sabato 7 giugno 2014

Per osare una via nuova

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L’insegnamento del viaggio papale in Terra santa. 

(Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa)
Della visita del Pontefice in Terra santa è ancora difficile tentare un bilancio. Resta in primo piano la motivazione papale, il desiderio e la volontà di commemorare l’incontro tra Paolo VI e Atenagora, riproponendo con vigore il cammino verso l’unità dei cristiani. Un anniversario che ha fatto riscoprire la grandezza dei primi due protagonisti, la straordinaria fede che li ha sostenuti e guidati: ricordarli insieme è stato quasi un compiersi di questa unità sperata, che i gesti di affettuosa e sincera amicizia tra Francesco, vescovo di Roma, e Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli hanno riproposto con tutta la dirompente forza dell’esempio.Se il dialogo tra le religioni è stato il naturale contorno alla grande motivazione del viaggio, l’insopprimibile bisogno di pace della Terra santa ha fatto il resto. E il Papa, fedele alla preghiera, ne ha dato una visione così elevata e concreta, da permettere di scorgervi un disegno unitario.
Giovanni Battista Montini scriveva, in una lettera ai familiari, che vivere il Vangelo in situazioni difficili richiede «una costanza inflessibile nel vivere pensando il pensiero più complesso: l’evoluzione dell’umanità verso Cristo». In questo pensiero, svolto con umiltà e profonda comprensione, trovo il filo conduttore dell’insegnamento e dei segni che il Papa ci ha donato. Sì, è volato alto Francesco: fuori dalle pastoie quotidiane per poterci immergere nella quotidianità con motivazioni che la rendono in modo diverso vivibile; fuori dal groviglio di ostacoli insuperabili per scoprire e osare una via nuova; fuori da una tristezza che ci rende pesante il cuore per richiamarci la verità del diritto alla gioia. Volare alto non è nascondere i problemi, ma liberarci dalla paura, accettare la sfida, fidarsi del futuro.
Per farlo, il Papa ha scelto il concetto del ricordare. E, insieme a Bartolomeo, lo scrive nella dichiarazione congiunta: l’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora «qui a Gerusalemme, dopo molti secoli di silenzio, preparò la strada a un gesto di straordinaria valenza, la rimozione dalla memoria e dal mezzo della Chiesa delle sentenze di reciproca scomunica del 1054». Insomma, purificare la memoria, leggere diversamente il passato, aprirsi a un diverso futuro.
Purificare la memoria è scegliere di ricordare per vivere, per infondere vita in questa terra. Non è dimenticare, non è il vuoto passare oltre. Penso al Magnificat: canto di gratitudine per la salvezza che Dio opera attraverso l’umiltà; speranza concreta del mondo nuovo che è qui e che sarà; fedeltà di Dio che abbraccia le vigili attese di quanti sanno dare concretezza al suo regno. Penso alla profezia di Geremia (14, 17-21), che sembra descrivere la situazione di oggi: «I miei occhi grondano lacrime notte e giorno. Se esco in aperta campagna, ecco le vittime della spada; se entro nella città, ecco chi muore di fame. Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, il tempo della guarigione, ed ecco il terrore! Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà. Ma per il tuo nome non respingerci, non disonorare il trono della tua gloria. Ricordati! Non rompere la tua alleanza con noi».
Non mi piacciono le letture politiche del viaggio del Papa: sono inconciliabili con i suoi gesti, con la sua personalità, con «un’umiltà fiera e morbida, ma sincera, ma superiore; una pietà che non cede i suoi impulsi interiori alle infinite distrazioni del di fuori», per riprendere un’espressione ancora di Montini. Questo filo della memoria va a comporre una trama che chiama in causa l’uomo, ne esalta le qualità, gli fa credito del bene che può e deve compiere, lo mette in relazione con quell’immagine di Dio che conserva in sé e lo rende fratello degli altri uomini. Il Pontefice si rivolge a tutti e tutti abbiamo bisogno di ricordare chi siamo, a cosa siamo destinati.
Ascoltiamo allora l’invito a non lasciare che il passato determini la vita e attingiamo dalla memoria il dovere verso un diverso avvenire, promuovendo una nuova educazione, perché sempre dobbiamo ricordare chi è l’uomo e il rispetto dovuto al bambino, l’uomo di domani. E ricordare è anche una memoria che passa attraverso la paternità di Abramo, che porta ebrei, cristiani e musulmani alla fratellanza, il dono più bello che la pace potrà portare in questa terra, culla dell’umanità, disperatamente lacerata nel suo irresistibile slancio verso la giustizia e nel bisogno reciproco di perdono. Bisogna leggere i discorsi del Papa attraverso i fili di questo ricordo, perché la purificazione della memoria permette di volare alto e di intravvedere, oltre le nebbie del presente, le strade della pace.
L'Osservatore Romano

