lunedì 9 giugno 2014

Il prato verde e il ricordo del monte Sinai

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(Luigi Accattoli) Sessanta persone su un prato e tra due alte siepi, a cantare salmi e sure nel verde: è questa – forse – l’immagine più viva della preghiera di ieri. Non è solo per godere del fresco della sera che è stato scelto quel luogo, ma per non incappare in simboli che potevano contristare gli ospiti. Sia gli ebrei sia i musulmani sono infatti refrattari alle immagini, e due volte suscettibili nei confronti della sterminata iconografia cattolica. 
Il sogno di un incontro simile a quello di ieri l’aveva coltivato a lungo Giovanni Paolo II in vista dell’anno duemila e aveva immaginato di realizzarlo sul monte Sinai (Egitto): la «santa montagna» dove Mosé aveva ricevuto le Tavole della Legge poteva essere — con le sue rocce — un luogo appropriato perché in esso ebrei, cristiani e musulmani potessero stipulare un patto di pace in vista del nuovo millennio. Ma pregare in unità di luogo pare ancora un’impresa impossibile per i figli di Abramo in Medio Oriente. Il sogno wojtyliano fu cassato dai veti incrociati: risultò impossibile che gente proveniente da Israele potesse salire sul Sinai. Non abbiamo fatto molta strada da allora e neanche Francesco è riuscito a programmare un incontro delle tre fedi nei giorni della visita in Terra Santa del 24-26 maggio. Dopo mesi di trattative risultò che la regola delle regole nella terra che è detta «santa» è quella di sempre: io non prego a casa tua, tu non preghi a casa mia. Papa Bergoglio, ricco in fantasia, ha detto infine ai presidenti di Israele e della Palestina: «Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro». Ma anche la «casa» del Papa — sia il Palazzo Apostolico dove lavora, sia il convitto Santa Marta dove dorme, mangia e celebra la messa — è un luogo di straordinaria densità simbolica, donde l’idea di collocare l’incontro nei Giardini e in un angolo di essi appartato nel verde, dove fosse naturale — infine — piantare un ulivo.
fonte: Corriere della sera - Moked

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Peres e Abu Mazen in Vaticano. Preghiere per un cammino di pace   
Corriere della Sera - C. di Sant'Egidio
 
(Andrea Riccardi) La preghiera di ebrei, cristiani e musulmani, ieri, in Vaticano è un fatto rilevante sullo scenario intricato mediorientale. Ma è anche un evento significativo nella forma e espressivo della nuova presenza di papa Francesco sul terreno internazionale. (...) 
Peres - Abu Mazen, la fede rompe gli steccati (Marco Impagliazzo, Il Mattino - C. di Sant'Egidio) 

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Quell’ispirazione nata in Terra Santa: riunire i “fratelli” delle tre religioni   
La Stampa
 
(Andrea Tornielli) «Ci sono dei gesti che mi vengono dal cuore, in quel momento...». Così Papa Francesco aveva risposto a chi due settimane fa gli chiedeva come fosse nato quell’omaggio con il bacio della mano ai sopravvissuti della Shoah nello Yad Vashem. (...)

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L'abbraccio nella casa di Francesco: "I nostri figli chiedono pace"   
Corriere della Sera
 
(Gian Guido Vecchi) Le note struggenti dell’Adagio per archi di Samuel Barber, il silenzio, le preghiere, le parole. «Signori presidenti, il mondo è un’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, ma è anche un prestito dei nostri figli: figli che sono stanchi e sfiniti dai conflitti e desiderosi di raggiungere l’alba della pace, figli che ci chiedono di abbattere i muri dell’inimicizia e di percorrere la strada del dialogo e della pace perché l’amore e l’amicizia trionfino».