mercoledì 11 dicembre 2013

La rivoluzione tranquilla


Da Benedetto a Francesco. 

(Lucetta Scaraffia) A dicembre, come è consueto, si comincia a fare un bilancio dell’anno che sta per finire, e non c’è dubbio che nel 2013 dominanti sono state le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione di Papa Francesco, che oggi «Time» dichiara “uomo dell’anno”. In questo passaggio la Chiesa ha dimostrato di saper uscire da una situazione difficile con un colpo d’ala — reso possibile dall’imprevista rinuncia di Ratzinger — che ne ha rivelato l’insospettata vitalità. E che tutto il mondo ha accolto con sorpresa e ammirazione.
È stata una rivoluzione tranquilla, come scrive Jean-Louis de La Vaissière già nel titolo di un libro su questo delicato passaggio. De Benoît à François, une révolution tranquille (Le Passeur) affronta la questione in modo approfondito, non solo informato, tenendo sempre presente la complessa personalità dei due Papi e le esigenze spirituali e apostoliche della loro missione. Ben lontano, quindi, da quei libri fondati su presunte rivelazioni che sono spesso frutto delle fatiche letterarie di molti vaticanisti.
Egli osserva che la rinuncia di Benedetto comincia subito a operare un rovesciamento: la stampa scopre improvvisamente il valore di quel Papa che era stato poco compreso, schiacciato su una immagine di severità e rigidità che gli veniva dall’aver occupato per tanti anni il difficile ruolo di prefetto dell’antico Sant’Uffizio. Si coglie nel suo atto la testimonianza di un’inedita libertà, di una rivoluzione che sembrava ben lontana dal suo spirito pacato, razionale, dal suo attaccamento alla tradizione. L’autore individua poi il terreno sul quale Benedetto ha lottato: non tanto su questioni sociali e politiche, ma per mettere Dio, il Dio cristiano, al centro del dibattito. Una battaglia a cui si è dedicato in mille modi, ben consapevole di parlare in un mondo che sembrava sordo alla voce della Chiesa.
Un uomo dell’interiorità, che difende sempre la devozione dei semplici pur non perdendo mai di vista il necessario lavoro di spiegazione e di purificazione della fede, da lui ritenuto essenziale. Un Papa che ama il dibattito delle idee, e vuole proteggere la libertà del fedele a ogni costo, ma che privilegia su tutto la coerenza. In un modo originale — scrive de La Vaissière — Benedetto denuncia il culto dell’autorealizzazione, che impedisce la buona relazione con l’altro e con Dio, e il sogno di vincere la morte con la scienza. Le sue critiche sono dettagliate, l’analisi acuta, e Francesco ne trarrà le conseguenze pratiche con un linguaggio più facile, più immediato, denso di esempi concreti. Ma la vera novità portata da Papa Ratzinger è l’apertura di un dialogo serrato con gli agnostici, collocato per importanza allo stesso livello di quello tra le religioni.
Bergoglio saprà trarre frutto da questo grande insegnamento su un piano meno gerarchico, meno intellettuale, più pastorale. La sua elezione viene considerata da de La Vaissière l’equivalente della caduta del muro di Berlino: l’uomo della periferia, che sceglie il nome di Francesco, accende subito immense aspettative. In sostanza, con il suo comportamento libero e nuovo, il Papa continua la rivoluzione di Ratzinger, che con la sua decisione ha cancellato le differenze fra conservatori e progressisti, ponendo al centro la carità, nel senso di calore, di fuoco. È spontaneo, ma non improvvisatore: l’energia che egli sa donare alla Chiesa per rimetterla in vita rimanda a qualcun Altro.
«La morale di Jorge Bergoglio è una morale del combattimento spirituale, del superamento, della scelta coraggiosa che rende felici» scrive de La Vaissière. La parola che il Papa pronuncia più spesso — e che è stata anche la parola chiave del suo intervento nelle riunioni che hanno preceduto il conclave — è “uscire”, uscire nella strada della vita, uscire da se stessi, uscire dall’autoreferenzialità, dal clericalismo, dall’istituzionalizzazione, dal pessimismo che ha preso la Chiesa. Ma in questa ottica fattuale, operativa, della missione non dimentica la necessità di ulteriori sforzi intellettuali: chiede una nuova teologia per le donne e una teologia del peccato che approfondisca la dimensione della misericordia.
Papa Francesco, diversamente da quello che pensano i giornalisti dall’esterno, sa che le riforme strutturali non sono tutto, e che ciò che conta è il cambiamento interno, cioè che la Chiesa diventi fervente, resistente, vicina agli esseri umani, ben consapevole che l’aspirazione alla riforma è più antica degli ultimi decenni: già il concilio di Trento — racconta in un bel libro (edito in Italia da Vita e Pensiero) John W. O’Malley — voleva assicurare una più efficace cura delle anime, uno stile più severo e rigoroso nella vita delle gerarchie ecclesiastiche, in una dialettica fra azione diretta del Papa e consigli dei cardinali tuttora invocata. La sapienza accumulata in due millenni assicura che la Chiesa, anche questa volta, riuscirà nel suo intento riformatore per predicare più efficacemente la parola di Gesù, per portare la luce in un mondo che l’ha dimenticata.
L'Osservatore Romano