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Uno sguardo antropologico sulle pratiche di preghiera. L’altra globalizzazione

(Franco La Cecla e Lucetta Scaraffia)
«Sarà un incontro di preghiera, non sarà per fare una mediazione o cercare soluzioni, no. Ci riuniremo a pregare soltanto». Con queste parole Papa Francesco ha annunciato l’incontro che si tiene in Vaticano la sera di Pentecoste con Shimon Peres e Mahmoud Abbas, alla presenza del patriarca Bartolomeo. Esiste certo chi pensa che riunirsi «a pregare soltanto» non possa avere ripercussioni politiche anche importanti, ma la preghiera ha una forza tale da aprire le porte, per un processo di pace in una situazione così travagliata. Lo ha detto chiaramente il cardinale segretario di Stato, Parolin: «La preghiera ha una forza politica che forse noi ancora non conosciamo e che va sfruttata fino in fondo». E consiste proprio nel fatto che pur tra fedi e culture diverse l’idea di pregare sia qualcosa di comune.
È su questa valenza antropologica, sulla comunanza umana del rivolgersi all’essere supremo o alla sua presenza divina nel mondo che si giocano aspetti ignorati dalla diplomazia e dalla strategia. Perché l’appello papale tocca quell’anelito comune a culture diverse di cui spesso le stesse culture non hanno coscienza. Lo «scontro tra civiltà» ignora che nell’islam come nell’ebraismo, nel cristianesimo d’oriente e in quello d’occidente, pregare ha un senso e una forza inaudita: la forza di chi è convinto che nelle vicende umane è necessario che la divinità venga in soccorso a ispirare, infondere coraggio, suggerire fiducia.
Non è un caso che in queste fedi — e perfino in altre apparentemente lontane come l’induismo, il buddhismo, ma anche in forme di culto della divinità nella natura, come in molti popoli indigeni — la preghiera si manifesti come un rivolgersi con insistenza, un trasformare il proprio pregare in una pratica costante, tanto da far pensare che uno strumento come il rosario sia uno dei più antichi dell’umanità. Infatti nei grani del rosario, che cambiano di numero in ogni cultura, c’è l’identica idea della preghiera continua, dell’orante come un atleta insistente che mira a ottenere la propria ascesi e a bussare più volte alle porte della divinità.
La preghiera accomuna come una poesia ripetuta, come una invocazione accorata, come un canto che accompagna il respiro e trasforma l’individuo e la collettività orante in una magnifica macchina di preghiera. Siamo troppo abituati all’idea che la preghiera debba seguire la spontaneità del cuore e abbiamo dimenticato che essa è anzitutto un insieme di pratiche che disciplinano il rito e gli danno il carattere di qualcosa che abbraccia e trascende lo stesso orante, trasformandolo.
Per questo ci possono essere incontri tra religioni diverse, perché la preghiera obbliga a una obbedienza che va al di là delle intenzioni stesse dell’orante. Nella preghiera costante dei rosari c’è un bordone e un silenzio che lascia parlare la divinità e le fa attraversare le nostre povere intenzioni. Naturalmente accettare questa visione ha delle conseguenze anche politiche, e il messaggio della Pentecoste è di lasciare entrare una visione superiore nell’arengo dei conflitti.
Le parole e le pratiche di preghiera sono diverse nelle religioni, ma raramente è stato osservato un fatto davvero singolare, e cioè che nei punti del mondo tra loro più lontani lo strumento con cui essa viene praticata si somiglia così tanto. Il rosario è infatti l’oggetto più diffuso al mondo (il secondo è tristemente il kalashnikov).
