lunedì 5 ottobre 2015

Trento. Congregazione di Gesù sacerdote. Un ospedale per i religiosi..




Trento. Congregazione di Gesù sacerdote: è qui che le diocesi portano i religiosi a "curarsi"
La Repubblica
(Jenner Meletti e Andrea Selva) "Così li aiutiamo a riflettere". Nel convento dove il Vaticano manda i preti gay "Voi li marchiate noi li assistiamo". Sono ormai maturi, i cachi e i kiwi. Nell' orto, gli ultimi pomodori. Sembra di essere fuori dal mondo, in questa casa madre dei padri Venturini. "Congregazione di Gesù sacerdote", annuncia la targa in marmo. Doveva arrivare qui, don Mario Bonfante, l' ex sacerdote cattolico che tre anni fa è stato "licenziato" perché gay. «Esiste un convento in Nord Italia - ha detto ieri a Repubblica - dove vengono mandati a riflettere i sacerdoti che manifestano tendenze sessuali non consone. Un luogo dove ti aiutano a ritrovare la retta via. Volevano curarmi. Ho rifiutato di andarci». Prima pioggia e tuoni, poi sole e arcobaleno. Il tempo giusto per raccontare questo convento dove il Male e il Bene sembrano impegnati in una lunga battaglia. «Io posso dire soltanto - dice padre Gianluigi Pastò, 72 anni, superiore generale dei Venturini - che qui aiutiamo i sacerdoti a diventare santi». Una statua di Cristo a braccia aperte, pronto ad accogliere tutti. «Cercate prima il regno di Dio e la sua Giustizia e avrete tutto il resto in sovrappiù». La citazione da Matteo è accanto al cancello, aperto a tutti. Il padre superiore non ha nessuna voglia di parlare. «Troppe cose sbagliate sono state scritte su di noi. Il convento Venturini rischia di diventare un marchio infamante. 'Quel prete è stato al Venturini? Chissà cosa avrà combinato'. Noi qui siamo abituati a lavorare nel silenzio assoluto ». Poi la tradizione di accoglienza vince, almeno per qualche minuto. «Venite in refettorio, prendiamo un caffè». Un vassoio di pizze già pronto per la cena frugale della domenica, una cinquantina di posti in tavolate a ferro di cavallo. Un quadro con il fondatore della congregazione, padre Mario Venturini, che aprì questo convento nel 1928. «Le spiego perché non vogliamo parlare. Un convento per preti pedofili, preti gay… si è scritto di tutto, con titoli assurdi. I sacerdoti vengono invece da noi per un periodo di formazione, di riflessione personale, di discernimento. In questo momento non abbiamo né preti gay né preti pedofili. Certo, nostro compito è accogliere tutti. Ci sono soprattutto i preti che soffrono di depressione, il male di questi tempi. Noi non vogliamo essere 'marchiati'. Questo perché oggi, con Google, rischi l' ergastolo a vita. Faccio un esempio: arriva un nuovo sacerdote in una parrocchia e c' è chi subito va in rete a cercare il suo passato. Magari risulta che è stato nostro ospite e allora tutti pensano chissà che cosa. Ci sono uomini che diventano preti già adulti e magari hanno avuto un passato di droga o altro. Hanno svolto un grande e pesante lavoro di redenzione, ma se il loro nome è stato scritto su un giornale o su un sito si trovano inchiodati al loro passato». Quasi nessuno, a Trento conosce bene il lavoro dei Venturini. Un titolo forte il 24 febbraio 1983, quando un sacerdote del convento, don Armando Bison, 71 anni, fu ucciso con un punteruolo a forma di crocefisso, conficcato in testa, da Marco Furlan e Wolfgang Abel, i "Ludwig" che volevano "moralizzare il mondo" e finirono in manicomio criminale. Chi frequenta il convento conferma che i problemi più presenti, fra chi viene accolto qui, è proprio la depressione. «È alto anche il numero di alcolisti, fra preti soprattutto anziani che hanno smarrito la