Altro che parroco del mondo...
L'incontro di Montanelli con Roncalli
Ecco il resoconto dell'incontro di Montanelli con Roncalli pubblicato dal «Corriere» il 29 marzo 1959. «Quella che segue - premette Montanelli - non è un'intervista col Santo Padre: il quale, ovviamente, d'interviste non può concederne. É soltanto il tentativo di abbozzarne alcune caratteristiche umane, come sono balenate ai miei occhi nella conversazione con lui, un pò fuori del protocollo e senza alcuna finalità giornalistica. Non credo di avere il diritto di riportare integralmente ciò che il Papa mi ha detto, ma spero di non tradire la sua fiducia riferendomi alle sue parole per ricostruire certi lati, sia pure minori, anzi minimi, di una personalità che mi è apparsa assolutamente singolare a prescindere dall'altissimo posto che occupa». Ero piuttosto nervoso, domenica scorsa, quando mi presentai al Cortile di Sant'Anna. Non mi sono mai trovato, in vita mia, al cospetto, di un Papa; e l'ingresso nelle silenti immensità del Vaticano non è fatto precisamente per infondere disinvoltura e spavalderia al visitatore.
C'era, è vero, a ridarmi un po' di coraggio, la leggenda della estrema semplicità di Giovanni Vigesimoterzo. Ma ci credevo solo a mezzo, perché, avendo io stesso contribuito più volte a crearne qualcuna, so come queste leggende si formano. E ora, a cose fatte, mi rendo conto che avevo ragione a nutrire qualche dubbio. Non perché quella semplicità non ci sia; ma perché attinge a motivi meno semplici, voglio dire meno semplicistici, di quelli che la gente immagina, attribuendola a una specie di agreste e brusca impazienza dell'uomo per le pastoie dell'etichetta. Questo non è soltanto inesatto. È addirittura il rovesciamento della verità. Il titolo di «Parroco del mondo», ch'è stato affettuosamente coniato per Papa Roncalli, è pertinente soltanto a mezzo. Egli lo sa e ne sorride; ma non credo che ne sia del tutto persuaso. Per fortuna, prima di essere ammesso alla sua presenza, mi fu consentita una lunga sosta nello studio di monsignor Loris Capovilla, ch'era già segretario del patriarca Roncalli, e ora, con le stesse mansioni, lo ha seguito a Roma. (...) Egli mi disse subito, del Sommo Pontefice, alcune cose ch'io ebbi la malaccortezza d'interrompere per chiedergliene alla rinfusa altre sul cerimoniale da seguire.
Ero ossessionato dal dubbio di cosa dovevo fare, una volta genuflessomi e baciatogli l'anello. Potevo mettermi a sedere, se lui in'invitava a farlo? Potevo rivolgergli qualche domanda? E come dovevo chiamarlo, indirizzandomi direttamente a lui: Santità, Santo Padre, o Padre Santo? Alla fine monsignor Capovilla si mise a ridere e mi battè la mano sulla spalla. «Guardi - mi disse col suo cordiale e carezzevole accento veneto -, non stia a preoccuparsi di queste cose. Quando si troverà di fronte a lui, lei farà esattamente, e del tutto naturalmente, quello che deve fare, senza nessuna perplessità e angoscia... Vedrà». II segretario aveva, sul tavolo, delle cartelle bianche, riempite da una scrittura senza esitazioni e fortemente inclinata, vergata a caratteri piuttosto grandi da un capo all'altro del foglio quasi senza lasciar margini, e con pochi punti accapo. «Sì - disse leggendo nei miei occhi la curiosità -, è Sua. Scrive i suoi discorsi da sé, currenti calamo, senza cancellature, come vede. Poi li passa ai collaboratori per la trascrizione a macchina. E c'è regolarmente una correzione da fare, sempre quella: il noi al posto di io. Quando legge in pubblico, Sua Santità accetta di dire noi. Ma scrive e pensa io. E anche quando conversa, usa sempre la prima persona singolare. Dice che altrimenti il periodo non gli viene». Scendemmo (...)
Monsignor Capovilla bussò discretamente a una porta, l'aprì senza entrare, pronunziò il mio nome, e si fece da parte per cedere il passo a Sua Santità, chesopraggiunse immediatamente. E altrettanto immediatamente, come il monsignore aveva previsto, i dubbi, le angosce e le perplessità mi caddero di dosso. M'inginocchiai, baciai l'anello. E quando il Sommo Pontefice m'indicò una poltrona accanto al piccolo sofà sul quale egli si era seduto, trovai del tutto naturale sedermi anch'io. La conversazione del resto era già avviata, perché il Santo Padre mi aveva chiesto subito di dove ero. E saputolo, aveva obiettato: «Toscano, sì, toscano... Ma le origini della sua famiglia non sono toscane. Sono bergamasche e lomellinesi...». E quando gli dissi che questo mi riusciva del tutto nuovo, mi fece con la mano il gesto di aspettare, si alzò (monsignor Capovilla ci aveva lasciati), tornò nella stanza di là, e ne riemerse poco dopo con un breviario in mano. Lo sfogliò alla ricerca di qualcosa e, trovatala, me la mostrò. Era l'immagine di un Montanelli, parroco di Ardesio in quel di Bergamo, suo coetaneo e compagno di studi, della cui bontà serbava un vivo e affettuoso ricordo: il ricordo della prima gioventù e della vocazione. (...)