La preghiera coinvolge la voce e il corpo, misura il tempo e descrive nello spazio linee circolari che somigliano alle linee che il pellegrino delle fedi più diverse traccia intorno a santuari e luoghi sacri, siano esse una romería, un percorso intorno alla Mecca o un pellegrinaggio intorno al monte Khailash. Ricorda che il corpo dell’orante è un corpo in movimento verso e intorno a qualcosa e che non deve mai stancarsi di procedere verso la divinità. Grandi scrittori del nostro tempo, come Salinger, lo hanno capito. Nel suo Franny e Zooey una adolescente scopre nel diario del fratello scomparso accenni alla preghiera del pellegrino russo, all’esicasmo, all’idea della preghiera senza fine e ne rimane affascinata, perché questa le si apre in forma di domanda: come è possibile pregare costantemente?
La preghiera ricorda nella quotidianità che quanto viviamo non è soltanto un succedersi di attimi, ma che il tempo ha un senso eterno, come eterno è il ripetersi del respiro e del battito cardiaco. Essa vince la disperazione perfino in situazioni di grande oppressione. I pellegrini tibetani che percorrono chilometri prostrandosi e distendendosi a terra e recitando i mantra ricordano che tutto il loro paese è sacro ed essi lo confermano con il proprio corpo orante. Non diversamente da quanto le viae crucis, le cinque preghiere del giorno nell’islam e le invocazioni ebraiche ricordano al credente.
Racconta Tobie Nathan, psichiatra francese di origine egiziana ed ebraica, che suo padre «pregava non per dovere, ma perché Dio era lì, vicino a lui. Due volte al giorno, per una ventina di minuti, sussurrava in ebraico parole che comprendeva appena, sulle quali non rifletteva mai, parole che per lui erano una musica del cuore. Due volte al giorno immancabilmente, al mattino e alla sera, inquadrando i momenti della notte, fecondi e pericolosi, si metteva in piedi — il mattino rivestito del suo scialle di preghiera, con i filatteri sul braccio e la fronte, e la sera con lo stesso libro di preghiere usato, ingiallito».
E ha scritto Romano Guardini, grande cultore del rosario: «La corona dei grani, essa ha evidentemente il compito di facilitare il raccoglimento dello spirito. Da un grano si passa all’altro; il loro numero mantiene le ripetizioni in una misura riconosciuta conveniente dalla lunga esperienza. Se non ci fossero, si dovrebbe badare a non esagerare nel molto o nel poco e la sua attenzione sarebbe così sviata dall’essenziale. I grani contano per lui».
La preghiera è il simbolo della pietà che l’orante è capace di suscitare nella divinità e della sua capacità tutta umana di muovere la storia al di là delle apparenze e delle difficili speranze. Oggi l’attenzione antropologica e delle scienze umane sta riscoprendo la presenza popolare profonda e diffusa in tutto il mondo delle pratiche di preghiera, dal pescatore indù che cerca protezione nella dea madre e le si rivolge impugnando il mala (rosario induista), al derviscio che danza la sua preghiera diventando egli stesso un tesbih, il rosario islamico con i 99 nomi di Dio impressi in ogni grano, alle vecchiette delle piazze siciliane che si riuniscono ogni sera a recitare il rosario perché questa pratica è cemento collettivo della comunità.
Da anni stiamo studiando per raccontare la ricchezza comune della preghiera che abbraccia l’umanità in un unico anelito. E si potrebbero mettere insieme le energie di fedi diverse per raccogliere e documentare in una grande mostra la magnifica dignità umana, artistica, musicale, fisica che si esprime in oggetti, statue, pitture, libri, rituali più diversi. Con il fine di rappresentare la mondialità della preghiera, un altro tipo di globalizzazione esistente da sempre, anche se culture diverse ignorano di averla in comune. Dando in questo modo conto della preghiera come si manifesta nel mondo, e soprattutto le conseguenze di comprensione, di apertura e di pace che essa può apportare.
Pregare è infatti un gesto profondamente umano, ignorato da chi pensa che esso sia solo ideologia, automatismo, liturgia vuota. Eppure vale la pena ricordarlo, proprio perché ogni dialogo è vuoto se non si radica in un’antropologia del presente, nell’osservazione cioè di come nelle più diverse parti del mondo effettivamente si vive e si anela a un’esistenza ricca e piena di senso.
L'Osservatore Romano