strada. E poi ci sono i problemi legati al sesso». Formazione, accompagnamento, riflessione… Non parla mai di cura, il padre superiore. Ma nella presentazione del sito c' è scritto che «i larghi spazi di accoglienza - una casa grande e tanta campagna intorno - uniti a possibilità varie di terapia e di lavoro, consentono alla comunità di ospitare numerosi preti e religiosi offrendo loro un ambiente aperto e disteso ove affrontare le proprie difficoltà». Terapia, dunque. Chi arriva qui viene aiutato anche da psicologi e psichiatri. Con quale percorso e quale metodo? «Noi non parliamo - dice il superiore - di questo nostro lavoro. Che però è conosciuto dai vescovi di tante diocesi. Loro sanno cosa possiamo offrire. Io dico soltanto che qui nessuno viene perché obbligato. Entrare da noi è una libera scelta». Che però, come nel caso di don Mario Bonfante, è una libera scelta molto condizionata. Un vescovo invita un prete ad entrare nel convento comunità, questi rifiuta e si trova ridotto allo stato laicale. In un' intervista a Repubblica. it di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli, nel luglio 2013 padre Gianluigi Pastò era stato più ricco di notizie. «La vita comunitaria allontana il prete dalla sua solitudine. Il primo passo della terapia è l' accoglienza. Noi solitamente vogliamo conoscere la persona poi vediamo se siamo in grado di aiutarla». Padre Franco Fornari è lo psicologo responsabile all' interno del centro. Sedute con cadenza giornaliera e terapia di gruppo coordinata da una psicologa laica. Se necessario, è previsto l' intervento di uno psichiatra laico per le terapie farmacologiche di supporto. I tempi non sono mai brevi. Si resta in convento per uno, due o anche quattro anni. È il vescovo a decidere dove impegnare il sacerdote dopo il lungo periodo di "redenzione". Chi è stato accusato di molestie ai minori, ad esempio, verrà inviato in un santuario o in un altro convento, senza contatti con i ragazzi e senza attività pastorale aperta. Sarebbero sei o sette, in media, gli ospiti del convento comunità. La casa di accoglienza è molto grande, perché un tempo ospitava il seminario della congregazione e tanti sono i preti tornati alla casa madre perché ormai anziani. C' è anche chi se ne va prima di avere terminato il percorso. Non sono in carcere, tutte le porte sono aperte. «Su di noi - dice il superiore generale - sono state raccontate troppe cose sbagliate. È giusto che la nostra opera sia senza pubblicità, anche per rispettare chi viene da noi in cerca di aiuto». «Non preoccuparti né del cibo né dei vestiti », è scritto, citando sempre Matteo, cap. VI, nella lapide all' ingresso. Chi entra qui ha purtroppo in testa preoccupazioni più pesanti. Superando la soglia, la lotta fra il Bene e il Male è solo all' inizio. Ma c' è la speranza di "diventare santi".

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Provocazione che non aiuta il Sinodo
Il Sole 24 Ore
(Enzo Bianchi) Oggi si apre un sinodo che - per come è stato pensato e voluto da papa Francesco - assomiglia tanto a un concilio: due assemblee-sessioni a distanza di un anno dedicate allo stesso tema della famiglia, ampio coinvolgimento delle chiese locali, aperta discussione a livello di teologi e di pastori, parresia nel dibattito auspicata e favorita dalle modalità di lavoro… Così il sinodo si presenta, nonostante tutte le inevitabili forzature mediatiche, essenzialmente come evento ecclesiale, posto sotto il primato del vangelo e guidato dallo Spirito santo, invocato nella liturgia che apre non solo i lavori assembleari ma, prima ancora, i cuori e le menti dei padri sinodali. 
