lunedì 12 maggio 2014

La leadership del servizio.


Papa Francesco risponde alle domande degli alunni dei pontifici collegi e convitti di Roma

La leadership del sacerdote? Consiste nel servire con un amore personale per la gente: un vescovo o un prete che non sa cosa sia il servizio non è un buon pastore, anche se ha tante altre qualità. È uno dei passaggi più significativi del dialogo che Papa Francesco ha improvvisato stamane, lunedì 12 maggio, con gli alunni dei Pontifici collegi e convitti di Roma. I vecchi parroci di Buenos Aires, ha ricordato per rendere incisivo il messaggio, quando ancora non esisteva il cellulare, dormivano con il telefono accanto, ma non moriva nessuno senza sacramenti. Li chiamavano a qualsiasi ora e loro si alzavano e andavano. Ecco la vera leadership del prete.
Nell’aula Paolo VI, il vescovo di Roma ha risposto per oltre un’ora e un quarto a otto domande rivoltegli da seminaristi e sacerdoti che studiano in città. Ne è uscito un vero e proprio identikit del prete del nuovo millennio, con tanto di pregi da ricercare e difetti da evitare. Il Papa ha messo in guardia contro un duplice rischio: l’«amore per i soldi» e la «vanità», ovvero quei peccati che «il popolo non perdona ai propri pastori». Perché il popolo perdona persino le scivolate affettive o chi beve un po’ troppo vino, ma non chi è attaccato ai soldi o è vanitoso e non tratta bene la gente. Al contrario la leadership deve tradursi nel servizio, con un amore personale, individuale, per ciascuna delle persone affidate al pastore.

Ed è nella prossimità che il servizio si concretizza, nella vicinanza, in quell’umile uscire da sé stessi per andare verso le periferie di cui da sempre parla Jorge Mario Bergoglio. Il quale ha offerto ai giovani e ai futuri sacerdoti tutta la propria esperienza di prete gesuita, di vescovo a Buenos Aires e di Pontefice.
Riaffermati i quattro pilastri della formazione presbiterale — quella spirituale, quella accademica, quella comunitaria e quella apostolica — e l’invito a non scivolare nelle ideologie o nel purismo accademico, il Papa si è poi riferito ai benefici della vita comunitaria. E qui è tornato il richiamo alle chiacchiere e ai danni che esse fanno in una comunità, con la richiesta, invece, di pregare insieme e proprio per quelle persone con cui si hanno problemi.
Se di una cosa in più c’è bisogno, ha detto ancora, dobbiamo pensare in particolare alla virtù della vigilanza. In questo può essere d’aiuto rivolgersi a Maria, prima ancora che agli psichiatri. Bisogna pregare la Madonna, ha detto, perché un prete che si dimentica della madre nei momenti di turbolenze corre dei seri rischi.
Infine, dopo aver affrontato anche il problema delle omelie troppo lunghe e noiose, che allontanano dai fedeli, ha augurato ai presenti di poter sperimentare nella vita l’«amicizia sacerdotale» e di avere molti amici.
All’inizio dell’incontro, rispondendo al saluto del cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, Beniamino Stella, che gli aveva fatto notare la presenza di oltre 150 seminaristi originari del Medio Oriente, Papa Francesco ha assicurato la sua vicinanza nella preghiera, «in questo momento di sofferenza», ai popoli della regione e dell’Ucraina, dove la Chiesa è sofferente.

L'Osservatore Romano

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La chiacchierata "senza paracadute" di Francesco con seminaristi e sacerdoti

Bergoglio incontra i Pontifici Collegi e Convitti di Roma e, in un discorso tutto a braccio, indica rischi e pericoli della Chiesa di oggi e di domani: dall'accademismo, ai pettegolezzi da donne, fino a Maria che da madre diventa "suocera"

Applausi, risate, domande e risposte tutte rigorosamente a braccio. Ancora una volta Bergoglio riesce a trasformare un’udienza in Aula Paolo VI, come quella di oggi con i Pontifici Collegi e Convitti di Roma, in una grande tavolata tra amici dove scambiare quattro chiacchiere. Che poi chiacchiere non sono visto che il Pontefice, tra una battuta ironica e un’osservazione arguta, ha richiamato all’ordine e in un certo senso bacchettato studenti e rettori, mettendoli in guardia dai pericoli in cui rischiano di incorrere. A cominciare dall’“accademismo”, il puntare tutto cioè sulla formazione intellettuale a scapito di quella spirituale.