Capisco benissimo che, come mi ha detto monsignor Capovilla, egli non sia soddisfatto di nessuna delle numerose biografie che da quando è stato eletto Papa, sono fiorite su di lui, sebbene si sia limitato a sfogliarne con attenzione solo la parte storica, e non abbia mosso rimprovero a nessuno delle loro lacune e inesattezze. A un certo punto, citandomene qualcuna, mi ha detto: «Solo l'occhio del Signore ci vede come siamo, ed è solo quello lì che conta». (...) Io non sono molto esperto di storia dei Papi, e quindi non mi azzardo a tentare dei paralleli, che del resto sono sempre ingannatori. Ma a chi voglia cercare un modello di Giovanni Vigesimoterzo - su un piano soltanto umano, ben s'intende -, suggerisco d'andarlo a pescare nel Rinascimento, fra i Papi gran signori, come lui appassionati d'arte e di storia, e come lui, e come tutti i gran signori, dal tratto semplice e affabile, indizio di una naturale superiorità che non ha bisogno di darsi importanza, per acquistarne.
Una particolarità che avevo già notato nei suoi discorsi pubblici, e che ora ritrovo, ancora più evidente, in questa conversazione privata, è la ripugnanza del Santo Padre a ogni espressione aspra e aggressiva. Se ci fate caso egli, parlando dei pericoli che minacciano la Chiesa e l'eredità di Gesù, non ha mai usato parole scostanti come «persecutori» o «nemici di Dio». Pensa, probabilmente, che esistano soltanto delle creature umane che le circostanze hanno messo nella triste condizione di aver smarrito il cammino di Dio; ma temporaneamente. Non sono da respingere. Sono solo da compiangere e da aiutare con le preghiere perché Lo ritrovino. Me ne ha dato del resto un piccolo saggio parlandomi di Bogomolov, ambasciatore sovietico a Parigi quando Lui era nunzio apostolico. Proprio in questi giorni un settimanale ha raccontato un po' a modo suo la storia del 30 dicembre 1944, quando l'arcivescovo Roncalli, giunto il pomeriggio di quel giorno ad assumere il suo nuovo posto, si sarebbe precipitato dal generale De Gaulle, contro gli usi diplomatici, per presentargli le credenziali. Lo fece - è stato scritto perché altrimenti il successivo 1° gennaio, quando è consuetudine che tutto il Corpo diplomatico vada a porgere gli auguri al Capo dello Stato, il discorsetto d'occasione sarebbe stato tenuto da Bogomolov, come vice-decano, in assenza del decano, ch'è appunto il nunzio, una volta accreditato.
«Non è mica vero, sa? - mi ha detto il Santo Padre sorridendo -. Io arrivai il 30 e, siccome il 1° c'era il ricevimento al quale ero invitato, pensai che al più tardi il 31 dovevo presentare le credenziali. Altrimenti, in che qualità ci andavo? Ma in quel momento non pensavo al vice-decano. L'indomani me lo trovai allineato accanto nell'attesa di De Gaulle (...) Allora mi presentai. "Per il fatto ch'ella sta alla mia destra - dissi - devo pensare che sia il vice-decano del Corpo diplomatico...". Anche lui si presentò. Era una persona civile e corretta. Gli dissi che la prima visita che avrei fatto nel Corpo diplomatico sarebbe stata per lui, e così fu. Certo non avevamo molto da dirci. Ma parlavamo del tempo e dei tempi... Altre volte mi sono trovato accanto a lui, specie nelle parate militari sul palco d'onore... Un giorno, ricordo, sfilavano molti reparti, ognuno con la sua bandiera. E io, ogni volta che una passava sotto di noi, mi alzavo in piedi. Anche lui allora si alzava. Poi a un certo punto mi chiese se dovevamo proprio alzarci per tutte. Gli risposi che credevo che si dovesse fare così dovunque, anche a Mosca, probabilmente... Era proprio una persona gentile... Peccato che la situazione non ci fornisse molti soggetti di conversazione... Capirà...».
E niente altro, su quella «situazione». Solo, aggiunge sorridendo: «La cosa più curiosa della mia carriera diplomatica è che io son finito col passare per un furbo, dicendo sempre la verità, solo perché si riteneva che non fosse la verità. Ma me ne sono accorto soltanto alla fine...». Il tratto più caratteristico del Santo Padre quando, di episodio in episodio, rintraccia le tappe della Sua vita, è la convinzione che lo anima, così profonda ch'egli non avverte nemmeno il bisogno di formularla, che lutto ciò che gli è capitato, gli è capitato al di fuori della sua volontà, e lui non ha fatto che adeguarvisi, senza nemmeno consultare i propri desideri, ma solo restando fedele a quell'impegno di obbedienza e di remissione che, con fervore del tutto particolare, egli aveva preso con se stesso il giorno in cui fu ordinato sacerdote. Forse è anche questo che gli dà una così tranquilla sicurezza di fronte ad ogni nuovo compito. Quando, per esempio, il Conclave ebbe formulato il suo definitivo verdetto, monsignor Capovilla chiese al Santo Padre che cosa bisognava fare, se aveva qualche commissione da fare, se gli premeva l'invio di telegrammi a questa o a quella persona. «Per ora, facciamo la cosa più semplice, figliuolo mio - rispose il Papa - prendiamo il breviario, e recitiamo vespero e compieta...».
Neanche quel po' po' di «episodio» lì lo aveva minimamente turbato. E non è affatto vero ch'Egli mostrasse angoscia (una angoscia del resto comprensibile, se l'avesse provata) per i terribili compiti che lo attendevano alla prospettiva di rinchiudersi dentro quelle mura bellissime, maestose, solenni, ma a dire il vero un pò terrificanti, specie per un uomo attivo come lui, nonostante l'età, curioso della vita, e carico di un potenziale di simpatia umana difficilmente conciliabile con la remota solitudine di quel palazzo. No, no, se il chiamato era lui, voleva dire che non poteva essere che lui, e appunto perche lui era come era, com'era sempre stato, «disponibile», da quando la vocazione lo aveva illuminato.