È allo Spirito che la chiesa intera è chiamata a rendersi docile ed è per cercare di «ascoltare ciò che lo Spirito dice alla chiesa» che i vescovi sono convenuti attorno al vescovo di Roma, il servitore della comunione, il successore di Pietro, «servo dei servi di Dio». Ascoltare la voce dello Spirito che risuona anche oggi è allora la ragione principale di questa assise celebrata in una stagione segnata da un mutamento antropologico rapido e complesso, inatteso perfino da quella chiesa che cinquant' anni fa terminava il lungo, faticoso ma fervido e fecondo lavoro del concilio Vaticano II, un lavoro di «aggiornamento» e di riforma di se stessa, della sua vita nel mondo e del suo insegnamento dottrinale e morale. Certo, l' infelice uscita pubblica di un presbitero che dichiara di vivere rapporti omosessuali e di condividere la propria vita con un compagno può essere una provocazione a un confronto sereno nei lavori sinodali: difficilmente una simile operazione mediatica programmata aiuterà il dibattito, né credo gioverà alle persone che vivono la difficile situazione di credenti con relazioni affettive di tipo omofilo. Al di là degli innegabili pregiudizi di un certo mondo ecclesiastico verso le persone con orientamento omosessuale, c' è infatti irresponsabilità da parte di chi come presbitero è tenuto al celibato e rivendica poi il diritto a vivere un' unione con un' altra persona, di qualunque sesso sia: è una scelta in palese contraddizione con l' impegno assunto liberamente di fronte al Signore e alla comunità cristiana. Eppure questo sinodo «conciliare» - il greco del resto conosce solo il termine synodos - mantiene intatta la sua caratteristica peculiare legata non tanto al tema in discussione, ma al metodo adottato su insistenza di papa Francesco: libertà di interventi, discussione franca, confronto fraterno, ascolto reciproco. I padri sinodali dovrebbero far confluire al sinodo il loro pensiero di vescovi e pastori ma, proprio per questo, essere anche eco dei lavori e del fermento suscitati nelle chiese locali, nel popolo di Dio, attraverso la parola data ai fedeli laici, a uomini e donne che quotidianamente tessono la tela della sequela di Gesù sulle strade del mondo. In Italia questo lavoro preparatorio è apparso meno convinto e diffuso di quello realizzato in altre aree geografiche e culturali anche non lontane dal nostro Paese - si pensi alla Francia, alla Germania, al Belgio… - eppure l' appello accorato del papa mirava proprio a far sì che i vescovi che avrebbero partecipato al sinodo fossero in grado di rendere eloquenti di fronte al vangelo le diverse situazioni vissute concretamente e quotidianamente da persone che della famiglia conoscono le gioie, le promesse, ma anche i fallimenti e le sofferenze. Il nodo decisivo è infatti questo: narrare l' immutabile buona notizia del messaggio cristiano con parole, gesti, atteggiamenti, cioè con un «linguaggio» in grado di parlare al cuore e alla mente degli uomini e delle donne di oggi, di riscaldare quei cuori e di rischiarare quelle menti. «Tradizione, infatti, è la salvaguardia del fuoco, non l' adorazione delle ceneri»: questo aforisma di Gustav Mahler ci indica quanto sia sterile il ricorso a enunciati astratti, a una dottrina pensata come immutabile nelle sue formulazioni, a un ripiegamento sul «così si è sempre fatto», dove il «sempre» indica a volte solo qualche generazione di credenti e non raggiunge mai la chiesa indivisa dei primi secoli, né la variopinta diversità delle comunità ecclesiali sorte dal crogiolo del Mediterraneo e diffusesi fino ai confini della terra, né tanto meno il parlare e l' agire di Gesù di Nazaret… Occorre invece guardare alle persone con lo sguardo che aveva Gesù, che si interessava prima della loro sofferenza e poi, chiamando per nome il peccato, annunciava al peccatore il perdono e la misericordia di Dio, di quel «Padre suo» che non vuole la condanna del peccatore ma che questi si converta e viva in pienezza. In questo sguardo conforme allo sguardo del Figlio di Dio sta la capacità della chiesa di essere «esperta in umanità»: essa non è esente dalla storia né dal peccato commesso dai suoi membri ma, proprio perché partecipe della vicenda e della condizione umana, può alla luce del vangelo farsi prossima e illuminare situazioni che paiono segnate solo dal male. Ci sarà tempo in queste tre settimane di lavori sinodali per entrare nuovamente nel merito delle questioni trattate, oggi mi pare invece decisivo insistere sul metodo: il sinodo non è un parlamento, né un congresso scientifico, né un' assemblea di partito. È invece un evento ecclesiale dove i vescovi, cum Petro et sub Petro, esercitano collegialmente il loro ministero a servizio della comunione ecclesiale, dove esplicitano la cura delle persone loro affidate e si fanno carico della «corsa della Parola», dell' annuncio del vangelo a ogni creatura. Per ribadire quanto già fissato nel codice di diritto canonico non c' è bisogno di un sinodo: il sinodo serve per diventare insieme - vescovi e popolo di Dio - consapevoli che, come diceva papa Giovanni parlando del concilio, «non è il vangelo che cambia, siamo noi che lo capiamo meglio». Si tratta quindi non di contraddire la parola del Signore sul matrimonio e sulla radicalità richiesta a ogni suo discepolo, ma di affermare la misericordia e il perdono di Dio che vuole regnare quando la legge è stata infranta, là dove chi ha peccato è consapevole della responsabilità, dell' amore autentico, della reciprocità del dono, delle esigenze della sequela cristiana. Come non auspicare che in certi casi, di cui giudici sono la chiesa e la coscienza delle persone implicate, si trovino modalità per garantire una vita ecclesiale piena, nella quale i sacramenti siano autentico balsamo per le ferite, viatico verso il regno di Dio, pegno di un cielo nuovo e una terra nuova?