La “malattia” dell’accademismo
“I vescovi – ha sottolineato il Pontefice, rispondendo appunto ad una domanda sulla formazione accademica - vi inviano qui perché abbiate una laurea, ma anche per tornare in diocesi. Ma in diocesi dovete lavorare nel presbiterio, come presbiteri”.
In tal senso, sono quattro i “pilastri” su cui si basa la formazione sacerdotale, secondo il Papa: la formazione “spirituale”, “accademica”, “comunitaria” e “apostolica”. Qui a Roma, ha osservato, si coltiva molto “la formazione intellettuale”; ma non bisogna trascurare gli altri tre pilastri perché “tutti e quattro interagiscono tra di loro”.
“Io – ha detto Bergoglio - non capirei un prete che venga a prendere una laurea qui, a Roma, e che non abbia una vita comunitaria o non cura la vita spirituale – la Messa quotidiana, la preghiera quotidiana, la lectio divina, la preghiera personale con il Signore – o la vita apostolica”. Da solo “il purismo accademico non fa bene. Il Signore vi ha chiamati ad essere sacerdoti, ad essere presbiteri: questa è la regola fondamentale”, ha ribadito il Santo Padre.
E ha ammonito anche da un altro rischio: “Se soltanto si vede la parte accademica, c’è pericolo di scivolare sulle ideologie, e questo ammala. Anche, ammala la concezione di Chiesa”.  Per capire la Chiesa, infatti, “c’è bisogno di capirla dallo studio ma anche dalla preghiera, dalla vita comunitaria e dalla vita apostolica”. “Quando noi scivoliamo su una ideologia - ha spiegato Francesco - perché siamo 'macrocefali', per esempio, e andiamo su quella strada, avremo una ermeneutica non cristiana, un’ermeneutica della Chiesa ideologica”.
Invece, la Chiesa va guardata “con occhi di cristiano”, pensata “con mente di cristiano”, amata “con cuore cristiano”. Il caso contrario diventa una deviazione, se non “una malattia”, ha sottolineato il Pontefice, e la Chiesa “finisce mal capita”. Per questo è bene insistere sul lavoro accademico, ma stare attenti a non far prendere ad esso il sopravvento sulla vita spirituale, comunitaria e apostolica.
Seminario e vita comunitaria: un utile "purgatorio"
Sulla stessa linea, Bergoglio ha risposto poi ad un seminarista cinese che chiedeva un consiglio per rendere la comunità del seminario “un luogo di crescita umana e spirituale e di esercizio di carità sacerdotale”. Francesco ha citato le parole di un anziano vescovo dell’America Latina: “È molto meglio il peggiore seminario che il non-seminario”. “Se uno si prepara al sacerdozio da solo, senza comunità, questo fa male”, ha ribadito il Papa.
“La vita del seminario, cioè la vita comunitaria, è molto importante”, perché “c’è la condivisione tra i fratelli, che camminano verso il sacerdozio, ma anche ci sono i problemi, le lotte di potere, lotte di idee, anche lotte nascoste; e vengono i vizi capitali: l’invidia, la gelosia…”. Allo stesso tempo, però, “vengono le cose buone: le amicizie, lo scambio di idee…”. Potremmo dire che “la vita comunitaria non è il paradiso”, ma “almeno, il purgatorio”, ha detto il Papa scatenando gli applausi in Aula. Come diceva un “santo gesuita”: “La maggiore penitenza è la vita comunitaria...”. Eppure “dobbiamo andare avanti, nella vita comunitaria”, ha insistito il Santo Padre, indicando “quattro-cinque” regolette come aiuto per questo cammino.
Non sparlare gli uni degli altri…
Innanzitutto, “mai, mai sparlare di altri!”: “Se io ho qualcosa contro l’altro, o che non sono del parere: in faccia! Ma noi, i chierici, abbiamo la tentazione di non parlare in faccia, di essere troppo diplomatici, quel linguaggio clericale, no? Ma, ci fa male! Ci fa male!”.
