venerdì 12 dicembre 2014

Sinodo, riforme e «teologia credente»

Collage di immagini dalla Cappella  Sistina

Nell'ultima assemblea, spiega il Papa, «nessun intervento ha messo in discussione le verità fondamentali del sacramento del matrimonio». Un articolo di Gennari ricorda gli sviluppi della dottrina riguardanti la famiglia. Le parole di Ratzinger su quei teologi che ripongono più fiducia nella saggezza della Chiesa che nella loro erudizione

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO


«Nessun intervento ha messo in discussione le verità fondamentali del sacramento del matrimonio, cioè: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e l’apertura alla vita». Questo ha detto Francesco durante l'udienza di mercoledì scorso raccontando quanto avvenuto al recente Sinodo sulla famiglia.  Da queste parole sembra potersi dedurre che anche le diverse posizioni espresse nel vivace dibattito sinodale in merito a possibili aperture circa l'accesso ai sacramenti per i divorziati risposati non hanno negato le «verità fondamentali» del matrimonio.

Intervenendo con un articolo dedicato all'«Humanae vitae» di Paolo VI e alla regolazione delle nascite, tema ricordato nei documenti sinodali ma meno dibattuto rispetto ad altri, Gianni Gennari ricordava quale sia stato l'approfondimento e lo sviluppo della dottrina. Nella Chiesa, scrive lo studioso, «fino al 1951 anche il solo pensiero di usare i metodi detti naturali era considerato colpa grave, peccato mortale. Nel 1931 la “Casti Connubii” di Pio XI era decisiva e netta: nessun metodo, e per nessuna ragione, anche quelli detti naturali!… Negli anni successivi ci fu anche nella Chiesa discussione accesa sui progestinici e dintorni e nel 1951, quando volle commemorare il ventesimo anniversario della “Casti Connubii”, Pio XII aveva intenzione di ripetere la condanna totale di qualsiasi metodo». Fu decisivo, per fargli cambiare idea, nel celebre discorso alle ostetriche nel novembre 1951 che ammise i metodi naturali - ricorda ancora Gennari - l’intervento personale e ripetuto del gesuita Padre Virginio Rotondi.

Quella decisione di Pio XII che apriva ai «metodi naturali» fu una «grande novità», e il mondo della «Scuola teologica romana» rimase sorpreso e sconcertato. Si trattava infatti, aggiunge il teologo, di «un cambiamento decisivo della dottrina cattolica». Per Gennari, «salvo il caso della vera indissolubilità», su «sessualità e matrimonio è azzardato parlare di “dogmi di fede” e utilizzare la cosa come blocco a priori. Infatti in tema di sessualità, famiglia e dintorni la “dottrina” vera e propria anche ai massimi livelli della Chiesa cattolica è già cambiata più volte nei secoli e anche di recente». A questo proposito, lo studioso ricorda che san Giovanni Paolo II, durante una delle sue catechesi sul corpo e sulla sessualità, ha dichiarato «senza basi nella parola di Cristo» qualcosa che era definito dal Concilio di Trento e confermato anche ai numeri 21 e 28 dell'enciclica «Sacra Virginitas» di Pio XII, del 1954. Al numero 21 del documento pacelliano si leggeva che «secondo l’insegnamento della Chiesa la santa verginità supera in eccellenza il matrimonio». Più chiaro ancora formalmente e solennemente il numero 28 che citava anche l’«anatema sit» del Concilio di Trento su chi affermava che «la verginità non è superiore al matrimonio».

Ebbene, proprio su questo punto Giovanni Paolo II ha esplicitamente negato che questa posizione abbia fondamento nella fede come tale. Nell’udienza del 14 aprile 1982 Papa Wojtyla affermava: «Nelle parole di Cristo sulla continenza "per il Regno dei cieli" non c'è alcun cenno circa la "inferiorità" del matrimonio riguardo al "corpo", ossia riguardo all'essenza del matrimonio, consistente nel fatto che l'uomo e la donna in esso si uniscono così da divenire una "sola carne" (cfr. Gn 2,24). Le parole di Cristo riportate in Matteo 19,11-12 (come anche le parole di Paolo nella prima lettera ai Corinzi, cap. 7) non forniscono motivo per sostenere né l'"inferiorità" del matrimonio, né la "superiorità" della verginità o del celibato, in quanto questi per la loro natura consistono nell'astenersi dalla "unione" coniugale "nel corpo". (…) Su questo punto le parole di Cristo sono decisamente limpide. (…) Il matrimonio e la continenza né si contrappongono l'uno all'altra, né dividono di per sé la comunità umana (e cristiana) in due campi (diciamo: dei "perfetti" a causa della continenza e degli "imperfetti" o meno perfetti a causa della realtà della vita coniugale)».

