulla via della riconciliazione e della pace”. E ne hanno pianto la memoria e la testimonianza anche i membri del Cammino Neocatecumenale locale, a cui la notizia della morte di Madiba è giunta mentre si trovavano raccolti in un ritiro spirituale a Cape Town.
La notizia, accolta quindi in un contesto di preghiera e predicazione, ha toccato i cuori delle 200 persone lì presenti mettendo ognuno di fronte alla necessità profonda che il cammino di riconciliazione intrapreso da Mandela, a livello politico e sociale, possa trovare nella Chiesa Cattolica la sua realizzazione più radicale e vera.
Ne è convinto Dino Furgione, itinerante responsabile del Cammino Neocatecumenale per il Sudafrica, il quale, dando voce ai sentimenti dell’assemblea, afferma a ZENIT: “Mandela era un uomo veramente ispirato da Dio”. “L’ispirazione divina – spiega - è stata quella di evitare a tutti i costi la transizione violenta dall’Apartheid alla democrazia, indicando una via inaudita secondo la logica umana, che è quella della Verità e della Riconciliazione. Questa sua ispirazione è una luce e una speranza per l’Africa intera”.
Secondo Dino, il fatto che le comunità abbiano appreso della morte del leader durante un giorno di preghiera non è stato un caso. “Il Signore – dice l’itinerante - vuole sigillare in noi questa chiamata che sta facendo alle nostre comunità, di dare segni veri di amore e di unità, perché il mondo possa vedere realizzata nelle nostre vite concrete la Buona Notizia delkerygma che la morte è vinta, che è possibile amare l’altro nella dimensione divina della Croce.”
Il Cammino Neocatecumenale è presente in Sudafrica da 28 anni, e le sue radici affondano negli anni più duri dell’Apartheid. Ricorda Furgione: “Le prime comunità hanno sofferto molto di questo, i bianchi non potevano celebrare con i neri, lo stato stesso impediva la realizzazione dei segni dell’unità, fino al punto di rendere la vita dei fratelli quasi impossibile.”
Eppure oggi coloro che hanno creduto alla Buona Notizia e hanno intrapreso questo cammino di conversione, sono ancora fedeli a questo cammino testimoniando la fedeltà di Dio alle sue promesse. “Per noi è un segno vedere che persino in uno dei luoghi più feriti dalla tragedia dell’Apartheid, Ga-Rankuwa (una township, una sorta di baraccopoli al nord della capitale Pretoria ndr), dove le comunità sembravano essere crollate di fronte agli ostacoli posti dal governo dell’Apartheid, ancora oggi i fratelli sono presenti, uniti, pronti a dare questo segno di speranza per il Sudafrica.”
In questo giorno storico della scomparsa di Nelson Mandela, la preghiera delle comunità è che il cammino di riconciliazione intrapreso dal Sudafrica possa continuare. “Per far uscire Israele dall’Egitto è bastato un giorno – osserva Dino, richiamando un’immagine biblica - ma per fare uscire l’Egitto dai cuori degli Israeliti ci sono voluti 40 anni nel deserto! Questo significa che abbiamo ancora davanti a noi un lungo processo di riconciliazione, e solo l’annuncio del Vangelo può indicarci la direzione in cui andare”.
La presenza del Cammino nel giorno della scomparsa di Madiba richiama tutti, dunque, a compiere con maggiore forza questa missione. “Oggi che il Sudafrica deve navigare verso il futuro, nel post-Mandela – conclude l’itinerante - questa speranza di unità e riconciliazione è quello che le nostre Comunità sono chiamate a dare".
S. Cernuzio
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El papa Francisco prepara una audiencia especial con el Camino Neocatecumenal para 2014
Previsiblemente será el día 1 de febrero. El papa enviará a un centenar de familias a evangelizar Ásia.
Según ha podido saber religión Confidencial el papa Francisco ya prepara la audiencia especial que concederá a los miembros del Camino Neocatecumenal. Previsiblemente esta cita se producirá el 1 de febrero en el Aula pablo VI del Vaticano.