«Dal momento - dice - che vidi la Scelta orientarsi su di me, tacqui». Il sorridente ottimismo di questo Papa, la sua solare e contagiosa serenità vengono di qui, dalla buona salute di una coscienza che sa di poter accettare tutto, senza tema di turbamenti e logorii. Credo infatti che non ne abbia mai avuti, nemmeno nell'età in cui di solito tutti ne soffrono. E me lo suggerisce un episodio, ch'egli stesso mi ha narrato e che credo ignorato o quasi, della Sua vita. Nel 1908 Egli venne a Roma col suo vescovo Radini-Tedeschi, di cui era segretario a Bergamo, e per il quale ha conservato una reverente e affettuosa ammirazione.
«Dal momento - dice - che vidi la Scelta orientarsi su di me, tacqui». Il sorridente ottimismo di questo Papa, la sua solare e contagiosa serenità vengono di qui, dalla buona salute di una coscienza che sa di poter accettare tutto, senza tema di turbamenti e logorii. Credo infatti che non ne abbia mai avuti, nemmeno nell'età in cui di solito tutti ne soffrono. E me lo suggerisce un episodio, ch'egli stesso mi ha narrato e che credo ignorato o quasi, della Sua vita. Nel 1908 Egli venne a Roma col suo vescovo Radini-Tedeschi, di cui era segretario a Bergamo, e per il quale ha conservato una reverente e affettuosa ammirazione.
Ricorreva il 50° di sacerdozio di Papa Sarto. E a Bergamo i cittadini - non soltanto i ricchi, ma anche i poveri - si erano spontaneamente tassati per fare un dono al Pontefice. Avevano raccolto 25 mila lire, somma favolosa per quei tempi, e una delegazione di 40 persone, fra cui il vescovo e il suo segretario, era venuta a portarle a Roma, in zecchini d'oro appilati su un vassoio d'argento. Papa Sarto accolse il dono con umiltà, ma senza gioia. Era un uomo malinconico, particolarmente angosciato in quel momento dai fremiti modernisti che serpeggiavano in seno alla Chiesa. E ad essi esclusivamente fece allusione nel discorso di risposta, per poco dimenticandosi di ringraziare. Tanto che poche ore dopo sentì il bisogno di scrivere una lettera a Radini-Tedeschi perché si facesse interprete presso tutti i bergamaschi della sua gratitudine. Ma il giovane segretario Roncalli c'era rimasto male. E lo aveva detto al suo vescovo, uscendo dall'udienza: «Credevo che il Santo Padre ci avrebbe dato un pò di gioia. Invece ci ha dato soltanto tristezza». Il vescovo lo rimproverò di quelle parole, e lui chiese scusa di averle osate.
Ma quell'episodio gli è sempre rimasto nella memoria, e ancora ogni tanto lo ricorda, pur mescolato alla venerazione per il suo santo predecessore. Un Papa, secondo lui, fra i tanti doveri che gl'incombono, ha anche quello di diffondere serenità, non mestizia. Conservarla, questa serenità, in ogni frangente, non è una impresa facile per nessuno, e non dovette esserlo nemmeno per lui, in qualche momento. Per esempio quando, nel '25, lo mandarono a Sofia, che fu il suo debutto in diplomazia. Non gli piacevano né la missione né la destinazione. Il cardinale Gasparri gli disse pressappoco: «Senta un pò, monsignore, mi dicono che laggiù in Bulgaria ci sia una gran confusione. Di cosa si tratti, con esattezza non lo so. Ma pare che litighino tutti, i musulmani coi greco-ortodossi, i greco-ortodossi coi cattolici, e i cattolici fra di loro. Vuole andare lei, a vedere un po' di cosa si tratta?». Riferisco queste parole perché sono tipiche di quel gran cardinale e segretario di Stato, accreditato poi dalla leggenda come una specie di Machiavelli tortuoso e sottile. Neanche, per idea.
Era un grande diplomatico, ma al di fuori della convenzione, e i problemi li trattava così, con questo linguaggio casalingo. Roncalli quella volta avrebbe voluto rispondere di no: l'idea della Bulgaria per le difficoltà che implicava non lo attirava punto. Ma poi si ricordò di essere «disponibile». E andò, solo, senza neanche un segretario, senza conoscere la lingua, senza sapere quasi nulla del Paese. «L'indomani del mio arrivo - mi ha raccontato -, preparandomi alla messa nella disadorna cappella, vidi, oltre la finestra, un ramo di pesco che fioriva. Invece di provarne gioia, pensai: stà a vedere che mi toccherà di vederlo fiorire anche l'anno venturo. E il Signore, quasi per punirmi di questo accenno di pessimismo, me lo fece rifiorire a primavera per dieci anni».
(...) Dopo Sofia, venne, come delegazione apostolica, Costantinopoli. Altri dieci anni, ma pieni di cose da fare, e riscaldati dalla cura d'anime. Nel '44, quando ricevette dal Vaticano un telegramma, era solo in casa, e si provò a decifrarlo: cosa che generalmente fa il segretario. Ma quando gli risultò che si trattava del suo trasferimento, in qualità di nunzio a Parigi, ch'è l'apice della carriera diplomatica ecclesiastica, credette di essersi sbagliato, finche dovette convincersi ch'era proprio così da una più lenta e oculata lettura. In brevissima sosta a Roma prima di raggiungere la nuova sede, chiese a qualcuno come mai s'era pensato a lui per Parigi. Al che gli fu risposto sbrigativamente: «Ah, caro mio!... Non so come sia andata questa Sua nomina. Comunque, vada... vada su dal Santo Padre...». Il Santo Padre era indaffaratissimo, e lo ricevette con queste parole frettolose: «Ho soltanto sette minuti da dedicarle. Voglio dirle che Lei non deve a nessuno questa nomina. Ci ho pensato io. Ho pregato. E mi sono deciso...». «Quando è così, Padre Santo - rispose il nuovo nunzio -, gli altri sei minuti sono superflui...». E partì. È lui stesso che mi racconta queste cose, sorridendone bonariamente da uomo che non ha voluto né desiderato nulla, e si è limitato a tenersi a «disposizione». (...) Sì sì, era proprio vero, il Santo Padre non mi aveva affatto liberato dal cerimoniale. Mi aveva solo dato da credere, non so come, ch'esso corrispondeva al mio normale galateo. Altro che «Parroco», sia pure «del mondo». È un grandissimo Papa, da Cinquecento.