Non c'è dunque «alcuna base - concludeva Giovanni Paolo II - per una supposta contrapposizione, secondo cui i celibi (o le nubili), solo a motivo della continenza costituirebbero la classe dei "perfetti", e, al contrario, le persone sposate costituirebbero la classe dei "non perfetti" (o dei "meno perfetti")». Sulla base di questi esempi recenti, Gennari invita alla cautela quando si parla in assoluto di «dottrina che non cambia» a proposito di matrimonio e sessualità, famiglia e dintorni, magari cercando di prefissare già «i limiti del Sinodo venturo».

Papa Francesco nell'udienza di mercoledì scorso ha guardato con fiducia al cammino sinodale, mostrando di non temere in alcun modo il confrontarsi di posizioni diverse ma ribadendo anche la natura profondamente diversa del Sinodo rispetto alle aule parlamentari. «Sempre, quando si cerca la volontà di Dio, in un’assemblea sinodale, ci sono diversi punti di vista e c’è la discussione e questo non è una cosa brutta! Sempre che si faccia con umiltà e con animo di servizio all’assemblea dei fratelli». E «tutto è avvenuto "cum Petro et sub Petro", cioè con la presenza del Papa, che è garanzia per tutti di libertà e di fiducia, e garanzia dell’ortodossia».

Quella fiducia che traspare bene anche in questo esempio raccontato nell'autobiografia di Joseph Ratzinger e riferito al 1950. «Tutti noi vivevamo nella percezione della rinascita, avvertita già negli anni Venti, di una teologia capace di porre domande con rinnovato coraggio e di una spiritualità che si sbarazzava di ciò che era ormai invecchiato e superato, per farci vivere in modo nuovo la gioia della redenzione. Il dogma non era sentito come un vincolo esteriore, ma come la sorgente vitale, che rendeva possibili nuove conoscenze».

Quando si era ormai prossimi alla solenne definizione dogmatica dell'Assunta, l’ultima fino a oggi pronunciata, Pio XII chiese un parere alle facoltà teologiche nel mondo. «La risposta dei nostri docenti – scrive Ratzinger – fu decisamente negativa. In questo giudizio si faceva sentire l’unilateralità di un pensiero che aveva un presupposto non solo e non tanto storico, ma storicistico. La tradizione veniva difatti identificata con ciò che era documentabile nei testi». Il professor Altaner, docente di patrologia a Würzburg, aveva dimostrato con criteri scientificamente inoppugnabili che la dottrina dell’assunzione corporea di Maria in cielo era sconosciuta prima del quinto secolo, dunque non poteva far parte della «tradizione apostolica», e questa conclusione venne condivisa anche dai professori di Monaco.

«L’argomento è ineccepibile, se si intende la tradizione in senso stretto come trasmissione di contenuti e testi già fissati – commenta Ratzinger –. Ma se si intende la tradizione come processo vitale, con cui lo Spirito Santo ci introduce alla verità tutta intera e ci insegna a comprendere quel che prima non riuscivamo a percepire, allora il “ricordarsi” successivo può scorgere quel che prima non si era visto e pure era già dato, già “tramandato”, nella parola originaria». Ratzinger scrive che nel 1949, una anno prima della proclamazione del dogma, il professor Gottlieb Söhngen si pronunciò decisamente contro. Un altro docente, Eduard Schlink, professore di teologia sistematica a Heidelberg, gli chiese: «Che cosa farà se il dogma venisse comunque proclamato? Non dovrebbe voltare le spalle alla Chiesa cattolica?». Söhngen rispose: «Se il dogma sarà proclamato, mi ricorderò che la Chiesa è più saggia di me e che io ho più fiducia in lei che nella mia erudizione». «Credo che questa scena – osserva Ratzinger – dica tutto lo spirito con cui a Monaco si faceva teologia, in maniera critica ma credente».

*

Paglia: non disperdere il tesoro del Sinodo   
Avvenire
 
(Luciano Moia) Nella storia del Vangelo il primato spetta all’incontro, cioè alla creatività pastorale, non alla dottrina. Anzi, sono gli incontri all’insegna della misericordia che determinano poi lo sviluppo dottrinale. Su questa premessa l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia – all’indomani della diffusione del nuovo questionario per il Sinodo ordinario e della lettera del Papa che conferma la sua partecipazione all’Incontro mondiale di Philadelphia, nel settembre 2015 – fonda la speranza di dare concretezza alla svolta pastorale avviata, per non «disperdere il tesoro» accumulato in questi mesi di incontri, dibattiti, riflessioni. (...)