sabato 17 ottobre 2015

Povera cioè libera



Chiesa e civiltà del benessere temporale nel magistero dell’arcivescovo Montini. 

Misericordia. Dal libro del cardinale arcivescovo emerito di Milano Misericordia. Il Giubileo di Papa Francesco (Torino, Giulio Einaudi Editore, 2015, pagine 145, euro 14), scritto in collaborazione con il giornalista Paolo Rodari, pubblichiamo una parte del capitolo intitolato «Una Chiesa povera e per i poveri». Vi si approfondisce in particolare il tema conciliare dell’Ecclesia pauperum affrontato in alcune omelie e lettere pastorali dal futuro Paolo VI.
(Dionigi Tettamanzi) Vorrei soffermarmi qui sulla povertà della Chiesa come è stata presentata nel magistero del futuro Paolo VI, l’arcivescovo Giovanni Battista Montini. Ci possono bastare, senza nessuna pretesa di un’analisi ordinata e completa dei testi, alcuni spunti che testimoniano la grande attualità e la singolare profondità del magistero montiniano, nel segno di un vero e proprio profetismo evangelico.Parlando al clero milanese il 6 febbraio 1963, l’arcivescovo Montini si pone nel contesto generale e spirituale della riforma necessaria alla Chiesa: «Il Papa l’ha detto non una volta sola: bisogna ringiovanire, bisogna ringiovanire i nostri cuori. Dobbiamo riprendere l’entusiasmo, la forza, i propositi, l’ingenuità — direi — dei primi giorni». In questa prospettiva Montini ricorda il seguente intervento del cardinale Lercaro tenuto in aula conciliare il 6 dicembre 1962 sul tema specifico della Ecclesia pauperum: «La Chiesa deve proprio prendere atto di questa coscienza, di essere lo strumento della redenzione divina che Cristo ha operato nel mondo, deve sentirsi povera». E Montini così commenta il pensiero di Lercaro: «Ciò che di originale c’è nella sua affermazione è che questo è costituzionale, questo è essenziale, questo non si può dimenticare, che non è cosa secondaria, ma fa parte dell’essenza del meccanismo spirituale che Gesù ha creato per salvare» (Discorsi e scritti milanesi, vol. III, pp. 5613).
Al tema dell’Ecclesia pauperum Montini dedica, tra l’altro, una parte della sua lettera pastorale del 1963, Il cristiano e il benessere temporale. Il contesto che l’arcivescovo prende ora in considerazione, dopo quello precedentemente dedicato al senso religioso e al senso morale, è quello della civiltà del benessere: un contesto che storicamente si configura nel segno di una profonda, drammatica ambiguità. Dice infatti: «Il cristiano è a priori ottimista dinnanzi alla visione dei beni temporali. Non è ostile, è amico; non è scandalizzato, è ammirato; non impaurito, è simpatizzante. Sarà prudente, ma per dovere di rispetto e per istinto di superiorità […] Parimenti il cristianesimo non è un ostacolo al progresso moderno, perché non lo considera nel solo aspetto tecnico ed economico, ma nel suo integrale sviluppo» (ibidem, p. 5616). Montini sottolinea «il dramma del contrasto fra il cristiano e le realtà temporali», contrasto dovuto al fatto che «nelle cose di questo mondo, nell’organizzazione specialmente che vi ha dato la malizia umana (o diabolica), vi può essere, anzi spesso vi è, un disordine profondo e misterioso […] Il distacco, che la scienza e la prassi moderna hanno operato fra l’economia e la morale, e conseguentemente dalla religione, è uno degli errori più gravi del tempo nostro […] Il benessere economico tende ad assumere il primo posto nella scala dei valori. Sembra che sia il sommo bene, l’unica salute, il fine che giustifica ogni sforzo e appaga ogni aspirazione. Questa tendenza a sovra-estimare il benessere economico può assumere carattere anti religioso, o almeno a-religioso» (ibidem, pp. 5616, 5621, 5627).
La conseguenza di questo orientamento è la corruzione del senso morale e dunque la trasformazione del benessere in fenomeno antisociale: non solo nelle persone, ma anche nelle stesse realtà istituzionali. Ne viene l’urgenza, prima ancora che di riforme sociali, economiche, giuridiche, politiche, di una profonda conversione morale. Scrive Montini: «Vi sono capitali enormi, che hanno bisogno di purificarsi del modo discutibile o troppo facile con cui sono stati accumulati; vi sono ricchezze ingenti e stagnanti, che attendono di diventare provvide e benedette aprendosi a scopi caritativi e sociali […] Resta sempre vera la Parola del Maestro Divino: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato per giunta”» (ibidem, p. 5638). E qui Montini entra nell’approfondimento teologico presentando la conversione morale secondo la sua specificità cristiana: quella cioè che coglie e riconosce «il mistero della povertà nel grande disegno della redenzione». E qui l’arcivescovo è pienamente consapevole che «fare oggi l’elogio della povertà sembra assurdo», ma non teme affatto di vivere quel profetismo coraggioso che è proprio di ogni discepolo di Cristo. Così si esprime: «La povertà sarà l’abito di Cristo e quello dei suoi, quando lo vogliono imitare, rappresentare, predicare. I poveri saranno i primi nel regno di Dio, e la società che da Cristo nascerà non sarà fondata sul fasto, sulla potenza, sulla fiducia nei beni temporali, ma piuttosto sul vuoto terreno della povertà, a cui supplisce una virtù tutta spirituale, che dall’alto soccorre e sostiene. È l’economia del Vangelo, che si perpetua nell’Ecclesia pauperum, come ha detto il regnante pontefice» (ibidem, p. 5633).