Corriere della Sera
*
La Chiesa che ho conosciuto
Incontro con Indro Montanelli. La fede della madre, l’intervista con Roncalli, il ventennio di Wojtyla
Intervista con Indro Montanelli di Giovanni Cubeddu
Era il 29 marzo del ’59, e sul Corriere della Sera, a pagina tre, apparve un lungo articolo che circondava una foto di Giovanni XXIII benedicente: era il resoconto del suo incontro con papa Roncalli. Montanelli diventava il primo giornalista che avesse mai intervistato un papa…
INDRO MONTANELLI: E fu un fatto che il Corriere non sfruttò minimamente, e le spiego il perché. Io non mi sarei mai aspettato di essere convocato da un papa per un’intervista: era la prima volta che un pontefice dava un’intervista, almeno per un giornale laico. Questo fu merito, iniziativa di monsignor Capovilla, segretario di Roncalli e depositario delle memorie di quel Papa. Capovilla che non mi conosceva, intendiamoci bene… E poi mi spiegò che ambedue avevano pensato, dando un’intervista ad un laico, che questi fosse laico davvero, che non avesse avuto rapporti col Vaticano e le questioni di Chiesa, proprio per rompere un “tabù”… Ora, al Corriere c’era il più grande vaticanista di tutti i tempi, Silvio Negro, che era veramente un’autorità in campo internazionale e mio carissimo amico. Io mi sentii perso; pensai: «Silvio crederà che io ho intrallazzato», mentre invece mi era capitata proprio come una specie di masso sulla testa. E spaventato come me era il direttore Missiroli, il quale anzitutto non amò affatto che un papa desse un’intervista, eh, neppure al Corriere. Per lui il papa doveva parlare in latino… Quindi non capì l’importanza della cosa, da una parte, e dell’altra non volle offendere Silvio Negro. Da cui io mi ero precipitato a dire: «Che faccio, se vuoi io rinunzio». «No, perché? Devi…» disse lui, però era arrabbiato, con Capovilla soprattutto. Perché sapeva del ruolo che Capovilla svolgeva presso il Pontefice.
Io feci questa intervista e il Corriere la mise in terza pagina, quasi come fosse una cosa di secondo piano. Io non protestai, anche perché certe cose mi lasciano indifferente, però nello stesso tempo feci capire a Missiroli che non aveva minimamente sfruttato l’occasione, perché temeva di offendere Negro. Di tutto questo Capovilla non aveva tenuto conto…
Il 3 settembre papa Wojtyla beatificherà Roncalli. Che impressione le fa aver intervistato un beato?
MONTANELLI: Beh, oddio, la strada a papa Wojtyla l’ha aperta lui. Il Papa che per primo volle, non dico togliere, ma scalfire il carattere autoritario della Chiesa espresso dalla curia romana fu certamente Roncalli. Lui non è che mi disse cose sconvolgenti, assolutamente non me le poteva dire, però mi fece capire, molto ma molto bene, che lui in Vaticano si sentiva come un corpo estraneo. Sensazione che papa Wojtyla mi ha dato elevata al cubo. Né l’uno né l’altro amavano la curia, si sentivano stranieri, si sentivano fors’anche invisi alla millenaria struttura della Chiesa. In questo li trovo molto simili. Quindi, se Wojtyla non beatifica Roncalli… come fa? È una scelta, e su questa scelta io non so pronunziarmi. E non riesco bene a capire come si possa beatificare insieme Pio IX e Roncalli… è una par condicio! Ma dopo duemila anni di storia queste cose il Vaticano le sa.
INDRO MONTANELLI: E fu un fatto che il Corriere non sfruttò minimamente, e le spiego il perché. Io non mi sarei mai aspettato di essere convocato da un papa per un’intervista: era la prima volta che un pontefice dava un’intervista, almeno per un giornale laico. Questo fu merito, iniziativa di monsignor Capovilla, segretario di Roncalli e depositario delle memorie di quel Papa. Capovilla che non mi conosceva, intendiamoci bene… E poi mi spiegò che ambedue avevano pensato, dando un’intervista ad un laico, che questi fosse laico davvero, che non avesse avuto rapporti col Vaticano e le questioni di Chiesa, proprio per rompere un “tabù”… Ora, al Corriere c’era il più grande vaticanista di tutti i tempi, Silvio Negro, che era veramente un’autorità in campo internazionale e mio carissimo amico. Io mi sentii perso; pensai: «Silvio crederà che io ho intrallazzato», mentre invece mi era capitata proprio come una specie di masso sulla testa. E spaventato come me era il direttore Missiroli, il quale anzitutto non amò affatto che un papa desse un’intervista, eh, neppure al Corriere. Per lui il papa doveva parlare in latino… Quindi non capì l’importanza della cosa, da una parte, e dell’altra non volle offendere Silvio Negro. Da cui io mi ero precipitato a dire: «Che faccio, se vuoi io rinunzio». «No, perché? Devi…» disse lui, però era arrabbiato, con Capovilla soprattutto. Perché sapeva del ruolo che Capovilla svolgeva presso il Pontefice.
Io feci questa intervista e il Corriere la mise in terza pagina, quasi come fosse una cosa di secondo piano. Io non protestai, anche perché certe cose mi lasciano indifferente, però nello stesso tempo feci capire a Missiroli che non aveva minimamente sfruttato l’occasione, perché temeva di offendere Negro. Di tutto questo Capovilla non aveva tenuto conto…
Il 3 settembre papa Wojtyla beatificherà Roncalli. Che impressione le fa aver intervistato un beato?
