venerdì 14 marzo 2014

E ora camminare, edificare, confessare


Conclusi ad Ariccia gli esercizi spirituali della Curia romana. 

E alla fine monsignor Angelo De Donatis ha indossato la stola e ha impartito la benedizione. È stato Papa Francesco stesso a chiederglielo questa mattina, venerdì 14 marzo, a conclusione degli esercizi spirituali della Curia romana ad Ariccia.

Subito dopo il Pontefice ha ringraziato il predicatore con brevi e sentite parole e si è congedato dai suoi confratelli. Poi, poco dopo le 10.30, salutato il superiore generale don Silvio Sassi e gli altri religiosi paolini, sono tutti saliti sui pullman e hanno lasciato la Casa Divin Maestro per rientrare in Vaticano.
Poco prima, nella cappella della Casa monsignor De Donatis, riferendosi proprio al momento della partenza, aveva rinnovato per loro l’invito che Papa Francesco, esattamente un anno fa (era il 14 marzo 2013, il giorno dopo l’elezione) aveva rivolto ai cardinali elettori durante la messa nella Cappella Sistina: «Usciamo da questa esperienza portando con noi la forza di quell’amore che ci aiuterà ad andare avanti così come ci è stato chiesto esattamente un anno fa, per “camminare, edificare, confessare”».
Don Angelo, proprio all’inizio della meditazione, aveva consigliato anche un metodo, da lui sperimentato, per uscire ancor più arricchiti dalla settimana di spiritualità: valutare attentamente pensieri e sentimenti scaturiti in queste giornate di preghiera e farne un piccolo schema scritto. Pensieri e sentimenti suscitati sia dallo Spirito Santo, sia dal nemico «sicuramente antitetici». Alla fine, ha spiegato, dopo aver valutato pensiero dopo pensiero e sentimento dopo sentimento, ne dovrà restare solo uno per parte, quello che è tornato più spesso o più fortemente. Nella colonna «ispirata dallo Spirito Santo» resterà quel che è da custodire e da arricchire; in quella suscitata dal male resterà ciò che bisogna combattere; ma in questo caso, ha aggiunto, «bisogna chiedere una grazia particolare» perché significa chiaramente «che dobbiamo ancora essere completamente sradicati dal male».
Quanto alla meditazione proposta per l’incontro conclusivo è stata tratta dal racconto dell’apparizione di Gesù a Maria di Magdala davanti al sepolcro vuoto (Giovanni 20, 11-18). E proprio dell’immagine del sepolcro vuoto il predicatore ha sottolineato alcuni particolari: la certezza che Gesù non va cercato tra i morti, ma tra i vivi; l’amore del Padre che ha voluto evitare che il Figlio restasse nella tomba. Ciò sta a significare, ha precisato a questo proposito, che «tutto ciò che è vissuto nell’amore viene poi strappato alla morte». Infine il duplice ruolo di Maria di Magdala, una donna scelta per dare l’annuncio della risurrezione. Sarà infatti lei a comunicare la notizia ai discepoli, non prima però di aver «ascoltato e accolto la chiamata. Gesù infatti la chiama per nome. E solo allora lo riconosce». Prima, nonostante egli fosse proprio dietro di lei e le avesse rivolto la parola, non lo aveva riconosciuto perché «lo cercava tra i morti». In un certo senso, ha spiegato don Angelo, è quanto capitato e capita ancora a quanti «sentono la vocazione», cioè si sentono chiamati per nome e rispondono alla chiamata «perché riconoscono la voce di Gesù». Monsignor De Donatis ha chiesto ai presenti di ripensare a come ognuno di loro è stato chiamato da Gesù.
Maria, dopo la sua risposta, diviene «prima messaggera della risurrezione». Maria ha avuto questo grande onore di annunciare la risurrezione. Ed è un segno anche questo, ha fatto notare il predicatore, di quanto sia da sempre importante il ruolo della donna per la Chiesa. Infatti la legge giudaica in quel tempo non dava alcun valore a ciò che diceva o faceva la donna. Maria di Magdala ha evangelizzato «per attrazione e contagio».
Infine don Angelo ha riproposto, come «esercizio quotidiano» il rendimento di grazie. La fede, ha detto, si esprime continuamente proprio rendendo grazie. E a questo proposito ha ricordato l’insegnamento di sant’Ignazio: un solo esercizio quotidiano diviso in tre tempi: rendimento di grazie per i doni del creato, anche a nome di chi non ringrazia per questo; rendimento di grazie per i doni personali ricevuti e che fanno parte ormai della nostra storia personale; infine rendimento di grazie per tutti i doni che derivano dalla fede.
Nel pomeriggio di ieri, giovedì 13 marzo, il predicatore aveva proposto una riflessione sullo scandalo, inteso come attesa di essere salvati da qualche cosa che non può salvarci, cioè una salvezza taumaturgica, tipo quella chiesta da satana a Gesù nel deserto e in qualche modo riproposta nel brano del vangelo in cui Marco racconta la vicenda di Pietro (14, 26-31; 66,72). Una storia che va dalla promessa dell’apostolo che mai avrebbe rinnegato Gesù sino alle lacrime amare versate nel momento in cui egli incontra lo sguardo del Cristo, dopo averlo rinnegato per tre volte, così come il maestro gli aveva preannunciato, prima del secondo canto del gallo. Lacrime, ha detto don Angelo, che finiscono per lavare Pietro delle sue colpe: non ha nulla da dire a Gesù se non il suo dolore per aver fallito. Ma è la bellezza della salvezza, ha fatto notare monsignor De Donatis: l’uomo è salvato quando è nudo, quando è spogliato di tutto e non ha più nulla, ma è pronto a mettersi al seguito di Gesù, dietro Gesù, o davanti a lui. Il cristianesimo non è costituito da grandi promesse, da moralismo e quant’altro: è solo esperienza di Cristo, della gratuità della sua salvezza e del suo amore. Così Pietro, che era crollato davanti a una serva, ritrova tutta la sua forza quando incontra lo sguardo di Gesù e riprende il colloquio con lui.
Ed è proprio il colloquio con Dio la strada indicata da don Angelo per fare questa esperienza diretta dell’amore. Un colloquio fatto così come lo propone sant’Ignazio, diretto, senza sentimentalismi inutili, senza altre pretese che essere un colloquio tra amici, senza moralismi ma con l’amore così come vissuto tra amici perché, ha ricordato don Angelo, Dio ci ama personalmente come suoi amici. «E concludiamo sempre questo colloquio — ha consigliato — con la recita di un Padre nostro per ricordare che siamo anche figli».
L'Osservatore Romano