È la consueta denuncia di quelle chiacchiere che rovinano l’armonia di una comunità. Questa volta, però, il Papa ha voluto spiegare il concetto con fatti concreti e, lasciandosi andare ai ricordi, ha raccontato quando 22 anni fa, appena nominato vescovo, aveva preso “una decisione un po’ troppo diplomatica” che aveva provocato “le conseguenze che vengono da queste decisioni che non si prendono nel Signore”.
Chiedendo un parere al suo segretario di allora, un giovane sacerdote ordinato da qualche mese, “lui – ha raccontato il Papa - mi ha guardato in faccia e mi ha detto: ‘Lei ha fatto male: lei non ha preso una decisione paterna’, e mi ha detto tre o quattro cose di quelle forti… Molto rispettoso, ma me le ha dette. E poi, quando se n’è andato, io ho pensato: ‘Questo non lo allontanerò mai dal posto di segretario: questo è un vero fratello!’. Invece, quelli che ti dicono le cose belle davanti e poi da dietro non tanto belle…”.
Insomma un aneddoto personale per rimarcare che “le chiacchiere sono la peste di una comunità” e che se si deve dire qualcosa bisogna farlo “in faccia, sempre”. “E se non hai il coraggio di parlare in faccia – ha esortato Papa Francesco - parla al superiore o al direttore, che lui ti aiuterà. Ma non andare per le stanze dei compagni per sparlare”. Che non si dicesse infatti “che chiacchierare è cosa di donne - ha aggiunto il Pontefice con simpatia – anche noi maschi chiacchieriamo abbastanza e quello distrugge la comunità”.
… ma pregare gli uni per gli altri
Un’altra ‘regola’ è poi “la preghiera comunitaria”. Un ricordo personale anche su questo: il poco più che ventenne Bergoglio, studente di filosofia, “confessò al suo padre spirituale di essere arrabbiato con una persona”. “Lui mi ha fatto una sola domanda: ‘Dimmi, tu hai pregato per lui?’. Niente più. E io ho detto: ‘No’. E lui è rimasto zitto. ‘Abbiamo finito’, mi ha detto”.
Il Santo Padre ha quindi esortato: “Pregare, pregare per tutti i membri della comunità, ma pregare principalmente per quelli con cui ho problemi o per quelli a cui io non voglio bene, perché non volere bene ad una persona alcune volte è una cosa naturale, istintiva; ma, pregare: e il Signore farà il resto”. Senza chiacchiere e con tanta preghiera, “vi assicuro” - ha detto il Pontefice - che “la comunità va avanti, si può vivere bene, si può parlare bene, si può discutere bene, si può pregare bene insieme…”.
La cura per le turbolenze del cuore: andare da Maria che è mamma non suocera
Uno studente messicano ha poi domandato al Vescovo di Roma in che modo riuscire a stare “vigilanti” per essere “fedeli alla vocazione”. La vigilanza – ha risposto il Papa – “è un atteggiamento cristiano”. I Padri Orientali affermavano che per essere vigilanti è necessario domandarsi “cosa succede nel mio cuore?”. “Si deve conoscere bene se il mio cuore è in una turbolenza o il mio cuore è tranquillo" - ha sottolineato Francesco -, perché se in turbolenza, “non si può vedere cosa c’è dentro. Come il mare. Non si vedono i pesci, quando il mare è così”.
L’‘antidoto’ per questi momenti di inquietudine interiore è “andare sotto il manto della Santa Madre di Dio”, come suggerivano i Padri russi. La prima antifona latina “sub tuum presidium Sancta Dei Genitrix”, in fondo, dice proprio questo, ha ricordato il Pontefice: “Prima di tutto, andare là, e là aspettare che ci sia un po’ di calma: con la preghiera, con l’affidamento alla Madonna…”.
“Qualcuno di voi mi dirà: ‘Ma Padre, in questo tempo di tanta modernità buona, della psichiatria, della psicologia, in questi momento di turbolenza credo che sarebbe meglio andare dallo psichiatra che mi aiuti…’”. “Non scarto quello”, ha precisato il Papa, ma “prima di tutto andare alla Madre: perché un prete che si dimentica della Madre e soprattutto nei momenti di turbolenza, qualcosa gli manca. È un prete orfano: si è dimenticato di sua mamma!”. E “dimenticare la madre è una cosa brutta … Per dirlo in un’altra maniera: se tu non vuoi la Madonna come Madre, sicuro che l’avrai come suocera, eh? E quello non è buono!”. Quindi, “nei momenti difficili” bisogna fare come i bambini e andare “dalla mamma, sempre”. “E noi – ha evidenziato il Santo Padre - siamo bambini, nella vita spirituale: questo non dimenticarlo mai!”.