MONTANELLI: Beh, oddio, la strada a papa Wojtyla l’ha aperta lui. Il Papa che per primo volle, non dico togliere, ma scalfire il carattere autoritario della Chiesa espresso dalla curia romana fu certamente Roncalli. Lui non è che mi disse cose sconvolgenti, assolutamente non me le poteva dire, però mi fece capire, molto ma molto bene, che lui in Vaticano si sentiva come un corpo estraneo. Sensazione che papa Wojtyla mi ha dato elevata al cubo. Né l’uno né l’altro amavano la curia, si sentivano stranieri, si sentivano fors’anche invisi alla millenaria struttura della Chiesa. In questo li trovo molto simili. Quindi, se Wojtyla non beatifica Roncalli… come fa? È una scelta, e su questa scelta io non so pronunziarmi. E non riesco bene a capire come si possa beatificare insieme Pio IX e Roncalli… è una par condicio! Ma dopo duemila anni di storia queste cose il Vaticano le sa.
Papa Giovanni XXIII
Roncalli è il primo papa che ha conosciuto?
MONTANELLI: Sì, avevo visto una volta Pio XII, ma da lontano. A Roncalli poterono “rimediare”, perché trovarono l’uomo che poteva stare a metà strada, Montini. Oggi però anche un laico come me è rimasto impressionato da questa svolta della Chiesa, cui è stata obbligata, veramente obbligata. E adesso dopo Wojtyla voglio vedere che cosa succede…
Aveva simpatia per Roncalli?
MONTANELLI: Provavo grande simpatia per Roncalli, questo sì. Perché Roncalli veramente aveva una capacità di comunicazione straordinaria, un calore umano che ti avvolgeva. E poi fu in grado di farmi capire certe cose, perché ad un certo momento mi raccontò un po’ la sua vita: mi diceva che lui con Roma aveva poca dimestichezza. La prima volta che c’era venuto era stato per portare a papa Sarto il prodotto di una sottoscrizione indetta dal vescovo di Bergamo, Radini Tedeschi, per non so quale opera caritativa. Allora, quando lui mi disse «in quell’occasione venni a Roma e fui ricevuto da papa Sarto», io feci quasi automaticamente: «È un santo…», e lui, mi ricordo, replicò e di scatto dette un colpo sul bracciolo della sua sedia: «Ma quale santo!». Però si riprese subito, e disse: «No, no, naturalmente era un santo, ma un santo anomalo». «Perché anomalo?» incalzai io. «Perché era un uomo triste, malinconico. I santi non possono essere tristi e malinconici: hanno Dio». Poi seppi perché lui ce l’aveva tanto con papa Sarto. Perché papa Sarto a sua volta ce l’aveva tanto con Radini Tedeschi di cui Roncalli era stato segretario, e ce l’aveva con lui per via della protezione concessa ai modernisti: Ernesto Buonaiuti e gli altri. Ma questo lo sapevo e lì trovai conferma. E per farmelo confermare dissi: «Santità, non si viene da lei, da un papa, per fare raccomandazioni, ma io ho trovato a Bologna un mio vecchio professore di filosofia, che ora è stato restituito al suo abito talare, che è un santo, un santo per quello che fa, per una comunità di ragazzi che lui ha organizzato…». Dice: «E chi è?». «Don Marella». «Eh, come no?! Il caro don Marella…». Marella era stato privato dell’abito talare per l’aiuto dato a Buonaiuti. Allora io cominciai a capire questo ingranaggio che prima ignoravo, capii perché papa Sarto non gli andava giù. Ma sono cose a cui bisognerebbe dedicare la vita, mentre questi sono solo piccoli lampi che ho potuto percepire e che poi mi spiegò lo stesso Negro, quando mi disse: «Hai visto giusto». Ovviamente di questo non c’è traccia nella mia intervista.
Prima accennava l’impressione che le provoca la svolta della Chiesa.
MONTANELLI: Io credo veramente che la Chiesa sia a una grande svolta, ma non so che cosa… Come cattolico – sono laico, ma sono cattolico nel sangue, nelle mie radici, nella mia cultura – non so che cosa farà… Veramente la Chiesa di Wojtyla è la Chiesa che disdice tutto quello che nei secoli la Chiesa ha fatto. Eccetto la parte missionaria della cura dei poveri, perché la Chiesa ha avuto sempre anche questo.
C’e un deposito della fede che non cambia…
MONTANELLI: …ma appunto! Appunto… io che un po’ credo di avere il senso della storia, la storia della Chiesa mi avrebbe fatto suo prigioniero, non avrei mai osato toccarne l’edificio. Io ho un grandissimo rispetto umano per questo Papa, veramente è un eroe, per il modo in cui vive: non so come lo giudicherà la storia della Chiesa, ecco. Lì son perplesso, son perplesso, e credo che molti uomini di Chiesa lo siano, perché io vedo che questi discorsi lievitano. Wojtyla ha toccato l’essenza della Chiesa. Ma lui la voleva toccare o no? Perché questo è il punto. Non vorrei che tutto questo gli fosse, come dire, sgorgato inconsciamente. Sulla sua vocazione missionaria – sulla quale non si possono avanzare dubbi, questa è reale – non c’è dubbio: lui vuole morire in missione, su questo non ho dubbi. A modo suo lui è un eroe della Chiesa, che però, certo, si lascia dietro un mucchio di macerie. Mi piacerebbe molto sapere cosa si dicono tra loro i grandi depositari della Tradizione, i cardinali… Forse non capirei nemmeno quello che dicono, ma mi piacerebbe molto sapere quali sono le reazioni di questa Chiesa che sempre riesce a restare impassibile di fronte a tutto, e non può non sentire la gravità di questa situazione. Questa Chiesa o si rifà daccapo, o…?
MONTANELLI: Sì, avevo visto una volta Pio XII, ma da lontano. A Roncalli poterono “rimediare”, perché trovarono l’uomo che poteva stare a metà strada, Montini. Oggi però anche un laico come me è rimasto impressionato da questa svolta della Chiesa, cui è stata obbligata, veramente obbligata. E adesso dopo Wojtyla voglio vedere che cosa succede…
Aveva simpatia per Roncalli?
