sabato 10 maggio 2014

Semi che possono fiorire

Il  tweet di Papa Francesco: "Una famiglia illuminata dal Vangelo è una scuola di vita cristiana. Lì si impara fedeltà, pazienza e sacrificio." (10 maggio 2014)

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Il cardinale segretario di Stato al Salone del libro parla di Papa Francesco e la comunicazione. Semi che possono fiorire 

(Giulia Galeotti) Quasi una festa della parola come via privilegiata di relazione tra le persone: così, portando il saluto di Papa Francesco, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha definito il Salone internazionale del libro di Torino. Intervenuto nella mattina di sabato al dibattito su «Le parole del Papa», alla presenza di Antonio Spadaro e del cardinale Gianfranco Ravasi, Parolin ha tracciato un’avvincente e profonda analisi sul linguaggio di Bergoglio.
«Da quando è Papa, le sue apparizioni pubbliche e le occasioni di contatto con i fedeli sprigionano una potenza comunicativa che le trasforma spesso in eventi mediatici. Il linguaggio diretto e informale e il valore iconico di alcuni gesti sono stati immediatamente trasformati in emblemi e in simboli sui mezzi di comunicazione di massa. In effetti, lo stile di comunicazione di Papa Bergoglio esprime una profonda novità, registrata anche dagli studiosi dei linguaggi dei media».
Una forza comunicativa che, chiaramente, «non è frutto di studiate tecniche di comunicazione. La sorgente della sua efficacia sta nella sua autenticità evangelica, nella sua consonanza alla natura stessa della Chiesa e all’agire che le conviene. Anche le espressioni brevi e dense a cui Papa Francesco ci ha abituato fin dall’inizio — pensiamo al «Dio spray» o alla Chiesa che non deve essere una babysitter — sono certo adattissime alla comunicazione dei nuovi media, poiché riescono a condensare in poche parole di forte impatto plastico temi di ampia trattazione. Ma allo stesso tempo, rivive in esse la “sapienza del porgere”, la pronuntiatio, che veniva ricercata già dai Padri della Chiesa. Ritorna qui il sermo humilis di cui parlava Agostino, che anche oggi è il modulo espressivo più consono a una Chiesa che vuole essere amica degli uomini e delle donne del suo tempo e per questo sceglie la via della colloquialità, dell’accessibilità. La verità cristiana — ci suggerisce Papa Francesco col suo modo di parlare, predicare e agire — non è una conoscenza raggiunta con sforzo e riservata a congreghe di iniziati, che poi la sequestrano come loro possesso. La verità cristiana, essendo “soave e amorosa salvezza”, come insegnava il santo vescovo di Ippona, per sua natura deve essere porta, offerta e testimoniata suaviter, con delicatezza».
Lungo questa via — ha proseguito Parolin — il Papa «mette l’interlocutore, chiunque sia, in una condizione di parità e non di distanza; instaura una relazione di prossimità; stabilisce un legame di vicinanza. Le sue parole aprono, abbracciano, facilitano. Aiutano a sollevare lo sguardo da se stessi. Diventano altrettanti semi che possono fiorire nei modi più inaspettati nella vita, nelle pieghe del vissuto di chi lo ascolta. In maniera gratuita e misteriosa, come dono di grazia, fuori da ogni pretesa “funzionalista”».
E quel che vale per le parole, «vale anche per i gesti e i comportamenti. Papa Francesco esprime, infatti, la propria corporeità in maniera naturalmente sbilanciata sull’interlocutore. Nel modo di rapportarsi agli altri e alle situazioni in cui si trova, lui “esce” continuamente da se stesso. La sua non è una compostezza rigida, ma una flessibilità che lo vede ora immergersi in una assorta concentrazione, come quando celebra la santa messa; ora protendersi in uno slancio, nel quale sembra persino perdere l’equilibrio, quando si china ad abbracciare i bambini o i disabili. Ciò vale per il suo corpo, vale anche per la sua voce e tanto più per la comunicazione epistolare, a lui molto cara».
«Un altro aspetto curioso riguarda la frequenza dei punti di domanda. Papa Francesco procede attraverso domande, pone interrogativi a se stesso e a chi lo ascolta. Con le domande conclude molte delle omelie delle messe di Santa Marta, invitando tutti a raffrontare il proprio vissuto con quello che racconta il Vangelo del giorno. Domande vere. Interrogativi reali, non retorici. La domanda, l’attesa, la mendicanza è il tratto proprio della condizione umana, segna il cuore stesso di ogni uomo», e così, in Papa Francesco, il porre domande diventa anche «espressione della sollecitudine concreta e appassionata verso tutte le persone che incontra». In lui, infatti, la vita cristiana «è essenzialmente un camminare, un andare, un “moto a luogo”». Non solo, dunque, un percorso interiore, ma «un “andare” anche fisico».
Il cardinale Parolin si è quindi soffermato sulla tendenza di Francesco a creare neologismi, tendenza che è «sintomo di due cose». Da un lato, per il Papa «la creatività è una componente che non viene mai esclusa, anzi viene sprigionata in ogni autentica dinamica missionaria e pastorale. Non si tratta di inventare cose nuove in maniera artificiosa, ma piuttosto di trovare sempre vie nuove per annunciare il Vangelo e far percepire l’amore di Cristo per gli uomini e le donne del tempo presente». Dall’altro, «l’operare di Dio nella realtà avviene in modi che, a volte, si possono esprimere meglio con parole nuove, che l’esperienza fa germinare. Ci troviamo così coinvolti in un sommovimento che “scompaginando” la vita finisce per forza con lo “scombinare” anche la lingua». Parolin ha quindi scelto quattro parole ricorrenti nei discorsi del Papa — tenerezza, misericordia, verità, giustizia — mostrandone la profondità e l’ampiezza di significati.
E mentre in piazza San Pietro Francesco salutava gli studenti, Parolin concludeva ricordando i giovani con cui Francesco ha ricambiato un rapporto strettissimo. Anche perché il Papa risponde al loro grande, e ignorato, bisogno di essere aiutati ad «affrancarsi dalla mediocrità».
L'Osservatore Romano
 
 

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