Ritornando quindi alla domanda del seminarista, il Papa ha ribadito che vigilare “non è andare alla sala di tortura”, ma “guardare il cuore”. “Noi dobbiamo essere padroni del nostro cuore. Cosa sente il mio cuore, cosa cerca? Cosa oggi mi ha fatto felice e cosa non mi ha fatto felice? Non finire la giornata senza fare questo”. Da vescovo, infatti, lui chiedeva sempre ai suoi preti come finivano la giornata: “Erano sempre molto affaticati per il ‘tanto lavoro’ in parrocchia, cenavano rapidamente, un po’ di tv per rilassarsi…”, ma monsignor Bergoglio appena li incontrava chiedeva loro: “E non passi dal tabernacolo, prima?”. “Ci sono cose che ci fanno vedere dov’è il nostro cuore”: “Non è una introspezione sterile”, ha precisato il Pontefice, ma “è conoscere lo stato del mio cuore, la mia vita, come cammino nella strada del Signore”.
Vuoi essere un leader? Mettiti “al servizio di”. Altrimenti odori di cipolla… 
È stato poi il turno di uno studente filippino che ha espresso al Papa il desiderio di vedere pastori che siano punto di riferimento per il mondo di oggi, capaci di guidare, governare e comunicare. Per ottenere questo tipo di “leadership”c’è una sola strada da seguire: “il servizio”. “Non ce n’è un’altra – ha chiarito il Papa - Se tu hai tante qualità, ma non sei un servitore, la tua leadership cadrà, non serve, non è capace di convocare”. Anche in questo caso torna utile una memoria del passato: “Ricordo un padre spirituale molto buono: ma, la gente andava da lui tanto che alcune volte non poteva pregare tutto il breviario. E alla notte, andava dal Signore e diceva: Ma Signore, guarda, non ho fatto la tua volontà, ma neppure la mia, eh?, ho fatto la volontà degli altri! Così, tutti e due – il Signore e lui – si consolavano”.
Tante volte, ha soggiunto Francesco, “il servizio è fare la volontà degli altri”. “Il pastore deve essere sempre a disposizione del suo popolo", egli "deve aiutare il popolo a crescere, a camminare”. Altrimenti rischia di diventare come quello che Sant’Agostino aborriva: il pastore che mangia la carne della sua pecora e si veste con la sua lana.
“Sono i due peccati dei pastori”, ha affermato infatti il Papa: soldi e vanità, “i pastori affaristi e i pastori principi”. I primi “fanno le cose per soldi”, i secondi “credono di essere superiori al loro popolo”. Ma “un pastore che cerca se stesso, sia per la strada dei soldi sia per la strada della vanità, non è un servitore, non ha una vera leadership”, ha ribadito il Pontefice.  
“L’umiltà”, invece, è la prima “arma” del pastore. Il resto, la vanità soprattutto, “è come la cipolla” dicevano i monaci del deserto: “Tu, quando prendi una cipolla cominci a sfogliarla. E tu ti senti vanitoso e incominci a sfogliare la vanità. E vai, e vai, e un’altra foglia, e un’altra, e un’altra… alla fine, tu arrivi a … niente e hai l’odore della cipolla”.Essere umili “è difficile” ha ammesso Francesco, ma è ancora più difficile “togliere la vanità da un prete”. E non dimentichiamo che il popolo di Dio “ti perdona tante cose” ma “non ti perdona se sei un pastore attaccato ai soldi, se sei un pastore vanitoso che non tratta bene la gente: perché il vanitoso non tratta bene la gente”.
Come cura contro i virus di “soldi, vanità e orgoglio” - “i tre scalini che ci portano a tutti i peccati” – Bergoglio ha indicato alcune virtù: “vicinanza, umiltà, povertà e sacrificio” e soprattutto “servizio”. “Ricordo – ha aggiunto - i vecchi parroci di Buenos Aires, quando non c’era il telefonino, la segreteria telefonica: dormivano con il telefono accanto a loro. Non moriva nessuno senza i Sacramenti. Li chiamavano a qualsiasi ora: si alzavano e andavano. Servizio, servizio... E da vescovo soffrivo quando chiamavo una parrocchia e mi rispondeva la segreteria telefonica… Così non c’è leadership! Come tu puoi condurre un popolo se tu non lo senti, se tu non sei al servizio?”. 
