sabato 17 ottobre 2015

«I coniugi Martin ci testimoniano che la famiglia è il primo luogo della santità e del dono di sé»

Zelia e Luigi Martin, genitori di santa Teresina

di Lorenzo Bertocchi
«Luigi e Zelia Martin, la prima coppia di sposi santi, ci mostrano come la famiglia è un luogo privilegiato per santificarsi e vivere il dono di sé nella vita di tutti i giorni». Lo dice alla Bussola, monsignor Jacques Habert, vescovo di Séez (Francia), la diocesi dove si trova Alencon, città di casa Martin. Altrimenti detta casa natale di S. Teresina di Gesù Bambino. «Hanno educato e allevato le loro figlie», ci dice ancora il vescovo Habert, «con il desiderio di farle sante. Si tratta di un progetto che hanno applicato prima a se stessi».
Nel nostro mondo di oggi questo progetto di vita appare alquantoinusuale, specialmente se vissuto come coppia. Abituati a campioni di santità come Padre Pio, San Francesco di Assisi o Santa Caterina da Siena, giusto per rimanere in Italia, si rimane sorpresi da questa aureola per due. Sorpresi perché la santità non è certo tra le mete più rincorse dell'anno domini 2015, sorpresi perché ci si fa santi anche con una straordinaria normalità. «Mio padre e mia madre», dirà Maria, la figlia maggiore, testimoniando al processo della sorella Teresa, «avevano una fede profonda e, sentendoli parlare insieme dell'eternità, ci sentivamo disposte, pur così giovani come eravamo, a considerare le cose del mondo come pura vanità».
«Luigi e Zelia Martin possono dare un messaggio di fiducia alle coppie di oggi. La loro vita è stato un atto di fiducia in Dio che hanno voluto servire e amare per tutta la loro vita coniugale e familiare», dice monsignor Habert. «Luigi e Zelia si sono incrociati un po' “per caso” sul ponte dell'incontro ad Alençon. Si sposarono tre mesi dopo quel primo incontro. Progressivamente, camminando insieme, hanno scoperto la loro vocazione come genitori ed educatori. Anche il loro amore coniugale ha continuato a crescere in amicizia, in una crescente complicità. Avevano caratteri molto diversi, si sono accolti a vicenda e incoraggiati». Eppure la loro è stata anche una vita segnata dalla fatica e dalla sofferenza. Non dobbiamo immaginarli come un santino stereotipato. Entrambi lavoravano con entusiasmo e impegno, affrontavano i problemi di tutte le famiglie, progettavano le vacanze e pensavano alle scuole delle figlie. Senza perdere di vista i loro impegni, prima di tutto nei confronti di Dio. «Hanno incontrato la sofferenza soprattutto attraverso la morte di quattro bambini, tutti in tenera età», sottolinea il vescovo di Séez. «E hanno anche fatto i conti personalmente con la sofferenza fisica, in quanto entrambi hanno sofferto la malattia. Hanno vissuto queste prove in preghiera, mentre combattevano con i mezzi del loro tempo (medicina). Sono stati anche molto attenti alla sofferenza degli altri e della società. Sono stati molto generosi e fraterni verso le persone più fragili».
Le domande che potremmo fare sono tante: come hanno vissuto il loro rapporto affettivo? Quello con il lavoro? E con il denaro? Ma non ha senso. In fondo per comprendere veramente la vita terrena di questa coppia di sposi bisogna sapere alzare lo sguardo. È per questo che la Chiesa li eleva agli onori degli altari. In ogni questione, in tutti gli ambiti e in ogni problema, il primato in casa Martin era sempre accordato a Dio. «É così», conviene monsignor Habert. «Mettendo Dio al primo posto, Luigi e Zelia Martin hanno fatto crescere in loro la capacità di amare e di servire. Un amore di Dio ben vissuto ci porta inevitabilmente all'amore degli altri. Luigi e Zelia ci sono testimoni».
Come ha ricordato più volte Papa Francesco la «Chiesa cresce per testimonianza», ecco perché si“fanno” i santi. É il caso anche di questa aureola per due, esempio che brilla per le tante famiglie che cercano il senso. Luigi e Zelia dicono a tutti che l'unico senso è l'eternità. In Dio.

