martedì 2 settembre 2014

Una responsabilità che non si può condividere



L’uomo è il solo abitante della Terra ad avere l’obbligo di preservare la natura. 

Anticipiamo la premessa scritta dall’architetto Paolo Portoghesi al suo libro Il sorriso di tenerezza. Letture sulla custodia del creato (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2014, pagine 319, euro 26, con introduzione del cardinale Raffaele Farina).
(Paolo Portoghesi) Ciascuno di noi Custodia del creato  è impegnato a sorvegliare e custodire il giusto ordinamento del paesaggio terrestre (...) per evitare di tramandare ai nostri figli un tesoro minore di quello lasciatoci dai nostri padri». Così scriveva William Morris nel 1881 e aggiungeva: «Non c’è tempo da perdere (...) perché l’umanità è inquieta e avida e forse l’uomo ha penato, ha lottato, ha vinto e piegato tutte le cose terrene sotto i suoi piedi, solo per rendere la propria esistenza più infelice». La saggezza profetica di un grande innovatore ripete una convinzione già presente nel proverbio di una tribù africana, i Masai: «Noi trattiamo bene la terra! Non è una eredità dei nostri padri ma un prestito dei nostri figli».
In termini analoghi Benedetto XVI a Loreto nel 2007 denunciava l’urgenza del cambiamento: «Uno dei campi, nei quali appare urgente operare, è senz’altro quello della salvaguardia del creato. Alle nuove generazioni è affidato il futuro del pianeta, in cui sono evidenti i segni di uno sviluppo che non sempre ha saputo tutelare i delicati equilibri della natura. Prima che sia troppo tardi, occorre adottare scelte coraggiose, che sappiano ricreare una forte alleanza tra l’uomo e la terra. Serve un sì deciso alla tutela del creato e un impegno forte per invertire quelle tendenze che rischiano di portare a situazioni di degrado irreversibile».
Appena eletto, Papa Francesco raccontò ai giornalisti che lo interrogavano sulla scelta del nome: «Nella elezione avevo accanto a me il cardinale Cláudio Hummes (...) Quando i voti sono saliti a due terzi (...) mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri” (...) E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco di Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no?».
Una «relazione non tanto buona» è un ironico eufemismo che non nasconde ma accentua una drammatica preoccupazione. Se qualcosa non cambia radicalmente, il futuro della nostra società si presenta incerto. La crescita illimitata, obiettivo dichiarato del capitalismo finanziario, non è compatibile con le risorse limitate del pianeta, il minacciato aumento della temperatura metterà a rischio i Paesi circondati dal mare e comunque le nuove generazioni saranno vittima del nostro benessere maturato a credito, basato sulla crescita dei consumi e sulla fiducia nel potere salvifico della tecnologia.
Quale è stata e quale deve essere allora la posizione dei cristiani di fronte a questa prospettiva di disfacimento e di morte?
È innegabile che il cristianesimo abbia profondamente cambiato nel mondo occidentale il modo di porsi dell’uomo rispetto alla natura, rimuovendo la intrinseca sacralità che, alla natura, attribuivano molte altre religioni; ma occorre, prima di emettere frettolose sentenze, riflettere su quanto è avvenuto nella cultura cristiana prima della rivoluzione industriale.
«Solo un uomo, giunto alla conclusione di essere diverso da tutto il resto della natura — ha scritto Romano Guardini nelle sue Lettere dal Lago di Como — poteva rompere il legame sacro che ad essa lo univa nel mondo pagano, solo in un mondo quindi trasformato dal Cristianesimo, in un mondo orgogliosamente antropo-centrico, poteva nascere la sfida che segna l’avvento dell’età della Tecnica». Se questo è vero è anche vero però che non è al cristianesimo che si possano addebitare gli abusi compiuti negli ultimi due secoli, nel periodo, cioè, in cui il suo dominio culturale si stava esaurendo.
