martedì 17 giugno 2014

Perdonare o punire?

cristo-adultera
di Andreas Hofer
Funzione penale della città. Bisognerebbe che con la punizione il criminale si sentisse reintegrato nella città e non escluso.
(Simone Weil)
Cala nell’intimo un senso di profonda costernazione dinanzi a raggelanti fatti di sangue come la brutale uccisione di Motta Visconti, l’anonima frazione della provincia milanese dove un padre di famiglia ha trucidato la moglie e due figlioletti ancora in tenera età.
Non è certo di conforto, in simili occasioni, il meccanismo mediatico che sembra imporsi nell’opinione pubblica, dove va in scena, secondo un copione ormai consolidato, una rituale disputa tra i partigiani della misericordia e i propugnatori della giustizia, con i primi a invocare il perdono senza condizioni e i secondi ad appellarsi a punizioni assolutamente esemplari.
Una contrapposizione virtuale cui si accompagna, in parallelo, la gazzarra degli “scaricatori di torto”. Si innesca in questo modo una chiassosa alternanza tra chi suole accanirsi sulle responsabilità individuali – inevitabilmente deformate, peraltro, dal filtro occhiuto dei mass media – finendo per scadere, nei casi di maggiore virulenza, nel linciaggio mediatico, e chi viceversa ricerca nell’organizzazione collettiva – in special modo nella famiglia – le cause profonde di una tale esplosione di violenza.
Assistiamo così a un desolante spettacolo: quello di vedere rivaleggiare in distruttività tanto chi sfrutta un evento delittuoso per dare sfogo ai propri istinti di aggressività quanto coloro che se ne servono a fini strumentali, per dare rinnovato impulso alla denigrazione anti-familistica.
Vera e falsa misericordia
È vitale eludere questa malsana dialettica. Occorre perciò saper differenziare tra la vera misericordia e l’abuso della misericordia.
È fuorviante pensare alla misericordia come a un laissez-faire morale o intravedere in essa uno spirito di indulgenza col male. È una pseudo misericordia quella che porta a disattendere il comandamento divino della giustizia. La misericordia non consiste nel dispensare bontà a buon mercato. È piuttosto il compimento e il superamento della giustizia che, a propria volta, rappresenta il suo indispensabile presupposto. Precisamente quanto scorda l’indole pseudo misericordiosa del buonista, tesa a tutelare più il carnefice della vittima. Tollerare l’ingiustizia pro bono pacis è, allo stesso modo, espressione di falsa misericordia.
Pertanto in ogni accenno alla misericordia è fondamentale ricordare il suo legame vitale con la giustizia. Non c’è misericordia senza giustizia, ma è altrettanto vero che la giustizia senza misericordia conclude nella spietata crudeltà della vendetta. È così che vediamo nascere nuovi Shylock divorati dall’ardore di lucrare la propria libbra di carne. Certo aveva presente questi due errori speculari san Tommaso nello scrivere che «iustitia sine misericordia crudelitas est, misericordia sine iustitia mater est dissolutionis».
Peccato e corruzione
Sta bene, ma perché la misericordia esige talora di punire? Non è anche questo agire con crudeltà?
Per comprendere una tale necessità è utile, come scriveva il cardinale Jorge Mario Bergoglio nel suo penetrante opuscolo su Corrupción y pecado, operare un sottile distinguo tra peccato e corruzione.
Si potrebbe dire che mentre il peccatore ha bisogno di perdono, il corrotto necessita di guarigione. Un cuore corrotto è anzitutto un cuore malato, affetto da una vera e propria cecità interiore. Ben peggio che peccare, infatti, è non vedere più il proprio peccato. È indice, questa cecità spirituale, di una volontà malata in radice, contrassegno di una coscienza anestetizzata, talmente rinserrata nella propria autosufficienza da non accorgersi del proprio stato di putrefazione. Questo cumulo di resistenze interne spiega l’ostinata impermeabilità di un cuore corrotto alla correzione fraterna. Ecco perché l’unico modo per sanare dalla corruzione passa sovente attraverso eventi traumatici. Pare che solo situazioni il cui prodursi è indipendente dalla propria volontà (malattie, perdite laceranti, sconquassi esistenziali, ecc.) consentano di spezzare la spessa schermatura di un’ossificazione corrotta e permettere così l’accesso della grazia.
A un animo sprofondato negli abissi di un cuore di tenebra non resta forse che questa via di salvezza.
Punizione e misericordia
Dice Simone Weil che «la punizione deve essere una imitazione di Dio». Punire non equivale ad annientare. Sarebbe blasfemo pensare al Creatore che vuole azzerare l’opera della proprie mani. Anche l’ira divina perciò è espressione di misericordia. Essere misericordiosi consiste nel provare afflizione per il male (fisico e morale) che ha afferrato un’altra creatura come se avesse colpito noi stessi. Non basta però questo impulso a dare sostanza all’impeto della misericordia: deve anche originarsi e prendere forma, dall’afflizione, una ferma volontà di liberare dal male. Lo sguardo misericordioso è uno sguardo emancipatore, designa la volontà di affrancare il prossimo dalla schiavitù del peccato. L’uomo della misericordia pertanto è il vero liberatore.
Suonerà forse paradossale alle inflessibili corde del legalista, ma è proprio lì, nella misericordia, a trovare fondamento l’ira di Dio. Il Creatore non assiste silente e muto ai tentativi di autodistruzione messi in atto dalla propria creatura. Reagisce con forza per rammentarle il suo posto unico nella creazione, per ribadire la sua vocazione all’eternità.
Se ci accostiamo al criminale all’infuori di questo orizzonte «non abbiamo il diritto di punirlo», dice la Weil, e «gli si deve solo impedire di non nuocere».
Non è tanto la punizione ad essere svilita quando la si riduce a un decreto di ostracismo. Ad essere degradato è l’uomo, così parificato a esseri e oggetti privi di libera volontà. È limitante dunque assimilare la pena alla semplice espulsione dell’impuro dalla comunità umana. L’atto di punire smarrisce il suo significato profondo se trova ispirazione nel desidero di distruzione e nella brama di annichilimento. È vero il contrario: punire equivale a dare una possibilità di redenzione, è il tentativo estremo di reintegrare il criminale nella «rete di obblighi eterni che uniscono ogni essere umano a tutti gli altri».
Per questo la Weil si spinge a dire che «la punizione è un bisogno vitale dell’anima umana». Essa dispiega i suoi benefici nel momento in cui «la sofferenza si associa alla coscienza della giustizia». La punizione desta il sentimento di giustizia attraverso il dolore alla maniera in cui, per analogia, il musicista suscita il sentimento della bellezza attraverso il suono della melodia. È il metodo con cui la giustizia si fa strada nell’animo del delinquente passando per l’inevitabile sofferenza della pena.
Solo così la punizione si rivela un’incrollabile professione di fede nell’originaria positività della realtà. Sussiste nelle profondità insondabili dell’essere umano una densità sconosciuta, alligna in lui una sostanza positiva che non viene esaurita dai suoi atti. «Infliggere la punizione è dichiarare che al fondo dell’essere colpevole c’è un seme di bene puro. Punire senza questa fede – insiste la Weil – significa fare il male per il male».
Bisogna sottrarsi al conflitto delle tentazioni, rifuggire un simile incrocio di impurità. Occorre perciò guardarsi tanto dal legalismo quanto dal sentimentalismo, questi due idoli che si alimentano reciprocamente nella misura in cui si divorano vicendevolmente. Dobbiamo sforzarci di non spezzare in noi il vincolo organico tra misericordia e giustizia, per non oscillare tra la Scilla della crudeltà e la Cariddi della pseudo bontà.
Si sfugge all’abuso solo addentrandosi nell’abisso della misericordia.
*La versione di Motta (Visconti)
di Rino Cammilleri