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Vincenzo Grossi, fondatore delle figlie dell’Oratorio. Come la chioccia per i pulcini 

(Marilena Borsotti, Figlia dell’oratorio)Vincenzo Grossi, Maria dell’Immacolata Concezione, Ludovico e Maria Azelia Martin che il 18 ottobre vengono proclamati santi da Papa Francesco, insieme danno una presentazione degli stati di vita nei quali la vocazione cristiana si può esprimere: la chiamata al matrimonio e alla crescita dei figli, la consacrazione religiosa mediante i voti, il sacerdozio. Fra loro don Vincenzo Grossi viene presentato come modello di vita evangelica vissuta attraverso un’intensa carità pastorale, esercitata, nelle “periferie” e portando su di sé “l’odore delle pecore”. Frutto maturo del suo ministero è la fondazione delle figlie dell’Oratorio, chiamate a collaborare con i parroci all’educazione della gioventù femminile più bisognosa.
Nato a Pizzighettone (Cremona) il 9 marzo 1845, da Baldassarre e Maddalena Capellini, è il penultimo di dieci figli. Il padre è mugnaio e tutta la famiglia è impegnata in questo lavoro che, se da una parte garantisce una certa tranquillità, dall’altra richiede fatica. A undici anni, dopo avere ricevuto la prima comunione, Vincenzo incomincia a sentire l’attrattiva verso il sacerdozio. Confida alla madre il desiderio di entrare in seminario, come già il fratello Giuseppe. Ma le motivazioni del padre impongono un’attesa: serve il contributo di Vincenzo, ragazzo forte e di buona volontà, nel lavoro al mulino.
Non si scoraggia e nel corso degli anni il suo ideale si rafforza. Unisce la doppia fatica del lavoro e dello studio. Attende “l’ora di Dio”, secondo un’espressione che gli divenne abituale. Nel frattempo si fa un programma di vita ed è fedele nell’osservarlo. La pazienza e la perseveranza creano il terreno adatto per la sua entrata in seminario, che avviene nel 1874, a diciannove anni.
Si applica con profitto agli studi, è gioviale, vivace e disciplinato. Si dedica all’apostolato fra i più giovani. Nelle rare confidenze, si definiva “come una chioccia con intorno i pulcini”. Ma l’itinerario formativo non è privo di ostacoli. Si scontra con una dura situazione sociale ed ecclesiale. Le vicende prima e dopo l’unità d’Italia e la confusione dottrinale all’interno della Chiesa creano un quadro complesso. Ordinato nella cattedrale di Cremona il 22 maggio 1879, fin dall’inizio opta per una sincera e indiscussa fedeltà al Papa e al suo magistero. Svolge il ministero a Gera di Pizzighettone, a Sesto Cremonese, a Ca’ de’ Soresini. Viene quindi nominato parroco di Regona, frazione di Pizzighettone, dove rimane per dieci anni. La posizione marginale, l’ambiente semplice e rurale, la povertà diffusa, l’indifferenza religiosa non scoraggiano il giovane sacerdote, che trova nella preghiera intensa e prolungata la forza per vivere l’intimità con Gesù, che si traduce in sollecitudine verso il suo popolo.
