martedì 15 marzo 2016

Metodo Lubich



Cultura del dialogo come fattore di concordia tra i popoli. Con il metodo di Chiara Lubich l’eredità più preziosa

(Maria Voce) «Chiara non ha mai dubitato dell’amore di Dio. Forse questa è una delle eredità più preziose per noi. Non è stato, forse, questa certezza dell’amore di Dio che Chiara ha sperimentato e testimoniato, ciò che come prima cosa ci ha attirato fortemente al suo modo di testimoniare il Vangelo?». 
È quanto ha detto il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, nella messa celebrata lunedì 14 marzo al santuario romano del Divino Amore nell’ottavo anniversario della morte di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari. Ricorrenza ricordata in molti Paesi dei cinque continenti con momenti di preghiera, testimonianze, conferenze. Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento che per l’occasione la presidente dei Focolari ha tenuto sabato 12 a Castel Gandolfo, in un incontro a cui hanno preso parte ambasciatori, esponenti del mondo della cultura e rappresentanti ecumenici.
Il desiderio che ci anima non è quello di ricordare, ma di rileggere insieme, dopo vent’anni, i contenuti e il metodo che Chiara Lubich espose all’Unesco il 17 dicembre 1996 su un obiettivo quanto mai rilevante, in questo momento, per le relazioni internazionali: l’educazione alla pace. In quell’occasione l’Unesco conferì alla fondatrice del movimento dei Focolari lo speciale premio pensato per quanti con la loro opera concorrono a creare le vie e le condizioni perché la pace sia qualcosa di reale. Guardando all’oggi quell’episodio sembra essere di grande attualità: cosa c’è di più importante dell’educazione per raggiungere un tale obiettivo? L’attualità dominante, quella che quotidianamente si impone al nostro sguardo, ci offre immagini di una pace violata, spesso derisa. Sembra quasi che dalla realtà dei singoli fino alla dimensione internazionale il “vivere in pace” non appartenga alle generazioni del terzo millennio. Eppure, quante volte invochiamo la pace o cerchiamo di riannodare il filo spezzato nei rapporti tra le persone, tra i popoli, tra gli Stati? Analisi di ogni tipo cercano di spiegare al meglio le cause delle contrapposizioni, dei conflitti e a volte di un odio e una violenza che ci allarmano. Ma nonostante la molteplicità di letture, tutte sembrano convergere su una sola realtà: il nostro piccolo o grande mondo quotidiano vive una frammentazione nel pensiero, nei modi di agire nel sociale, nella vita delle istituzioni, nei processi economici. Frammentazione che si trasforma in lotte, conflitti, episodi di terrorismo, situazioni da cui riappare in ogni angolo del pianeta il grande ostacolo alla pace, quella che Chiara era solita chiamare la “categoria del nemico”. Non possiamo negare che ci riesce più facile erigere barriere, magari pensando che possano difenderci, invece di operare per costruire l’unità nelle relazioni, tra le idee, in politica, nell’economia, tra visioni religiose. E la pace sfugge, si allontana: «Certo — sono parole di Chiara all’Unesco — per chiunque si accinga oggi a spostare le montagne dell’odio e della violenza, il compito è immane e pesante. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell’amore scambievole, della comprensione reciproca, dell’unità il movente essenziale della propria vita». Nella sede dell’Unesco, dunque, si offriva un metodo di educazione alla pace: la spiritualità dell’unità, che per quanti sono parte del nostro movimento è uno stile di vita nuovo, uno strumento in grado di superare le divisioni tra le persone, tra le comunità, tra i popoli e perciò capace di concorrere a ritrovare o a consolidare la pace. Se questo è il metodo, qual è il «segreto della sua riuscita»? È un segreto che Chiara definisce l’arte di amare, e cioè «che si ami per primi, senza aspettare che l’altro ci ami. Significa saper “farsi uno” con gli altri, cioè far propri i loro pesi, i loro pensieri, le loro sofferenze, le loro gioie. Ma, se questo amore dell’altro è vissuto da più, diventa reciproco». Reciprocità, parola che tanto peso ha nei rapporti internazionali, ma spesso limitata a garantire la tregua nei conflitti, non a prevenirli o a risolverli. Chi ha responsabilità e funzioni rilevanti nella convivenza internazionale sa bene quanto sia difficile la trattativa, come pure quante difficoltà si incontrano per giungere ad accordi soddisfacenti per tutte le parti. Cosa potrebbe significare, allora, fare dell’amore uno strumento negoziale rispetto al grande obiettivo della pace? Servirebbe a sentirsi parte della stessa famiglia, a vivere quella dimensione autentica della fraternità non restringendola solo alla coesistenza o alla forzata coabitazione, ma aperta alle esigenze dei più deboli, degli ultimi, di quanti sono esclusi dalla dinamica politica o da un’economia che ha come sola legge il profitto. Amare, dunque, è operare “per l’altro” e “con l’altro” e così concorrere a superare le barriere poste da interessi contrapposti, dal desiderio di manifestare la potenza, dall’ineguaglianza nei livelli di sviluppo, dal mancato accesso al mercato o alla tecnologia. 

L'Osservatore Romano