
Sfida alla mentalità contemporanea.
«Più che mai il celibato del prete cattolico ha cattiva stampa». Inizia così il libroCélibat des prêtres: la discipline de l’Église doit-elle changer? (Paris, Desclée De Brouwer, 2014, pagine 350, euro 19,90) del giornalista Jean Mercier, direttore aggiunto del settimanale «La Vie» e specialista di questioni religiose. Intelligente e vivace, il testo è una lunga inchiesta sulla Chiesa. Tra storia e attualità, l’autore non schiva i problemi, dalla tradizione biblica alla situazione e al dibattito tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo, interrogandosi sulle critiche al celibato e sulle sue prospettive. Del libro pubblichiamo quasi per intero la conclusione.
(Jean Mercier) Dopo un percorso allo stesso tempo storico, teologico e spirituale, è inevitabile una constatazione: il celibato sacerdotale si ritrova oggi nella posizione di accusato. Lo si ritiene responsabile di un certo numero di devianze sessuali tra i sacerdoti e causa principale della penuria di vocazioni. Tale processo viene sistematicamente istruito dai media, in particolare quando vengono alla luce scandali e quando un prete lascia il ministero perché ha deciso di sposarsi. Ogni volta, la sfera emotiva e i buoni sentimenti sembrano avere la meglio su una prospettiva teologica o spirituale, o semplicemente sul buon senso, per chiedere l’abolizione di una disciplina giudicata arcaica, anzi crudele. Ci sono, in particolare tra i cattolici, anche quelli praticanti, un’ignoranza e un’incomprensione delle sfide teologiche e spirituali del celibato dei loro sacerdoti.
Il punto più difficile da accettare per i nostri contemporanei è che un prete celibe non possa unirsi a una donna se se ne innamora, ma debba lasciare il ministero, proprio quando alla Chiesa mancano i sacerdoti. Per la maggior parte di loro, si tratta di uno scandalo, di un’ingiustizia, di un’assurdità. Di fronte a tale problema, non esiste alcuna soluzione “possibile” agli occhi della Chiesa cattolica. La Chiesa orientale od occidentale, nata duemila anni fa, non ha mai accettato che un prete celibe possa sposarsi e restare sacerdote.
I futuri preti che s’impegnano solennemente a restare celibi durante la loro ordinazione come diaconi lo sanno, e la Chiesa ritiene che non sia possibile ritrattare quella promessa. Questa temibile questione sembra sbarrata e, se non è impossibile che una giurisprudenza nuova possa esistere, nessuna tradizione ecclesiale potrebbe comunque servirle da appoggio.
Resta la questione dell’ordinazione di uomini sposati, oggetto di un dibattito molto vasto in seno al cattolicesimo, soprattutto perché si può appoggiare su una tradizione antica e perché ai nostri giorni si pratica già in modo omeopatico nella Chiesa latina. La sua massiccia generalizzazione appare a molti come la soluzione urgente ed evidente per risolvere il problema delle devianze dei preti, della loro cosiddetta frustrazione sessuale, e, soprattutto, per sopperire alla penuria di vocazioni.
Questo libro è una sorta di audit di fattibilità su questo argomento. Tiene conto della realtà delle poste in gioco e delle difficoltà incontrate sia nelle Chiese orientali sia nella Chiesa latina, con i suoi ex ministri della Riforma diventati preti cattolici. La verità è che un clero sposato pone tutta una serie di sfide. L’ordinazione diviri probati potrebbe essere una falsa buona idea se crea nuovi problemi, più complessi di quelli precedenti (il divorzio, per esempio). La Chiesa potrebbe dunque metterla in atto solo con un infinito discernimento.
Il celibato sacerdotale è uno dei fondamenti della tradizione cattolica, che va ben al di là di una semplice questione disciplinare o giuridica. La sua giustificazione teologica è fragile, poiché la Chiesa non può dire che il celibato sia una condizione ontologica del sacerdozio. Esiste dunque un “margine” d’interpretazione sulla sua necessità. Il celibato non è altro che la cornice più “conveniente” per il sacerdozio. Ma non lo si può affrontare senza sconvolgere l’identità del sacerdozio. Non è d’altronde dimostrato che si tratti di un’aspettativa urgente dei cattolici che vanno a messa ogni domenica, peraltro molto mal rappresentati nei sondaggi...
L’eventuale evoluzione della pratica sarebbe che la Chiesa estendesse, poco a poco, il regime di dispensa dal celibato a casi rari di vocazioni eccezionali di uomini sposati, per rispondere a desideri molto particolari suscitati dallo Spirito Santo, in seno a una coppia. È quanto avviene con gli ex ministri della Riforma.
Ma se l’eccezione conferma la regola, non può però farla scomparire. Verrebbe dunque mantenuto l’obbligo al celibato, con la possibilità di eccezioni più ampie di quelle già esistenti, che si limitano agli ex ministri protestanti o anglicani.