Dietro la formula più volte citata di Chiesa povera e per i poveri stanno una grazia e una responsabilità precise: alla comunità cristiana e ai suoi membri il Signore offre una vera e propria «grazia» — un dono di luce e di forza — per vivere in modo libero e quindi con responsabilità la beatitudine evangelica della povertà. Nel suo magistero e nella sua azione pastorale il beato Paolo VI si è coinvolto con grande energia nel sollecitare tutti i christifideles secondo le loro diverse vocazioni e stati di vita a testimoniare al mondo moderno la reale possibilità e la gioia di vivere secondo la povertà propria dei discepoli di Cristo: la povertà evangelica.
Alcune omelie meriterebbero la nostra attenta meditazione, interpellati come siamo tutti su questo punto della vita cristiana: la prima è l’omelia tenuta ad Assisi il 4 ottobre 1958 dall’interessante titolo Essere poveri, cioè liberi (cfr. ibidem, vol. II, pp. 2370-77); la seconda è quella tenuta a Milano nella celebrazione del santo Natale 1959, intitolata Ricchezza del Natale (cfr. ibidem, pp. 3226-31). L’omelia tenuta ad Assisi ci offre una bellissima e accorata preghiera rivolta a san Francesco. La ritrascriviamo, almeno in parte: «Francesco, aiutaci a purificare i beni economici dal loro triste potere di perdere Dio, di perdere le nostre anime, di perdere la carità dei nostri concittadini. Vedi, Francesco, noi non possiamo straniarci dalla vita economica: è la fonte del nostro pane e di quello altrui; è la vocazione del nostro popolo, che sale alla conquista dei beni della terra, che sono opere di Dio; è la legge fatale del nostro mondo e della nostra Storia. È possibile, Francesco, maneggiare i beni di questo mondo, senza restarne prigionieri e vittime? È possibile conciliare la nostra ansia di vita economica, senza perdere la vita dello spirito e l’amore? È possibile una qualche amicizia fra madonna economia e madonna povertà? O siamo inesorabilmente condannati, in forza della terribile Parola di Cristo: “[…] è più facile che un cammello passi per la cruna d’un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Matteo, 19, 24). Anche il nostro sant’Ambrogio ci aveva detto parole tremende: “O ricco, non sai quanto sei povero!” (De Nabuthae, 2, 4), ma non le ricordiamo più, e non le abbiamo mai bene comprese. E anche tu, Francesco, non hai insegnato ai tuoi figli a lavorare, a mendicare, e a beneficare, cioè a cercare e a trattare quei beni economici, di cui la vita umana non può essere priva?» (Discorsi e scritti milanesi, vol. III, p. 5631).
In particolare è ai presbiteri che l’arcivescovo ha voluto riservare frequenti e precise esortazioni. Ricordo, a titolo d’esempio, quanto ha scritto nella già citata lettera pastorale Il cristiano e il benessere temporale del 24 febbraio 1963: «Questa raccomandazione alla semplicità e all’austerità della vita e al distacco dal denaro, dagli agi superflui e da ogni vanitosa esteriorità noi vogliamo fare in modo particolare a noi stessi ecclesiastici: vi siamo più degli altri obbligati per i più stretti vincoli che a Cristo ci uniscono, per l’esempio che ogni altro si attende da noi, per l’efficacia che la nostra linea di povertà conferisce al nostro ministero, e per la sterilità che invece lo colpisce quando appare rivestito da qualche vanità o governato da qualche venalità. Se vogliamo essere autentici ministri di Dio dobbiamo guardarci da ogni avarizia, da ogni affarismo, da ogni mondanità. Anche la ricerca dei mezzi per le opere di bene e di ministero non deve diventare pesante e indiscreta, e non deve apparire prevalente sui fini stessi a cui i mezzi sono destinati, ma deve mostrarsi sempre limpida e disinteressata, quasi una prova della povertà che la promuove e della carità a cui soltanto deve servire» (ibidem, p. 5632). Non dimentichiamo infine alcune parole de Il pensiero alla morte, come la seguente raccomandazione fatta da Paolo VI alla sua Chiesa: «E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte e amorosa verso Cristo».