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Con un nuovo piano di formazione degli imam il Marocco si oppone all’estremismo. Un islam del giusto mezzo
Promuovere un islam «del giusto mezzo» che sia baluardo contro l’estremismo: è l’obiettivo del piano approvato venerdì scorso dalle autorità di Rabat in materia di formazione e pratica religiosa. Nella società marocchina — ha dichiarato il ministro degli Habous e degli Affari islamici, Ahmed Toufiq — esiste un’elevata domanda di servizi religiosi. E questo progetto vuole essere una risposta concreta a questo bisogno così che la gente «possa praticare la religione nelle condizioni migliori». Allo stesso tempo si tratta di preservare l’islam marocchino, di rito malikita e di orientamento moderato, che gioca un ruolo importante all’interno del Paese.
In un comunicato, ripreso dall’agenzia Efe, il Gabinetto reale informa che il sovrano, Maometto VI, ha presieduto la cerimonia di presentazione del piano elaborato dal Consiglio superiore degli ulema e dal ministero degli Affari islamici. Il progetto fornisce strumenti di supporto agli imam per aiutarli a svolgere la loro missione religiosa e per ampliare e migliorare il programma di lotta contro l’analfabetismo che viene condotto nelle moschee. Un totale di milletrecento imam diplomati, i quali hanno imparato a memoria il Corano e ricevuto una formazione supplementare in teologia e in altre materie, verranno incaricati di garantire la formazione religiosa nelle varie moschee del Paese. I servizi religiosi offerti attualmente non riescono infatti a soddisfare le crescenti esigenze delle cinquantamila moschee sparse in tutto il territorio.
L’iniziativa, aggiunge la France Presse, prevede anche l’arrivo in Marocco per un periodo di formazione di un gruppo di imam maliani, il secondo da quando lo scorso anno il re ha siglato un accordo con le autorità di Bamako. Il primo gruppo «composto da centosei maliani — ha spiegato il ministro Toufiq — passerà a frequentare il secondo anno e ora attendiamo l’arrivo di un’altra classe». Sulla base di quanto previsto nell’accordo, saranno circa cinquecento gli imam del Mali che potranno beneficiare di questa opportunità di formazione erogata in sei anni. Rabat sta trattando anche con altre Nazioni che vorrebbero stipulare accordi analoghi. Fra esse la Tunisia, la Guinea, la Nigeria e la Costa d’Avorio. «Lavoriamo con loro sulle modalità di accoglienza», ha detto ancora il rappresentante del Governo, precisando che è da poco iniziata la costruzione di un istituto specializzato nella capitale e non più a Fès, come era stato previsto in un primo momento. «Si tratta di un edificio che sarà pronto entro sette mesi», ha detto Ahmed Toufiq.
Il «piano di sostegno all’inquadramento religioso» prevede la formazione di milletrecento imam istruttori, con l’obiettivo di preservare le «scelte dottrinali e rituali» del Marocco, come prescritte dagli ulema. La formazione è iniziata nel 2006 e il programma è ora in grado di garantire una copertura su tutto il territorio nazionale, con una media di un istruttore per quaranta moschee. I tutor forniscono ai predicatori un «inquadramento di prossimità» dando loro assistenza, se necessario, anche attraverso «visite guidate».
Il principio è che la religione non venga strumentalizzata come elemento di disturbo o di discordia, essendo al contrario un fattore determinante anche per il mantenimento dell’ordine pubblico. Un islam «del giusto mezzo» appunto, baluardo contro l’estremismo.
L’iniziativa comprende anche un programma per la lotta contro l’analfabetismo da attuarsi in quasi 5550 moschee. Di questa attività hanno beneficiato negli ultimi anni, secondo dati ufficiali, circa due milioni di fedeli.
Il ruolo del Marocco come promotore di un islam moderato, distante dal salafismo e dalle versioni rigoriste particolarmente diffuse nell’Oriente arabo, è stato messo in evidenza da molti analisti ed elogiato dal segretario di Stato statunitense John Kerry nel corso della sua ultima visita a Rabat.
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Il terrorismo islamico all'assalto del Kenya
Una nuova strage in Kenya conferma l’allarme terrorismo lanciato un mese fa da Gran Bretagna, Stati Uniti e altri paesi. Alle 20.30 del 15 giugno una cinquantina di terroristi a bordo di tre automezzi hanno raggiunto la cittadina di Mpeketoni, nell’entroterra dell’arcipelago di Lamu, e al grido “Allah è grande” hanno incominciato a sparare a caso, uccidendo decine di persone, colpite per strada e nei locali in cui molti uomini si erano recati per guardare una partita del campionato mondiale di calcio. Per cinque ore, indisturbato, il commando ha poi dato alle fiamme alberghi, ristoranti, banche e uffici governativi. Alcuni testimoni hanno dichiarato di aver visto sventolare le bandiere di al Shabaab, il movimento jihadista somalo responsabile della maggior parte degli attentati terroristici compiuti in Kenya negli ultimi anni.