MONTANELLI: Provavo grande simpatia per Roncalli, questo sì. Perché Roncalli veramente aveva una capacità di comunicazione straordinaria, un calore umano che ti avvolgeva. E poi fu in grado di farmi capire certe cose, perché ad un certo momento mi raccontò un po’ la sua vita: mi diceva che lui con Roma aveva poca dimestichezza. La prima volta che c’era venuto era stato per portare a papa Sarto il prodotto di una sottoscrizione indetta dal vescovo di Bergamo, Radini Tedeschi, per non so quale opera caritativa. Allora, quando lui mi disse «in quell’occasione venni a Roma e fui ricevuto da papa Sarto», io feci quasi automaticamente: «È un santo…», e lui, mi ricordo, replicò e di scatto dette un colpo sul bracciolo della sua sedia: «Ma quale santo!». Però si riprese subito, e disse: «No, no, naturalmente era un santo, ma un santo anomalo». «Perché anomalo?» incalzai io. «Perché era un uomo triste, malinconico. I santi non possono essere tristi e malinconici: hanno Dio». Poi seppi perché lui ce l’aveva tanto con papa Sarto. Perché papa Sarto a sua volta ce l’aveva tanto con Radini Tedeschi di cui Roncalli era stato segretario, e ce l’aveva con lui per via della protezione concessa ai modernisti: Ernesto Buonaiuti e gli altri. Ma questo lo sapevo e lì trovai conferma. E per farmelo confermare dissi: «Santità, non si viene da lei, da un papa, per fare raccomandazioni, ma io ho trovato a Bologna un mio vecchio professore di filosofia, che ora è stato restituito al suo abito talare, che è un santo, un santo per quello che fa, per una comunità di ragazzi che lui ha organizzato…». Dice: «E chi è?». «Don Marella». «Eh, come no?! Il caro don Marella…». Marella era stato privato dell’abito talare per l’aiuto dato a Buonaiuti. Allora io cominciai a capire questo ingranaggio che prima ignoravo, capii perché papa Sarto non gli andava giù. Ma sono cose a cui bisognerebbe dedicare la vita, mentre questi sono solo piccoli lampi che ho potuto percepire e che poi mi spiegò lo stesso Negro, quando mi disse: «Hai visto giusto». Ovviamente di questo non c’è traccia nella mia intervista.
Prima accennava l’impressione che le provoca la svolta della Chiesa.
MONTANELLI: Io credo veramente che la Chiesa sia a una grande svolta, ma non so che cosa… Come cattolico – sono laico, ma sono cattolico nel sangue, nelle mie radici, nella mia cultura – non so che cosa farà… Veramente la Chiesa di Wojtyla è la Chiesa che disdice tutto quello che nei secoli la Chiesa ha fatto. Eccetto la parte missionaria della cura dei poveri, perché la Chiesa ha avuto sempre anche questo.
C’e un deposito della fede che non cambia…
MONTANELLI: …ma appunto! Appunto… io che un po’ credo di avere il senso della storia, la storia della Chiesa mi avrebbe fatto suo prigioniero, non avrei mai osato toccarne l’edificio. Io ho un grandissimo rispetto umano per questo Papa, veramente è un eroe, per il modo in cui vive: non so come lo giudicherà la storia della Chiesa, ecco. Lì son perplesso, son perplesso, e credo che molti uomini di Chiesa lo siano, perché io vedo che questi discorsi lievitano. Wojtyla ha toccato l’essenza della Chiesa. Ma lui la voleva toccare o no? Perché questo è il punto. Non vorrei che tutto questo gli fosse, come dire, sgorgato inconsciamente. Sulla sua vocazione missionaria – sulla quale non si possono avanzare dubbi, questa è reale – non c’è dubbio: lui vuole morire in missione, su questo non ho dubbi. A modo suo lui è un eroe della Chiesa, che però, certo, si lascia dietro un mucchio di macerie. Mi piacerebbe molto sapere cosa si dicono tra loro i grandi depositari della Tradizione, i cardinali… Forse non capirei nemmeno quello che dicono, ma mi piacerebbe molto sapere quali sono le reazioni di questa Chiesa che sempre riesce a restare impassibile di fronte a tutto, e non può non sentire la gravità di questa situazione. Questa Chiesa o si rifà daccapo, o…?
Dice Montanelli della mamma Maddalena: «Io vorrei avere la fede di mia madre»
Pio XI avrebbe desiderato vivere più a lungo per vedere come il Signore avrebbe salvato la Chiesa.
MONTANELLI: Io veramente ho una simpatia umana per questo Papa, perché ho proprio l’impressione di un uomo che ascolta delle voci di dentro e che crede, crede, crede in quello che fa. Ma non so nemmeno se quello che fa sia conciliabile con duemila anni di storia… Mi pare che la Chiesa si trovi di fronte ad una scelta di cui forse cominceremo a capire qualcosa al prossimo conclave. Perché lì forse vedremo quale cammino vuole imboccare. Cercherà una conciliazione, senza dubbio, perché questo rientra nella tattica, nella strategia della Chiesa. Io non posso assolutamente dire se ci fu uno che salvò la Chiesa nei momenti drammatici. Ma questo è uno di quei momenti drammatici, sicuramente. Se mi chiede più di questo ha sbagliato indirizzo…
Il suo giudizio sulla Chiesa è condiviso da altri laici. Ha letto l’intervista di Pintor sul Corriere della Sera? Parlava di «crisi profondissima, tragica della Chiesa cattolica e della religiosità»…
MONTANELLI: …ma ha ragione Pintor. Ha ragione Pintor! E simpatizza, perché è la stessa tragedia che è capitata ai comunisti e che lui sente come tale. Lui ci vede una parentela, è per questo che lui sente il dramma della Chiesa, perché, eh, ci vede una proiezione “in grande”, nell’eternità, della crisi comunista…
Dice ancora Pintor: «E nel comportamento del Papa, pure in questi rituali barocchi e pomposi, non ho avuto l’impressione di una recita, ma di un dramma. Forse anche personale. Forse il Papa ha paura di andare all’inferno».