Non si può evangelizzare senza vicinanza
Lo stesso spirito di “servizio” si deve riversare poi nell’evangelizzazione, ha affermato il Pontefice rispondendo ad un sacerdote messicano. “L’evangelizzazione – ha detto - suppone uscire da se stesso; suppone la dimensione del trascendente: il trascendente nell’adorazione di Dio, nella contemplazione e il trascendente verso i fratelli, verso la gente”. La “vicinanza” è “il nocciolo dell’evangelizzazione”: “Essere vicino alla gente, essere vicino a tutti, a tutti! Non si può evangelizzare senza vicinanza. Vicinanza, ma cordiale; vicinanza d’amore”.
Queste omelie noiose….
La mancata vicinanza crea molti problemi. Uno su tutti “il problema delle omelie noiose”. “Proprio nell’omelia si misura la vicinanza del pastore col suo popolo”, ha spiegato il Santo Padre. Per questo servono omelie “brevi e concrete”, che non siano “conferenze” ma partano dalla conoscenza delle persone a cui sono rivolte, in modo che “la gente capisca”. 
Che bella l’amicizia sacerdotale!
L’ultima domanda è toccata ad uno studente polacco che ha interrogato il Vescovo di Roma sulle “qualità umane” da coltivare per essere immagine del Buon Pastore e vivere “la mistica dell’incontro”. Niente di più, niente di meno che la “capacità di sentire, di ascolto delle altre persone” e “di cercare insieme la strada”, ha risposto il Papa. Inoltre, “il Buon Pastore non deve spaventarsi. Forse ha timore dentro, ma non si spaventa mai. Sa che il Signore lo aiuta”.
In quest'ottica, è bene che il Pastore parli e incontri il proprio vescovo: “L’amicizia sacerdotale è un tesoro che si deve coltivare fra voi”, ha raccomandato il Papa. Certo, ha ammesso, “non tutti possono essere amici intimi. Ma che bella è un’amicizia sacerdotale, quando i preti, come due fratelli, tre fratelli, quattro fratelli si conoscono, parlano dei loro problemi, delle loro gioie, delle loro aspettative”.
“Se io trovassi un prete che mi dice: ‘Io mai ho avuto un amico’, penserei che questo prete non ha avuto una delle gioie più belle della vita sacerdotale”, ha detto il Papa. E ha concluso il suo lungo, intenso e libero discorso augurando a tutti – seminaristi, alunni, rettori, sacerdoti – “di essere amici con quelli che il Signore ti mette avanti per l’amicizia”. “L’amicizia sacerdotale è una forza di perseveranza, di gioia apostolica, di coraggio, anche di senso dell’umorismo. È bello, bellissimo!”.
Vicino agli studenti del Medio Oriente e dell’Ucraina
In apertura del suo discorso, Bergoglio si era rivolto agli studenti provenienti da Ucraina e Medio Oriente, due paesi massacrati da guerre e violenze per cui “si soffre tanto nella Chiesa”. “Voglio dirvi che vi sono molto vicino in questo momento di sofferenza – ha detto loro il Papa - davvero, molto vicino; e nella preghiera”.
(S. Cernuzio) Zenit
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Papa: che sofferenza se in parrocchia risponde segreteria telefonica   
(Salvatore Izzo) "Che sofferenza quando si chiama una parrocchia  e risponde la segreteria telefonica! Ma come si puo' essere al servizio  del popolo, senza neanche sentirlo?". Sono parole di Papa Francesco nella conversazione con seminaristi e sacerdoti dei collegi e convitti  ecclesiastici di Roma.
"Quando non c'e' il servizio, tu - ha scandito -  non puoi guidare un popolo. Il servizio del pastore e' che deve essere  sempre a disposizione del suo popolo. Il pastore deve aiutare il popolo a crescere, a camminare e camminare con il suo popolo, davanti, in mezzo  e dietro, seguendo il fiuto del popolo di Dio per trovare i pascoli  erbosi". Il pastore, dunque, "fa crescere il suo popolo" e "va sempre  con il suo popolo".
