giovedì 22 maggio 2014

Diario dalla Terra Santa. 1 – La partenza. 2 – In viaggio verso Nazareth


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di Costanza Miriano
-  Oh, visto che devi partire per Israele in qualità di blogger, forse è il caso che ti spieghi come si fa a pubblicare un articolo.
-  Devi proprio?
-  Dai, forza, mica puoi partire senza saperlo fare. Lo so che è mezzanotte, ma io sono tre anni che cerco di spiegartelo. Forza. Apri il blog.
-  Va bene. Vuvvuvvusposatiesii…
-  No! Non ci posso credere!!! Non sai neanche come si chiama il tuo blog!!!!!!
-  Magari fosse solo quello che non so. Non so connettermi, non so usare skype, non so fare foto.
(E stavo partendo anche senza computer, se è per questo, ma dotata di novena, breviario e molti punti luce per gli zigomi).
Infatti ora sto scrivendo senza la certezza che riuscirò a inviare il mio primo reportage. Che poi, atterrata in un aeroporto superoccidentale, che il JFK al confronto è anticaglia, non so se posso esattamente cominciare la mia cronaca del viaggio in Terra Santa. Cioè, la Terra Santa chi l’ha vista ancora? Io e la collega di Roma, Stefania, stiamo aspettando i tre da Milano. E forse lo spirito non è esattamente quello della pellegrina, visto che ho mangiato sushi guardando le vetrine di Victoria’s Secret. E anche il bagaglio non è esattamente quello del povero che cerca. Per cercare di rientrare nei miseri 23 kg assegnatimi dalla compagnia aerea (questa è violenza sulle donne), stanotte alle tre (con la sveglia puntata alle cinque) stavo ai quarti di finale tra i componenti del bagaglio: il terzo paio di scarpe col tacco ha perso ai rigori contro il balsamo per capelli, mentre la giacca di pelle si è infilata in fuori gioco approfittando di una distrazione dell’arbitro.
In compenso, per cercare di entrare nello spirito di chi cerca, alle cinque dopo un’ora di sonno mi sono alzata e con soli due caffè e una doccia ho arrancato fino alla messa da Don Fabio Bartoli, che in via del tutto eccezionale ha celebrato così presto per permettermi di decollare tranquilla. E siccome il Signore esagera sempre con i regali, oggi c’era la mia lettura del cuore “questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”, quella che mi consegnarono il giorno della cresima e che abbiamo scelto per il matrimonio. E siccome la Compagnia dell’agnello – immagine ed espressione che peraltro don Fabio ha inventato ben prima di me – funziona, a messa è comparsa anche un’amica molto cara, incaricata dalla provvidenza di farmi da angelo custode. Perché aiutata dai 33 chili di zavorra mi sono vista sfilare sotto il naso il trenino per Fiumicino, e la mia compagna dell’agnello si è immolata e mi ha portata fino a Fiumicino.
Lì la signorina della El Al mi ha aperto il bagaglio – giustamente, per carità – e mi ha chiesto incredula quanti giorni rimanessi. “Ma guardi che in Israele c’è il cibo” ha detto guardando le mie riserve di pocket coffee, nocciole, barrette Enervit, insomma il kit base di sopravvivenza, in caso di rapimento alieno. Speravo almeno in una perquisizione, un interrogatorio in uno stanzino buio seduta al tavolino di formica, avevo ripassato anche Anna Frank, invece niente, niente di eroico, solo qualche controllo più accurato del solito, e una signorina che mi guarda interdetta, ma quello è normale per me.
In aereo un po’ però si sente che il posto dove stiamo andando è speciale. Io e il mio vicino ci mettiamo a parlare, e in pochi minuti mi racconta di quando sua nonna a Roma è stata presa e portata ad Auschwitz, lasciando il primo figlio (il padre del mio vicino di sedile) tredicenne e capo di una banda di sette fratellini. Orfani da quel momento. E la mamma mentre la portavano via è appena riuscita a salvare la seconda figlia dodicenne, dicendo che era la portiera dello stabile, e mettendole in braccio l’ultima nata: “signorina, la prego, porti la bambina a sua madre”. Fu l’ultima volta che vide le sue figlie, e gli altri cinque. E così mi ritrovo a piangere con uno sconosciuto.
Dietro di me un ragazzo prega con i filin ai polsi, dei lacci di cuoio legati a delle scatoline, sempre di cuoio (ma che c’è dentro? Lo devo chiedere alla guida, che si chiama Duran, me lo ricordo perché è come i Duran Duran e prima o poi lo chiamerò Simon, Le Bon). Si alza e si risiede e fa strani movimenti, che non saprei descrivere perché mi sembra brutto fissarlo. Il mio rosario da polso è molto meno professionale, lo ammetto.
Be’, ecco, ora sono qui, in attesa di raccontarvi questa terra in cui un gruppo di ragazzi ora vicino a me canta e balla musiche tradizionali israeliane. Arrivano da tutte le parti del mondo alla ricerca delle loro radici. Sono molto diversi da me (neanche uno ha i tacchi), ma anche io sono alla ricerca delle radici. Lì dove tutto è cominciato.