Al contrario, l’idea di decretare, alla fine di un (ipotetico) concilio Vaticano III, che gli uomini sposati possono entrare in seminario alla stessa stregua di quelli celibi, appare una pista pericolosa. La soluzione dei viri probati — uomini di età matura che verrebbero fatti preti per tappare i buchi della pastorale — appare anch’essa una falsa buona idea. Corrisponde a una rappresentazione mentale della Chiesa ereditata dagli anni Cinquanta e Sessanta, un periodo in cui la gente era ancora a maggioranza cattolica e in cui assicurare il tessuto sociale era un priorità. Ma questa Chiesa catastale appartiene al passato, tanto più che, nell’era di internet, il processo religioso di affiliazione non passa più necessariamente per il territorio. Il modello futuro della Chiesa è quello di piccole comunità in diaspora, costituite attorno a poli eucaristici. Ci vogliono quindi più preti apostoli, molto mobili. In un simile contesto, il celibato è più adeguato. Oggi è l’azione missionaria a motivare i candidati al sacerdozio, all’opposto della figura di un parroco-funzionario che regna su una parrocchia geografica ben delimitata.
Considerato per lungo tempo uno “scandalo”, il celibato non ha comunque detto la sua ultima parola. Sta anzi acquisendo un nuovo valore nel riposizionamento del cattolicesimo attuale come forza di resistenza anti-sistema, di fronte alle derive del modello ultraliberale che impone il “pensiero unico” dello sviluppo personale attraverso il consumismo individualista. Il celibato fa parte di un dispositivo che ridisegna la Chiesa come uno spazio controculturale, che può ispirare nuovamente una generazione.
I giovani sacerdoti e le giovani generazioni di cattolici non vogliono una evoluzione “piccolo-borghese” del sacerdozio. I giovani parroci non hanno voglia di riunire laici che non sempre possono dare alla preghiera il posto che le spetta. La rivendicazione del “matrimonio dei preti” è rifiutata dai giovani cattolici che entrano in seminario, mentre appassionava i seminaristi nel 1968... Da venticinque anni il bilanciere pende nell’altro senso, rispetto agli anni Settanta, verso un ritorno alle forme antiche, in particolare dal punto di vista liturgico. È il ritorno delle figure missionarie, itineranti, come i gesuiti dell’America del sud, modello che incarna Papa Francesco. Il matrimonio e il celibato sono due vocazioni parallele. La teologia del matrimonio è considerevolmente cambiata nell’arco di cinquant’anni. Il pontificato di Giovanni Paolo II ha rappresentato una svolta in questo ambito. Il Papa polacco ha esaltato l’unione tra l’uomo e la donna e ha messo fine a ogni denigrazione dell’atto coniugale: la visione del matrimonio come concessione a quanti non possono fare a meno dei rapporti sessuali è stata messa completamente fuori gioco. Negli anni Ottanta dello scorso secolo si è assistito all’esplosione dell’unione libera, alla banalizzazione del divorzio, ma Giovanni Paolo II ha risacralizzato il matrimonio. Oggi, l’ipersessualizzazione della società e l’esaltazione dell’adulterio nei media espongono il legame coniugale a una sorta di ordalia permanente. Questo contesto attribuisce al matrimonio una funzione profetica, anzi cavalleresca, soprattutto in ambito cattolico. Il matrimonio tra un uomo e una donna diviene una sorta di consacrazione reciproca e religiosa di tipo nuovo.
Parallelamente, la posta in gioco del celibato sacerdotale si è spostata: è stata abbandonata l’esaltazione della purezza verginale, ancora molto forte nel dopoguerra. I giovani sacerdoti non sono gelosi delle prerogative coniugali dei laici. Non abbracciano il celibato per sfiducia verso il sesso che sarebbe “sporco” o che li avrebbe allontanati da Dio. Molti sottolineano che una vera rinuncia non può che avere un oggetto bello e buono in sé, per definizione. La loro continenza non è una questione di ascesi o di privazione, ma la scelta di un’altra felicità. Essi ricordano che Gesù non ha mai descritto la sua rinuncia alla sessualità come una svalutazione dell’atto coniugale, ma l’ha spiegata come un segno “per il Regno dei cieli”. Cristo mostra che il mistero pasquale è il suo luogo nuziale con la Chiesa, ed è questa via d’identificazione che “funziona” per i giovani sacerdoti di oggi.
I preti nati dopo il concilio incoraggiano in particolare questa duplice ri-sacralizzazione in parallelo del sacerdozio e del matrimonio, secondo una complementarietà, sulla falsariga di Giovanni Paolo II. Di modo che appare molto difficile ambire a vivere due vocazioni “totalizzanti” allo stesso tempo, come avrebbe l’obbligo di fare il prete sposato.