"Essere vicino alla gente - ha ripreso - essere vicino a tutti, perche'  non si puo' evangelizzare senza vicinanza". Una vicinanza "cordiale",  "d'amore, anche vicinanza fisica". Il Papa e' tornato anche a riflettere  sulle omelie che, ha detto, sono "noiose" se "non c'e' vicinanza".
Proprio nell'omelia, ha detto, "si misura la vicinanza del pastore col  suo popolo". Se uno parla 20, 30 perfino 40 minuti nell'omelia, ha  osservato finisce col parlare "di cose astratte, di verita' della fede"  e in questo modo "fa un'omelia, fa scuola" e "non vicino alla gente". Le  omelie - ha detto - non sono "conferenze", devono essere "un'altra cosa". "Suppone preghiera, suppone studio, suppone conoscere le persone  cui tu parlerai, suppone vicinanza". Sull'omelia, nell'evangelizzazione,  "dobbiamo andare avanti abbastanza", perche' "siamo in ritardo",  "aggiustare bene le omelie, perche' la gente capisca". E ai futuri  sacerdoti consiglia un'omelia breve e forte, 8-10 minuti, perche' poi  "l'attenzione se ne va".
Il Pontefice ha anche ammonito i prossimi parroci dei vari paesi a non  diventare "pastori affaristi, vanitosi e orgogliosi, che fanno le cose  per soldi, per interessi economici o materiali oppure con senso di  superiorita' o con superbia e distacco quasi principesco". "Soldi,  vanita' e orgoglio - ha spiegato - sono tentazioni da respingere perche' sono gli scalini per ogni peccato e non vengono perdonati da Dio". Per  il Papa, "c'e' una sola strada per la leadership: il servizio. Non ce  n'e' un'altra. Se anche si hanno tante qualita' da comunicare ma non si  e' un servitore, la leadership cadra' perche' non serve, non e' capace  di convocare e di guidare un popolo, di aiutarlo a crescere e a  camminare. L'umilta' e la vicinanza - ha sottolineato - devono essere le  armi del pastore".
"Non e' facile essere umili ma la vanita' - ha concluso Francesco - e' come una cipolla, che si comincia a sfogliare e alla fine, quando si e' tolta una foglia dopo l'altra, si arriva al niente e resta soltanto il cattivo odore". Ed ha citato S. Agostino per denunciare due peccati dei pastori. I "pastori affaristi" e i pastori che si credono superiori al  loro popolo, "i pastori-principi". Il Papa ha riconosciuto che "e' tanto difficile togliere la vanita' da un prete". Il "Popolo di Dio - ha detto - ti perdona tante cose ma non ti perdona se sei un pastore attaccato ai  soldi, se sei un pastore vanitoso che non tratta bene la gente: perche' il vanitoso non tratta bene la gente. Soldi, vanita' e orgoglio: i tre  scalini che ci portano a tutti i peccati. Ma il popolo di Dio capisce le  nostre debolezze, e le perdona; ma queste due, non le perdona L'attaccamento ai soldi non lo perdona nel pastore. E non trattare bene  loro, non lo perdona".
Papa: il peggior seminario e' meglio di non andare in seminario
"E' molto meglio il peggior seminario che un non  seminario. Se uno si prepara da solo al sacerdozio senza comunita',  questo fa male". Lo ha affermato Papa Francesco - citando 'un vecchio  vescovo dell'America Latina' - nella conversazione di oggi con sacerdoti  e seminaristi del Collegi e Convitti Pontifici. "La vita comunitaria -  ha sottolineato - e' molto importante perche' c'e' condivisione con i  fratelli, anche nei problemi, nelle lotte di potere e di idee, anche  nascoste". Secondo Bergoglio, infatti, "nei seminari ci sono anche vizi  capitali come invidia e gelosia, ma anche vengono le cose buone, le  amicizie, lo scambio di idee, questo e' l'importante".