MONTANELLI: Questo non lo so… può anche darsi, che ci mescoli un sentimento di paura, è possibile. Ma non mi pronuncio, perché… come si fa a calarsi nella coscienza di un papa?
Però che lui tema molto di più il consumismo del comunismo, questo non c’è dubbio. Proprio ne dà l’impressione tattile di questo. E lo capisco: l’arcivescovo di Cracovia aveva con sé tutta una popolazione che veniva in chiesa per consolarsi: la Chiesa è anche un grande rifugio. La Polonia era portata a questo perché secolarmente la Chiesa cattolica, trovandosi da una parte i greco-ortodossi e dall’altra i protestanti, ha rappresentato una bandiera dell’indipendenza nazionale. Quindi, anche stavolta era la Chiesa cattolica il grande rifugio delle anime in pena. Ed ora, invece di venire in chiesa, questi polacchi preferiscono andare al grande magazzino del mondo “materialista capitalista”. Lo capisco, Wojtyla.
Quando Indro Montanelli dice che è cattolico per le sue «radici», ricorda come queste gli sono “nate”?
MONTANELLI: No, perché non me ne sono accorto. Come posso ricordare? Io sono nato e cresciuto cattolico. Mio padre era un laico, anche lui, era un preside di liceo, profondamente cattolico e non lo sapeva. Io avevo una madre molto pia, osservante, e un padre che era cattolico come lei ma non lo sapeva, non osservava niente (non ne parlava), ma cattolico: il modo di ragionare che m’ha insegnato era cattolico, ma non lo sapeva. Come anch’io per molti anni non l’ho saputo, poi me ne sono reso conto a furia di vivere in mezzo, per esempio, ai protestanti. Allora ho capito da cosa veniva che la mia logica non aveva niente a che fare con la loro: veniva da qui. Ma gli italiani non si rendono conto di essere cattolici, eppure lo sono, sono proprio condizionati dalla mentalità cattolica.
MONTANELLI: Io veramente ho una simpatia umana per questo Papa, perché ho proprio l’impressione di un uomo che ascolta delle voci di dentro e che crede, crede, crede in quello che fa. Ma non so nemmeno se quello che fa sia conciliabile con duemila anni di storia… Mi pare che la Chiesa si trovi di fronte ad una scelta di cui forse cominceremo a capire qualcosa al prossimo conclave. Perché lì forse vedremo quale cammino vuole imboccare. Cercherà una conciliazione, senza dubbio, perché questo rientra nella tattica, nella strategia della Chiesa. Io non posso assolutamente dire se ci fu uno che salvò la Chiesa nei momenti drammatici. Ma questo è uno di quei momenti drammatici, sicuramente. Se mi chiede più di questo ha sbagliato indirizzo…
Il suo giudizio sulla Chiesa è condiviso da altri laici. Ha letto l’intervista di Pintor sul Corriere della Sera? Parlava di «crisi profondissima, tragica della Chiesa cattolica e della religiosità»…
MONTANELLI: …ma ha ragione Pintor. Ha ragione Pintor! E simpatizza, perché è la stessa tragedia che è capitata ai comunisti e che lui sente come tale. Lui ci vede una parentela, è per questo che lui sente il dramma della Chiesa, perché, eh, ci vede una proiezione “in grande”, nell’eternità, della crisi comunista…
Dice ancora Pintor: «E nel comportamento del Papa, pure in questi rituali barocchi e pomposi, non ho avuto l’impressione di una recita, ma di un dramma. Forse anche personale. Forse il Papa ha paura di andare all’inferno».
MONTANELLI: Questo non lo so… può anche darsi, che ci mescoli un sentimento di paura, è possibile. Ma non mi pronuncio, perché… come si fa a calarsi nella coscienza di un papa?
Però che lui tema molto di più il consumismo del comunismo, questo non c’è dubbio. Proprio ne dà l’impressione tattile di questo. E lo capisco: l’arcivescovo di Cracovia aveva con sé tutta una popolazione che veniva in chiesa per consolarsi: la Chiesa è anche un grande rifugio. La Polonia era portata a questo perché secolarmente la Chiesa cattolica, trovandosi da una parte i greco-ortodossi e dall’altra i protestanti, ha rappresentato una bandiera dell’indipendenza nazionale. Quindi, anche stavolta era la Chiesa cattolica il grande rifugio delle anime in pena. Ed ora, invece di venire in chiesa, questi polacchi preferiscono andare al grande magazzino del mondo “materialista capitalista”. Lo capisco, Wojtyla.
Quando Indro Montanelli dice che è cattolico per le sue «radici», ricorda come queste gli sono “nate”?
MONTANELLI: No, perché non me ne sono accorto. Come posso ricordare? Io sono nato e cresciuto cattolico. Mio padre era un laico, anche lui, era un preside di liceo, profondamente cattolico e non lo sapeva. Io avevo una madre molto pia, osservante, e un padre che era cattolico come lei ma non lo sapeva, non osservava niente (non ne parlava), ma cattolico: il modo di ragionare che m’ha insegnato era cattolico, ma non lo sapeva. Come anch’io per molti anni non l’ho saputo, poi me ne sono reso conto a furia di vivere in mezzo, per esempio, ai protestanti. Allora ho capito da cosa veniva che la mia logica non aveva niente a che fare con la loro: veniva da qui. Ma gli italiani non si rendono conto di essere cattolici, eppure lo sono, sono proprio condizionati dalla mentalità cattolica.
Giovanni Paolo II in ginocchio davanti alla tomba di Gandhi a Nuova Delhi nel 1986
E la mamma da piccolino la portava a messa?
