
Nell’anniversario dell’enciclica «Pacem in terris».
(Loris Capovilla) Siamo debitori anche a Giovanni XXIII se nel trambusto di vicende calamitose teniamo sollevata sopra le nostre teste la lampada della speranza, «la piccola bambina che sembra trascinata dalla fede e dalla carità sue sorelle maggiori, mentre è lei, la piccina, che le alimenta e le sospinge (Charles Péguy); grazie anche a lui se ci è consentito presagire la riconciliazione delle genti e operare con decisione perché vengano riconosciuti e tutelati i diritti inalienabili della persona; se abbiamo appreso a leggere più attentamente i segni dei tempi.Dobbiamo anche a lui il dono di camminare con la Chiesa non sconsolati, quasi di fronte a una stele funeraria, né solo abbagliati dinanzi ai prodigi seducenti della scienza e della tecnica, non essendo semplicemente cultori di benessere comunque ottenuto. Siamo «coltivatori di un giardino destinato a perenne fioritura», bramosi di dissetarci all’antica fontana del villaggio che «dà l’acqua alle generazioni di oggi, come la diede a quelle del passato» (Discorsi messaggi colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, Poliglotta Vaticana, volume III, p. 9).
Risaliamo agli albori del secolo ventesimo. L’11 agosto 1904, il giovane Angelo Giuseppe Roncalli ordinato prete a Roma il giorno prima, scende nelle Grotte Vaticane, accompagnato dal vice rettore del seminario romano e da alcuni condiscepoli e celebra la prima messa nella Cappella Clementina, la più prossima al sepolcro del Principe degli apostoli. Depone sulla mensa il memoriale della sua ordinazione, con cui chiede «per sé, fervore apostolico; per i suoi congiunti ed amici, doni celesti; per la Chiesa universale, unità, libertà e pace. Egli conta 22 anni e 8 mesi. Bergamasco, figlio di coltivatori della terra, quartogenito di tredici figli, è sbocciato al sole durante il pontificato di Leone XIII; educato dai familiari in fide et gratia, cresciuto nel grembo della «povertà contenta e benedetta», avviato sulle vie del timor Domini, dell’onestà, dell’obbedienza, del lavoro; sin da ragazzo, malgrado gli accesi conflitti ideologici e le condizioni fatte dai governi di allora alla Chiesa e ai cattolici, egli è leale cittadino d’Italia, conosciuta ed amata, tramite Il Bel Paese di Antonio Stoppani. È dottore in sacra teologia. Nessuno dei congiunti gli sta accanto, perché le condizioni economiche della famiglia non hanno consentito l’acquisto del biglietto ferroviario Bergamo – Roma e ritorno.
Chi lo incontra rimane conquistato dal suo aspetto di giovane intelligente, riservato, tranquillo. Si dirà di lui: due occhi e un sorriso. Tale apparve ai romani e al mondo alle 18.20 del 28 ottobre 1958, sulla loggia centrale di San Pietro. Sì: due occhi e un sorriso.
Questo in verità non bastava per prendere in mano il timone della barca nell’era dei voli spaziali, del mondo spaccato in due a Yalta, della lotta forsennata al sacro, del ritorno degli idoli, della crudele indifferenza innanzi ai drammi della miseria economica, dell’analfabetismo, delle malattie endemiche, delle ingiustizie strutturali, dei mercati di droghe e di armi. Lo sappiamo, non bastava. Ma due occhi limpidi e il sorriso innocente sul volto di un vegliardo non immalinconito erano segni forieri di novità evangelica.