Prega, studia, apre la propria casa ai ragazzi per il catechismo, per dare un po’ di istruzione, perché possano giocare in un luogo sicuro e trovare un po’ di cibo, che possa compensare la povertà della mensa familiare. Tollera gli schiamazzi e anche qualche danno alle suppellettili. Lo conforta la consapevolezza che quando i ragazzi sono con lui possono stare lontani dai pericoli. Per se stesso sceglie uno stile connotato dalla sobrietà. È premuroso verso i sofferenti, che conforta, si dedica assiduamente al confessionale e alla direzione spirituale. Tempra la propria personalità con la pazienza dell’agricoltore che getta il seme, ma non pretende di vedere subito il frutto della propria fatica. Impara ad accogliere anche insuccessi e contraddizioni.
Da Regona viene trasferito a Vicobellignano, dove rimane per 34 anni. La nomina del vescovo sottolinea stima nei suoi confronti, vista la necessità di un parroco preparato che possa arginare una situazione pastoralmente difficile. E la presenza di una comunità protestante rende la situazione delicata. Ma anche qui, don Vincenzo si affida alla invisibile potenza della preghiera, convinto che il prete non può sacrificare un’ostia estranea, se non è disposto egli stesso a sacrificarsi con tale vittima. Il suo è un sacrificio totale, ma gioioso, non accigliato. Consapevole della diffusa ignoranza religiosa, della necessità di contrastare ideologie ingannevoli, si dedica con assiduità alla predicazione anche al di fuori della parrocchia. Viene chiamato in varie località del cremonese e del lodigiano. E gradualmente va seguendo un’intuizione, che lo porterà a fondare le figlie dell’Oratorio: giovani donne desiderose di donarsi interamente a Dio e di mettersi al suo servizio. Gradualmente le forma e resta ammirato dalla limpidezza delle loro intenzioni. Impressionato dalla miseria morale e materiale della gioventù femminile del suo tempo, forma piccole comunità di consacrate per fare fra le giovani “il maggior bene possibile”, e in questo modo collaborare con i parroci nella loro cura. A due condizioni: la disponibilità alla povertà e lo spirito di adattamento. Il loro patrono è san Filippo Neri, l’apostolo dell’amore di Dio fra i giovani. Il loro aspetto non le distacca molto dalle donne del tempo, hanno uno stile semplice e gioviale e come luogo di preghiera la chiesa parrocchiale; svolgono semplici opere educative per formare le bambine e le ragazze, soprattutto le più bisognose. E don Vincenzo segue attivamente e con discrezione quella che lui definisce “un’opera di Dio”, sempre rifiutando il titolo di fondatore.
Al momento della morte, avvenuta il 7 novembre 1917, esprime attraverso le sue ultime parole l’affidamento di sé e della sua opera al Signore: «La via è aperta: bisogna andare…». Queste parole sono diventate il motto dell’Istituto che, nel variare delle situazioni e dei tempi, cerca di essere fedelmente creativo all’ispirazione originaria. Don Vincenzo è stato beatificato il 1° novembre 1975.