MONTANELLI: Non mi forzava, no. Beh, naturalmente la prima comunione e la cresima, le cose necessarie… Ma lei non insisteva molto, perché era convinta di rappresentarmi presso il Signore. Quindi io avevo in lei lo scudo, potevo fare di tutto. Mia madre… Io fui arrestato nel ’43 e condannato a morte dai tedeschi. C’erano poche speranze per la mia salvezza: mia madre piombò da Roma, era già anziana, malata, e fece delle cose incredibili, perché non era possibile che suo figlio venisse fucilato, per lei non era possibile. Quindi lei andava all’Hotel Regina, sede delle SS, in cui io ero inquilino, e la cacciavano via, lei ritornava, la cacciavano via e lei ritornava ancora. Perché non credette mai alla mia fucilazione che tutti davano per sicura, perché non era possibile. Lei era una creatura solare, bellissima mia madre, donna semplicissima come allora usavano le donne. Ma questa sua fede senza incrinature di dubbio… lei era garante presso il Signore, era garante! Questa era la fede di mia madre. Io vorrei aver quella fede lì, mia madre non ha mai avuto dubbi: io ero suo figlio, lei credeva nel Signore. È morta a novantasei anni ancora credendo in Gesù: pensi che bellezza, pensi che bellezza! Quella è la fede che io vorrei. Lo dica a padre Cantalamessa.
Per inciso, il gran mistero del fatto che questa mia condanna a morte non fu eseguita, è stato scoperto tre anni fa nella curia: fu il cardinale Schuster che a mia insaputa e senza mai dirmelo scrisse una lettera, credo al cognato di Kesserling per dirgli: «Se fucilate Montanelli fucilate un galantuomo», galantuomo si fa per dire…
Insomma, questa lettera non provocò la revoca della cosa, ma il rinvio sine die, finché scappai.
Una soluzione di compromesso, molto cattolica…
MONTANELLI: Una soluzione di compromesso.
Comunque, io sono un laico, laicone, laicaccio, mi chiami come vuole, ma molto, molto interessato a questa faccenda della Chiesa. Che io sento, pur restando con tutti i miei dubbi laici, come una mamma che mi allatta, al cui latte io sono cresciuto. Quindi, questa crisi esistenziale – che è una crisi esistenziale – mi tocca. Crisi esistenziale di cui io non vedrò la soluzione – già, poi le crisi non hanno mai soluzione ma trovano i compromessi – anche perché son troppo vecchio. E mi dispiace di non vedere come la Chiesa ce la farà. Ma ne ha passate tante e passerà anche questa. Però è dura, è dura.
Mi dispiace di non averle potuto offrire materia un po’ più sostanziosa…
Scherza? Sono cose delle quali nessuno può dirsi padrone.
MONTANELLI: No, nessuno! Siamo tutti così, credo… tranne mia madre! Ma per essere così certa aveva avuto degli indizi, l’aveva con sé, l’aveva con sé…
MONTANELLI: Non mi forzava, no. Beh, naturalmente la prima comunione e la cresima, le cose necessarie… Ma lei non insisteva molto, perché era convinta di rappresentarmi presso il Signore. Quindi io avevo in lei lo scudo, potevo fare di tutto. Mia madre… Io fui arrestato nel ’43 e condannato a morte dai tedeschi. C’erano poche speranze per la mia salvezza: mia madre piombò da Roma, era già anziana, malata, e fece delle cose incredibili, perché non era possibile che suo figlio venisse fucilato, per lei non era possibile. Quindi lei andava all’Hotel Regina, sede delle SS, in cui io ero inquilino, e la cacciavano via, lei ritornava, la cacciavano via e lei ritornava ancora. Perché non credette mai alla mia fucilazione che tutti davano per sicura, perché non era possibile. Lei era una creatura solare, bellissima mia madre, donna semplicissima come allora usavano le donne. Ma questa sua fede senza incrinature di dubbio… lei era garante presso il Signore, era garante! Questa era la fede di mia madre. Io vorrei aver quella fede lì, mia madre non ha mai avuto dubbi: io ero suo figlio, lei credeva nel Signore. È morta a novantasei anni ancora credendo in Gesù: pensi che bellezza, pensi che bellezza! Quella è la fede che io vorrei. Lo dica a padre Cantalamessa.
Per inciso, il gran mistero del fatto che questa mia condanna a morte non fu eseguita, è stato scoperto tre anni fa nella curia: fu il cardinale Schuster che a mia insaputa e senza mai dirmelo scrisse una lettera, credo al cognato di Kesserling per dirgli: «Se fucilate Montanelli fucilate un galantuomo», galantuomo si fa per dire…
Insomma, questa lettera non provocò la revoca della cosa, ma il rinvio sine die, finché scappai.
Una soluzione di compromesso, molto cattolica…
MONTANELLI: Una soluzione di compromesso.
Comunque, io sono un laico, laicone, laicaccio, mi chiami come vuole, ma molto, molto interessato a questa faccenda della Chiesa. Che io sento, pur restando con tutti i miei dubbi laici, come una mamma che mi allatta, al cui latte io sono cresciuto. Quindi, questa crisi esistenziale – che è una crisi esistenziale – mi tocca. Crisi esistenziale di cui io non vedrò la soluzione – già, poi le crisi non hanno mai soluzione ma trovano i compromessi – anche perché son troppo vecchio. E mi dispiace di non vedere come la Chiesa ce la farà. Ma ne ha passate tante e passerà anche questa. Però è dura, è dura.
Mi dispiace di non averle potuto offrire materia un po’ più sostanziosa…
Scherza? Sono cose delle quali nessuno può dirsi padrone.
MONTANELLI: No, nessuno! Siamo tutti così, credo… tranne mia madre! Ma per essere così certa aveva avuto degli indizi, l’aveva con sé, l’aveva con sé…
30 Giorni n. 7/8 del 2000