lunedì 3 marzo 2014

Il Vescovo più trendy d'Italia è a Torino



L’arcivescovo tra i ragazzi nei pub «Ho parlato di Dio e di rispetto» 
di Marco Bardesono
in “Corriere della Sera” del 3 marzo 2014

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Con la coppola nera calata sulla fronte, l’arcivescovo Cesare Nosiglia è entrato, poco dopo la
mezzanotte di sabato in un pub di San Salvario, il quartiere multietnico della città, luogo della
movida. Ne è uscito dopo mezz’ora e si è recato in un secondo locale, poi in un terzo. Così fino alle
due del mattino, «per parlare di Dio ai ragazzi». Un fuori programma; l’epilogo di un’iniziativa che
qualche ora prima sembrava fallita. L’avevano organizzata i giovani dell’oratorio Santi Pietro e
Paolo e l’idea era stata del parroco, don Mauro Mergola: «Se i ragazzi affollano la piazza ed
esagerano con l’alcol, occorre offrire un’alternativa. Quindi apro la chiesa anche di notte, sarà la
movida spirituale».
Alle 23, quando l’arcivescovo è arrivato alla guida della sua vecchia Punto, ad attenderlo erano in
pochi: i giovani dell’oratorio e il loro prete, qualche fedele e gli agenti del commissariato che con la
loro presenza avevano allontanato i pusher che spesso spacciano in Largo Saluzzo, cuore del
quartiere, a due passi dalla stazione. Lì c’è la chiesa di don Mauro, attorno sono fioriti pub e
discoteche dove di notte si ritrovano migliaia di giovani e a cento metri c’è la moschea più grande
della città. Dunque una parrocchia isolata e circondata, da anni avamposto della fede.
Sabato sera neppure il calciobalilla sul sagrato o la musica new age diffusa dagli altoparlanti, hanno
attirato l’attenzione del popolo della movida. Nosiglia è entrato in chiesa, si è inginocchiato e ha
recitato il rosario. Tutto sembrava finito lì: «Le bettole sono piene, ma la chiesa è vuota», si
lamentava agli inizi del 1800 Jean-Marie Baptiste Vianney, da poco curato d’Ars. «Ma se le osterie
sono piene — rifletteva il santo che la Chiesa indica come il patrono dei parroci — è perché i cuori
sono vuoti». Cesare Nosiglia, tra lo stupore di tutti, terminate le decine del rosario, si è alzato dal
banco e ha detto: «E ora cominciamo la movida». L’accoglienza nei locali è stata calda.
L’arcivescovo ha avuto modo di informare che «poco distante c’è una chiesa aperta fino a tardi e
sarebbe bello incontrarsi anche lì». Qualcuno lo ha chiamato Santità e ciò gli ha offerto la
possibilità di spiegare in modo simpatico che «l’alcol può fare brutti scherzi e che è meglio non
abusarne», benché la Chiesa non condanni i bevitori (moderati), tant’è che è con il vino che si
celebra la messa. «Ma la moderazione e il rispetto sono necessari, ad esempio — ha detto Nosiglia
— verso le persone che vivono in questo quartiere e che hanno il diritto di riposare, così da non
essere vittime di schiamazzi per tutta la notte».
L’arcivescovo ha anche ammesso che «la movida, con tutti gli eccessi, non riguarda soltanto
persone che non conoscono Dio. Ci sono ragazzi che vanno in parrocchia, ma spesso si lasciano
andare. Ci si può divertire senza mai dimenticare Dio. E la chiesa aperta è la testimonianza della
Sua presenza». Quando poi il prelato si è ritirato, il messaggio era stato recepito con chiarezza:
«Non basta aprire le porte del tempio, bisogna spalancare quelle del cuore».