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Quei timori di Papa Francesco
Corriere della Sera
(Massimo Franco) Una polemica sull'omosessualità così clamorosa vuol dire oscurare il capolavoro compiuto dal Papa a Cuba e in Usa e schiacciare il Sinodo su temi spinosi imposti in modo irrituale. Sta succedendo esattamente quello che il Papa temeva: alcune minoranze della Chiesa tentano di ipotecare il prossimo Sinodo, polarizzando artificiosamente le posizioni; e di radicalizzare una discussione che Francesco vorrebbe il più possibile unitaria.
L'irritazione del Vaticano per l'intervista rilasciata al Corriere dal teologo polacco Krysztof Charamsa nasce da questa preoccupazione. Una polemica sull'omosessualità aperta in maniera così clamorosa e polemica significa di fatto oscurare il capolavoro diplomatico compiuto dal pontefice nell' ultimo viaggio a Cuba e negli Stati Uniti; e schiacciare il Sinodo che comincia domani su temi non solo spinosi ma imposti in modo a dir poco irrituale. Negli Usa il Papa era riuscito a zigzagare tra le divisioni dell'episcopato e quelle tra repubblicani e democratici. Il risultato è stato un rafforzamento oggettivo del pontificato, perché la frontiera nordamericana si presentava come la più insidiosa: per i rapporti con le istituzioni laiche, e per quelle con un episcopato cattolico in maggioranza conservatore e ostile al presidente Barack Obama. Si tratta di un credito in termini di legittimazione internazionale e di ricompattamento tra papato e vescovi, da far pesare anche su un Sinodo preceduto da tensioni palpabili proprio sui temi della famiglia: dal matrimonio dei divorziati all' omosessualità. Adesso, il rischio è che il caso Charamsa finisca per costringere Jorge Mario Bergoglio a seguire un' agenda imposta in qualche modo dall' esterno; e del tutto eccentrica rispetto al suo stile inclusivo e alla possibilità di pilotare il Sinodo verso una posizione condivisa, senza strappi. Non è detto che alla fine l'operazione non riesca. L'abilità di Bergoglio è riconosciuta in primo luogo dai suoi avversari. Ma per paradosso, la mossa del teologo della Congregazione per la dottrina della fede promette di dare forza e potere proprio alla componente più conservatrice. Esiste una sorta di «Internazionale tradizionalista» che da tempo non nasconde la propria inquietudine per le aperture papali su questi temi: sebbene siano concessioni che Francesco fa sul piano dei toni, non della sostanza dottrinale. È il malumore riflesso dal libro di nove cardinali «ortodossi» pubblicato in coincidenza col Sinodo; e ben evidente nello scontro sui gay tra cattolici conservatori e progressisti. Ma è difficile che quanti vorrebbero un' apertura su questi temi riescano a convincere il grosso della Chiesa cattolica. È più probabile che provochino una reazione difensiva, e una severa presa di posizione di un pontefice costretto ad affrontare le spinte centrifughe delle ali estreme che strumentalizzano ogni sua parola. Sarà un Sinodo movimentato, perché tocca temi che dividono non solo la Chiesa ma l'Occidente; e che in continenti come Africa e Asia ricevono risposte radicali, con un richiamo perentorio alla fedeltà alla dottrina. Le parole del teologo polacco, probabilmente, non hanno aiutato la sua causa. Semmai, consentiranno al fronte conservatore di passare all' offensiva.