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Papa: Schoenborn, suo programma è in discorso Benedetto a Friburgo

(Salvatore Izzo) "Nel discorso di Benedetto XVI a Friburgo, del settembre 2011, c'e' il programma di Papa Francesco, con l'appello alla Chiesa al distacco dal mondo". Lo ha affermato il cardinale di Vienna, Christopher Schoenborn,  intervendo questa sera alla presentazione del libro "L'ultima parola" della vaticanista Giovanna Chirri. "Tutto cio' che Benedetto ha detto a Friburgo si legge come il programma di Papa Francesco. 
Pochi pensatori hanno dato come Benedetto indicazioni su come comportarsi in un mondo secolarizzato, vivendo in una diaspora simile a quella degli ebrei, che non deve farci paura", ha sottolineato il porporato domenicano che - nel salone dell'Opera Romana Pellegrinaggi - ha anche fatto un test tra i presenti, ai quali ha chiesto di chi fossero le parole "sulla tendenza contraria al Vangelo di una Chiesa soddisfatta di se', che si e' accomodata nella sua istituzionalizzazione, ignorando la chiamata a essere aperta a Dio e al prossimo". "Sono parole di Benedetto, tanto criticato, ma tutti ora le attribuiremmo a Francesco, l'uomo dell'anno", ha sottolineato Schoenborn, per il quale "tra Benedetto e Francesco  c'e' una semplicita' davvero cristiana. Si puo' dire un'amicizia".
"Dopo le dimissioni - ha raccontato il cardinale Schoenborn - ho incontrato Benedetto una sola volta, il primo settembre scorso, alla messa che ha celebrato per i suoi ex allievi, al cui raduno per la prima volta in 33 anni non ha partecipato. "Ma resta un caso unico - ha aggiunto - quello di un professore che fa ogni anno un incontro con gli studenti". "Quel giorno - ha confidato Schoenborn ai giornalisti - ho vissuto l'esperienza singolare di incontrare uno dopo l'altro due Papi. Benedetto l'ho trovato sereno, e ha pronunciato a braccio un'omelia pronta per stampare". 
Accanto ai ricordi dolci, pero,' il cardinale Schoenborn ha rievocato anche i momenti difficili del Pontificato ratzingeriano, lanciando questa sera anche una critica molto dura al cardinale Tarcisio Bertone, ex segretario di Stato, in merito al caso Williamson, cioe' alla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani decisa ignorando le criminali dichiarazioni negazioniste di uno di loro. "La comunicazione interna alla S. Sede - ha accusato Schoenborn - era disastrosa, e il Papa ne ha tirato una conclusione tremenda nella lettera a tutto l'episcopato, che resta un capolavoro. Ma io mi chiedo - ha scandito - perche' nessuno ha preso sulle sue spalle il disastro avvenuto. Dal responsabile diretto di quel dossier fino al segretario di Stato, qualcuno doveva prendere quella responsabilita' che certo non era di Benedetto XVI. E lui si e' indirizzato a tutti i vescovi del mondo. E questa comunicazione dice molto su Joseph Ratzinger, per lui non c'e' per niente strategia. Conta la verita' che porta la luce della chiarezza e che sa imporsi da se stessa. Da questo possiamo tutti imparare, cardinali e giornalisti". 
Schoenborn si e' chiesto anche il perche' di "tanta incomprensione in Germania: avevano scritto - ha ricordato - 'noi siamo Papa', ma poco dopo si sono vergognati di lui". 
In proposito Schoenborn ha rivelato che "nel Conclave che lo ha eletto nel 2005, mai ha avuto un ruolo la questione che Ratzinger fosse tedesco: questo fatto - ha detto - non e' entrato in nessun modo nella discussione alla mia conoscenza". 
"Nel seminario a Frisinga dove ha studiato, nella biblioteca non c'e' nessun libro di Ratzinger. Nella biblioteca del duomo dove e' stato ordinato nemmeno. E' doloroso. Questo e' frutto di  ignoranza: c'e' la superbia di non vedere la grandezza di Ratzinger ma fa parte del suo cammino e della sua grandezza, che mai se ne e' amareggiato". 
"Ma - ha osservato il cardinale di Vienna ricordando il titolo del bel libro di Giovanna Chirri - non e' detta ancora 'l'ultima parola". E la testimonianza di un uomo di tale intelligenza, un gigante, che non per caso che ha conquistato Gran Bretagna, Stati Uniti, Africa e libano, questa umilta' alleata con un'intelligenza grandissima non puo' rimanere ignota. Nel '900, anche se Balthasar e' autore di un'opera gigantesca, solo lui ha la qualita' di un maestro che dura per sempre. Solo Ratzinger ha la statura di un classico che potra' rimanere come Agostino e Anselmo".
L'Osservatore Romano