Di conseguenza, la Chiesa non sembra potere — né volere — considerare l’articolazione teologica tra i due sacramenti, il che sarebbe necessario se si pensasse d’istituire l’ordinazione di uomini sposati. Questa lacuna teologica è peraltro una delle difficoltà incontrate dai diaconi e dalle mogli. Tale blocco è ancor più legittimo se si concepiscono i due sacramenti come due marce nuziali verso la santità che mobilitano ambiti spirituali e teologici diversi. Vale la pena interrogarsi sulla realtà della penuria di sacerdoti. Certo, i preti sono al limite del burn out. Ma sono soprattutto sommersi da compiti organizzativi e amministrativi, non solo specificamente sacerdotali.
La sfida ben più grande è quella di una fase di mutamento delle comunità cristiane, una fase molto pericolosa, poiché, da qui a una quindicina di anni, il numero dei sacerdoti in attività precipiterà in modo drastico, fino a giungere a circa tremila in Francia. In alcune diocesi rurali, resteranno solo una decina di preti a mandare avanti la baracca, in condizioni estremamente acrobatiche, soprattutto per il loro equilibrio o la loro salute fisica. In molti altri Paesi d’Europa la situazione è analoga.
Molti cristiani non hanno ancora preso atto di quanto succederà e immaginano che la Chiesa possa continuare a offrire loro una sorta di servizio pubblico dell’ambito religioso — che ancora funziona in alcuni luoghi — senza che debbano impegnarsi in modo concreto, né attraverso il loro aiuto economico, né condividendo i loro talenti. La loro partecipazione all’Eucaristia è troppo spesso la variabile nell’organizzare il tempo nel weekend, come lo è anche il tempo riservato alla preghiera e allo studio della Bibbia. La Chiesa è destinata a convertirsi o a scomparire. Poiché sarà certamente sempre più difficile essere cristiani in una società le cui opzioni si allontanano dal Vangelo, i cattolici dovranno confrontarsi con la verità del loro rapporto con la persona di Cristo, della loro cura nel mantenere tale rapporto attraverso la preghiera e la frequentazione dei sacramenti. In base a questa realtà, il loro modo di vivere la fede si avvicinerà all’impegno faticoso e militante delle Chiese evangeliche. Prenderanno allora coscienza che non spetta al prete andare da loro, adattarsi ai loro bisogni, ma che essi stessi dovranno fare uno sforzo. Per ricevere il Corpo di Cristo, per esempio. Ciò non è facile da accettare, perché negli ultimi quarant’anni la comunione è stata banalizzata.
Questo nuovo dato potrebbe generare una nuova coscienza e una nuova fiducia tra i cattolici: ossia che devono incoraggiare la vocazione al sacerdozio tra i loro figli, nelle loro parrocchie e nelle loro scuole o università cattoliche. Altrimenti nulla cambierà. La questione di fondo è che i genitori devono riacquistare fiducia nel fatto che il sacerdozio può essere un cammino di felicità per i loro figli.
La stragrande maggioranza dei formatori nei seminari constata la fragilità e l’immaturità dei candidati al sacerdozio, che sono quelle tipiche della loro generazione. Ciò implica una coraggiosa presa di coscienza delle sfide fisiche e spirituali fin dalla formazione in seminario, e un accompagnamento serio dei sacerdoti dopo l’ordinazione. Il ministero sacerdotale sarà sempre più difficile in un contesto occidentale in cui il cristianesimo è chiamato a diventare una minoranza creativa non ripiegata su se stessa. La gioia di vivere e l’equilibrio dei sacerdoti influenzeranno la chiamata di altri giovani uomini a seguire quel cammino, e la credibilità della Chiesa e del Vangelo.
Impegnarsi per sempre in uno stato, sia esso quello del matrimonio o quello del celibato consacrato, è una sfida contro la paura. Quella di non essere all’altezza, di sbagliare, di fallire. Il celibato — come pure il matrimonio, anche se ciò si percepisce meno — rimanda alla questione della grazia, ossia alla forza che Dio dà gratuitamente per andare avanti, giorno dopo giorno, la cui immagine tipo è quella della manna donata nel deserto. Come la manna, la grazia non s’immagazzina come le riserve nella gobba dei camelli.
Si riceve giorno dopo giorno. Va di pari passo con la fede e la speranza e costruisce l’amore. Tutta la riflessione sul futuro della Chiesa riposa dunque sulla questione dell’accoglienza della grazia. La grazia divina — che permette di mantenersi nel matrimonio o nel celibato — non si “merita”, ma presuppone condizioni di ricezione, un’apertura del cuore che riveli un’autentica lotta spirituale, da riprendere ogni mattina.
L'Osservatore Romano