martedì 10 giugno 2014

Il volto di Antonio.



Nuova indagine sul corpo del santo di Padova. Una ricostruzione forense tridimensionale

(Ugo Sartorio) Il versetto biblico «il tuo volto, Signore, io cerco» (Salmi 27, 8) esprime un desiderio che attraversa tutta la Scrittura, dall’inizio alla fine, in modo anche struggente. Ognuno desidera incontrare il “volto” dell’amato e quando questo è lontano lo immagina, rendendolo così presente, e se questo vale per Dio che è per eccellenza non raffigurabile, vale ancor più per i suoi santi, molti dei quali vantano un’iconografia sterminata: dalla Vergine e san Giuseppe, ma anche da san Giovanni Battista agli apostoli, e, per venire a noi, da san Francesco d’Assisi a sant’Antonio, suo discepolo.Ma, chiediamoci, com’è possibile dare un volto a santi in vita conosciutissimi ma dei quali nessuno dei contemporanei si è preoccupato di trasmettere le sembianze? Forse perché a valere era la dimensione dell’interiorità e della fede, non tanto la materialità dei tratti fisici o i lineamenti dei volti.
Applicato a sant’Antonio, questo discorso rimanda a una lunga storia che proprio in questi giorni viene a chiudersi definitivamente, o quasi. La sera del 10 giugno, alle ore 20.45, presso l’auditorium del Centro Culturale Altinate San Gaetano di Padova, verrà infatti svelato in prima mondiale il volto del santo elaborato in 3D, su commissione dell’università di Padova, da Cicero Moraes, designer brasiliano di trentuno anni. 
Ma procediamo con ordine. Quando nella seconda metà degli anni Settanta ero novizio presso il convento del santo, a Padova, tutti ritenevano che l’immagine meglio raffigurante sant’Antonio fosse quella che si trova in presbiterio, nella cantoria, dalla parte della sua tomba. 
Le guide della basilica specificavano trattarsi di un dipinto di scuola giottesca, della terza decade del Trecento, cosa plausibile vista la lunga permanenza di Giotto nella città patavina per affrescare la Cappella degli Scrovegni. Personalmente, mi ero innamorato di quella figura gentile e un po’ corpulenta. Il gesto benedicente della mano destra e il libro della Sacra Scrittura nell’altra davano solennità ma anche calore alla prima raffigurazione del taumaturgo che ci è stata tramandata dall’arte. 
Nel gennaio 1981, nell’ultima ricognizione del corpo del santo, la prima in assoluto dopo quella del 1263 nella quale san Bonaventura rinvenne la lingua incorrotta, un’équipe di specialisti analizzò accuratamente i suoi resti mortali per trarne indicazioni circa la struttura fisica. 
Risultò così che sant’Antonio era di sei-otto centimetri più alto della statura media di quegli anni (raggiungendo il metro e settanta) non aveva un volto tondeggiante ma lungo e stretto, era dotato di arti inferiori molto robusti e sviluppati (da gran camminatore, che per lui equivale a dire grande evangelizzatore), mentre le ginocchia recavano tracce di tempi prolungati di preghiera. Un accenno merita la dentatura, del tutto sana e regolare, segno di una dieta prevalentemente vegetariana e non certo abbondante.
Insomma, si trattava di un bell’uomo di etnia atlantico-mediterranea, dal profilo nobile e fine, di fibra robusta e insieme fragile, come registra uno studioso del santo, padre Doimi: «Il rigido tenore di vita, l’asprezza della penitenza, l’estenuante ministero delle confessioni e d’una predicazione senza posa, autorizzano a ritenere che il santo abbia avuto per natura una robusta costituzione fisica anche se morì giovane. Le violenti febbri d’Africa gli causarono dei postumi, e forse va cercata in esse la ragione ultima della sua abituale infermità e della stessa morte».
Ma la ricerca del vero volto del santo non finisce con i dati raccolti nel corso della traslazione del 1981. Dopo trent’anni, a motivo dell’affinarsi delle tecnologie, si è sentita la necessità di utilizzare tutti i mezzi a disposizione per una nuova indagine. L’operazione è stata possibile grazie all’avvento e all’evoluzione delle tecniche di ricostruzione forense, rese ormai famose al grande pubblico grazie a notissime serie televisive (CSI o Bones): dal solo cranio si può ormai ricostruire, con un alto grado di oggettività, il volto e le fattezze di una persona. 
Tutto ha inizio da un’intuizione: «Avevamo già ricostruito volti di nostri antenati e di personalità del nostro territorio come il poeta Francesco Petrarca — racconta Nicola Carrara, conservatore del museo di antropologia dell’università di Padova — perché non ricostruire quello di sant’Antonio, la personalità legata alla città di Padova più famosa al mondo? In questa scelta è stato fondamentale il contributo del Centro Studi Antoniani. Di sant’Antonio avevamo il calco del cranio, realizzato nel 1981 in occasione della ricognizione dei resti del corpo e una prima ricostruzione fatta dallo scultore Roberto Cremesini nel 1995. Era proprio quello il vero volto del santo? A distanza di trent’anni avevamo le conoscenze e le tecniche per verificarlo. E il risultato della nostra ricerca è sorprendente».
Ho avuto la fortuna di vedere in anteprima questo risultato sorprendente, cioè il volto del santo che sarà svelato la sera del 10 giugno. Grande emozione, innanzitutto. È stato come incontrare, tramite un’immagine vista da più angolature, una persona che tante volte ho pregato e della quale ho molto scritto e parlato, conosciuta per lo più attraverso i famosi Sermones e le tante biografie, antiche e recenti. 
Mi è balzata subito agli occhi la differenza fondamentale rispetto alla ricostruzione “artistica” del Cremesini: se quest’ultima ci mostra la figura austera di un uomo quasi cinquantenne, nella nuova ricostruzione l’età del santo viene rispettata: i suoi trentasei anni (1195-1231) fatti di vigore ma anche di una vita di protratta fatica apostolica sono lì, in quei tratti che trasmettono insieme pienezza e consunzione. 
Il naso non è più quello aquilino del Cremesini, anche se resta un naso grande senza essere grosso. In questo i database che hanno fornito i dati statistici e anatomici riguardo al ceppo di appartenenza, cosa che vale anche per gli orecchi (le altre parti “molli” del volto) hanno favorito la ricostruzione facciale digitale realizzata presso il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’università di San Paolo (Brasile) dal designer Cicero Moraes, il quale — nota curiosa — ha lavorato “alla cieca”, non sapendo fino agli ultimi aggiustamenti (la tonsura, per esempio) di quale personaggio si trattasse.
Dopo l’età a colpire sono soprattutto il colore olivastro della pelle e gli occhi profondi, di color marrone, mentre le labbra sono leggermente carnose. Tutto il volto però, è un po’ gonfio, offrendo l’apparenza di una robustezza che è invece rivelativa di quell’idropisia — malattia che causa una forte ritenzione idrica — di cui parlano le fonti, per esempio la legenda cosiddetta Raymundina.
Altro dato importante è il filo di barba — barba di qualche giorno — che avvolge le guance e il mento, caratteristica desunta dall’iconografia, e la tonsura leggermente stempiata sulla fronte. In definitiva, il vero volto del santo si avvicina, in qualche modo, alla raffigurazione di scuola giottesca che si trova sul presbiterio della basilica antoniana. 
Anche se i devoti che lo ammireranno, e volentieri mi metto in questa categoria, correranno subito a immaginare lo sguardo del santo che promana da questo volto vigoroso mentre è rivolto alle tante necessità spirituali e materiali degli uomini e delle donne di ieri e di oggi.
L'Osservatore Romano