Dicono anche che, dopo averla sventrata lanciando dell’esplosivo, i terroristi sono penetrati nella stazione di polizia e hanno rubato armi e munizioni. Mpeketoni dista circa 100 chilometri dal confine con la Somalia ed è quindi probabile che i jihadisti abbiano varcato il confine mettendosi al sicuro prima che le forze di sicurezza kenyane si decidessero a inseguirli.
Dicono anche che, dopo averla sventrata lanciando dell’esplosivo, i terroristi sono penetrati nella stazione di polizia e hanno rubato armi e munizioni. Mpeketoni dista circa 100 chilometri dal confine con la Somalia ed è quindi probabile che i jihadisti abbiano varcato il confine mettendosi al sicuro prima che le forze di sicurezza kenyane si decidessero a inseguirli.
Il 15 maggio la decisione della Gran Bretagna di rimpatriare immediatamente i propri turisti, quella di alcune importanti agenzie turistiche di sospendere le attività fino alla fine di ottobre e gli avvisi di evitare viaggi e soggiorni in Kenya emanati da diversi governi erano sembrati eccessivi. Il governo kenyano, impensierito per gli effetti negati sul settore turistico, importante voce del Prodotto interno lordo nazionale, aveva protestato definendo le iniziative “non amichevoli”.
Il giorno dopo, però, fu chiaro che l’allarme era più che fondato. Mentre centinaia di cittadini britannici venivano prelevati dagli alberghi della costa e portati sotto scorta armata nei principali scali internazionali, due esplosioni in seguito rivendicate da al Shabaab avevano devastato un mercato della capitale Nairobi, uccidendo dieci persone e ferendone 70. Poi, il 19 maggio, i jihadisti somali hanno teso un’imboscata a un convoglio militare nei pressi di Mandera, al confine con la Somalia, uccidendo diversi soldati. Nei giorni successivi nella stessa città è scoppiata una rivolta a causa dell’uccisione da parte della polizia, durante un conflitto a fuoco, di due religiosi islamici accusati di aiutare i terroristi somali a varcare la frontiera tra i due paesi per procurarsi delle armi. Il 21 maggio a Garissa, sempre al confine con la Somalia, un attentato vicino a una moschea ha ucciso una persona e ne aveva ferite 11.
Negli ultimi tre anni al Shabaab, anche grazie all’intervento militare kenyano, è stato costretto a ritirarsi da molte città somale e da una parte dei territori occupati. Ma, mentre perdeva terreno in Somalia, è passato a nuove tattiche di lotta e si è rafforzato, tra l’altro incrementando le attività di reclutamento e addestramento di giovani in Kenya, Tanzania e altri paesi, riuscendo a organizzare e attivare una rete internazionale di cellule clandestine che si estende persino agli Stati Uniti dove a Minneapolis, già nel 2007, una cellula addestrava dei giovani somali-americani al combattimento in Somalia. Adesso interagisce con la maggior parte dei gruppi jihadisti legati ad al Qaeda attivi in Africa Sub-sahariana.
“La guerra verrà spostata in Kenya – aveva annunciato il 22 maggio uno dei leader del movimento, Fuad Mohamed Khalaf – se uccidono una ragazza somala, uccideremo una ragazza kenyana, tutti i musulmani del Kenya devono combattere il loro governo nel paese e in Somalia”.
Il 10 giugno sotto i loro colpi è caduto il presidente del Consilio degli Imam e dei predicatori islamici, Sheikh Mohammed Idris, ucciso mentre si recava nella sua moschea di Sakina, a Mombasa, che di recente era stata occupata da un gruppo di giovani estremisti. L’imam Idris aveva firmato la propria condanna a morte criticando chi impartisce insegnamenti radicali nelle moschee ed esortando il governo del Kenya ad arrestare i predicatori integralisti che reclutano i giovani istigandoli alla violenza. Il 13 giugno a Zanzibar, nel vicino Tanzania, un ordigno esplosivo ha causato la morte dell’imam Sheikh Mohammed Abdalla Mkombalahuga, anche lui un moderato, colpito all’uscita da una moschea.
L’attacco di Mpeketoni, con circa 50 morti già accertati e la certezza di un bilancio di vittime destinato a crescere, è il più grave messo a segno da al Shabaab in Kenya dopo quello del settembre 2013 al centro commerciale di Westegate, a Nairobi, conclusosi con 67 morti.
Un particolare merita di essere evidenziato. Nel luglio del 2010, in Uganda, paese tra i primi a inviare truppe in Somalia contro al Shabaab, due attentati dinamitardi rivendicati dal gruppo, in un ristorante e in un circolo di rugby, uccisero 64 persone e ne ferirono 71 tra i clienti affluiti in gran numero anche in quel caso per vedere alla televisione la finale del campionato mondiale di calcio che si svolgeva in Sudafrica. Oltre a vendicarsi di paesi nemici, con molte vittime grazie all’affollamento eccezionale dei locali pubblici in occasione di importanti eventi sportivi, l’intenzione di al Shabaab quasi sicuramente è anche punire quella che ai loro occhi è una trasgressione, un comportamento colpevole: divertirsi grazie a uno sport, che lo si pratichi o che vi si assista. Nel 2010, nei territori sotto il loro controllo, al Shabaab aveva proibito, pena sanzioni e punizioni fisiche, di seguire il campionato alla televisione.