È statisticamente assodato che la maggior parte degli omicidi “comuni” si consuma tra le pareti domestiche. La famiglia, diciamo noi cattolici, è sotto attacco ma, dicono gli altri, la famiglia è già allo sfascio, perciò darle il colpo di grazia non cambierà molto. È come dire che, essendo la mia auto vecchia e scassata, tanto vale andare a piedi anziché ripararla. Ma sia. 

Che cosa ha ridotto la famiglia in questo stato? Divorzio e aborto sono solo leggi che hanno sancito democraticamente ciò che il popolo voleva. Dunque, il problema, come si suol dire, è a monte. E sta in quel che è stato chiamato «cultura del desiderio», un desiderio di felicità qui e subito (il «paradise now!» dei Seventies) che non ammette ostacoli e che viene alimentato da decenni dalla letteratura di massa, anche e soprattutto nella sua versione cinematografica. 

Prendiamo, per esempio, l’ultimo delitto familiare, quello di Motta Visconti. Lui ha ucciso la moglie e i due figlioletti, poi ha inscenato una maldestra «rapina finita male» e, per procurarsi chissà quale alibi, è andato da amici a vedere il mondiale di calcio. Tornato nella villetta, ha «scoperto» l’eccidio e, «sconvolto», ha avvisato la polizia. La quale non ci ha messo molto a capire com’erano andate davvero le cose. L’assassino ha confessato il movente: si era invaghito di una collega di lavoro ma questa, fidanzata, l’aveva respinto. 