La sera del 28 ottobre 1958, quest’uomo, questo prete, apparendo sui teleschermi avrebbe potuto declamare la cronaca nitidamente stilata 54 anni innanzi risalendo dalle Grotte Vaticane, con cuore gonfio di commozione, con la mente aperta sui vasti orizzonti missionari ed ecumenici: «Tra i sentimenti, di cui il cuore riboccava, questo dominava su tutti, di un grande amore alla Chiesa, alla causa di Cristo, del Papa; di una dedizione totale dell’essere mio a servizio di Gesù e della Chiesa; di un proposito, di un sacro giuramento di fedeltà alla Cattedra di Pietro, di lavoro instancabile per le anime. Ma quel giuramento che riceveva una sua propria consacrazione dal luogo dove io ero, dall’atto che io compivo, dalle circostanze che l’accompagnavano, lo tengo qui vivo ancora e palpitante nel cuore più che la penna non valga a descriverlo. Come dissi al Signore sulla tomba di san Pietro: “Signore, tu sai tutto: tu sai che ti voglio bene” (Giovanni, 21, 17). Uscii di là come trasognato. I pontefici di marmo e di bronzo disposti lungo la basilica pareva mi guardassero dai loro sepolcri con una significazione nuova in quel dì, come ad infondermi coraggio e grande fiducia» (Giornale dell’anima, § 446).
Pontefici di marmo e di bronzo! Adesso, tra loro, c’è anche lui. Sull’altare di san Girolamo della Basilica Vaticana riposano le sue spoglie; nel tempio augusto splendono tre immagini di lui, due di Giacomo Manzù, una di Emilio Greco: nella prima, sul quarto pannello minore della Porta della Morte (battente sinistro esterno), egli appare in preghiera: «Uomo di Dio» (1 Timoteo, 6,11); nella seconda, sulla fascia interna della stessa porta, seduto su piccolo seggio: «Vicario di Cristo», presidente del concilio Vaticano II; nella terza, sul lato destro della Cappella della Presentazione, accanto all’altare di Pio X, in atto di accorrere, coi vescovi, verso le frontiere della carità: samaritano compassionevole (Luca, 10, 33).
Ripercorro uno ad uno i giorni del suo servizio petrino, carichi di novità e sorprese: momenti di stupore, di ansia, di preoccupazioni, di speranze. Rivedo l’evento del primo incontro col Popolo Romano. L’abbraccio commovente si ripete a ogni elezione. L’accoglienza dei romani a Giuseppe Sarto agli inizi del secolo ventesimo non è dissimile da quella riservata a Jorge Mario Bergoglio il 13 marzo 2013. All’annuncio dell’Habemus Papam il 28 ottobre 1958 molti evocarono il quarto vangelo: «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni» (Giovanni, 1, 6): venne e i suoi lo ricevettero, magari non tutti, non subito.
All’interrogativo di allora e di adesso su chi fosse e cosa avesse in mente Giovanni XXIII rispondono il suo Giornale dell’anima e i testi completi della sua attività di studioso, di pastore sollecito, di padre universale, mentre nel libro del Siracide scopriamo la sua scheda anagrafica con la traccia del suo destino, accostata a quella di Samuele, l’ingenuo fanciullo in ascolto di Dio, il sacerdote attento alle illuminazioni che vengono dall’alto: «Samuele, caro al Signore, per la sua fedeltà fu riconosciuto profeta. Si riconobbe che egli era fedele nelle sue parole e aveva veduto il Dio della luce. Invocò il Signore onnipotente mentre i nemici lo stringevano da tutte le parti. Prima dell’ora del suo eterno sonno, così attestò davanti al Signore e al suo Messia: “Denari e neanche dei sandali da alcun vivente ho accettato” e nessuno poté contraddirlo. Perfino dopo la sua morte profetizzò, predicendo al re la sua fine; anche dal sepolcro levò ancora la voce per allontanare in una profezia l’iniquità del popolo» (46, 16-23).
Commenta liricamente il brano biblico Walter Lippman, opinionista statunitense: «Il regno di Papa Giovanni è stato una meraviglia, tanto più stupefacente ove si pensi come egli sia riuscito a essere così profondamente amato in mezzo alle acri inimicizie del nostro tempo. È un miracolo moderno che una persona abbia potuto superare tutte le barriere di classe, di casta, di colore, di razza per toccare i cuori di tutti i popoli. Nulla di simile si era mai avverato, almeno nell’epoca moderna» («New York Herald», 7 giugno 1963).