Gli antropologi e i paleontologi sono arrivati alla conclusione che le civiltà umane hanno iniziato a esercitare un forte influsso sugli equilibri del pianeta assai prima della rivoluzione industriale, con l’esercizio della caccia e della agricoltura, con la deforestazione, il controllo del fuoco e l’allevamento degli animali, inserendo l’azione umana all’interno dei grandi processi di trasformazione indotti dalle forze naturali. È fuor di dubbio, d’altra parte, che il prelievo delle risorse naturali subisce una forte accelerazione con quella che chiamiamo prima rivoluzione industriale in un periodo in cui si accentua il processo di secolarizzazione della cultura. L’anthropocene, l’epoca geologica in cui l’uomo è diventato una forza capace di trasformare radicalmente la faccia della terra e l’ambiente in cui vive, è cominciata forse molto prima, ma la grande svolta è avvenuta quando la visione cristiana aveva perso da tempo la sua egemonia culturale nel mondo occidentale.
Alla tesi di Lynn White che nel 1967, sulla rivista «Science», sostenne la responsabilità della mentalità giudaico-cristiana nella genesi del conflitto insanabile tra uomo e natura e accusò anche la scienza e la tecnica di essere impregnate di «arroganza cristiana» è giusto replicare che — al contrario — qualunque sia stato in passato il suo ruolo, nel processo appena iniziato di salvataggio dell’ambiente dagli abusi della civiltà consumistica uno dei punti di forza sta proprio nella sensibilità che la cultura cristiana ha dimostrato nei secoli verso la bellezza del creato. Si può persino sostenere — e lo ha fatto Pavel Florenskij, uno dei grandi testimoni del nostro tempo — che «solo nel Cristianesimo il creato acquistò il suo valore religioso, solo con il Cristianesimo è stato individuato il posto che spetta al senso della natura, all’amore per l’uomo e alla scienza naturale che ne deriva; la scienza naturale moderna, per quanto ciò sembri paradossale, deve la propria origine al cristianesimo. Era tesi fondamentale del paganesimo che tutto è pieno di dei. Per quanto ciò possa sembrare strano, dirò che essa è atea e acosmica nello stesso tempo (...). Tutto è pieno di dei; ma che cosa è veramente questo tutto? Se prendiamo il limite cui tendeva tutta la Weltanschauung non cristiana, se cogliamo le espressioni che ne manifestano la tendenza (...) il tutto è soltanto un fenomeno privo di realtà genuina, una parvenza, una “pelle” come diceva Nietzsche. È una bellissima forma e basta, non ha contenuto anzi meglio non è se stessa. Tutto è una bolla di sapone che si scioglie in una goccia d’acqua. Quando manca la coscienza permeata dalla grazia, non si attinge la persona e quindi tutto è semireale, anzi, se si indaga a fondo, si scioglie nel nulla».
Si può dissentire in parte dalle affermazioni di Florenskij, ma bisogna riconoscere che offrono importanti argomenti di riflessione contro la tesi della arroganza cristiana.
Invece di cercare giustificazioni e attenuanti la cultura occidentale dovrebbe riconoscere che l’ybris, la dismisura che l’ha resa nemica degli equilibri del pianeta, non sta nella continuità, ma piuttosto nel graduale distacco dalla propria tradizione religiosa.
Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che l’amore e il rispetto per la creazione che è proprio della tradizione giudaico-cristiana sia compatibile con una visione che nega all’uomo la preminenza rispetto al mondo della vita, come quella recentemente elaborata nell’ambito della Deep Echology. L’irrinunciabilità rispetto a un equilibrato antropocentrismo è infatti motivata dal fatto innegabile che c’è una differenza sostanziale tra l’uomo e le altre creature viventi: l’uomo è il solo che, in quanto cosciente della sua condizione di abitante del pianeta, ha nei suoi confronti e nei confronti di tutti i suoi abitanti precise responsabilità che non può condividere, anche se lo volesse, con nessuno dei suoi coinquilini.
L'Osservatore Romano,