"La vita comunitaria - ha spiegato Francesco - non e' il paradiso ma  non e' nemmeno il purgatorio". In proposito, il Pontefice ha ricordato un gesuita per il quale "la maggior penitenza" era la vita comunitaria,  rivelando di non essere personalmente cosi' pessimista. "Credo - ha  confidato - che dobbiamo andare avanti: mai sparlare degli altri, se ho  qualcosa da dire debbo dirlo in faccia". Per il Papa, "l'amicizia  spirituale tra i preti e' una forma di gioia, di coraggio e di  speranza". "Se un prete mi dice di non aver mai avuto un amico allora  c'e' qualcosa che non va", ha spiegato. Nella conversazione con  seminaristi e giovani sacerdoti che arrivano a Roma da tutto il mondo  per studiare nelle Universita' Pontificie, Francesco ha messo in guardia  anche contro il "pericolo dell'accademicismo", il rischio cioe' che  studiando in modo astratto un sacerdote alla fine "non si sente un padre  ma un dottore". "Il purismo accademico - ha rilevato - non fa bene. C'e' pericolo di scivolare sulle ideologie e questo fa ammalare perche' ammala la concezione di Chiesa. Per capire la Chiesa c'e' bisogno di  capirla dallo studio ma anche dalla preghiera e dalla vita comunitaria  eapostolica".
"Quando scivoliamo su un'ideologia perche' siamo macrocefali, andando  su quella strada avremo un'ermeneutica non cristiana, ideologica. E  questa e' una malattia. L'ermeneutica della Chiesa - ha assicurato -  deve essere quella che la Chiesa stessa ci offre: dobbiamo capire la  Chiesa con occhio di cristiani. Capire la Chiesa con mente e cuore  cristiani. Al contrario la Chiesa non la si capisce o finisce malcapita.
Bisogna sottolineare dunque il lavoro accademico ma non trascurare la  vita spirituale, comunitaria e apostolica". "L'incontro, la capacita' di  ascoltare, di sentire le altre persone, la capacita' di cercare insieme  la strada, il metodo": questo per Papa Francesco e' importante.
"L'incontro - ha chiarito - significa non spaventarsi delle cose. Il Buon pastore non deve spaventarsi, se ha timore dentro sa che il Signore  lo aiuta". "E' differente - ha poi continuato Francesco parlando ai  giovani sacerdoti e ai seminaristi - l'arrivo vostro a Roma rispetto al  trasferimento di diocesi che hanno fatto a me. Ma ugualmente c'e' la novita' e dobbiamo essere pazienti con noi stessi: e' come un tempo di fidanzamento il tempo della novita', e' normale. Ma poi andare sul  serio. Chiedendosi: cosa sono venuto a fare? Approfittare di tante  opportunita' che ci da' questo sogguormo, la novita' dell'universalita', di conoscere tante culture diverse, il dialogo fra voi. Non spaventarsi - ha concluso - per quella gioia delle novita'".
Papa: la tentazione delle chiacchiere non e' solo femminile
"Noi chierici abbiamo la tentazione di non parlare in faccia, ma il linguaggio clericale, diplomatico, ci fa male".
Papa Francesco lo ha affermato parlando ai seminarisiti e ai giovani sacerdoti di tutto il mondo che studiano a Roma, ospiti dei Collegi e  Convitti ecclesiastici. "Le chiacchiere - ha detto - sono cosa di donne,  ma anche di maschi. Sono la peste di una comunita': si parla in faccia  sempre, o se non si ha il coraggio si parla al superiore, ma non si va  per le stanze dei compagni per sparlare".
"Questo distrugge la comunita'. Ascoltare le diverse opinioni e  discuterle, invece, fa bene", ha osservato il Papa che ha anche  raccontato di quando, appena nominato vescovo ausiliare di Buenos Aires, 22 anni fa, aveva un segretario giovane recentemente ordinato che pure  ebbe il coraggio, davanti a una decisione "presa diplomaticamente e non con il Signore", di riprenderlo dicendogli "lei ha fatto male, non ha preso una decisione paterna". "Era rispettoso - ha confidato - ma me le  ha dette. E io ho pensato: 'questo non lo allontanero' mai da mio segretario, e' un vero fratello', non come quelli che dicono bene  davanti e poi da dietro cose non tanto belle". In proposito, il  Pontefice ha poi citato anche il suo antico padre spirituale il quale  "una volta che avevo rabbia contro uno mi ha fatto una sola domanda: 'ma  dimmi tu hai pregato per lui?'. Ho risposto di no e il sacerdote e' rimasto zitto, abbiamo finito". "Pregare - ha esortato dunque Francesco  rivolto ai giovani ecclesiastici - per tutti i membri della comunita',  in particolare per quelli con cui ho problemi. Pregare il Signore fara'  il resto. La preghiera comunitaria. Queste due cose". "Non vorrei dire  tanto, ma vi assicuro - ha concluso - che se fate queste due cose la  comunita' va avanti si puo' pregare bene insieme: non sparlare e pregare  per quelli con cui ho problemi".