Ancora non ci rendiamo conto che nel quinquennio giovanneo, quasi inavvertitamente, qualcosa si mise in moto ed ispirò un rivolgimento positivo ad intra e ad extra di notevoli proporzioni, nel senso di dilatazione del respiro contemplativo e di dimensione apostolica della Chiesa di Cristo.
«Noi diciamo con parole grosse piccole cose; egli ha detto con povere parole cose grandi e ha tratteggiato coi suoi gesti da antico vegliardo, innamorato del passato, le linee maestre dell’avvenire» (Ernesto Balducci, Papa Giovanni, Vallecchi 1964, p. 129).
Risento la voce autorevole del cardinale Montini all’indomani della morte di Papa Giovanni: «Difficile arte quella della profezia, ma in questo momento essa sembra rendersi più facile e quasi obbligante nell’evidenza di alcune premesse poste dal Papa di cui piangiamo la morte. Giovanni ha segnato alcune traiettorie al nostro cammino, che sarà sapienza non solo ricordare, ma seguire» (7 giugno 1963).
«Abbiamo capito — continua Balducci — che quel progressismo, di cui eravamo infetti, toglieva la pace a noi e agli altri, non perché fosse davvero conoscenza delle leggi del progresso, ma perché tentava le vie dell’avvenire senza averne le chiavi. Al suo confronto ci siamo sentiti tutti un po’ vecchi e maldestri: le stesse cose che noi avevamo pensato con orgoglio, egli le ha fatte con semplicità e con sovrabbondanza di coraggio» (Balducci, ibidem).
Questo poté accadere perché quell’uomo, sacerdote e pastore, viveva ed agiva dentro la luce di Dio, pienamente abbandonato in lui, felicemente rivestito con la dalmatica della tradizione.
Dai viottoli polverosi di Sotto il Monte Angelo Giuseppe Roncalli approdò alle rive del Tevere, a riprendere e dilatare i princìpi e i valori dell’unità e della libertà, premesse necessarie per avviare il dialogo sulla pace: «La pace del Papa non è semplice augurio cortese, non è neppur un insegnamento dottrinale preciso e documentario; è una concezione della vita e della civiltà; è per noi un comandamento ed un impegno, che potremmo tradurre così: La pace non si gode, ma si costruisce, si crea» (Giovanni Battista Montini, 1° giugno 1963).
Giovanni XXIII non si identifica unicamente con l’uno o l’altro dei suoi atti pontificali e dei suoi documenti magisteriali, derivati dalla dottrina rivelata e dalla bimillenaria sapienza della Chiesa, dacché egli volle essere e fu tutto intero una «lettera di Cristo [all’umanità] scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulla tavola di carne del suo cuore» (2 Corinzi, 3, 2-3).
Portò l’infanzia spirituale, due occhi e un sorriso, sul soglio di Pietro. Disse di sé: «La mia persona conta niente. È un fratello che parla a voi; un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore. Ma tutt’insieme, paternità e fraternità, è grazia di Dio: tutto, tutto» (11 ottobre 1962).
Unità, libertà e pace sono il Leitmotiv della sua teologia pastorale e del servizio papale, delle sue intuizioni apostoliche, trasparente nella prima enciclica Ad Petri cathedram (29 giugno 1959) e nell’ultima Pacem in terris (11 aprile 1963), con sottolineature che esigono riconsiderazione: «L’errante è sempre ed anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità. Inoltre in ogni essere umano non si spegne mai l’esigenza, congenita alla sua natura, di spezzare gli schemi dell’errore per aprirsi alla conoscenza della verità. E l’azione di Dio in lui non viene mai meno» (§159).
Fonte della sua mansuetudine furono i testi biblici e patristici, la teologia della misericordia, la tradizione dei concili (tutti, come affermò in apertura del Vaticano II), da Nicea al Vaticano I. Figlio della campagna, ruminatore della parola, servo di Dio e della Chiesa, amata oltre ogni dire, indagatore di storie degli uomini, raccoglitore di spighe perché nulla andasse perduto, egli torna ad alimentare la lampada della speranza.