El papa Francisco ya se ha visto y hablado en otras ocasiones con los iniciadores del Camino Neocatecumenal, Kiko, Carmen y el padre Mario, después de asumir el pontificado. Sin embrago, esta es la primera vez que la audiencia será general para todos sus miembros.
En esta cita, según estas fuentes, el papa enviará a unas cien familias en misión ad gentes para evangelizar países del continente asiático donde la iglesia tiene presencia o esta se encuentra en situación débil.
Estos encuentros, a finales de enero y principios de febrero, ya venían produciéndose con Juan Pablo II y Benedicto XVI. Ahora le toca al papa Francisco, que a juzgar por sus modos y lo que expone en su nueva exhortación apostólica Evangelii Gaudium, coincide y recibe con alegría la idea de evangelización de los miembros del Camino.
La misión ad gentes tiene que ver con lo que el papa no se cansa de repetir: “salgan de las parroquias”, “hagan lío”, “anunciar el evangelio”. Familias de varios miembros van con 1 o 2 sacerdotes a lugares donde la iglesia no tiene presencia y allí propician una iglesia doméstica (a falta de edificios). Evangelizan por las calles, predican y, sobre todo, dan su testimonio. Como los primeros cristianos , donde no hay nada crean comunidad. Siempre con el permiso del obispo de cada diócesis.
De hecho, cuando el papa Francisco era el Arzobispo de Buenos Aires ya mantuvo una buena relación con las comunidades neocatecumenales de la diócesis. Desde entonces lo conoce y se muestra contento con la idea, coincidiendo con Juan Pablo II en la afirmación de que “la evangelización del tercer milenio pasa por Asia”.
A esta audiencia en el Aula Pablo VI del Vaticano, con capacidad para más de 11.000 personas, asistirán además seminaristas de los seminarios Redemptoris Mater de Europa, los rectores de todos los seminarios del Camino Neocatecumenal del mundo y catequistas itinerantes, miembros de comunidades en misión de Roma y Madrid.
Según ha podido saber religión Confidencial el papa Francisco ya prepara la audiencia especial que concederá a los miembros del Camino Neocatecumenal. Previsiblemente esta cita se producirá el 1 de febrero en el Aula pablo VI del Vaticano.
El papa Francisco ya se ha visto y hablado en otras ocasiones con los iniciadores del Camino Neocatecumenal, Kiko, Carmen y el padre Mario, después de asumir el pontificado. Sin embrago, esta es la primera vez que la audiencia será general para todos sus miembros.
En esta cita, según estas fuentes, el papa enviará a unas cien familias en misión ad gentes para evangelizar países del continente asiático donde la iglesia tiene presencia o esta se encuentra en situación débil.
Estos encuentros, a finales de enero y principios de febrero, ya venían produciéndose con Juan Pablo II y Benedicto XVI. Ahora le toca al papa Francisco, que a juzgar por sus modos y lo que expone en su nueva exhortación apostólica Evangelii Gaudium, coincide y recibe con alegría la idea de evangelización de los miembros del Camino.
La misión ad gentes tiene que ver con lo que el papa no se cansa de repetir: “salgan de las parroquias”, “hagan lío”, “anunciar el evangelio”. Familias de varios miembros van con 1 o 2 sacerdotes a lugares donde la iglesia no tiene presencia y allí propician una iglesia doméstica (a falta de edificios). Evangelizan por las calles, predican y, sobre todo, dan su testimonio. Como los primeros cristianos , donde no hay nada crean comunidad. Siempre con el permiso del obispo de cada diócesis.
De hecho, cuando el papa Francisco era el Arzobispo de Buenos Aires ya mantuvo una buena relación con las comunidades neocatecumenales de la diócesis. Desde entonces lo conoce y se muestra contento con la idea, coincidiendo con Juan Pablo II en la afirmación de que “la evangelización del tercer milenio pasa por Asia”.
A esta audiencia en el Aula Pablo VI del Vaticano, con capacidad para más de 11.000 personas, asistirán además seminaristas de los seminarios Redemptoris Mater de Europa, los rectores de todos los seminarios del Camino Neocatecumenal del mundo y catequistas itinerantes, miembros de comunidades en misión de Roma y Madrid.
Camineo.info