Sì, avrebbe potuto dire alla moglie che non l’amava più, che intendeva lasciarla per insistere, a mani libere, con la collega. Ma avrebbe significato una montagna di seccature. Pianti, scenate, litigi, sensi di colpa coi figli, lasciare l’abitazione a lei, rompere con suoceri, parenti e amicizie (in un piccolo centro tutto ciò può essere davvero fastidioso). Senza contare che questo strascico di problemi avrebbe potuto costituire un ulteriore deterrente per la famosa collega riluttante. Forse, in una mente già obnubilata (per dire il meno), l’idea di presentarsi come persona colpita da tragedia e perciò degna di consolazione deve essersi fatta strada, aprendo la via all’opzione «divorzio all’italiana» (vecchio film di quando il divorzio non c’era). Già, ma perché i bambini? Testimoni. E poi, quando ti sei messo in testa che vuoi «un’altra vita» tutto può accadere. 

Ho personalmente conosciuto uomini vittime della stessa tentazione: avevano una bella famiglia, figli, casetta e sereno tran-tran. Poi, di colpo, quella vita è diventata per loro intollerabile. Troppo “normale”, senza più «stimoli», un lento fiume tranquillo che scivolava inesorabile verso la vecchiaia. Così, hanno detto basta e se ne sono andati, tra lo stupore doloroso di quanti erano loro legati e che non hanno mai capito il motivo di quella decisione. Il motivo c’era, certo, ma stava tutto nella testa di chi aveva rovesciato il tavolo, perciò era invisibile all’esterno. 

Il caso di Motta Visconti è ovviamente più estremo, perché ha comportato l’efferato omicidio di tre innocenti, per giunta inconsapevoli (la moglie, infatti, sotto le coltellate gridava «perché?»). Ma il motivo è lo stesso. Per pura coincidenza pochissime sere prima un canale televisivo aveva trasmesso il film La versione di Barney (chissà se l’assassino l’ha visto), con Paul Giamatti e Rosamunde Pike. È stato tratto da un fortunatissimo bestseller internazionale (stesso titolo) di Mordechai Richler, uscito da noi nella raffinate edizioni Adelphi. Tanto fortunato che quel titolo divenne una specie di tormentone (se ne appropriò anche Il Foglio per una sua rubrica). Il libro non l’ho letto ma il film l’ho visto. 

La storia, in sintesi, è questa: un impresario televisivo, la cui prima moglie è morta suicida, si risposa. Durante il rinfresco delle nozze perde la testa per una bella invitata e le si dichiara. Lei, naturalmente, lo manda a quel paese. Ma lui, per anni, la tempesta di telefonate, inviti e fiori, perché si è messo in testa che è lei «quella giusta», la donna della sua vita. Con lei avrà il suo «paradise now!», quella felicità in terra che vuole a tutti i costi e chissenefrega di un matrimonio contratto perché, al momento, gli sembrava una bella cosa. Finalmente riesce a divorziare e quella cede. Con lei instaura un matrimonio perfetto, due figli. Poi i figli crescono e lei, che è della stessa pasta di lui, reclama un «suo spazio» di indipendenza. Lui, triste, subisce il «diritto alla felicità» di lei. Ma, una sera che è solo e ubriaco, finisce a letto con una che l’ha adescato in un bar per single. Quando la moglie torna, lui, sempre innamorato, le confessa lo scivolone. Lei per tutta riposta lo lascia e si risposa con un collega di lavoro (un fissato vegetariano e animalista). Lui si chiude nel suo dolore e finisce, anziano e malato, per morire solo. 

Ora, qual è la parte a mio avviso subdola di tutta questa storia? Quella centrale, in cui c’è uno che persegue il suo incoercibile desiderio di «paradise now!» e, per realizzarlo, si sbarazza di ogni ostacolo (umano). E lo ottiene, senza che la storia dia alcun giudizio di valore su tale operato. È vero, alla fine trova qualcuno più furbo di lui. Ma intanto il suo sogno di «amore perfetto» si è realizzato ed è pure durato anni. Non solo. Se a lui alla fine gira male, lei, pur ragionando come lui, è vincente. Morale: segui il tuo desiderio, costi (agli altri) quel che costi. In fondo, è quanto sta facendo la nostra società, sempre più individualista e, dunque, «liquida», con legami che si stringono e si disfano in base al desiderio del momento. Qualcuno, ogni tanto, esagera e deve intervenire il codice penale. Per tutti gli altri, la vita «liquida», quando non è fonte di sofferenza, lo è almeno di ansia.