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Maria dell’Immacolata Concezione, superiora della compagnia della Croce. Con i poveri e con gli anziani 

(Alfonso Ramírez Peralbo, Cappuccino, postulatore) Nata il 20 febbraio 1926 a Madrid in una famiglia benestante, María Isabel Salvat y Romero il giorno seguente, fu battezzata nella parrocchia di Nostra Signora della Concezione. Nell’ambiente domestico fortemente motivato in senso religioso assimilò i valori cristiani, che approfondì frequentando fin da bambina il collegio madrileno della Beata Vergine Maria, gestito dalle suore irlandesi.
Nel 1936, allo scoppio della guerra civile, la famiglia si trasferì in Portogallo; ma dopo due anni fece ritorno in patria, dapprima nella città basca di San Sebastián poi di nuovo nella capitale. Negli anni maturò qualità personali e culturali per poter progettare una vita sociale piena di soddisfazioni. Invece iniziò ad avvertire la vocazione alla vita religiosa. Ma non scelse le suore irlandesi, bensì le sorelle della Croce, istituto fondato a Siviglia da santa Angela della Croce, conosciuto attraverso le due religiose poveramente vestite che ogni mese passavano da casa sua per ricevere l’elemosina e si trattenevano a parlare. Accolta come postulante nel capoluogo andaluso nel 1944, l’anno successivo ricevette l’abito religioso, con il nome di suor Maria della Immacolata Concezione. Durante il noviziato si distinse per impegno, spirito di sacrificio ed esemplarità. In particolare si evidenziavano in lei semplicità, amore alla povertà, comportamenti umili, spirito di obbedienza. Nel 1947 professò i voti temporanei. 
Per la sua preparazione umana e spirituale, le venne affidata la direzione del collegio di Lopera, presso Jaén. Seguirono altri ruoli di responsabilità a Valladolid e a Estepa. Nel 1966 fu chiamata alla casa madre di Siviglia, prima come ausiliaria poi come maestra delle novizie. Per lei, nella comunità, non esistevano lavori di due classi, uno più alto da’altro, tutti erano uguali perché tutti erano servizi resi ai fratelli e alle sorelle. Dopo due anni divenne provinciale, quindi consigliera generale, poi ancora superiora della comunità di Villanueva del Río y Minas (Siviglia), dove poté toccare con mano la povertà degli indigenti e degli anziani abbandonati che vivevano senza un tetto fuori città. Nel 1977 divenne superiora generale. E con il permesso della Santa Sede, fu rieletta per altre tre volte all’incarico, particolarmente delicato nei difficili anni che seguirono il concilio Vaticano ii e che la videro impegnata nell’aggiornamento delle costituzioni dell’Istituto. Il suo atteggiamento fu di un equilibrio dinamico: non visse la fedeltà come una stanca ripetizione di formule collaudate, ma come un desiderio di creatività per venire incontro alle esigenze che il Signore le faceva comprendere. In ogni circostanza guardò alla fondatrice sant’Angela come a una sorgente perenne di coerente continuità nel necessario rinnovamento. 
Ebbe una particolare sollecitudine per la formazione permanente delle consorelle, soprattutto per quante vivevano momenti di crisi e di smarrimento; e in quegli anni di sperimentazioni e incertezze la sua testimonianza di vita costituì un punto di riferimento per molte. Curò l’animazione vocazionale, i cui frutti maturarono in modo visibile, portando all’apertura di nuove case religiose in altre città della Spagna: Puertollano, Huelva, Cádiz, Lugo, Linares, Alcázar de San Juan. Una casa fu fondata anche a Reggio Calabria nel 1984. 
La sua personalità serena e gioviale contribuiva a creare un clima di fiducia e di comunione. In lei si evidenziava un’intensa esperienza religiosa, vissuta con consapevolezza della presenza di Dio e nella costante ricerca della sua volontà, e alimentata alle sorgenti della preghiera e della contemplazione; una sincera disponibilità alle esigenze del prossimo, in modo particolare dei più bisognosi, e una vivace apertura verso i problemi contemporanei; un orientamento verso la perfezione, così da giungere a un fervoroso esercizio delle virtù umane e cristiane. 
Nel 1994 le venne diagnosticato un tumore. Operata, affrontò la malattia con docilità e fortezza d’animo e per quattro anni continuò la sua attività. Negli ultimi giorni, quando la sofferenza si fece maggiormente sentire, rinnovò la sua fiducia nella bontà di Dio. Il 31 ottobre 1998 morì nella casa madre. Al suo funerale parteciparono numerosi sacerdoti e religiose, insieme con un grande concorso di fedeli. L’inchiesta diocesana fu celebrata a Siviglia dal 20 febbraio al 15 novembre 2004. Beatificata il 18 settembre 2010, la postulazione ha poi sottoposto al giudizio della Congregazione delle cause dei santi la presunta guarigione miracolosa, verificatasi nel capoluogo dell’Andalusia nel 2012: un uomo di quarantatré anni caduto improvvisamente a terra in stato di incoscienza, venne ricoverato presso un ospedale cittadino dove si attivò un protocollo di ipotermia terapeutica e gli furono somministrati dei farmaci. Il paziente entrò in coma, con grave danno cerebrale. In quel contesto, una suora dell’Istituto invitò un’amica della madre del paziente a pregare la beata Maria dell’Immacolata Concezione. Le si unirono la suora stessa, una consorella, la madre dell’infermo e alcuni amici della arciconfraternita della Vergine Speranza “Macarena”, della quale era membro l’ammalato. A dodici giorni dal ricovero l’uomo si risvegliò dal coma e riconobbe i presenti.
L'Osservatore Romano