Domani a Piacenza.
Riceviamo da Livio Podrecca (Unione Giuristi Cattolici) e volentieri pubblichiamo.
Quando nella Costituente si trattò di regolamentare la famiglia i Padri fondatori non seppero, saggiamente, far di meglio che fermarsi sulla soglia di quello che viene definito il diritto positivo, cioè la legge scritta, dello Stato.
E, da lì, contemplare ciò che un grande giurista come Arturo Carlo Jemolo definì un’isola, che il mare del diritto (positivo) non poteva che lambire: la famiglia. La famiglia entrò nella Costituzione repubblicana, all’art. 29, con il riconoscimento della sua natura di società naturale, fondata sul matrimonio. Un quid, cioè, che esiste prima della legge dello Stato, del diritto positivo, e della cui esistenza non si può che prendere atto, assieme al progetto, alle dinamiche ed alle norme, di diritto naturale, che la regolano.
Nulla faceva presagire lo scempio giuridico a cui, negli anni successivi, il diritto dello Stato, piegandosi alle ideologie ed alle rivolte del ’68, per una sorta di viscerale senso di rivalsa, e di vendetta, la avrebbe sottoposta, a partire dalla introduzione, nella riforma del ‘75, della separazione dei coniugi, e dalla legge sul divorzio, sottoposta al famoso referendum di cui proprio in questi giorni si celebra il triste quarantennale.
Come ci ricorda Giuseppe Dalla Torre, ai nostri giorni la parabola del matrimonio civile, introdotto all’inizio del XIX secolo dal codice civile napoleonico, sembra avere raggiunto il suo triste epilogo, con il suo conclamato fallimento.
Nella società di oggi molti vorrebbero presentare la famiglia pare come uno scolaretto d’altri tempi, antiquato e fuori luogo, da mettere dietro la lavagna, le ginocchia in punizione sui sassolini o i noccioli di ciliegia.
Si va propagando sui media e nella azione politica una sorta di delirio collettivo, una concezione laicista e libertaria della legge e del diritto, per cui ogni desiderio individuale è legge, ed ogni teoria sulla pluralità delle formazioni famigliari, fondata – per di più – sulla indifferenza sessuale, rispettabile.
Su questi temi, un potere politico snervato e per certi aspetti anche un po’ ingenuo e, forse, anche un po’ babbeo (tanto da sposare battaglie politicamente ‘perdenti’ per tutti coloro che le hanno sostenute, come Mario Adinolfi ci ricorda nella conclusione del suo libro Voglio la mamma’), complessivamente privo di spina dorsale, succube – chissà perché – delle lobbies gay ed LGBT, si appresta a vietare per legge il dissenso, convulsamente aggrappato ad un termine generico e fumoso, ‘omofobia’, sventolando la bandiera di asserite emergenze ‘omofobiche’ di cui non può fornire (semplicemente perché non esistono), alcuna prova.
Di fronte a questa deriva, tanto assurda nei contenuti quanto concreta nella realtà, ed alle minacce che in sé contiene, il popolo sembra uscire dal sonno della indifferenza, del quieto vivere. Sulla scorta della esemplare esperienza francese, le bandiere rosse e blu della Manif Pour Tour cominciano a sventolare anche qui da noi; come i Veilleurs Debout francesi, cittadini comuni sempre più numerosi occupano le piazze d’Italia e simbolicamente vegliano. Vegliano mentre la malizia di pochi li vorrebbe addormentati, nelle notti in cui, in Parlamento, la politica, con poche eccezioni, finge di dibattere su leggi che metterebbero a rischio di denuncia e, forse, di condanne penali, chiunque volesse opporsi ai matrimoni ed alle adozioni gay, e tutti quelli che oseranno affermare che i bambini hanno bisogno di un papà maschio e di una mamma femmina.
Tutti insieme a fare proprie ed a testimoniare le ragioni della famiglia, quella – naturale – fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna, che non è solo un coacervo ed una somma di individualismi, ma il nucleo profondo e la scintilla, la scaturigine, e la roccia, della società, della civiltà, del diritto, della cultura ma, soprattutto, il nido che la Natura, obbediente al Creatore, prepara per accogliere le nuove vite, coloro che vengono al mondo, i bambini, gli uomini di domani.
Difendere la famiglia è difendere la società; custodire la famiglia è custodire i figli: cedere, tacere, lasciar fare, invece, una porta aperta sul baratro.
Già ne possiamo scorgere, qua e là, gli abissi neri e profondi.
Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza, 13 maggio 2014, ore 20,45
con Giancarlo Cerelli, Raffaella Frullone, Pietro Savoia, Livio Podrecca