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di Costanza Miriano
“Se volete ho una cartina per farvi vedere bene dove ci troviamo”, fa la guida. Siamo a Jaffa, abbiamo appena lasciato l’aeroporto Ben Gurrion, a Tel Aviv, ma Duran, la nostra guida, mi sopravvaluta. Per me Israele è un posto situato più o meno tra il Nilo e l’Eufrate, un po’ in Oriente e un po’ Medio, molto medio. Per me la Terra Santa è un luogo dell’anima, e fino a oggi il desiderio di vederla si è sempre mescolato con la paura di confrontare la realtà con quello che avevo nel cuore. Ma è bastato arrivare per capire che non sarò delusa.
Intanto è chiaro che qui la fede è una cosa seria. Percorriamo l’autostrada principale, quella che unisce nord e sud del paese – stiamo andando a Nazareth – e costeggiamo i territori palestinesi.
10341872_10152230804808492_6945624701125653668_nLi abbiamo alla nostra destra, a oriente, mentre a occidente un sole rosso si tuffa nel mare, che è lontano una decina di chilometri ma c’è, me lo ha detto la guida, e anche il mio vicino di poltrona (Stefano Magni, della Bussola Quotidiana, che sa tutto di tutto, porca miseria, e dice che le mie domande sulla tecnologia gli ricordano quelle che fa suo padre, siamo un po’ superstiziosi noi – io per esempio sono certa che se apro la finestra la wifi si indebolisce, siamo un po’ tipo la mamma di Zerocalcare, noi vecchi che usiamo il pc).
Il paesaggio di questo paese è plasmato dalla fede dei suoi abitanti. Basta un colpo d’occhio per capire se la città che stai attraversando è ebrea o musulmana. E non so se possiamo dire lo stesso del nostro occidente, dove la fede è da tempo uscita dal discorso pubblico. E poi ci siamo noi, i cristiani.
Non ho ancora visto niente, ma il solo viaggio in pulmino mi ha fatto battere il cuore. Passiamo vicino al Monte Carmelo, al Tabor, costeggiamo la piana di Armageddon, e finalmente arriviamo a Nazareth, dove tra un peperone una melanzana e del cous cous io e la sveglia del gruppo (Leonora Giovanazzi) architettiamo un astutissimo piano per scovare una messa. (Lei la scova, io mangio peperoni). Domattina alle 6,30 un tassista ci accompagnerà alla Basilica dell’Annunciazione per la messa, ci aspetterà e ci riporterà in albergo (avrò digerito i peperoni nel frattempo? Mi sarò emancipata da quest’alone di aglio e cipolla che mi precede? Ho approfittato della lontananza dal consorte per abbandonarmi alle più sfrenate esagerazioni).10363862_10152230806718492_8643062474870123241_n
L’albergo ci accoglie con una piscina alla penombra della sera, le palme illuminate dall’ultima luce del sole, e la voce fortissima del muezzin che rompe il silenzio della sera (pochissimo traffico, molto buio) per ricordare che qui la fede – Nazareth è quasi tutta musulmana ormai – è una cosa seria.
Domattina all’alba andrò a parlare con quella che con il suo silenzio ha cambiato la storia dell’umanità. Le chiederò di accompagnarmi a cercare suo figlio, e le raccomanderò tutti quelli che mi hanno chiesto di farlo, ho un foglietto lungo lungo lungo…

le foto sono di Leonora Giovanazzi