Papa: il cardinale Tagle e' un grande comunicatore
Papa Francesco apprezza molto l'arcivescovo di  Manila, il cardinale Luis Antonio Tagle, che a 56 anni e' anche uno dei  membri piu' giovani del Sacro Collegio. "Il tuo vescovo e' un grande comunicatore", ha detto a uno dei seminaristi filippini che  partecipavano oggi all'incontro dei Collegi ecclesiastici con il  Pontefice. Francesco ha criticato invece quei vescovi che non hanno tempo per il loro clero. "Ho sentito un sacerdote dire che e' in attesa  di un appuntamento con il vescovo da 4 mesi. Questo - ha affermato - non  e' bene".
Papa: prete che non vuole Maria come madre se la trovera' suocera
"Vi consiglio un bel rapporto con la Madonna: questo ci aiuta ad avere un bel rapporto con la Chiesa perche' tutte e due sono madri". Lo ha detto Papa Francesco ai sacerdoti e seminaristi  ospiti dei Convitti Pontifici, ricevuti oggi in Vaticano. "Dimenticare  la madre - ha scandito - e' una cosa brutta. Se non la vuoi come madre  sicuro che l'avrai come suocera e quello non e' buono". In proposito,  Francesco ha citato "il bel brano di Sant'Isacco abate: quello che si  puo dire di Maria si puo' dire della Chiesa e dell'anima tutte e tre  sono femminili, madri, danno la vita".
Papa Francesco ha parlato della Vergine rispondendo a una domanda su "discernimento, vigilanza e disciplina personale". "La vigilanza - ha  spiegato - e' un atteggiamento cristiano. E' importante chiedersi "cosa  succede nel mio cuore", perche' "dove e' il mio cuore e' il mio tesoro".
Il primo consiglio, ha detto, "quando il cuore e' in turbolenza", e' il  consiglio dei monaci russi: "Andare sotto il manto della Santa Madre di  Dio". "Qualcuno di voi - ha ipotizzato a questo punto - mi dira': 'Ma  Padre, in questo tempo di tanta modernita' buona, della psichiatria, della psicologia, in questi momento di turbolenza credo che sarebbe meglio andare dallo psichiatra che mi aiuti …'. Ma non scarto quello, ma prima di tutto andare alla Madre: perche' un prete che si dimentica  della Madre e soprattutto nei momenti di turbolenza, qualcosa gli  manca". Questo, ha detto, "e' un prete orfano: si e' dimenticato della sua mamma!". Vigilare, ha proseguito, "non e' andare alla sala di  tortura", e' "guardare il cuore. Noi dobbiamo essere padroni del nostro  cuore". Ed ha raccontato di un suo dialogo, avvenuto 30 anni fa, con due professori e catechisti del Nord Europa che si vantavano di "aver  superato la tappa della Madonna" per credere in Gesu' Cristo. "Io sono rimasto un po' addolorato, non ho capito molto. Ne abbiamo parlato un  po', su questo. E questa non e' maturita', non e' maturita'! Dimenticare  la madre e' una cosa brutta".
Papa: e' bello dormire perche' si e' stanchi, senza sonnifero
"L'ideale e' finire la giornata stanchi per le  cose fatte. E poter dormire per questo senza prendere la pastiglia" di sonnifero. Lo ha confidato Papa Francesco ai sacerdoti e seminaristo  ospiti dei collegi e convitti ecclesiastici di Roma.
Il Papa non ha mancato infatti di confidare un po' dello "schema" della  sua vita, scandita da preghiera e lavoro. E ha confessato di dover  anticipare alle 15, "dopo il pranzo e la siesta" la preghiera dei Vespri  e l'Ufficio delle Letture, perche' "altrimenti non si riesce piu' a completare il breviario". Per Francesco "la stanchezza sana" e' un dono  di Dio. 

(AGI)

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Vatican Insider
(Iacopo Scaramuzzi) Un’ora con seminaristi e giovani sacerdoti dei pontifici collegi e dei convitti di Roma. “La leadership è servizio, il popolo di Dio non perdona la vanità e l’amore per i soldi”. “Le chiacchiere sono la peste di una comunità”, anche in seminario. (...)